PRIMO PIANO
MAURO MARÈ
(1935-1993)
Un autore
d’avanguardia
in “lingua romana”


      
Un acuto profilo critico del poeta capitolino che è stato nel secondo Novecento il più importante scrittore dialettale in versi, spinti su un crinale sperimentale e neoespressionistico che ruppe con la tradizionale gabbia del sonetto di marca belliana. Egli poi volse la sua ricerca sul piano della prosa metanarrativa in italiano col romanzo “Controcielo”, uscito postumo nel 1994, che propone un flusso diegetico decostruito e policentrico, vibratamente anti-teologico, nutrito di giochi di parole, di lapsus, di scivolamenti semantici come in un libro di Georges Perec o in uno show di avanspettacolo.
      



      

 

 

di Mario Lunetta

 

 

È un dato ormai accertato della più avvertita coscienza critica il fatto che Mauro Marè rappresenti un punto di svolta decisivo nel panorama della poesia romanesca di secondo Novecento. Dopo Mario dell’Arco – e l’avverbio vuol essere soltanto una sottolineatura cronologica, non di valore – il poeta-notaro è il protagonista più significativamente innovativo, proprio perché nella sua produzione più matura lavora con estrema consapevolezza al dilà dei generi, pur essendo partito nel rispetto di certe classificazioni formali accreditate, di certe inclinazioni della tradizione alta, perfino – in alcuni casi – di certe consuetudini nobilmente etichettate: quasi di regola, però, investite da un  piglio e un tono tutt’altro che supini e pedissequi. La firma del notaro si fa comunque sentire, e tende al basso.  

Il primo tempo di Marè (Ossi de pèrsica, 1978; Cicci de sèllero, 1980; Er mantello e la rota, 1982) è ancora legato a espliciti modulari belliani – sul piano metrico e non soltanto – e quindi al sonetto come momento privilegiato della struttura versale e linguistica, con echi frequenti del parlato triviale del Commedione. Ma l’importanza del processo espressivo di Marè sta proprio nel fatto che il suo discorso viene progressivamente a bruciare quella che è la gabbia, starei per dire la trappola in qualche modo rassicurante del sonetto canonico che ancor oggi troppi poeti in romanesco frequentano ripetitivamente, quasi dogmaticamente, come un ineliminabile dato di natura fisiologica, senza minimamente preoccuparsi di metterla in discussione – limite grave, io credo, banalizzazione di una koinè storicamente straordinaria, che mi pare colpisca quasi tutti gli operatori di poesia che usano appunto il dialetto di Roma, riducendolo perciò nella più parte dei casi a calco meschino, di proporzioni ridottissime, di qualcosa che si è proposto all’origine in dimensioni di grande formato espressivo nel supremo Belli.

È proprio per queste ragioni che ho insistito in varie occasioni sulla necessità di porre attenzione al fatto che Marè è un poeta che al suo meglio non scrive in linguaggio romanesco, in quel piccolo vernacolo allusivo che strizza l’occhio a un’esigua platea di compari-complici; scrive in lingua romana, superando di forza le strettoie e le griglie del “pezzo” da recitare, dello scampolo “da ascolto”. Con questa determinazione, a partire da una raccolta come Silabbe e stelle (1986), Marè mette in crisi, e direi quasi frantuma la struttura e dissolve l’aura esausta del sonetto di marca belliana. Se ne va per altre strade con aìre espressionistico, se ne va per la strada del verso libero, pressoché intentato prima di lui in ambito di poesia romanesca: anche se nelle lingue illustri, almeno da Lucini, è una soluzione che, in linea con le altre arti tra morente Ottocento e primo Novecento, decide del rinnovamento formale e sostanziale del fare poetico come officina aperta. Si potrebbe dire, pertanto, che Marè accentui con vigore certi momenti ancora alquanto pallidi – e pure sempre interessanti e segnati dalla finezza sottile che lo contraddistingue – di dell’Arco in quella direzione, con una disposizione meno contratta, più ariosa, più disposta all’avventura e all’azzardo.

Marè frantuma quindi la gabbia del sonetto e la linea dell’endecasillabo per aprirsi ad altre esperienze metrico-sintattiche. Ed ecco che scopre una lingua violenta, materica, neoespressionistica, e al tempo stesso capace di perdersi in vaste anse metafisiche prossime all’astrazione filosofica. Opere come Silabbe e stelle in funzione di apripista, e poi sul piano di una maturazione espressiva assolutamente eccezionale sul piano dinamico e assuntivo di elementi spregiudicatamente polemici, sarcastici, antisistemici, testi come il cruciale Verso Novunque (1988) e Controcore (1993), che resta il suo ultimo libro di poesia, una sorta di fortissimo testamento laico, da giudice dell’epoca che non esita a giudicare anche se stesso con impietoso rigore, stanno a testimoniare con pertinentissima perentorietà la sua vis reinventiva del linguaggio, della metrica, del punto di vista, del gioco sintattico, che presuppone un mutamento di scacchiera assolutamente totale.





Leggiamo da Silabbe e stelle quattro poesie terribilmente tese fra eros, paesaggio urbano e furore di vita che s’annulla nella morte (categoria, quest’ultima, che segna di sé, con una disperazione più che belliana, tutto l’iter di Maré), e nelle quali la dovizia metaforico-metonimica non deprime ma esalta l’immediatezza del senso:

 

Tanto per omo

 

Come si fusse facile a portà su la schina

– un omo solo –

tutto er peso der celo.

E un carico da undici:

una panza de stracci     

e una barbaccia de millanta secoli.

Pe questo ar monno serveno fratelli:

a ritajasse er celo tanto per omo

e poi corre per scioje l’alegrie ner bigonzo der sole

come quanno fanelli,

annamio assieme allongo a le campagne,

le saccocce sfonnate

dar troppo monno da venì.

     

 

Er tippe tappe

 

In quela serratura profumata

famme imboccà ‘sta chiave co le nappe.

Damme una mano a fa ‘sto tippe tappe.

Armamo ‘sta buriana indiavolata.

Appena principiata la ballata,

finito er gioco de bottoni e ciappe,

mille cavalli rossi de vardrappe

vanno via come er vento in galoppata.

E sarò, ciumachella, come un’onna

che fiotta, schiuma fino a che, sfinita,

slarga le braccia e tu sarai la sponna.

E doppo spunterà la luna piena

e sarà come quanno co le dita

turchine er mare ruzza co la rena.

 

 

Pure è deserto

 

Pure è deserto fiume.

Sotterrato.

E vola arta a fir de murajone

l’artra fiumara.

Lemme-lemme va fiume acqua-passata

che nun move più ala de giornello.

Tempo fanello.

Lingua che batte er dente der passato.

Schiuma de rabbia fiume

finché slarga le braccia a mare rifiata

se sgabbia.

Gabbiani neri da la valle ar monte.

Panni stesi in un vicolo ‘sti versi

Ner ghetto der dialetto.

 

 

Er cinematofrego

 

Pe millanta e mill’anni

che nun c’ero

ho visto tutto nero.    

Ma un giorno ho visto er giorno

come un firme a colori, uno stravede:

la zinna, la bobbona, er giocarello,

er celo su per aria, la commare

cor culo a contrabbasso, er sole, er mare,

la processione, er santo, le frittelle,

li rigatoni ar sugo, la sediola,

le scampagnate, l’arberi, le stelle,

er lecca lecca, le botte, la scola,

la maestra regazza, er mannolino,

l’ucello, er padreterno, er pane, er vino,

le seghe, le funzione, l’oratorio,

la fregna, orapronobbis, er casino,

la fregna, er paradiso, er purgatorio,

er servì messa, la fregna, er pallone,

la magacirce, la fregna, Platone,

er communismo, la rivoluzzione

der monno, un culo tonno a quer dio bionno,

la voja d’arinasce, la piggione,

la socera, li debbiti, la fre…

Che ber cinematofrego!

La luce in sala, s’apreno le porte.

Aspetti er bibitaro

E arriva quela stronza de la morte.

 

 

L’enumerazione a catalogo che ospita in sé il proprio controsenso in una sfida sanguinosa sul filo della contraddizione permanente è l’emblema di quel nihil in cui sembra consistere la sola certezza dell’ultima fase del poeta, nella quale perfino la metafora è impegnata a divorare se stessa. Siano sufficienti due esempi:

 

Nissun sito

 

Palle parole colorate nummeri

versi sgranati in un parlottoliere  

un rosario de glorie e dde misteri

fatto la sera in un labbroratorio

arzalegria la vela de la mente

uno ppiù una è tutto

un chiodo bbrutto tra la panza e l’anima

una nerbanza da fottese er celo

uno pe uno li bbuci de le stelle,

e aricalanne d’oro  

in un insogno imbriaco

a cercà un aco dentro a un ppajaro

er pelo nell’ovo novo der novunque

sur grugno a l’infinito

un piede qqua, un piede in nessun sito.

 

 

La commare

 

Rivoluzione sesso sessantotto

amori e gguerre a lo sbullì dder sangue

lassamoli sfurià sti ggiovenotti!

Finito er tempo che la carne vale

ppiù nun se bballa quaresimai

e tutti quanti in fila ammaschierati

chi dda ggnente chiartro da nissuno

li vedi bbelli grassi insino a qquanno

la commar de bbattesimo li secca  

a uno a uno.

 

 

Nessuna illusione. Nessuna promessa, quindi nessuna speranza. La visione di questo Marè della sua estrema stagione è virata inesorabilmente al negativo, contro un orizzonte di tragedia. Naturalmente, la lingua ne è investita come da un uragano che sconnette la sintassi, altera le fisionomie verbali, manda al macero l’interpunzione e azzera qualsiasi architettura consolatoria. È un’impresa in solitario, che trova sorda indifferenza quando non ostilità nella muraglia di conformismo eretta a protezione del facile moralismo dialettale di troppi versificatori che non intendono discostarsi dai binari più battuti di un’accreditata tradizione piccoloborghese.

“Il Trilussismo ha successo – scrive Marè in una lucida dichiarazione di poetica posta all’interno di Verso Novunque e causticamente intitolata Un disperato ottimismo – perché molto somiglia alla corrività del vivere oggi. Ad esso si ispira anche il romanesco del cinema che in quel filone di scorrevolezza linguistica trova facile alimento. Fioriscono i circoli, i premi e le altre iniziative pubbliche e private che in vario modo celebrano l’epigonismo trilussiano”.





La statua di Giuseppe Gioachino Belli a Trastevere


E nello stesso testo si legge: “Roma è la città della chiacchiera. Essa si ascolta parlare per rassicurarsi di essere ancora viva. Città logorroica, magni e vaniloquente, esaurisce il linguaggio nella funzione fàtica. Per questo il suo linguaggio è essenzialmente non scritto, ha sonorità di piazza e di navata ed è coessenziato di gestualità. Belli, che è riuscito a elevare il parlato romanesco a dignità di scritto, ha dovuto inventarla la scrittura (la scrittura è mia, egli dice nell’Introduzione ai sonetti). Dopo di lui il diluvio ha scolorito i segni grafici. È rimasta ancora una volta la chiacchiera e la coprolalia di Pasquino malamente riprodotta dal cinema (…) All’imperativo del continuare che è nella natura, la nostra civiltà ha innestato il turbo. Si apprezza dunque tutto ciò che lubrifica l’andare e viene rifiutato ciò che lo inceppa. La civiltà della velocità rifiuta la poesia che scava nella lingua, la scuote dall’interno, ne spezza la sintassi e provoca incidenti che costringono a fermarsi e riflettere sulla condizione umana”. E allora, come egli sa, non c’è scampo: “Il dialetto, lingua eversiva, arma delle classi subalterne, si pone sempre come contestatore della cultura ufficiale. Ma sulla sua naiveté va innestata una cultura almeno pari a quella cui intende contrapporsi. Altrimenti si fa folklore o tutt’al più ecologia. Il dialetto come rivoluzione linguistica permanente abbisogna di una costante consapevolezza” (ivi).

 

In Marè è allora costante – e pour cause – la consapevolezza di operare in uno spazio che egli stesso definisce “ghetto”, non destino linguistico: e rispetto al quale, avvicinandosi il momento delle straordinarie soluzioni delle due ultime raccolte (Verso Novunque e Controcore), e probabilmente il presagio della sua scomparsa, prova sempre più forte la tentazione di produrre delle forzature liberatorie.

 

Mi sia concessa una rievocazione. Ricordo che negli ultimi anni della sua breve vita Mauro mi sottoponeva di tanto in tanto certi suoi testi di poesia in lingua; ed io, con una franchezza che credo mi sia consueta anche con gli amici più cari, gli dicevo che lui era condannato ad essere un poeta “poco italiano”: un poeta, insomma, che nella scrittura in vernacolo aveva raggiunto esiti di grande energia innovativa, mentre nella poesia in italiano i suoi risultati, ancorché di tutto rispetto, anche se mai accademici o corrivi, mi parevano sicuramente più deboli. Erano, i versi italiani di Mauro, sempre governati da una lucida intelligenza, da una cultura ricca ed ambigua com’è appunto la più avvertita cultura del moderno, ma certamente assai meno forti sul piano del linguaggio rispetto a quelli che erano gli esiti del Marè scrittore di versi in romanesco, in quella lingua romana cui poco sopra accennavo, e che era – e resta – il suo più consono e originale strumento creativo, la sua più vera divisa.

Forse anche certe verifiche hanno potuto contribuire al fatto che a un certo punto del suo percorso Mauro abbia sentito la necessità di affrontare il problema, per lui sicuramente grave e drammatico, di provarsi su un altro terreno dopo aver così profondamente arato il terreno della poesia romanesca: misurarsi con la lingua nazionale, partire per un altro viaggio.    

Evidentemente, i primi esercizi di poesia in lingua nazionale sono stati soltanto un esile trampolino per quell’esperienza che va a precipitare nel suo unico romanzo (o meglio, meta romanzo), dal programmatico titolo di Controcielo, che riprende la pronuncia di Controcore, ma in un senso non ironicamente emozionale e invece duramente antagonistico e sarcastico.

Controcielo (che uscirà postumo nel 1994 presso Scheiwiller) è (anche) una sorta di pamphlet ideologico portatore di un messaggio perdutamente materialistico e terrestre: quasi una sfida al cielo consumata e giocata tutta dentro un “ring” in cui si muovono una folla di figurine, di elementi di contorno, di comparse, di gags, di giochi di parole, di nonsenses e di controsensi: un piccolo magma in perpetuo scioglimento e in perpetua ricomposizione che fa parlare Franco Brevini, nella bella prefazione, di una costante di Mauro nei confronti del lapsus, del jeu de mots, dell’ambiguità semantica (con un occhio a Georges Perec, ad esempio): osservazioni esattissime, dal momento che Marè era un uomo culturalmente assai attrezzato, aveva tutte le carte in regola anche sul piano della competenza filosofica, versante quest’ultimo non trascurabile in tutta la sua poesia. In un libro come Silabbe e stelle questa forte ossatura teorica è visibile in modo addirittura plateale, come una sorta di confessione, prima ancora che di dichiarazione di poetica. Qui i versi, per così dire, sono “segati” da considerazioni di tipo filosofico-riflessivo o teorico-letterario con una bella enfasi sperimentale, con sprezzatura intergenere, ben al dilà dei confini della tradizionale raccolta di liriche vernacole.

È questo un lato rilevante del Marè poeta “di pensiero”, come oggi è invalso dire sulla scia della formula pretiana di “pensiero poetante” riferita al sommo Leopardi. E sta a significare con quanta consapevolezza Mauro si misurasse con la scrittura, con la lingua (le lingue), ma anche in generale col mondo, con tutto il complesso delle idee, delle teorie, delle ipotesi, delle acquisizioni che costituiscono appunto ciò che si chiama cultura, ciò che connota una civiltà.

Se Marcello Teodonio ha parlato di una linea “epica” della poesia in romanesco, io direi che Marè è straordinariamente importante perché inaugura una “controepica” che ha al centro una città sfregiata: al tempo stesso la reliquia della Roma di Belli e l’inferno magnetico della Parigi di un Baudelaire profondamente assimilato e attraversato: quindi, la metropoli del disastro, il regno dell’irrimediabile caos: questa l’Urbe senza nome di Mauro Marè.

 

In Controcielo Marè sembra cambiare almeno parzialmente registro: dall’inaddomesticabile espressionismo linguistico che è tanta parte del suo marker espressivo più maturo passa a una sorta di gioco verbale che coniuga la scrittura “cubista” fondata sulla contemporaneità del punto di vista plurimo con certi esiti e suggestioni di tipo neofuturistico, i quali rimettono in pista – quasi sempre con risultati fulminanti, e solo di rado con riuscite più opache o meno sorprendenti – impuntature e lapsus di ascendenza saviniana, indugiano talvolta in contemplazioni “metafisiche” (nel senso, ancora, saviniano o dechirichiano), mescolano il tutto con la leggerezza di un certo teatro satirico e sbarazzino, di un certo cinema “sfrontato” (da Petrolini a Totò a Tofano). Mi viene in mente, tra l’altro, per i momenti in cui questo “irromanzo” totalmente disarticolato si acrobatizza in situazioni, gags, figurazioni, ombre che dell’immobilità fanno la loro forma (e la loro forza), la magica impassibilità ubriaca e dolente di Buster Keaton, divino lèmure del nulla.   





Controcielo è una scrittura che intreccia costantemente (e direi, in modo decisamente accentuato) la riflessione teorica – sulla letteratura – e filosofica – sul mondo – con un gioco linguistico non di rado scatenato. È un fatto che riguarda l’atteggiamento assunto da Marè nei confronti del romanzo tradizionale, “ottocentesco”, o comunque neonaturalistico, che ancor oggi continua a imperversare, da un grado di relativa dignità fino a un (de)grado di infamia preconfezionata: tanto che i cattivi romanzi di successo obbediscono invariabilmente non alla categoria dell’Invenzione, ma a quella della Convenzione.

Quello del poeta romano agisce come un gesto seccamente contrastivo rispetto a questo tipo di linea editorial-commerciale, concretandosi di conseguenza in un’operazione di radicale sperimentazione sul piano delle strutture e su quello del linguaggio. Dopo la Neoavanguardia, egli è uno dei pochissimi autori che non esitano a realizzare una narrazione decostruita, in cui non esistono personaggi a tutto tondo né un briciolo di psicologia applicata, ma solo la gestualità, la dinamica delle maschere intercambiabili: i personaggi sono in realtà delle funzioni, e non hanno un nome ma soltanto un’etichetta (l’oratore, la scrittrice in erba, il famoso scrittore che diventa poi il fumoso scrittore, e così via). Tali figure prendono la parola come in uno show di avanspettacolo, o meglio ancora di parodia del mélo, non per raccontarci le loro vicende o i loro destini, ma esclusivamente le loro mosse, come su una scacchiera – dal momento che in questo non-libro non sono previsti destini ma solo casualità: perché il mondo è governato dal caso.

C’è forse soltanto un punto fermo sul piano filosofico, che Mauro Marè non si stanca di ribadire: quello della possibile alleanza tra gli uomini – e qui riaffiora l’utopia di Leopardi – non però contro la natura, ma contro la Divinità, contro l’obnubilante presenza di Dio: Controcielo, appunto.

È quindi un assalto al cielo quello che il laico Marè tenta dalla sua posizione totalmente ateistica: la salvezza dalle superstizioni, da ogni forma di oscurantismo, di offuscamento della coscienza, sta proprio in un’assunzione di consapevolezza da parte degli uomini, momento che anche il Recanatese auspicava parlando nella Ginestra di “umana compagnia” e di “social catena”: del loro essere positivamente nel mondo, delle loro dimensioni, potenzialità, limiti materialisticamente intesi, alleati contro l’idea stessa della divinità, che distrugge le intelligenze, induce pavori e terrori, fornisce alibi falsi; e soprattutto – insiste Marè – fa male.

È un atteggiamento “blasfemo” che nel libro non ha nulla di paradossale o di scandalistico (eppure Controcielo è un testo tutto costruito sulla scommessa del paradosso): proprio perché evidentemente all’autore quest’idea sta molto a cuore. Da laico assoluto qual è, si rende conto che forse la coscienza della storia, del trovarsi in una specifica e determinata situazione da parte dell’uomo, consiste soprattutto nel legame di tutti contro quello che potremmo chiamare con una metafora avvilente “timor di Dio”: questa invincibile subalternità al sacro che invece di produrre liberazione ottunde le coscienze, le raffrena e le chiude in gabbia.

Controcielo si presenta allora anche come un pamphlet rigorosissimo sul piano filosofico: sul piano anti-teologico direi. Fra tanta simil-letteratura, fra tanta trivial Literatur che tende a restituirci l’esistente così come appare, a non mettere nulla in discussione per indurre al massimo effetti emotivi di privata consolazione, questo libro marcia in assoluta controtendenza; e anche ciò spiega perché abbia trovato così forti difficoltà di pubblicazione. Evidentemente gli attuali non sono più i tempi, a loro modo fortunati per la cultura, in cui – come negli anni Sessanta  del secolo scorso – qualche editore coraggioso o magari soltanto eccentrico, poteva credere nella possibilità di poter imprimere un cambiamento di registro nella nostra pratica intellettuale e nelle nostre istituzioni letterarie, ponendosi in rotta di collisione col mercato. Ormai sembra (ma poi, chi può dirlo) che l’umiliante periplo della messa alla berlina dell’intelligenza sia finalmente compiuto. Questa è l’epoca di Masterpiece e di altre analoghe atrocità subculturali per scimmiette ammaestrate.

 

Quando appare Controcielo siamo ormai in una situazione in cui la Restaurazione Letteraria e Culturale è pressoché totale. Le esili fessure di cui è ancora possibile fruire per lanciare frecce in controtendenza sono sempre più rare e difficoltose. Ecco perciò che questo contro-romanzo si presenta anche come un documento di notevole significato, una testimonianza che sta a mostrare come sia ancora giusto e salutare, oggi e sempre, impegnarsi in operazioni di fiction non gratuita, non appiattite sulle leggi del consumo e del consenso banale: e questo, continuo a credere, senza allinearsi sfiduciatamente alle posizioni di chi ritiene che la ricerca letteraria sia oggi senza futuro, in un mondo preconfezionato, dalle calzature al cibo al pensiero.

Si capisce allora come in Controcielo la lingua non possa ridursi a un puro e semplice décalage né a un calco astuto del linguaggio che Mauro Marè ha sempre adottato in poesia coi risultati che conosciamo, ma debba essere necessariamente qualche altra cosa: uscire da quel tipo di approccio e di strategia non poteva che imporre allo scrittore l’adozione di altri moduli. Ed ecco che a ciò che ho chiamato le risorse del suo neoespressionismo poetico Mauro sostituisce lo scatto paradossale (in qualche misura di specie dada-surrealista con viraggi violentemente, giocosamente attuali) associato alla componente filosofica: operazione che lo rende profondamente interessante, malgrado certe sbavature e certi momenti in cui il de-narratore di lascia prendere dalla frenesia delle sue giostre verbali e gli càpita di strafare. Rari momenti: perché nella sua sostanza il libro è decisamente vivo, divertente e nondimeno amaro.   

Il senso del tragico del poeta di Verso Novunque, di un poeta radicalmente nihilista nei suoi esiti ultimi, senza speranza ormai, pervasi da una musica sorda, potentemente funerea eppure ancora attraversata da bagliori di eros e di proclamato amor vitae, diventa in Controcielo una sorta di intrico, di nodo stretto tra depressione immedicabile e desiderio di opporsi ancora alla stupidità devastante da cui lo scrittore si sente assediato e quasi travolto.





Carlo Emilio Gadda


Esistono poi in questo libro, oltre a quelle sinteticamente e provocatoriamente contenute nel suo stesso titolo, altre decisive ragioni di specie tecnico-espressiva, tipiche del pastiche. Come si sa, tanto grande Novecento letterario italiano ha fatto spesso pratica vivacissima del pastiche. L’esempio forse più clamoroso è Gadda, autore molto apprezzato anche da Marè, tanto da permettere di postulare in lui la presenza di un asse Leopardi-Gadda: e qui il gusto della battuta magari acre, magari a volte brutale, che si coniuga al piacere di fare “capitomboli” o comunque esercizi di bravura, sta a significare come alle spalle dello scrittore romano ci sia la tradizione gaddiana ma anche – come ho già sottolineato – quella del teatro leggero, del circo mentale, per così dire, frequentate con sportiva cancellazione delle gerarchie.

È un libro, Controcielo, che assume procedimenti risolutamente alterni rispetto alle tradizionali modalità del narrare: non c’è un personaggio che connetta il proprio schizofrenico agire (o il suo pensare, perfino) a un plausibile principio di causa-effetto. Il nonsense domina in modo totale; non c’è concatenazione di eventi, ma solo la registrazione obliqua di situazioni tra loro intrecciate in maniere molto sconnesse, anche se perentorie in virtù della forza della lingua: una lingua fantasiosa e irridente, frutto del piacere che Mauro prova – come ogni autentico scrittore – ad immergersi nel magma per riemergerne poi con ritmo costante e non di rado acrobatico. La grande pasta della lingua: questo, alla fine, è il meraviglioso sogno di Mauro Marè: come maneggiarla, come trattarla, come cuocerla. Correndo anche il rischio calcolato, ça va sans dire, di imbattersi nell’incubo.

 

I personaggi, dicevo, sono in Controcielo molto simili a maschere palazzeschiane. C’è a un certo punto di questa narrazione policentrica una sorta di allusione al mito di Sheherazade: una scrittrice “in erba”, presa da foie puramente letterarie, cerca di sottrarsi alle foie carnali del famoso (o “fumoso”) scrittore che tenta senza successo di aggredirla e stuprarla. Tutto si risolve in capitomboli provocati dalla disobbedienza della ragazza che si sottrae all’assalto con una serie di dribbling funambolici e furbeschi, e si salva – dilazionando continuamente la sua, o le sue storie. C’è quindi nel testo una pratica di costante off-side: lo stesso che mette fuori causa il lettore ingenuo, e fa sì che comunque non possa rinunciare ad amare questo libro singolare, naturalmente apprestandosi altre chiavi rispetto a quelle consuete con cui ha finora aperto le serrature, ahimè quanto facili e disponibili, delle narrazioni pigramente rispettose delle convenzioni.

Mauro non aveva la testa di un piccolo borghese. Non poteva quindi averne la penna. La sua era un’intelligenza illuministica capace di illuminare, appunto, anche la sensualità sbarazzina di un libro tutto realizzato oltre le righe, e col quale chi l’ha scritto potrebbe dire – e magari lo dice, nel paradiso della parola poetica dove forse si trova - : par délicatesse j’ai perdu ma vie.

 

                                                                                                                           

 

 




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