LUOGO COMUNE
AFFONDI CRITICI
Rivalutare la poesia di Piero Bigongiari


      
Una riflessione sull’opera del poeta toscano morto nel 1997 a ottantatre anni. Messa nel mucchio dell’eterogeneo gruppone degli autori dell’ermetismo, la sua figura attende ancora di essere riconosciuta, fuori d’ogni etichettatura, come la più moderna dei poeti della cosiddetta ‘Terza generazione’. I suoi irrequieti, lirici versi, dentro gli intrichi dell’inconscio aspirano ad accrescere metamorficamente il reale.
      



      

di Stefano Lanuzza

 

 

                            Giuseppe Ungaretti                                    Piero Bigongiari

 

 

In principio c’è l’obliabile saggio La poesia ermetica (1936), quasi un preventivo anatema per stigmatizzare la nuova poesia italiana tacciata di essere oscura, improbabile, difficile, soprattutto inintelligibile: insomma, “ermetica”. Ne è autore Francesco Flora, critico di formazione crociana, tra i pochi docenti universitari che, all’epoca, per non prendere la tessera del Partito fascista, rifiuta la cattedra e uno scranno all’Accademia d’Italia accogliente nella “Classe delle lettere”, tra non pochi altri, Marinetti, D’Annunzio, Bontempelli, Panzini, Ojetti, Papini, Pirandello.

 

Contraddice Flora il rinomato scritto di Carlo Bo che nell’ottobre 1938, introducendo sulla rivista “Il Frontespizio” il tema della “letteratura come vita”, delinea o suggerisce una sorta di ‘manifesto’ dell’ermetismo… ‘cattolico’, corrente dove poi accade che vengano adottati, sovrapposti, messi nello stesso sacco, alla rinfusa anzichenò e con inopinate forzature, poeti quanto mai eterogenei, sopravvalutati o sottovalutati, e tra loro sovente antitetici: danteschi e petrarcheschi, laici e mistici, laconici e facondi, mitografi e razionalisti, realisti e magici, ecumenici e solipsisti… Campana, Onofri, Rebora, Sbarbaro, Ungaretti, Quasimodo, Gatto, Sinisgalli, Solmi, Betocchi, De Libero, Montale, Calogero, Fallacara, Luzi, Bigongiari, Parronchi; ma pure Saba, Sereni e Caproni, Vigolo, Carrieri e Bertolucci, Penna e persino Fortini, fino a Zanzotto…: ‘todos caballeros’, tutti ermetici e perciò nessun ermetico nel vaticinato empireo dell’ermetismo?

Allora, poiché pare che una qualità dei bravi critici sia quella di saper inventare, nominare, far consistere ed esistere finanche l’inesistente, magari risulterebbe che, nell’effettuale realtà, una definita poetica e una dottrina dell’ermetismo non siano mai esistite.  

 

È proprio sicuro quanto affermato da Pier Vincenzo Mengaldo (Il linguaggio della poesia ermetica, in Aa. Vv., Dai solariani agli ermetici. Studi sulla letteratura italiana degli anni venti e trenta, 1989), secondo cui Gianfranco Contini sarebbe “solidamente legato agli ermetici”? Ché, in area fiorentina, per esempio Piero Bigongiari, al pari di Parronchi, è come poeta trascurato da Contini che il 12 settembre 1937, sul “Meridiano di Roma”, ne loda la tesi L’elaborazione della critica leopardiana (1937), persuaso dall’approccio filologico perseguito dal giovane laureato.

Mentre il talora ‘dispettoso’ Contini (maestro di ecdotica e risolutivo critico militante. ‘Gadda, Pizzuto? C’est moi!’ – potrebbe rivendicare), fenomenologizzando – si noti – le parole ‘ermetismo’ (fra virgolette) e cosiddetto (ma detto con sufficienza?), attribuisce a Betocchi un “‘ermetismo’ affabile e cristiano” o dichiara Luzi “la voce più importante […] del cosiddetto ‘ermetismo’ in senso stretto” (in Schedario di scrittori italiani moderni e contemporanei, 1978), Bigongiari attende ancora di essere riconosciuto, fuori d’ogni etichettatura, come il più moderno dei poeti della Terza generazione. Uno che, a differenza di tanti suoi colleghi finiti nel dimenticatoio, si fa leggere con sempre rinnovato interesse; ed è in qualche caso combinabile col coetaneo Vittorio Bodini, poeta salentino caro all’ispanista Oreste Macrì convinto mentore dell’ermetismo e autore della sodale esegesi L’enigma della poesia di Piero Bigongiari (1988).

“Un monaco rissoso vola tra gli alberi” scrive Bodini in La luna dei Borboni (1952), dedicando a quel San Giuseppe da Copertino una poesia dall’unico verso per un ascetico quadretto che sembra citare Chagall (lo stesso santo è trattato nella sceneggiatura A boccaperta, 1976, dal panbarocco Carmelo Bene, l’attore nato a Campi Salentina).

“E le strade leggere dei morti / percorse da viventi leggeri come morti / a un tratto s’animano […]” trasfigura Bigongiari nel coevo, sontuoso Rogo (1952).





Bruno Varacalli, Sommità, 2006


Ora, storicizzati in nome della marca ermetica: la sillabata essenzialità minimalista di Ungaretti; gli archetipi mitici d’un Quasimodo, anche per il suo impegno civile degno nel 1959 del Nobel (riconoscimento stigmatizzato, in quei giorni, dagli stanziali dioscuri, dios kuroi, del glorioso Vieusseux, lividamente avversi – s’immagini il perché – a onorare presso il fiorentino Gabinetto il siculo ‘ladro di Premi Nobel’); l’esistenzialismo negativo quanto decoroso di Caproni e di Montale Nobel predestinato (1975); la domesticità un po’ querula di Saba; l’etica trascendentale, ‘a priori’ o kantiana, di Luzi che non s’esime dal secolarizzarsi dichiarandosi “fedele alla vita” (mentre, più che mai attuale, echeggia il suo umbratile “Muore ignominiosamente la republica”, in Al fuoco della controversia, 1978), un poeta ‘totale’ come Bigongiari sarebbe forse da consegnare a pedissequi moduli ermetici infine tralignati in entropie arcadiche? E perché mai se la sua poesia è in fondo, fin dagli esordi, quella d’un preclaro, irrequieto e febbrile artigiano consapevole della propria lirica virtù dedicata all’indicibile da nominare, diligente sperimentatore di mobilità informali e a proprio agio negli intrichi dell’inconscio? Uno, Bigongiari, che nei moti ora sospesi ora espansi delle sue strofe anela ad accrescere metamorficamente il reale (“cosa v’è che non sia un’altra”, in Moses, 1979) adottando lo ‘sguardo’ della narrazione visionaria segnalata in sillogi fra loro coerenti, a formare una sorta di unico e compatto poema, quali La figlia di Babilonia (1942), Il corvo bianco (1955), Le mura di Pistoia (1958), Autoritratto poetico (1985), Diario americano (1986).

 

Viaggia, sosta, racconta e compita visioni polidimensionali rifuse in uno stile denso e strenuo il bardo nonché saggista e studioso en poète d’arte figurativa: “Un cielo di memoria ha lacrimato / sulla piena baldoria, ora è mancato / un attimo, e per quello sei entrato / trionfatore assente del passato”; narrazione di un’assenza amorosa e dell’orfica solitudine, intrepido debutto d’un sognante destino – “[…] andrai / per sempre, o sognante, col tuo passo” (in La figlia di Babilonia, 1942).

“Separava – o univa – cielo e mare / il segno che tracciava la sua riga / attenta […]” (in Antimateria, 1972): misurata, ipnotica riduzione dello spazio entro una miniatura musiva.

 “Era forse la vita, la scalfiva / la mano blanda che la misurava, / era rimasta l’ultima creatura, / col turbante di pelo, laminata / dalla luna, a guardare sfigurata / dal muretto la luce moritura… (in Autoritratto poetico, 1985): la vita insidiata da un “forse”, e da stanare, carezzare, blandire, scalfire, scavare. Così, “Col dito in terra scavi l’amore rappreso, / scrivi del malinteso quanto non si può intendere, / allontani la morte dall’arreso, l’arreso dalla morte”: scrivendo “tra un luccicare di tracce di lumaca / […] da un evento impossibile e reale, / impossibile perché reale” (in Col dito in terra, 1986).

  

E ancora, in Diario americano (1987): “Ho vissuto una favola, o l’ho / narrata nel suo oscuro specularsi?”; dove l’“oscuro” del verso si trasfigura e ‘schiarisce’ regolando una tensione che, come nella migliore poesia bigongiariana, trasvaluta il principio di realtà rendendosi, per la sua autonomia o assolutezza, non riducibile a mera parafrasi.




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