LUOGO COMUNE
ERNESTINA PELLEGRINI
Scrittura
e thanatos: sei modi
di morire
sulla pagina


      
“Il grande sonno. Immagini della morte in Verga, De Roberto, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Bufalino” pubblicato da Florence Art Edizioni è l’ultimo, assai interessante libro della studiosa, docente di Letterature comparate presso l’Università di Firenze. Una ricca indagine critica su forme e sistemi letterari diversi di rappresentazione della fine e di esorcismo narrativo del lutto, declinati in altrettanti capitoli a carattere monografico su una rosa di romanzieri tutti siciliani. Il volume si completa con un correlato percorso fotografico di Cecilia Tosques.
      



      

di Francesco Vasarri

 

 

Progettato negli anni Ottanta e anticipato da parziali pubblicazioni di singoli scritti, nel 2013 ha finalmente visto la luce Il grande sonno[1], lavoro composito e coerente col quale la comparatista Ernestina Pellegrini ha proseguito la propria ricerca del materiale tanatologico negli anfratti (ricchissimi) della letteratura europea otto e novecentesca, iniziata con la pubblicazione, nel 1996, del volume Necropoli immaginarie[2]. Laddove quelle Necropoli erano abitate dagli spettri illustri del naturalismo francese e del grande romanzo dell’Ottocento russo, il libro recentemente edito si occupa di censire, con completezza e dinamica sensibilità ermeneutica, i modi e i tempi della morte e del morire in una narrativa ben più delimitata geograficamente, ampiamente sconfinante in territorio novecentesco e non meno cruciale per la centralità e l’interesse degli autori trattati sullo scacchiere della letteratura nazionale. Nasce così questa raccolta di Immagini della morte in Verga, De Roberto, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Bufalino, che all’immagine convenzionale di un’assolata trinacria felix oppone sei diversi sistemi letterari di rappresentazione della morte ed esorcismo narrativo del lutto, declinati in altrettanti capitoli-studi a carattere monografico[3].





A fare da chiave di volta tra dimensione europea e regionale, sensibilità ottocentesca e inquietudine da secolo breve è la figura di Giovanni Verga, che giganteggia in un capitolo, La morte dei vinti, ampio quasi quanto gli altri cinque nel complesso e assai lucido nell’illustrare, sulla scorta degli Essais sur l’histoire de la mort en occident du Moyen Age à nos jours di Philippe Ariès, il percorso compiuto dallo scrittore catanese (e, parallelamente, dalla società e cultura occidentale) in termini di considerazione, simbolizzazione e percezione collettiva della morte. In un serrato campionario di occorrenze funebri, la studiosa traccia una linea di svolgimento che tocca ogni punto del morire in Verga, dall’abbandono degli stilemi eroico-erotici del paradigma romantico nei primi romanzi di ambientazione “mondana”, alle morti pudiche, pulite e socialmente mitigate («addomesticate», seguendo Ariès) di Vita dei campi e de I Malavoglia, fino ad approdare, con le Novelle rusticane, Per le vie e Mastro don Gesualdo, a un ritorno dell’arièsiana «morte selvaggia», collettivamente indecifrabile, reificante, durativa e seriale nella propria insignificanza. Su questa base, in sé persuasiva e funzionale nell’attribuire al Verga sub specie mortis una posizione strategica di transizione dal sentire ottocentesco verso una concezione necessaria e reiterativa della morte compiutamente moderna, Pellegrini non manca poi di innestare una serie proficua di approfondimenti specifici e digressioni collaterali (la carica antropomorfica dell’agonia animale in Storia di una capinera, Jeli il pastore e Rosso Malpelo[4], gli specimina di morte preannunciata nella prima fase verista, la distinzione archetipale, su suggestione bachelardiana, delle fini di Padron ’Ntoni e della Longa ne I Malavoglia, la soggettiva perdita del possesso della realtà nell’agonia fisiologicamente sporca di Mastro don Gesualdo).

Con Il funerale della principessa Uzeda di Francalanza ci si trova invece di fronte a un’ampia citazione commentata da I viceré di Federico De Roberto, che inquadra sotto l’appropriata sigla di «neobarocchismo» la spettacolarizzazione estremizzata e ridicolmente grottesca delle esequie di Donna Teresa, radicata tanto nell’evocazione di inarrestabili sperequazioni economiche quanto nella riflessione su un curioso amalgama di tendenze istrioniche e arcaicamente rituali, punteggiato dalla sclerosi linguistica degli epitaffi di Don Cono Canalà. A questo parodico scorcio di dolore encomiastico e ingiustizia sociale segue un breve excursus del grandguignol nel romanzo derobertiano, tra malattie, operazioni chirurgiche, sangue a barili, fantasmi del contagio, fino al celebre episodio del feto deforme sotto formalina: un piccolo circo degli orrori di cui si rileva la portata di amaro pessimismo socio-politico (con explicit a sorpresa su un curioso caso documentato di “anticipazione” sveviana).





Di Luigi Pirandello è messa in chiara luce la qualità polimorfa e ampia del morire letterario. Prendendo le mosse da un nucleo di novelle di argomento macabro, con toccate e fughe nella narrativa e nella drammaturgia, il saggio “E la morte, questo niente della vita com’era” campiona le più diverse tipologie di una dipartita che è conseguenza diretta dell’impossibilità del vivere e quindi disvelamento di percezioni interiori e ulteriori. Dall’anima defunta che non scompare a se stessa in Di sera, un geranio e dai revenants de I pensionati della memoria, passando attraverso i motivi più ripugnanti della decomposizione e della morte personificata e tocchi più leggeri, come la quasi transustanziazione di Amina in Piume, si arriverà fino alla morte buffa, straniata dalla follia intrinseca dei personaggi o dall’assurdità dei contesti narrativi; il tutto per distinguere criticamente spazi fisici e spazi mentali nei decessi pirandelliani, seguendo una spirale di posizioni e movimenti anche antitetici: verso la percezione di una morte che è insopportabile nella misura in cui si rivela prosecuzione di una vita di per sé inautentica e tragica.

C’è poi il «materialismo sensualissimo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in un saggio affascinante, Corteggiare la morte, in cui campeggia la figura del principe Fabrizio Salina, impegnato in una dialettica continua con la fine tra osservazione del detrito fisico e astrazione raziocinante. Nel panorama immobile del Gattopardo, Pellegrini fonda un’antinomia tra l’esplicito negativo della morte organica e l’implicito – positivo, corteggiato, appunto – della scomparsa individuale sentita come sottrazione salvifica dell’identità rispetto alle forze sovrane dell’incertezza e del cambiamento, in un nulla inappellabile che è anche suprema esaltazione di coscienza. La morte nel principe Salina, proprio perché sapientemente ancorata a un sistema di riferimento tradizionalmente convalidato, è allineata dalla studiosa tra quelle ancora “addomesticabili”, passibili di esercizio in vita attraverso un otium contemplativo che allontani nettamente la dimensione inaccettabile della decomposizione del proprio cadavere.

Etica e sociologia della morte tornano a farsi centrali nello studio dedicato a Leonardo Sciascia, La morte come pena. Prendendo le mosse da Il cavaliere e la morte, con le sue visioni di cancro dilagante e divorante, l’autrice rintraccia il filo che collega il finire della vita con le strutture di potere che tale «espropriazione» infliggono, in un rapporto metaforico-dialettico tinto di ambiguità attributive. Si allineano così due modi del morire nel destrutturato universo poliziesco di Sciascia: passivamente e «da fuori», nel segno del castigo, o «dentro», tra ultima coscienza e auto-determinismo biologico. A seguire, il tema della scrittura come fulcro di verità estrema, riconnessa al senso ultimativo di un atto che non prosegue oltre se stesso (tra A ciascuno il suo, Il Giorno della civetta, Il contesto), latore di morte e vidimatore della responsabilità individuale.

In chiusura, le pagine su Gesualdo Bufalino, raccolte sotto il titolo di Il teatro come morte. Miscelando quid analitico e ricordi personali dello scrittore, tra lettere e conversazioni, lo studio è il documento di una «precoce educazione sentimentale alla morte», che si snoda dai punti primi di Diceria dell’untore e L’amaro miele, colmi di decadente seduzione, fino all’approccio ironico, beffardo e surreale che caratterizzerà la rappresentazione della morte nelle opere successive, soffermandosi anche sull’attenzione per il carattere antropologico-rituale delle cerimonie funebri e dell’elaborazione della perdita (La luce e il lutto): una serie di atteggiamenti che denunciano e contrastano il contemporaneo «tabù» del morire, tentando di fissare, proprio nel gioco tra realtà e letteratura, l’intercapedine che permetta di giungere a una considerazione più solidale e pacificata col concetto-limite della propria fine.





A introdurre e ritmare l’intera lettura del libro, un disegno “infantile” e nove fotografie di Cecilia Tosques, figlia della studiosa e artista visuale: il suo percorso iconografico, indipendente da quello saggistico ma ad esso giustapponibile per attitudine e sensibilità, si muove tra piante colte nella loro caducità e lapidaria simmetria, elementi naturali in misterioso sommovimento, monumenti funerari di maniera ed edifici abbandonati all’incuria dopo una vita fastosa. Spiccano la bellissima Rocce, che introduce al saggio bufaliniano con un landscape in un cui sembrano mimetizzarsi le forme corrose di un volto e il fascino di Le terme del Corallo, architettura orlandianamente desueta in disfacimento dietro la griglia di un cancello arrugginito. In apertura di volume compaiono infine due Dame in nero e in rosso, disegnate da una Tosques bambina reduce del Pere Lachaise[5] e precocemente in chiave coi cromatismi del sangue e della morte. Queste figurette abbozzate, «bizzarramente eloquenti» e vezzosamente agghindate nel loro essere, in reciprocità transitiva, madri e figlie funeree, stanno sulle soglie del testo come potrebbero, in altri tempi e luoghi, due cariatidi minime apotropaiche: segno puerile ma limpido di una controversa indicibilità degli affetti che, al pari del lavorio letterario e artistico, pone scudo contro l’idea della scomparsa e insieme se ne fa delicatamente gioco, assumendola sopra di sé con la leggerezza di un ritratto.

Complessivamente, questo Grande sonno di Ernestina Pellegrini offre stimoli e soluzioni di ricerca tanto allo specialista (verghiano in primis) che al lettore più occasionale, il quale troverà indirizzi di lettura e approfondimento resi assai agibili da una scrittura elegante e piacevolmente fruibile; l’indirizzo tematologico si rivela efficace sia nella costituzione del proprio oggetto di discorso, pregnante, che nel servizio esegetico reso all’opera dei singoli autori, arricchiti da prospettive inedite. L’investigazione[6] dell’argomento funebre si è posta qui sulla scorta di quella «soporatam et medicatis frugibus offam» da gettare al Cerbero di virgiliana memoria, con l’augurio che l’analisi letteraria non resti chiusa in se stessa ma trovi modo di offrirsi nuovamente alla società civile in un tentativo mai liquidato di “addomesticamento” dei nodi oscuri del vivere. E c’è, nonostante il lutto, di che rallegrarsene.

 

 

 



[1] Ernestina Pellegrini, Il grande sonno. Immagini della morte in Verga, De Roberto, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Bufalino, con un percorso fotografico di Cecilia Tosques, Firenze, Florence Art Edizioni, 2013, 218 pp. Per i luoghi di prima pubblicazione dei singoli capitoli si veda la Nota al testo, a p. 8 dell’opera appena citata.

[2] Ernestina Pellegrini, Necropoli immaginarie. Rappresentazioni della morte in Balzac, Flaubert, Zola, Dickens, Dostoevskij e Tolstoj, Firenze, Le Lettere, 1996, 275 pp.

[3] Nel rispetto della struttura dell’opera, la presente recensione ne segue l’andamento naturale, soffermandosi singolarmente sulla trattazione dei vari autori, salvo poi riunire qualcosa, in extremis.

[4] Da confrontare con un altro lavoro di Pellegrini, Bestie imperfette, il cui paragrafo Morte animale (non casualmente aperto su Jeli il pastore e Rosso Malpelo) costituisce un approfondimento interessante su altre morti animali nella letteratura otto-novecentesca: in Enza Biagini e Anna Nozzoli (a cura di), Bestiari del Novecento, Roma, Bulzoni, 2001, pp. 75-100 (pp. 88-95). Richiami significativi a questo motivo compaiono inoltre in altri luoghi de Il grande sonno, relativamente a Pirandello e Tomasi di Lampedusa.

[5] Per la curiosa aneddotica del disegno e dell’occasione in cui fu realizzato, cui si fa qui riferimento in sottrazione, si veda la Prefazione, sempre di Pellegrini, al volume: pp. 5-8.

[6] Non sarà sfuggito, nel titolo, il riferimento al romanzo di Raymond Chandler.




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Luogo Comune

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006