LE VIE DEL RACCONTO
BRUNO CONTE
 


Archeo mito mio





Fino dai primi anni un’attrazione per l’antichissimo misterioso. E quindi, non potendo trovare davvero dei reperti che corrispondessero alle aspettative, manipolazione in proprio di una loro forma che li rendesse in qualche modo tangibili.

Riguardando verso il passato, qualche reperto rimane, sorpreso  nella polvere di uno scaffale.

È una egostoria dell’antichità.

Più antiche, intorno ai dodici anni, ovvero dodicimila anni fa, certe scritture ideografiche su fogli di finta pergamena, messi nell’acqua e poi seccati al sole per renderne la superficie bozzolosa, ovvero antichissima. La scrittura era una specie di cinese primitivo, con segni che potevano essere stati quasi viventi, come prosciugati microbi.

Questi fogli non ci sono più.

Ma c’è ancora il leone di terracotta. Circa anni sedici, seimila anni fa.

È un leone, tanto per dire. È un animale fantastico feroce, le gambe anteriori erette, quelle posteriori posate a squadra come quelle di un felino che sta per saltare, ma immobilizzate, accorciate nella posa. Il petto è leonino, ma la testa somiglia a quella di un rospo ed è sprovvista di occhi. Il dorso comincia dietro con una maniglia, interrotta, e poi ospita una figurina, sdraiata di schiena, viso appuntito a pizzico, spalle prominenti in due globetti, braccia congiunte in affilata mensola d’attesa, gambe avvolte a curva.

Non è una vera terracotta ma una creta cotta in casa, con il fuoco (in un fornello in terrazza?).

Sono rimasti in alcune zone dei fumi neri. L’oggetto non è integro ed è stato ricomposto con incollature.

Vi è poi la dea madre cattiva. Circa anni diciotto, quattromila anni fa. Questa è stata proprio cotta in forno apposito. È una figura in trono, busto a cuore piatto leggermente concavo, volto piatto dagli occhi a incisione orizzontale tra un pizzico in rilievo verticale, capo crestato a tre punte. Il trono, nella spalliera, è quasi una seconda conformazione corporea e le gambe si uniscono in basso come conseguenza delle falde di base del sedile. Le braccia si saldano in curva sul sostegno di due braccioli sporgenti dal trono, a testa serpentina. Dal fondo del petto, tra le due piccole coppe dei seni, emerge un figliolo, tipo pipistrello, dal faccino angolato tagliato da più bocche e il capo diviso in due orecchi.

Questa dea è nell’insieme una figura simmetrica, architettonica crestata, prorompente cieca accesa nella sua espressione.

Sono reperti da interpretare nella loro mitologia, modellati dal sonno. Il sonno non dormito, denso, in una miniera di tempo assorbito.

Che altro? In qualche cassetto, cartella, ripostiglio.

Bisogna scavare, in sé.

Ma poi alcuni oggetti lignei (esili aculei spinosi seduti, sedie globose tra sedile e spalliera) sono divenuti opere essenziali, nel versante delle cose mostrabili, anche se più incognite.

Fino alle pagine nitidamente vegetanti dei libri lignei, o dei paginari incorniciati a parete, alludendo in sottinteso ad arcaici messaggi del futuro.








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