LE VIE DEL RACCONTO
DANIELE COMBERIATI
 

 

Etienne, Tangér y yo

 

«Una mosca gigantesca entra in un bar. Fa un rumore assurdo, mostruoso, ma nessuno sembra vederla o sentirla. È goffa, impacciata. Si sposta, fa cadere bicchieri e piccole bottiglie di birra, urta le persone che stanno chiacchierando e fumando al bancone, rischia persino di bruciarsi con una sigaretta accesa. Ma nessuno se ne accorge. Gli avventori continuano a bere, fumare e parlare come se niente fosse, come se una mosca gigantesca non fosse entrata nel bar. La mosca però non terrorizza. È mostruosa ma non fa paura. E non terrorizza. Piuttosto, è terrorizzata. Lo spettatore potrebbe pensare: se fa quel rumore incredibile, se si muove con tutta quella difficoltà, quanto sarà nefasto il suo odore. Allora è una mosca puzzolente, gigantesca e rumorosissima ad essere entrata nel bar. Inizia a muoversi all’impazzata, come se si trovasse di fronte ad una finestra e non riuscisse ad uscire. Poi all’improvviso si piega per terra, in un movimento agile o comunque impensabile per la sua mole. Si piega per terra e lecca. Lecca il miele che fuoriesce dalle persone che parlano, bevono e fumano. Loro non sanno che lei è lì, non possono vederla. E può sembrare veramente triste, questa mosca, questo insetto sozzo che nessuno vuole vedere, che è costretto a leccare il miele degli altri, che sembra quasi strisciare, sdraiarsi sul pavimento sporco venendo quasi calpestato per succhiarne le ultime gocce. Può sembrare veramente triste questa mosca, pensa lo spettatore. Ma poi capisce che la mosca non è triste, che non sono gli altri a non vederla, è lei a non farsi vedere. È la sua capacità: rendersi invisibile a dispetto del rumore, della mole, della puzza. E di un corpo che non riesce veramente a domare. Ora sembra quasi quieta. E si capisce un’altra cosa: non è triste, la mosca, perché lecca il miele degli altri, non si sente sola. Anzi, è felice perché può mangiare tutto il miele che vuole, sempre, basta che le persone continuino a bere, parlare e fumare nel bar. La telecamera la inquadra da vicino, in primo piano, quando ha finito di mangiare. Guarda la telecamera e sorride. E ora sì che fa paura».

 

El Mehdi mi aveva raccontato la storia con fierezza, indugiando sugli elementi sordidi. È molto beat generation, mi era scappato, ma non sapevo se fosse un complimento, né avevo capito se lo avesse preso lui, per un complimento. Comunque non bastava certo la mia reticenza a farlo smettere di parlare. Era la sceneggiatura per l’esame del terzo anno, all’università di Fez. Storia del cinema europeo: la nouvelle vague, il neorealismo, Pasolini. E poi il free cinema inglese, il nuovo cinema tedesco. Il cinema africano. Il cinema egiziano. Il cinema marocchino. Il cinema novo brasiliano.

Mi chiedevo dove trovasse lo spazio per ricordarsi così tanti film e al tempo stesso ripensavo a quando li studiavo io, all’università. Li ricordavo davvero? Oppure mi capitava come con i libri, che con il tempo la trama si dissolveva e rimanevano personaggi solitari, città isolate, eventi slegati gli uni dagli altri. Così il contadino di Volponi che voleva inventare la macchina mondiale, o Paolo il caldo di Brancati, rimasto a ragionare da anni con l’uccello in una città siciliana di cui ho perso il nome. Come si chiamavano i ragazzi di Pasolini? Ricordo solo Riccetto che vaga per le strade di Roma, e un signore anziano, che mi sembrava un po’ squallido, che Bassani faceva camminare per le strade di Ferrara.

El Mehdi invece sembra ricordarsi tutto. Film, regista, attori, anno, paese di produzione. È una specie di banchetto dove si possono comprare tutti i dvd classici. Solo che lui non li fa vedere, li racconta. Potrebbe mettersi in affari con il proprietario del banchetto reale, che esiste davvero a Tangeri. Un magazzino stretto e un tappeto pieno di dvd per la strada. Pacchetti di Godard, Fellini, Lynch, Von Trier e Tarantino. Novità, drammi, commedie. E film su richiesta, di qualunque tipo, disponibili in ventiquattro ore. Cento dirham. Nove euro.

In effetti la sceneggiatura di El Mehdi mi aveva colpito. Molto beat generation, è vero, ma in fondo non era per questo che ero venuto a Tangeri? Gli insetti immondi di Cronenberg che si inculavano inglobando macchine da scrivere. E quella polvere bianca, un po’ droga un po’ veleno un po’ insetticida, che pareva cospargere lo schermo. Per non parlare del romanzo di Burroughs, che non ho mai finito di leggere: ricordo solo, alla perfezione, l’assenza di noia nella vita del tossico. Un tossico che è capace di guardarsi la punta della scarpe per ore, per intere giornate. Mentre pensa, inesorabilmente, a come prendere la droga, a dove trovare i soldi. E i suoi gesti da automa, quando un amico lo viene a trovare. L’amico va in bagno, il tossico si alza, gli fruga nelle tasche, raccatta il possibile, poi torna a sedersi. E così via.

La sceneggiatura di El Mehdi mi aveva colpito perché era anche per questo che ero venuto a Tangeri.

Mi aveva parlato di un documentario poetico, “alla Olmi”, che aveva girato l’anno precedente. Non avevo capito subito: che voleva dire un documentario poetico “alla Olmi”? di Olmi ricordavo a malapena L’albero degli zoccoli, che non sapevo neanche se lo avevo visto davvero, o se qualcuno me ne avesse parlato ai tempi dell’università. Del film mi rimaneva un’immagine nitida: un uomo con i baffi che fa crescere scarpe sui suoi alberi da giardino, ma penso che fosse piuttosto il disegno di un racconto per bambini, che magari ad Olmi era ispirato...

Comunque il documentario di El Mehdi, Les abattoirs de Casa, riprendeva gli ultimi giorni di vita del grande mattatoio di Casablanca, dove i buoi squartati e dissanguati, rigorosamente halal, sembravano lanciare un grido di terrore per la disparizione di un mondo. Quale mondo scompariva nel film di El Mehdi? Continuavo a chiedermelo anche dopo averlo lasciato, nel bar Number One, mentre con Etienne ci dirigevamo nell’altro bar alcolico del luogo, il Tangerine. Un posto, mi aveva detto Etienne, dove andavano spesso “quelli” della beat generation, e ad occhio non sembrava cambiato granché: sui muri, fino al soffitto, un velluto blu scuro che scendeva fin quasi a toccare la testa, e dava un senso di oppressione, caldo e soffocamento. I baristi – bellocci, tatuati, grossi e coatti – sembravano usciti da un pub irlandese di Roma, dove si vendono guinness, si gioca a freccette e biliardo e si viene puntualmente urtati da uomini muscolosi e insopportabili. Etienne era il mio legame con Tangeri: ero venuto per vederlo, dopo diversi mesi, e per mettere piede in una città che mi aveva sempre affascinato, anche se in realtà ne sapevo pochissimo. Il film di Cronenberg più che il libro di Burroughs, oltre a memorie sparse di omosessuali occidentali attempati, convinti di ritrovare nei prezzi bassi e nella disponibilità dei ragazzi marocchini l’amore negato dalle bigotte società europee. D’altra parte l’ambiguità – anche sessuale, anzi soprattutto sessuale – della città era evidente. Veli nelle periferie in costruzione, pochi veli e molte occhiate risalendo verso il centro, solo sguardi languidi nei due bar della serata. Uomini che adocchiavano donne, ragazze ragazzi, donne donne, uomini uomini, con un istinto d’accoppiamento quasi feroce. 

Avevo chiesto a Etienne dove fosse possibile vedere il film di El Mehdi. Alla Cinemateca, forse? Sapevo che da quando si era trasferito a Tangeri, non più di tre mesi, ci passava quasi tutte le sere, sbirciando stagiaires more dalle grandi bocche dalle quali fuoriuscivano sbuffi di fumo grigio estremamente denso. Era la prima tappa delle sere tangerine, tutte uguali nel loro procedere (Cinemathèque, Number One, Tangerine), eppure varie per i visi diversi, oppure identici ma colti in espressioni nuove, un nuovo fallimento di una primavera araba a caso, un nuovo ricordo di una vecchia sconfitta sindacale, un nuovo affronto solo pensato al re, una nuova storia nascosta persa nelle maglie ferrose delle vicende coloniali.

No, mi aveva risposto fumando. E fumavano tutti, ma proprio tutti, a Tangeri. Chi cercava la beat generation anni Sessanta forse rimaneva deluso. Al massimo si poteva trovare l’Europa degli anni Novanta, o l’Italia prima del 2005, quando tutti potevano fumare nei ristoranti, affumicare le pizze e i supplì con le MS e aspirare il fumo nelle birre medie chiare, che a tredici anni mi avevano assicurato fosse più stordente di qualsiasi droga. Tutto questo, e non la beat generation, era ora Tangeri. No, mi aveva detto, non l’ho visto. E poi la Cinemateca, senti a me, senti a noi – come si identificava presto, Etienne, già tangerino internazionale, perfettamente calato, anche come colori, negli scuri densi della città – senti a noi, aveva ripetuto, per farmi capire bene, che non ero come loro io, non ero uno di loro, giusto un turista che provava a capire e voleva vedere un documentario locale, Les abattoirs de Casa, che ingenuamente ancora chiamavo Casablanca, mentre tutti, là, tutti Loro, chiamavano Casa, come New York City in America. Senti a noi, mi aveva ripetuto. La cinemateca, qua, è come la colonia. Francia, Francia, Francia. Grandeur, grandeur, grandeur.

In effetti li vedevo, gli stagisti e le stagiste della cinémathèque locale, belli come gli studenti universitari italiani, con un’aria quasi sprezzante nei confronti degli altri, eppure infinitamente più tristi. Loro non possono accedere al primo piano della società dei consumi, pensavo guardandoli negli occhi e non venendo mai, neanche per caso, ricambiato dello sguardo. Hanno già visto, hanno già vissuto. Questo esce dai loro occhi neri, dall’aspetto molto più occidentale di quanto mi aspettavo – ma che voleva dire, poi? –, dagli sbuffi di fumo denso che ispiravano e espiravano con le bocche carnose. Mi ha dovuto spiegare tutto Etienne, alla fine. Mi affidavo a lui come un turista alla sua guida. La sua bocca si muoveva e io evitavo di parlare, i suoi occhi vedevano per me, le sue orecchie ascoltavano. E anche la città che vivevo mi appariva in differita: Etienne aveva già visto, sentito, toccato, ormai non gli restava che riferire, neanche raccontare, come se il mondo che mi descriveva fosse già finito, un libro di storia dalle fotografie deprimenti in bianco e nero, che acuiscono la tristezza perché più intense del grigio che si intravede dalla finestra della classe.

Il centro del cinema marocchino, la Hollywood del Maghreb, la cinecittà araba. Questa era Tangeri, e la cinemateca ne costituiva il fulcro, nocciolo durissimo costruito da pellicole e luci, da attori e sigarette, da set affumicati e fogli ingialliti di sceneggiature. Quindici film all’anno, mi aveva detto Etienne, che nella sua immersione marocchina aveva già conosciuto gran parte dei protagonisti della scena cinematografica locale. Ma non credere, mi aveva ammonito davanti a un caffè il giorno seguente, che ci sia fermento o passione o rabbia. Sono come li hai visti tu: stanchi, rassegnati, increduli. Sempre a chiedersi perché a loro no, perché il Marocco sia stato l’unico paese senza primavera araba, perché le strade non si siano riempite di gente a sbraitare contro re, politici e clero, perché gli intellettuali non abbiano fatto nulla. Etienne aveva la risposta: sono le scuole, il problema. L’istruzione qui in Marocco è la peggiore del Maghreb, una delle peggiori in Africa. E un popolo ignorante finisce per amare il proprio re. Si era soffermato su “qui” e “proprio”. Si stava tangerizzando. Sempre allo stesso caffè, una terrazza che dominava la città e la costa, mi aveva parlato della struttura della cinemateca. E me ne aveva parlato come se si trattasse di un segreto di stato nell’Italia degli anni Settanta, un campo di addestramento militare clandestino, un accordo sottobanco impossibile da svelare all’opinione pubblica.

E poi, aveva aggiunto torvo – una torvezza che mi aveva impaurito, che in lui non l’avevo vista mai – il colonialismo qui non è mai finito. Sai che non sono pagati? aveva aggiunto alla fine, tenendo la sorpresa a mo’ di conclusione. Non sono pagati? – avevo anche io la mia esperienza di ascoltatore, pronto a stupirsi al momento opportuno e a tirare fuori le domande stupide ma necessarie per far evolvere la narrazione. No, non sono pagati. Hanno l’alloggio – una brandina in periferia, in uno di quei palazzi semi-nuovi che fanno tanto InaCasa anni Settanta – e il vitto, ma solo a pranzo. Cus cus. Nella Ong in centro, che è di proprietà della cinemateca. Però sono delle porzioni immense, ci arrivano fino a cena senza problemi. Potremmo dire, da veri colonialisti, che mangiano meno, gli arabi. Che non sono abituati. Che è una questione fisica, anzi fisiologica, di grandezza e struttura dello stomaco. Ma staremmo solo dicendo cazzate. Sono sfruttati, e i direttori della cinemateca sono francesi. Due donne, che in occidente abbiamo superato le barriere fra i sessi. Non fra i censi però. Una è fotografa, vive a New York e viene a Tangeri per le vacanze, non più di due volte all’anno. L’altra vive a Parigi, collabora col Beaubourg. Viene per i grandi eventi.

Tangeri mangia il tempo ai tangerini, lo lecca e lo ingoia come le grandi mosche il miele nel film di El Mehdi. Dalla terrazza del caffè il sole sembra non finire mai, sfruttare anche lui la zona franca, pochi spiccioli all’ora, euro o dinari che siano. In una vecchia libreria trovo una copia della raccolta di racconti della moglie di Bowles. Scrive molto meglio del marito, mi dice Etienne, la vera scrittrice è lei. Era lesbica, drogata, isterica, forse bisessuale. Non so quanto si amassero, se si amassero. Ma si sfruttavano a vicenda, ognuno era se stesso grazie all’altro.

Come il rapporto con la città, penso io, che ti deforma e ti dà un’identità, la tua. E la sera dopo aver letto la Bowles facciamo il nostro solito giro: un vecchio amico di El Mehdi, cinquant’anni portati male fra bicchieri di pessimo rosso della casa e sconfitte politiche in serie, mi parla di una vecchia polemica fra Sartre e Camus e mi sembra ieri. El Mehdi non c’è, né al Number One né al Tangerine, e la notte mi sembra troppo romana, con il buio caldo e quell’attesa ingannante: che facciamo, dove andiamo, come se avessimo New York o Londra ai nostri piedi, e non i soliti locali e i soliti quartieri. Serve a questo l’indecisione: a farci ingrandire le nostre città, a renderle infinite, molto più grandi di quanto siano in realtà. Neanche i tatuati del Tangerine sanno nulla di El Mehdi, e continuano ad ossessionarmi le immagini dei suoi film, le mosche giganti imbevute di miele, il sangue halal del mattatoio. In una discoteca mi abborda una prostituta, ma non ho il coraggio di parlarle. Dance, dance, mi dice lei, e per la prima volta ho l’impressione di vedere Etienne in imbarazzo, ma forse l’imbarazzo è solo mio, per la mia incapacità di vivere a fondo gli attimi della mia esistenza.

 

A casa la finestra rimane aperta e tutto, ma proprio tutto mi riporta alla mia infanzia, a Roma, quando in ottobre le stagioni si liquefacevano e si intrecciavano, e rimanevamo tutti ad aspettare un inverno che era solo il corridoio per un’altra estate, mentre i motori delle macchine sulla sopraelevata non ci facevano chiudere gli occhi. Mi sveglio presto e chiedo di El Mehdi alla gelateria italiana all’angolo, dove sapevo che andava la mattina per fare colazione. Mentre percorro i quattrocento metri che separano il caffè dalla casa di Etienne ho l’impressione che nessuno cucini mai a Tangeri, che il cibo venga costantemente comprato, mangiato, ingurgitato, gettato, ma quasi mai cucinato e consumato in casa. Gli uomini trangugiano kebab, le donne gelati, e tutti polli arrosto con patatine a un euro. La gelateria è un altro pezzo di Roma sgretolato e ricostruito, quando ci entro mi viene in mente che saprò cosa dire ai miei amici che si lamentano, che Roma non cambia mai, che Roma peggiora, che scimmiotta le altre capitali europee senza avere un’identità sua. Roma non peggiora, le rubano la normalità. Noi ci prendiamo il trendy da Londra, aggiustiamo le periferie sul modello berlinese e poi svendiamo al Marocco la città normale.

Il gelataio parla italiano, mi dice che sta provando a far diventare di moda la panna a Tangeri. I marocchini lo devono capire, e lo dice proprio con insistenza coloniale, che il gelato al cioccolato con la panna è tutta un’altra cosa. Panna sopra e sotto, cioccolato in mezzo. Non era la fine del mondo da ragazzi? Chi non l’ha mai mangiato?

Io per esempio, ma non mi sembra il caso di dirglielo. Gli chiedo di El Mehdi e mi dice di aspettare le undici, quando arriva Nuria. Una collega? gli chiedo per essere gentile. Ma quale collega! Nuria è la migliore amica di El Mehdi.

Nuria in effetti arriva alle undici precise e sembra molto diversa dalle altre ragazze di Tangeri. Lei è davvero brutta, ma di una bruttezza che genera simpatia più che disgusto. Ha la faccia paffuta e un po’ di barba, è piccola e scura. Mi chiede cosa faccio, sembra lusingata dalla mia attesa. Dice di non vedere El Mehdi da un po’, recentemente hanno avuto una discussione. Forse può domandare alla sorella. O al padre. El Mehdi conosceva bene suo padre, che era un insegnante di spagnolo al liceo Cervantes proprio dall’altra parte della piazza. Mi chiede se conosco gli scrittori ispanofoni di Tangeri. No, rispondo, mai sentiti, ma non è che forse El Mehdi...

Nuria non ha voglia di parlare di El Mehdi, vuole parlare degli scrittori ispanofoni di Tangeri. Non prendi appunti? mi chiede. Poi inizia a snocciolare una serie di nomi sconosciuti, che non mi dicono nulla a parte qualche Sanchez e Gutierrez che mi riportano ad antichi ricordi sportivi. In seguito è la volta dei titoli, che però non vengono associati agli autori. A casa cerco di trovare libri e scrittori, ma sembra che non ne esista neanche uno. Uno sì, in realtà: Il sorriso dell’etrusco, dove protagonista è un contadino calabrese. Mi dice anche che è possibile vedere uno spezzone del film di El Mehdi su Youtube. Quale chiedo io? Quello delle mosche o l’altro? Quello delle mosche? sembra sorpresa. No, l’altro, Les abattoirs de Casa. Ma ho controllato e neanche questa affermazione sembra vera: si vede un maiale sgozzato che urla per circa un minuto, dubito che sia stato girato a Casablanca, e poi non è scritto da nessuna parte che il film è di El Mehdi.

Etienne mi chiede che fine abbia fatto e gli racconto l’incontro con Nuria. Sorride lentamente: è carina? mi fa. Poi propone un pranzo di pesce, in un ristorante vicino al porto, nella zona franca. Il pesce si sceglie e si mangia con le mani, e due ristoranti adiacenti si fanno concorrenza. Passiamo veloci davanti al primo, un cameriere ci invita a sedersi: J’ai mes habitudes, Monsieur, gli dice Etienne con eleganza, e penso che davvero ha le sue abitudini, e che quell’eleganza io non l’avrò mai. Lo saluto sapendo che non lo vedrò per mesi, e mi chiedo se mi darà mai notizie di El Mehdi.

 

A Bruxelles non penso a El Mehdi per giorni, poi mi sembra di rivederlo in un piccolo chiosco di Schaerbeek, dove spalma salsa andalouse sui durum per la comunità turca. Ma più probabilmente, mi ha fatto intuire Etienne con una sua mail ambigua, è stato inglobato anche lui nello stretto che divide Spagna e Marocco, lingua di mare infima e infida, minuscola e vorace. Nuria mi ha inviato un messaggio assicurandomi che El Mehdi è ora a Barcellona, dove vive alla meglio ma continua a pensare al suo prossimo film. Non mi ha detto quale, ma spero sia quello sulle mosche.

 

Mia moglie trova infantile questa mia ossessione nei suoi confronti. Temo che abbia ragione e che ne sia d’altro canto gelosa. Ma in fondo non è l’esilio a renderci tutti infantili? Fermiamo il tempo concependolo solo assieme allo spazio, ci illudiamo che il mondo si sposti con noi e per noi. Invece va per conto suo, e a noi non resta che seguirlo affannati.

 

 

 




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