LETTURE
DAUD AL AHMAR
      

Presumere significativi me

 

Sigismundus editrice, Ascoli Piceno, 2013,
pp. 36, € 11,00

    

      


di Domenico Donatone

 

 

«E in questa indeterminatezza abbagliante

sbranato dalle lucciole

vanisco nel corpo

implodo nella ragione

sminuendomi

smantellandomi

smentendomi»

(da Presumere significativi me, p. 28)

 

 

Questi pochi versi scelti come proemio di Daud Al Ahmar definiscono la tipologia antropologica e culturale delle nuove generazioni. Se fosse stato possibile seguire con altrettanta chiarezza il “rimbombo sdrucciolo[1]” degli altri versi, avremmo detto che la poesia contemporanea non ha affatto perduto specificità per diventare oggetto e simulacro del concetto di poesia. Purtroppo la chiarezza nella comunicazione è capacità rara. Nel caso di Daud Al Ahmar si apprezza l’impegno profuso nel “fare centro”, la ricerca di contenuti per esprimere concetti nuovi, si apprezza anche la nota dissonante che nel contesto specifico intende definire uno spazio infinito di avanzamento lirico.

Perché Presumere significativi me, di Daud Al Ahmar (classe 1982), edito da Sigismundus (con fotografia di Eduardo Castaldo), è titolo efficace più per un’operazione generazionale che per un’opera letteraria. Un’operazione che vuole inserire dentro la forma e il contenuto poetico la logica odierna del sapere che si esprime in costante dubbio, che diventa sempre più spesso “non-sapere”, che procede per antitesi, per contrasto e sineciosi. Presumere significa non solo ipotizzare e supporre, quindi ritenere possibile ma non certo, ma significa anche “pre-sumere” (come in molti passaggi suggerisce il poeta con diverso confronto logico nei suoi testi: «ex-sista»; «disDetto»; «com-prometterci»), ovvero anticipare (pre-) metodi di soluzione logica e razionale.

In tutto il testo traspare il disordine sensoriale e mentale che il poeta riproduce nella sintassi e ordina in un sistema di «raziocinio del disordine». Questa è la specificità che più ci riguarda. Un procedimento di scrittura con cui più che dire e comunicare, è importante tradire le convenzioni in uso dentro gli spazi concordatari del contemporaneo. Daud Al Ahmar non ha bisogno di essere «poeta del disordine», ma di essere “poeta-narciso”, autoreferenziale, poeta di “significativi me” che pur trattando in un continuo mixaggio di temi e di argomenti la desolante realtà del mondo, la condizione conflittuale dell’amore, racchiude il tangibile vissuto e il circostante raggio meta-politico nella funzione-uomo, quindi, nella misura della sua persona. C’è, infatti, in questa prova poetica, in cui il testo salta continuamente dalla sintesi del verso alla prosa suggestiva, con conseguente disorientamento del lettore, una veritiera e perturbante apocalisse del soggetto-poetante.

 

[…]

Chiuso ogni screpulatura dello spirito

cerco di inadattarmi al fatto esterno

di trovare tutt’altra funzione per le gambe, per la caruncola.

Sono rigoroso nel farmi da me a me assente,

a me ritroso: preciso: lieve rumore nel mio rumore.

[…][2]

 

In questi pochi versi c’è tutto quello che ci occorre per capire che la poetica del nostro scrittore consiste nel fermare, in una formula che tenga, l’illogico e, quindi, l’apparente e inadatto comportamento di una generazione dei trenta/quarantenni condotta verso l’annullamento dalle aspettative di vita. Daud Al Ahmar sa tracciare con precisione il volto confuso ed emotivo che agita i giovani nell’atto del confronto con la realtà. Costruisce qualcosa di solido su di una base molle, se non addirittura gassosa. Espone con forza il concetto di società liquida, ritrae con decisione gli istinti e la nuova cultura dell’agire senza pensare. Dispone, in sintesi, una tabella di marcia dentro il cammino emotivo del quotidiano: «Dovrei (se non altro) nutrire lo zigomo di rara | salina funzionalità. Capire. | Un sentimento di partecipazione (almeno) mi dico, empatia. | Ma. | Indifferenza freddezza cardiaca mi paca ||». 

Questi versi spiegano che esiste una generazione che non si decide a soffrire seriamente, che rimanda il dolore introiettandolo in altri canali. Altrove conferma che la reazione di una generazione “derubata” e umiliata, indisposta del proprio futuro, è racchiusa nell’analisi calda del proprio io: io e nessun altro è ciò che conta; voce propria che vale sopra a tutte le altre; avere ragione a prescindere dalle ragioni altrui. È questo il codice di identificazione poetico di Daud Al Ahmar: «Trovo calchi non solidi | mi stordisco nel piacere | della ricerca solo a tratti | tra l’inutilità delle cause e l’inutilità delle conseguenze. | Mi fornisco di accessori | superflui elementi del disastro». La tensione lirica di Daud Al Ahmar è drammatica, tesa sul serio a non levigare le parole e a procedere con scatti narrativi verso uno schema poetico non-assolutorio:

 

[…]

Questo stesso andare in sola dipartita,

questo ittico dibattermi in rantoli incapaci di stillar ossigeno al di fuori,

solo questo mio corpo mi rimane,

e la terra – e bene/detta sia!: altrimenti con chi? –

E siccome là sotto devo pur finire, meglio cavarmela da me

scavarmela da me, a testate;

 

Ma ho sbagliato stagione, primavera privativa.

Tu che già volgi all’arido, all’insipiente,

che hai indurito la terra al contadino e al disamorato,

che l’hai disfatta d’asfalto e polvere,

durissima, ossea, paleolitica – in incrinabile

come di donna perduta la voglia ormai spenta.

[…][3]

 

La parola che più di altre tiene insieme le variazioni tematiche è “indifferenza”. Parola che esprime dolore ma anche “resistenza” contro le avversità: una indifferenza di matrice foscoliana che mette in luce una lotta senza lotta: «Questa indifferenza fetale | evincente il sistema indecoroso in cui riusciamo a evincolarci | con fatica immensa di immensi Ercoli, | a com-prometterci[4]».

Quella di Daud Al Ahmar è una battaglia condotta con la certezza della sconfitta, è una lotta interiore troppo chiusa per diventare esterna. Nei testi le ragioni emotive coincidono con la ragione, sono le pulsioni interiori ad essere raziocinio, per cui l’unica strada percorribile è quella della commistione in cui Paradiso e Inferno coincidono. Il pessimismo, la negatività ed anche il produrre testi che si supportano di elementi aggiuntivi avente la funzione di riparare con quanto di facezia e di gioco è ancora possibile effettuare con l’universo circostante, significano criticare anche l’eccessiva serietà e segretezza del valore della poesia: «Chissà quale sarà l’uscio da cui sgusci: memoria refrattaria recidiva | in questa primavera privativa: lacrime, piscio, secrezioni umorali: da dove vuoi che ti espella? | (Ma solo l’amare conta non l’aver, pasoliniana memoria che pulsa alle tempie): E questo pulsar m’è fausto: basta lieve contrastare e ci si accorge del nulla)[5]»; «Se ciò che denuncio è aspro e duro, fermo come un faro sullo scoglio | è perché il tuo riso degli oppressi ormai posseggo. || Come in quel verso remoto e presente | che insiste: mentre che l’uno spirto questo disse, l’altro piangea. ||[6]».

Daud Al Ahmar ritrae un quadro psicologico ed emotivo così disperato e sarcastico da non trovare soluzione che nel rifugio dell’io. Il lirismo è prepotente, addirittura pericoloso con questo scrittore, capace di sfidare le stesse avanguardie e lo sperimentalismo, perché convinto che nulla è più importante che dire chi si è e cosa si diventa. “Io” che assume lo scopo di un’operazione generazionale; “io” che assume il volto del presente storico. Il linguaggio adoperato è incongruo quanto basta per toccare con mano le deviazioni tematiche e comportamentali, gli esiti fonetici e lessicali, i verbi riflessivi, dispongono a che il testo sia corrispondente a qualcosa che non piace appositamente, che sia forma che sottende altre forme, altri contenuti. Questa poesia, che presume e non assume con forza gli spazi da occupare, benché sia scritta, a detta dello stesso autore, da «una persona un poco intimorita dall’uso del linguaggio e dagli equivoci della comunicazione[7]», ha tutte le possibilità per occupare con energia i luoghi che le vengono sottratti, le attenzioni che le vengono negate, le conferme di cui ha bisogno.

 

 

 

 



[1] «[…] Al di qua del viso vi sono rughe che nessuno sospetta | percorsi di non chiara destinazione; || Ma di certa provenienza, questo sì. | Capace o non capace: avvicina il timpano | e ascolta il rimbombo sdrucciolo: || Inverati.» (Il canale del dolore II – o Inveramento, in Presumere significativi me, p. 10)

[2] Cit. op. a p. 22

[3] Cit. op. a p. 16

[4] Cit. op. a p. 16

[5] Cit. op. a p. 17

[6] Cit. op. a p. 36

[7] Premessa di D. Al Ahmar, in Presumere significativi me, Sigismundus ed., 2013.




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