LETTURE
LUCIANO CURRERI
      

Quartiere non è un quartiere

 

Amos Edizioni, Venezia – Mestre 2013, pp. 120,
€ 12,00

    

      


di Daniele Comberiati

 

 

La rivoluzione delle carpe giganti

 

 

Sembra un libro antico, Quartiere non è un quartiere (Racconto con foto quasi immaginarie) di Luciano Curreri (Edizioni Amos, collana Calibano, 2013), e non per lo stile o l’argomento – anzi assai contemporanei, una sorta di (auto?)biografia romanzata e frammentaria, dove i vari quadri sembrano distaccati per formare poi, a giusta distanza, un’immagine ben definita –, quanto per i luoghi descritti, quella campagna semi-paludosa della Bassa, nei dintorni (“forse i migliori dintorni” dice sorridendo l’autore) di Ferrara, che riporta alla memoria tutta una serie di narrazioni nostrane – fra i pezzi migliori del nostro Novecento – che in luoghi simili, o nello stesso, sono ambientate. Certo la Bassa significa Zavattini, e da lì tutte le narrazioni neorealiste e post-neorealiste, ma quanto hanno influito dalla seconda metà del ventesimo secolo a oggi le narrazioni ancorate a spazi che si dilungano e dilatano, difficili da definire paesi o piccole città, come il Friuli di Pasolini, gli scorrimenti emiliano-romagnoli di Tondelli, le compressioni venete di Meneghello, finanche le lande piacentine nei film di Bellocchio o la campagna di Bertolucci in Novecento? Si ha talvolta l’impressione, nella letteratura e in generale nella cultura italiana contemporanee, che se c’è un elemento originale nella produzione scritta, questo sia proprio nella dimensione locale di alcune narrazioni, così diverse e più “vere” di tanti scimmiottamenti esterofili. Mi era capitato, qualche tempo fa, di parlare con uno storico che lavorava sulle rivoluzioni fallite nella storia italiana. “È perché hanno cercato di farle nelle grandi città. Roma, Milano, Torino. Non c’era scampo. Invece guarda cos’è successo a Battipaglia o a Reggio. Se dovessi fare una rivoluzione partirei da là, dai piccoli centri. Prendi quelli, e hai in mano l’Italia”. E allora Quartiere non è un quartiere è la presa della Bassa, terra senza confini, limiti o protezioni, dove l’autore si descrive bambino, poi pre-adolescente, poi in piena tempesta ormonale, in un’Italia anni Settanta e Ottanta lontana dalla politica, ma molto vicina ad un altro tipo di rivolta. E entrano nel libro – quasi come in una canzone di Guccini (citato, infatti, all’inizio, ma dall’Avvelenata, meno legata al mondo del libro ma più funzionale al suo iter, e in modo circolare) – Coppola, Wes Craven e Carpenter, ma anche Pupi Avati e Spielberg, in un patchwork romagnolo-americano che ci trascina dal moderno al ‘postmoderno’ quasi senza che ce ne accorgiamo.

Usa l’ironia, Curreri, e forse le scene più divertenti del libro sono la pesca del mostruoso pescegatto o, rito iniziatico e obbligatorio, il bagno nello ‘scolo’, dove a partire dalla consapevolezza di classe (non avere i soldi per potersi permettere la piscina, segno anche di un’Italia che è cambiata, dove i fiumi sono inquinati e l’acqua pulita si ricrea artificialmente a pagamento), il giovane protagonista sfida i precetti genitoriali e si getta nell’infimo rivolo acquitrinoso. A nulla sono valsi i racconti dei genitori, pur terrorizzanti, con le loro fobie sulle mutazioni genetiche dei pesci che popolano il fiumiciattolo e sulle loro dimensioni abnormi. E infatti la carpa a specchio che ne accompagna il tuffo diventa balena, e cresce o diminuisce a seconda del contesto in cui è (ri)narrata. Non ha avuto paura, il giovane, di fronte agli amici che lo guardavano esterrefatti gettarsi in acqua, eppure quanto è diventata grande, quella carpa, per le orecchie di chi non c’era, che davvero sembrava una balena, o un mostro sconosciuto. E sembra di ritornare, qui, ai vecchi racconti di pesca, dei pescatori senza stile ma con enorme passione, per i quali quello tirato su è sempre il pesce più grande mai visto, e ogni filo teso o galleggiante affondato è opera di un prodigio degli abissi, mentre le prede dei rivali sono semplici esemplari comuni, al massimo discreti.

Chi abbia letto la precedente raccolta dell’autore A ciascuno i suoi morti, non può non notare alcune affinità: una su tutte, l’ossessione (sempre in tono giocoso) per la morte, quasi che il trapasso sia un altro modo per comunicare con i vivi e quasi che i morti servano ai vivi a ricordare (o viceversa?). In tal caso è la figura della nonna Dolenes (con o senza “esse”) a rappresentare la chiave per comprendere il mondo. È lei ad accompagnare il giovane fra libri e dischi, racconti della guerra e colazioni con vino e salame, è sempre lei ad aprire la porta ad un mondo immaginifico eppure reale (la campagna di Russia del marito, le tradizioni popolari, una religiosità quotidiana secondo la quale “amaro è Dio, dolce il caffè”) che rappresenta le radici del protagonista. Non è una morte triste, quella di Dolenes, perché sembra quasi che non generi rimpianto: e in fondo, sembra dire Curreri, ci può essere davvero rimpianto dopo che si è amato, parlato, in poche parole vissuto? La risposta viene da sé, ed è da quella vita che si genera la morte, dunque naturale (non drammatica né spettacolare o egoistica come siamo abituati a viverla oggi) e come tale possibile, ulteriore tassello di esperienza di una vita piena e densa come il caffè nero o il vino rosso. E anche la confessione finale – ché il libro non è una parabola, piuttosto un “giallo” mentale, dove la colpa, tutta insieme, si confessa verso la fine prendendo fiato e tirando fuori quel che si tiene dentro da tempo – ci riporta alla vita. Soffriamo, sbagliamo, finanche operiamo male perché siamo vivi, e con gli altri. E che privilegio, rispetto ai morti, che come dice l’autore muoiono soli checché ne dicano alcuni medici, religiosi e affini. È anche una storia sulle partenze (necessarie) e sui ritorni, in fondo impossibili eppure costantemente provati, immaginati, desiderati. E se in fondo è il viaggiare lo scopo del viaggio, forse il ritorno sta tutto là, nel provare a ritornare, nel lasciare un piccolo spazio alla possibilità, o anche alla voglia e alla paura. Che poi ci si riesca davvero, non è più così importante.

Un’ultima nota sul dialetto, incastrato nella lingua italiana come le rocce degli Appennini su cui i ragazzi di Quartiere non è un quartiere si arrampicavano da piccoli. Lingua non morta, ma vivissima, che se non fosse stata opacizzata dal corsivo nella scelta editoriale sarebbe sembrata perfettamente interna all’italiano del testo. Non sempre comprensibile, questo è vero, ma come, d’altra parte, non sempre comprensibili sono le persone. L’umanità, si può leggere in trasparenza, va ben al di là della leggibilità.




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006