LUOGO COMUNE
AUTO-COMPLEANNO
ET ALIA
Ricordando
una parola magica:
Maelström


      
Un nuovo prosimetro per risalire alle proprie ultrasettantenni radici. Barbagli di memoria pescati nella casa contadina in tempo di guerra, quindi il ritorno a Firenze, i primi film, i pettegolezzi su Orson Welles e la Rita Hayworth, i primi dischi prestati dalla ragazzina poi diventata la donna della vita. Anche una rievocazione di Maria De Lorenzo, una poetessa / non-poetessa dell’anima che attingeva la vena gnomica da Ungaretti e quella lirica da Leopardi. In extremis un omaggio a Claudio Abbado testè scomparso, rammentando il tempo di una Milano oggi impensabile.
      



      

di Marzio Pieri





IN CODA DI GLIòMMERO

 

 

                                                                                                          in cauda  cuiusdam

 

 

Diciannove gennaio,

rinasco stanotte

per la volta settantaquattresima.

Nulla ritrovo di quei primi giorni

mentre accadevano cose, nel mondo.

Nomi, voci, d’un tratto:

Montelupo Petrazzi Certaldo Castelfiorentino.

Le cose del mondo

avevano indotto mio padre a farci sfollare

in poche stanze d’una villetta in campagna,

sotto, le stalle di vacche e di porci,

e la casa dei contadini come in un film

di Bertolucci.

Mario, Mario! (ricordo mia madre che urlava

chiamando, che venisse un contadino

ad aiutarla né potevo allora citare la Tosca)

mentre il cielo splendeva di bengala.

Quei miei primi ricordi sono confusi,

quella notte mio padre era con noi?

lo vedo la mattina mentre sale il viottolo

dalla villa al rifugio di fango,

ne vedo solo la figura allegra,

ma non il volto, come in certe immagini memoriali

dei film che si è mangiati il tempo.

Portava delle uova freschissime

(oggi non saprei più berle, come allora,

con tutta la chiara voluttuosa),

sulla destra si spandeva un gran campo di baccelli.

Quando mio padre veniva, da Firenze,

pedalando,

mi turbavano a fondo le parole di mia madre,

che allora aveva ventidue anni

e aspettava il terzo figliuolo:

“sarà ora arrivato a Montelupo...”

- (ma perché passare proprio dalla terra dei lupi?

mi chiedevo, con le mie prime angoscie,

preparatorie d’una vita d’ansia).

Amore (erano belli) e ideologia:

- donne francesi, donne

italiane donate i vostri figli

alla gran Madre.

Ma non potevo allora citare l’Andrea Chénier,

l’opera prediletta da mio padre

(ma queste sono memorie di dieci, dodici anni

dopo).

Mentre mia madre attendeva il terzo dei figliuoli

ho presente come oggi la sua caduta:

colpa di un mio capriccio, non volevo rientrare in casa

mentre i maiali (o i buoi?) uscivano dalla stalla

ed era il contadino, ora, che urlava minaccioso.

Il pancione e il terrore la tirarono a terra.

Questo basta a spiegare perché

non ho più amato villule e villani?

Venne il Natale e la prima capannuccia

(così si chiamava il presepio) con belle statuine di gesso

portate da mio padre.

Altre foto: la sorellina beccata dal gallo

salvo l’occhio per miracolo...

i ragazzi padroni della villa

che giocano al tennis nel giardinetto,

interrompendosi per guardare dalle inferriate

le truppe dei tedeschi che sfilarono un giorno intero

(estate mille novecento quarantatrè)

già col passo della disfatta.

Si entrava nell’anello di sangue, invece.

Mah... del ritorno a Firenze

mi resta negli occhi l’addio, davvero cinematografico

a una ragazzona che aveva aiutato mia madre in quei mesi

e si era fatta amare da noi... non son mai riuscito a capire

come quell’addio si confondesse,

in me, remotamente,

con altro ritorno sonoro, musicale

(o poetico? le due ragioni in me si sarebbero confuse per tutta la mia vita)

“Solo me ne vo per la città...”

Il motivo era un furto ben celato

dall’Amburghese Brahms, questo di certo non potevo saperlo;

Brahms... doveva essere l’ultimo anno di liceo

quando ne ascoltai una sinfonia diretta da carlo

mariagiulini nel salone dei Cinquecento...

un anno dopo (due?) ero già fidanzato,

preparavo gli esami, quella ostile busecchia!,

ascoltando con una puntina forse scheggiata

un disco di quartetti prestatomi dalla ragazzina,

musicalmente più colta di me.

Oggi i dischi franano in questa casa

e la ragazza è diventata vecchia con me

e non li sopporta più.

Allora cantava con me, in una casa

che mai le piacque (io ancora la rimpiango)

perché mi piacque e la presi in affitto

senza averla consultata. Mi sentivo talmente lei.

Cantavamo la Luisa Miller, opera rara allora

appena vista al Maggio fiorentino.

I vicini di casa si lagnarono, mandarono l’amministratore

dello stabile a dire che si teneva

la tv troppo alta. La tv... c’era in casa solo una radiolina

a pile, per questo avemmo qualche rara

e sviante notizia dell’alluvione;

la melma era salita

al secondo piano dell’edificio e la radio

rassicurava: ‘a Firenze c’è un poco d’acqua alta...’

Il mondo per noi, ora, è come una facciata di casa

vista di notte dall’esterno, mentre

uno via l’altro si vanno spegnendo

gli occhi delle finestre, appena prima luminose tutte.

Diciannove gennaio...

se domani ci fosse la neve la manderei a farsi servire,

ma solo per darmi un contegno.

Duemila e quattordici, digià... coi miei fratelli

(si arrivò al considerevole numero di cinque

in una Italia che dalla guerra perduta in poi

conosceva un declino delle nascite)

ci si domandava tante volte: arriveremo mai

al Duemila? Lo vedevamo forse

con gli occhi di Kurt Corrado Caesar,

quello che disegnava sul Vittorioso

le macchine, le turbine, le fantastiche

stazioni di allunaggi imprevedibili.

Ero di quei ragazzi, rari allora,

che mai desiderarono il dono di un meccano: né mi lasciai conquistare da Verne.

Pure una befana puntualmente liberale

(una delle ultime) mi aveva lasciato

accanto alla calza

una mirabile traduzione di ventimila leghe sotto i mari

(integrale e con belle illustrazioni a piena pagina)

me ne rimase una parola magica:

MAELSTRöM.

Non cercai cosa fosse,

suonava bene come Polifemo

o come Rosebud. Furono presto gli anni

in cui Orson Welles occupava la bassa cronaca rosa

solo come marito di Gilda l’Atomica.

Riesco ormai a sintonizzarmi soltanto con le perdite.

Son come i pesci in mare, le cose perdute.

Hanno forme incredibili eppur riconoscibili.

Per qualche tempo, dei morti, ritrovo in me la voce.

Sbaglia chi disse: “muto come un pesce”.

Mi manca (fra altri, non molti) Maria De Lorenzo,

non era una poetessa per questo forse

ha lasciato quattro o cinque smilzi libretti

di vera poesia. Per lei testimoniarono

Angelo Ripellino, Dario Puccini

Franco Ferrucci e gli acquarelli di Nino Tricarico

e altri minori. La vedo ricordata,

di recente, come poetessa dell’anima.

Sì, l’anima della palla, come diceva Jacovitti.

Come Jacovitti, Maria ci lascia un poema del corpo.

Certo, la vena gnomica saliva a lei da Ungaretti

ascoltato dal vivo, negli anni

romani, e anche da Leopardi

la vena (controllata e rara) lirica

io credo che pescasse nei libri di poesia degli anni 50

in quelli della crisi necessaria e anche ingiusta

dell’ermetismo col suo squillo alto

per attutire i colori scarcerare metafore

preferirle se d’uso non sforare dal paesaggio

gessoso e come postumo

allineare versi non troppo nobili

con quei calzoni sempre troppo lunghi

quelle gonnelle delle segnorine

sempre sopra il ginocchio

la minestra della domenica l’aria pestilenziale

dei pomeriggi di festa

fatti lieti da nuvole di fumo le ‘nazionali’

salvifiche... smorzavano gli afrori

di sudore di piscio di gassosa a fiumi

Una cosa è sicura: era ora rotto

il patto antico (‘il Piave

rimormorava...’) fra verità e metafisica

dunque lasciamo l’anima

che vada ignuda, certo la fermeranno

sulla porta del convegno sull’anima

come uno stravinsky, a venezia, senza cravatta,

‘dentro’

eseguendosi le sue musiche

Ecco

come maria mi manca

poesia ce n’è molta, anche più bella

della sua, di certo, ma bellezza e menzogna

sembrano insieme il cieco e la bellona

e d’altro io sento il vuoto

come una bella carta da parati

sono inutili i versi quando non serbano

la corda della voce

le raucedini il pensiero di chi ne fu aiutato

di chi mise d’accordo (ma talora in discordia)

nella propria saliva

nel rintocco

d’un battente che par persona viva,

il punto e la magìa, non metaforica,

la mano stregonesca

delle mammane

d’Affrica il sentimento d’essere una crosta

di natura un tufo un fungo

una radice smossa dai meandri

d’un corpo che non cede





Maria De Lorenzo


***

 

Abbado dies. Le televisioni italiane ne danno scarsa notizia. Per ora? Ma tanto. Mi segnala mio figlio che su siti inglesi, ad esempio, già si leggono rispettosi e ragionati obituaries. Si sapeva che stava morendo e del resto il partito degli Abbadiani si era sciolto da tempo. Che te ne fai di un capo moribondo? Magari son passati al catastrofico Dudamel. Musica e pedagogia, Beethoven con lo spirito della Rumba. L’avesse previsto Hegel, per non dir Zarathustra. Sui miei trentanni tenni a lungo un titolo sulla macchina da scrivere: L’Avarizia di Abbado. A mente di una osservazione di un critico radiofonico d’allora, nelle viscere Karajaniano: ‘nonostante certa avarizia di Abbado...’ Voleva dire pudore. Gli permise di far stare assieme Rossini e Strawinsky, la tradizione critica e certe riscoperte verdiane. La fase di lui che mi resta più cara è quella di una Milano oggi impensabile: Strehler, Paolo Grassi, Maurizio Pollini. Il pudore d’Abbado era insidiato da una tendenza alla più elevata routine. Lanciato di colpo a sedere sul trono già stato del mondano e genialissimo Karajan, sotto i cieli di Berlino Abbado realizzò una non più vista, né sempre vittoriosa, alleanza di progetto fra un suo sempre onestissimo novecentismo, non sempre al tutto capace di sbrigliarsi dal manuale, e lo sfarzo immobile dei Berliner. Non mi convinse mai il suo Mahler, del resto cristallino come la roccia dell’alpe. Mahler non va molto avanti senza un che di sgualcito e di sporco. Ma Claudio aveva in mira un ascolto ‘dopo’, suonava il Novecento e le sue riscoperte (Mozart, il Verdi meno noto, un Brahms del tutto alogico ed asentimentale, perfino il più bello dei Lohengrin da me mai ascoltati) come cosa essa stessa postuma. Mi richiama le stanze brillanti ed anatomiche di Delvaux. In realtà, non smise mai di cercarsi, di purificarsi, pur senza menarne vanto per le piazze. L’avarizia non era lercia, la timidezza non disarmata. L’ultimo disco suo destinato a restare importante resta una novità, per lui: la seconda sinfonia di Schumann. Mai apparsa così chiara nella sua quasi magica evidenza.

 

 




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