FILOSOFIE DEL PRESENTE
SU CARLO
MICHELSTAEDTER
La vita, la morte,
l’uomo
e la sua rinascita


      
Un saggio-meditazione sull’opera del filosofo-poeta goriziano morto giovanissimo a soli 23 anni nel 1910, ma il cui pensiero sull’essenza-esistenza del soggetto proteso a trovare una verità del sé, capace di riverberare l’unità-totalità originari dell’essere, ha lasciato tracce profonde e feconde nella ricerca teorica e ontologica del Novecento. Numerosi i suoi punti di intersezione mitopoietica e concettuale con Nietzsche, Kafka, William James, Oscar Wilde, Shelley, Keats, Tennyson, Whitman, Edgar Allan Poe e Tolstoj.
      



      

 

 

di Carmen De Stasio

 

 

Oltre il looping della territorialità

 

Solo quando avrai lasciato la città potrai vedere

quanto alte si ergono le sue torri sopra le case.

(da “Il viandante e la sua ombra” F. Nietzsche)

 

Coerente con l’idea secondo cui la conoscenza sia attività della mente nell’esclusivo momento e all’interno di cerchi concentrici a partire da sé, Carlo Michelstaedter ripudia la reiterazione di cromatismi che perdono la loro lucentezza se applicati in maniera stagnante fino al presente, allo scopo di evitare quella che Socrate definisce “paralisi della persuasione”.

Lontano da schemi di ridotto positivismo, Michelstaedter si esclude dal looping nel quale rischiano di disperdersi le cognizioni che, in un preciso tempo, caricano di valore l’indagine del sapere: le sue convinzioni flessibili si manifestano attraverso un’inquietudine logica motivata da insaziabile sete di penetrare il fondo delle cose, di non tacere sull’evidenza, talora avventurandosi nella fitta rete di pulsioni derivanti da circostanze, evoluzioni intellettuali e perizie naturalistiche che gli infondono ulteriore acume osservativo.

Discostandosi dalla mera stabilizzazione di un’eccezionale idea, Michelstaedter consegue una polimorfica variazione tematica, che lo turbina in un ingegnoso e articolato cammino all’interno di territori dello scibile, dotati di diversa percezione rispetto ai canoni di una cultura acquisita all’organicità del divenire e risalente, in un certo qual modo, alla concezione darwiniana secondo cui esista una derivazione strutturata, una sorta di neo-mitologia dell’organizzazione logica. A ciò Michelstaedter fa eco con una distrazione del pensiero per affermare la differenziazione per ambienti di conoscenza.

Nella negazione della concreta appartenenza Michelstaedter si ritrova ad abbracciare tutte le tendenze e nessuna; avverte l’impossibilità di sfuggire al pensiero che vola nell’altrove per disincastrarsi dalle catene dell’esistenza e recuperare motivazioni a un essere dentro – fuori – oltre le righe del parlar convenzionale. Un dato, questo, che dispone a riflettere altresì sul periodo in cui l’autore vive e nel quale agisce con rigore nell’affrontare con nuovi sistemi una realtà dall’apparente tratto reiterato, dalla variegata estrosità di un potenziale tendente al libero significato e alla libera interpretazione della frammentarietà delle occasioni. Quella realtà manifesta segni di provvisorietà e tende a languire in una palude di oscure ricordanze:

 

E se uno più e più nel suo cuore senta l’eco delle voci altrui e nella sua forza veda la ragione e la forma di ciò che nel mondo s’agita, (…) e se tornato agli uomini riveli a loro la stessa ragione dei loro voleri incomposti, e innalzi e componga gli uomini, (…) a nuova vita e a nuova disciplina, è bello l’atto e tale da esaurire la bellezza umana. (1)

 

In un originale timbro consonantico Michelstaedter rileva l’inscindibile relazione uomo-ambiente basata sull’adattabilità. Prefigurando la consistenza dell’influsso ereditario, non consente che quei tracciati di storicità si fossilizzino a contrastare generative idee:

 

Sentir la volontà di vivere perché l’illusione è rotta (anche solo interrotta): ecco la tristezza (o melanconia). (2)

 

Ciascun ambiente è tale perché dimora vissuta: a una prima identificazione degli spazi individuali con una reazione a stimoli esterni immediati ‒ nei termini del comportamentismo – Michelstaedter risponde con un’immersione ulteriore nel territorio e affida alla percezione-coscienza personale l’evoluzione ontologica dell’ambiente che egli stesso così genera. È l’applicazione di una regola antroposofica che, aderendo a un’espressione di libertà anti-contrastivo-oppositiva, ambisce a superare la stasi per via di un confronto con la dimensione nella quale spazi e tempi confluiscono ‒ in simultaneità quasi sinestetica – con ritmi che elevano la voce ad azione performativa per inglobare contenuti personali ed evitare una corrispondenza esclusivamente epistemica.

Fuor da ogni dubbio che l’uomo di cultura non abbia appartenenze. Tale aspetto spiega la curvatura del pensiero di Michelstaedter nell’effervescenza internazionale e ultra-temporale non già per un’ambizione che lo proietti a rivoluzionare o scarnificare di significato il suo territorio, quanto per emanciparsi da schemi distrattivi e, talora, fuorvianti. Calamitato da tensioni concepibili nell’illusivo-immaginario, nel superamento della materialità e delle credenze ‒ che mirano a serrare in una nuova mitologia codificante percorrenze libere, accadute e ormai ristrette in codici ‒ lo spazio in fieri di Michelstaedter dispone di un’autoregolamentazione che mai cede alle raffinatezze del proprio spartito di pensiero che, al contrario, è avvalorato proprio dalla natura  proteiforme che permette di volta in volta di assumere una maniera distintiva, talora deformata e mutevole in base a responsabilità collegate alla singolarità dell’esperienza.

Una considerazione che potrebbe trovare coincidenza con quanto espresso da F. Nietzsche:

 

Solo quando avrai lasciato la città potrai vedere quanto alte si ergono le sue torri sopra le case. (3)





Carlo Michelstaedter


L’uomo ha bisogno di allontanarsi dal centro per concepirne l’esatta (a sé) prospettiva. In quest’ottica Michelstaedter non concepisce la fuga come atto di differenziazione o come soffuso annuncio di angoscia, quanto come condizione per generare intorno all’idea – e a partire da essa ‒ cognizioni rispondenti alla pervicace indagine condotta lasciandosi guidare dalla sua bussola, i cui punti di orientamento sembrano conciliare le traiettorie che nel secolo della scienza siano in grado di manipolare anche il punto di vista. La modalità di comportamento adeguato alla percezione giustifica uno stile che, per taluni versi, è facilmente riconducibile alle motivazioni che avevano esortato Albert Einstein:

 

Dietro alle cose doveva esserci un che di profondamente nascosto. (4)

 

La particolarità è nel segno e la verità si fonda su una soggettività che caratterizza l’espressione libera di un autore prolifico, abile a sostenere l’intonazione della parola come fisicizzazione di un vagare dal momento, perché il momento sia sintesi di un’atemporalità che si distanzia senza negazioni.

Appare con le contraddizioni dell’uomo pensante del suo tempo Michelstaedter, il quale carpisce l’inquietudine di una civiltà per un verso impegnata a valersi di sistemi esistenziali che si traducono in letteratura con una ricercata semplicità tranquillizzante; per un altro interessata a fruire degli strumenti del progresso. Paradossalmente, per un ulteriore verso, taluni accolgono con fastidio sia il teatro sia il cinematografo (la settima arte) come espressioni di un’arte che distoglie l’uomo dalla facoltà di meditare. È ancora più straordinario come in quegli anni da più parti ci si scandalizzi per la scelta operata da alcuni di scrivere di pensiero o, meglio, di far intervenire, all’interno di narrazioni legate alla quotidianità, le sfrangiature di una riflessione capace di assottigliare lo stacco con le contingenti, prevedibili note dell’evidenza. Tra costoro è Michelstaedter, nella cui scrittura di pensiero si evidenzia la consapevolezza di un nuovo ethos distante dalle trame di un territorio paralizzato e ammansito da una ponderosa e trainante tradizione, dietro la quale si tende a mimetizzare la silente paura di trarre nuove aspettative emozionali.

 

Si può dire senza ombra di dubbio che la vita qualunquista della gente è in realtà una mera sopravvivenza, e Michelstaedter la taccia di quel dualismo colpevole che non consente di recuperare la dimensione primordiale dell’unità-totalità. (5)

 

Con la riconfigurazione della propria rotta, quindi, il giovane Carlo Michelstaedter si distrae dal labirintico camaleontismo di una scrittura involuta ed elaborata al fine di echeggiare come sperimentale; la sua voce è eco di altri (giovani) intellettuali i quali, pur sovente restando nell’ombra, avvertono l’urgenza di superare le barriere che tengono la nazione al di qua dei movimenti in atto in Europa ‒ soprattutto in Francia, Germania ed Inghilterra. Sono segnali di cambiamenti che investono pressoché contemporaneamente tutti gli ambienti dei quali è l’uomo protagonista del fare-pensare-essere.

Mosso da un’energia euristica, Michelstaedter non tollera che si debba affrontare il nuovo nelle sue forme con strumenti obsoleti. A scuotere la sua coscienza è l’opportunità di fronteggiare con mezzi di cui l’uomo dispone una realtà che, in maniera stridente, promette o annuncia novità. E il mezzo è nel metodo: anziché di spazio e tempo diversificati si parla, dunque, di un procedimento dialettico per confrontarsi con elementi condizionanti in un equilibrio perfettibile unico, disposto e riferibile a ciascuna tematica senza sovrapposizioni che ne potrebbero sovvertire e confondere gli orizzonti.

Per contiguità va a giustificarsi il paragone del poeta-filosofo con l’immagine simbolica di un’isola nel mare tempestoso di frammenti, che la mente proiettiva condensa in una visione organica, che permette di essere fuori dal looping al fine di dilatare l’orizzonte e prospettare a sé nuove visioni. In tal senso le personali tensioni meditative e il dubbio divengono parte attiva di contesti letterari, nei quali l’autore fissa la sua parola, tanto che molto spesso nel lessico si consolida un pensiero che sconvolge l’unicità intrinseca e compie un salto qualitativo inatteso, che condensa nel nucleo della parola stessa una vastità di evocazioni riflesse collegate, sebbene non sempre realizzabili come struttura. In maniera efficace l’opera scritta diviene luogo totalizzante; ethos nel quale la varietà eteromorfa del pensiero converge; esclusiva realtà dotata di impalcature che seguono un ordine preciso a compendio del dove di avvenimenti che restano in forma di sollecitazione (non suggestione) e che nella nuova natura si protraggono oltre il momento.

Vale dunque per Michelstaedter quanto affermato dal suo contemporaneo F. Kafka:

 

(…) un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi. (6)





Franz Kafka


Lo stile di Michelstaedter risuona con scrupolosa genuinità come traccia di passaggio alla sintesi creativa dal provincialistico timore che non permette di spaziare oltre il visibile. Tuttavia il cammino è obliquo e periglioso: nella riflessione suscitata da quello che definisco un vero e proprio iniziale attraversamento occorre tutta la fantasmagoria di conoscenze letterarie perché infine si riconosca un linguaggio che sia di sofferenza e non di insofferenza. Per questo la ragione c’è: la letteratura tende ad assorbire maggiormente le incrinature e le svolte profonde piuttosto che le fenomeniche ed esclusive vicissitudini del reale, destinate a oscillare in superficie. Non già di facile destrutturazione si tratta, quanto di ricondurre ad una dettagliata permeabilizzazione a sistemi decisi dall’uomo per l’uomo che è altro da sé. In tal senso Michelstaedter si affida alla nettezza di elementi da recuperare nel groviglio delle immagini rinviate da una spazialità, nella quale egli ritrae e blocca le sue percorrenze pensative. Articolato ma non insensato percorso, se si rileva la validità per colui il quale s’inoltra ad assimilare monemi che, presto, acquistano valore ederaceo all’interno di macrosistemi di pensiero con l’intermediazione d’una distillata conoscenza del mito e delle culture che rendono unico lo scenario dell’appartenenza. Ecco perché considero questa la motivazione alla base della caleidoscopica produzione del filosofo-poeta, per il quale la disillusione procurata dai metodi positivisti non comporta l’avvilimento degli aspetti terreni, ma l’analisi di dettagli dell’esperienza, capillarmente concepita per essere innanzi tutto momento di svolta nel proprio territorio, in assonanza con le effettive possibilità dell’uomo pur nella sua finitezza; inoltre, per scongiurare il pericolo che la cultura venga relegata in uno spazio chiuso e scomparire poi per auto-dissoluzione. Un rischio che l’uomo solleva semplicemente concedendo al futuribile la responsabilità e il potere di decidere in penombra. 

L’indagine, in tal senso, acquisisce un’intonazione definibile addirittura come frondista e conferisce modernità a un pensiero che traduce in linguaggio complesso una sensibilità di stampo costruttivista, secondo cui è all’interno di sé che l’uomo riesce a scoprire il percorso della verità (nelle sue attese e nelle sue componenti) senza attribuire un valore effimero ai sensi. Michelstaedter si dispone quindi in un rapporto metessico rispetto alle idee, agli ambienti costruiti e alle sue convinzioni come azioni confluenti e definite a partire dal pensiero medesimo. Le teorizzazioni sulla relatività apportano un ulteriore scombussolamento alla concezione diacronico-unitaria dell’evoluzione, già pressate dalla possibilità della mente di interagire con fenomeni sensoriali ed ultrasensibili, cui contribuisce lo studio della psiche e dei comportamenti, soprattutto nelle argomentazioni di Henri Bergson ‒ sulla libera associazione della vita come creazione senza limiti per vincere l’inerzia della materialità ‒ e di William James ‒ determinato a indagare le possibilità del saggio, il quale aspira alla conoscenza di contro ad un territorio umano che appare depotenziato delle facoltà di accedere alla verità che pur è nel reale, sebbene oscurata dalla stagnazione.

Nel caso di William James le coincidenze con Michelstaedter riguardano non solo l’analogia di conduzione dei metodi d’indagine, quanto anche la morte (per diversa causa), che coglie entrambi nel 1910.

La logica cui Michelstaedter si riferisce potrebbe essere nell’egemone perpendicolarità fenomeno-psiche/comportamento, in quanto similmente lo spazio e il tempo si incrociano e variano con il determinante contributo della storia, la storia personale e dell’intera collettività, le esperienze, le circostanze, le relazioni, il territorio umano e il tempo fenomenico in una neo-strutturata genesi. Notevole il ruolo che spetta al fattore diacronico, le temps bergsoniano, ovvero il tempo-cronologia degli eventi concepito in una nuova dimensione composita di temporalità-spazialità-spiritualità. Due le motivazioni fondamentali: l’una tendente a far convergere la temporalità in un unico macrospazio, nel quale le dimensioni minime godano dell’azione su tempi fisici ed immaginativi, ivi compresa l’accelerazione; l’altra tendente a far corrispondere la temporalità traiettante su piani fisici e distribuzioni ipotetiche con possibilità di traslazione a livello immaginativo.

Nella tracciabilità interattiva-integrativa di elementi che possano assicurare quegli equilibri fondamentali a sostegno del pensiero di Michelstaedter ‒ e che interessano molta parte del mondo intellettuale soprattutto fuori dai confini italici ‒ risiede il nocciolo di una questione riguardante l’uomo e lo scibile (non increspato dalla direttività del fenomeno e dell’azione fenomenica), lo scibile ferace e un pensiero di morte come condizione e non come conclusione. Tutto ciò è inteso da Michelstaedter con un linguaggio poetico affastellato, colto e colto dalla quotidianità in una nuova eterogenesi simbolica. Condizione è ancora una volta l’allontanamento dal luogo di conoscenze e ipotesi esclusivistiche compresse in una ricerca anagogica all’interno di sensibili strutture che, nella parafrasi joyciana, rischiano di divenire un pericolo per sé a causa di uno stato di collassamento che allontana da tensione accrescitiva e altresì non permette di raccogliere spunti di forza eroica che siano alimento di ardore. Michelstaedter non è indifferente ai sentori di mutevolezza e ciò è evidente nelle sue opere, nelle quali introduce quella tensione accrescitiva a salvaguardia dell’abilità individuale di sottoporre alla forza creativa le conoscenze e le connesse argomentazioni che, di conseguenza, si estendono oltre la sfera della propria natura.

 

L’esteta michelstaedteriano, per le sue peculiarità, è annoverabile, a nostro avviso, fra gli espressionisti: egli non ricerca mai l’idealizzazione dell’arte/pensiero, ma la sua totalità/autenticità. (7)





L’eterno quesito conduce Michelstaedter a rivisitare opinioni e a cercarne motivazioni in un come che, quindi, punta all’efficacia di una speciale ricerca estetica quale motore significativo dell’essere. Tuttavia quelle opinioni possono rappresentarsi come vere solo se riferite a spazi e momenti definiti e possono essere perturbate e rese obsolete ‒ o inopportune ‒ se analizzate alla luce dei nuovi interventi d’indagine, in una situazione che si mostra ai suoi occhi con le variabili che sembrano spremere tutto quanto potrebbe, invece, procurare gioia.

 

Ma chi vuole la vita veramente, rifiuta di vivere in rapporto a quelle cose che fanno la vana gioia e il vano dolore degli altri – e non accontentandosi d’alcun possesso illusorio chiede il vero possesso, così che in lui prende forma e si rivela il muto e oscuro dolorare di tutte le cose. La sua vita è il rifiuto e la lotta contro tutte le tentazioni degli illusori soddisfacimenti, e non disperdendosi nell’atto delle continue correlazioni (possessi illusori) si afferma e prende forma e si crea da sé stessa: questa è l’arte. (8)

 

È chiaro il riferimento alla vita come filtro e, insieme, come fine ultimo della ricerca: massimo capolavoro di un’azione rappresentabile come arte estensiva al fine di evitare che il modello equivoco di un’arte fine a se stessa declini a (falso) significante di vita.

Già nel 1884 J. K. Huysmans aveva tracciato l’amaro teorema metaforico in A rebours. Nel romanzo – definito dall’autore stesso a meteorite into the literary fairground provoking anger and stupefaction (9) ‒ è sintetizzato lo scadimento del concetto di bellezza a merce di piacere elevato a valore.

Simile tenore sembra contenere un’affermazione riconducibile a O. Wilde:

 

people are good until they learn how to talk. (10)

 

In questo caso talk (parlare) interpreta lo scambio rettilineo di opinioni e preconizza la tracciabilità dell’azione intellettiva; trasforma la parola in convenzione che contingenta l’abitudine e la eleva a norma. È una fuorvianza comunicazionale stridente che dispone all’accoglimento (passivo) di un distruttivo nonsense. 

Secondo queste cadenze l’operazione di Michelstaedter acquista un valore universale che avoca a sé tutte le questioni (soprattutto culturali) del suo tempo. Decadentista per aspetti riconducibili all’interesse per l’ignoto e invisibile, per la disaffezione a una tendenza che offusca la soggettività in favore di una razionalizzante percezione oggettiva, egli reagisce con il recupero delle tendenze romantiche per mezzo di propri canoni differenziali. Il distacco dall’empirismo non si volge, tuttavia, in rifiuto dell’esperienza: Michelstaedter concepisce le istanze visibili nell’estensione simbolica presente agli occhi che vedono oltre l’ombra; che assumono un ordine soggettivo dinamico; che rinnovano la Negative Capability teorizzata un secolo prima dal poeta-pensatore romantico John Keats, per il quale il creatore (poeta) ha il dovere di accettare il mistero senza ridurlo a fatto da spiegare con il limitato mezzo delle convinzioni oggettivate (Questa concezione sarebbe stata in seguito recuperata dal Futurismo nella visualizzazione del momento quale sostanza di verità relativa, camuffata da realtà assoluta e, per questo, da negare in quanto immagine di staticità ‒ limite di sopraffazione al progresso e, dunque, all’uomo).

Proprio perché ciò che appare non corrisponde né all’essenza, né all’essere, ma a un’economicità didascalico-linguistica, spetta all’ingegno spostare a sé quell’immagine e renderla efficace in una sfera che si carichi di valore come verità nuova da ripartire sul piano delle contingenze relative. La mente nel frattempo vaga a incontrare gli elementi della natura che condivide il territorio umano mediante eccezionali situazioni, che permettono la lettura a coloro i quali puntano verso continenti diversi e paradossalmente presenti, nascosti dietro l’allusione di ciò che è sebbene incatalogabile come bene o male. È questa un’idea rivoluzionaria di stampo romantico che trova riscontro in Ode to the West Wind di P. B. Shelley:

 

O Wild West Wind, thou breath of Autumn’s being,

 Be through my lips to unawakened earth

 

The trumpet of a prophecy! O, Wind,

if Winter comes, can Spring be far behind? (11)  





Percy Bysshe Shelley


Nella tensione degli anni giovanili ‒ compressi nell’eterna questione relativa all’interpretazione della vita come condizione di essere ‒ Shelley si rivolge fremente allo vento che giunge dall’ovest, zefiro che scuote le certezze. A lui – antropomorfico interlocutore – in un dramatic monologue chiede di penetrare quell’alito eterno e rivivere la sua primavera. 

Come non riconoscere lo stesso carico del dolore che anima Michelstaedter:

 

Voi vivete perché siete nati – ma dovete rinascere per voi stessi – per vivere. (12)

 

È straordinario come possano conciliarsi tensioni simili tra due poeti-pensatori separati dall’oggettivo storico e geografico (Shelley, inglese, visse tra il 1792 e il 1822; Michelstaedter, italiano, visse tra il 1887 e il 1910). Evidente la corrispondenza tra versi espressivi di un’inquietudine, derivata dall’immersione nei meandri sommersi della mente di Shelley e quanto si configura nei termini di Michelstaedter: la relativizzazione delle conoscenze dilata la dimensione umana nelle cose al punto da convergere in una nuova religione della cultura come stimolo per nuovi percorsi e mantenere il confronto anche con il disagio e l’impegno presenti, inequivocabilmente, tanto nella vita personale quanto nella scrittura, a volte con una conciliazione che rasenta l’improbabile. Entrambi assorbono le inquietudini di periodi a proprio modo di trasformazione, all’interno dei quali stabiliscono parametri personali per interpretare e proiettarsi nel circuito esistenziale, cui attribuiscono un significato che scompiglia le tessiture consuete e diviene silenziosa, oscura ribellione. Ancora, tanto Shelley quanto Michelstaedter tendono ad enfatizzare una particolare sensibilità, che definisce la potenzialità individuale in quanto valore accrescitivo della ragione, che agisce mediante lo strumento della parola-manifestazione di un pensiero libero di muoversi oltre le cose concrete, dalle quali si distanzia fino ad arrivare alla soglia di un’avvolgente malinconia quale condizione per avversare ciò che appare come riflesso-realizzazione del male. Nessuna corrispondenza con il male di vivere che soggioghi in un loop devastante l’argomentare sul senso del vivere, quanto, invece, un chiaro riferimento all’inesorabilità di una consistente realtà nella quale il soggetto esiste.

La vita, la morte, l’uomo sono criteri da rivisitare sotto una nuova forma non già in sovrapposizione, ma come anelli inscindibili di un intrico, all’interno del quale l’uomo decide il criterio da attribuire alla vita e alla morte come momenti di traslucida proiezione nell’affermazione di una durée. Le tematiche essenziali ‒ sulle quali Michelstaedter  focalizza la sua indagine ‒ incontrano, pertanto, in maniera simbiotica il senso di universalità che condiziona il pensiero, al punto da interloquire con l’irrazionale slancio oltre i confini del conoscibile, suffragato dalla molteplicità di ipotesi la cui base è nell’auto-identificazione.

La vita, la morte, la rinascita ‒ segnali di una circolarità che si distanzia dall’ansia della fine predestinante e che rivive nel presente profondo del poeta-filosofo attraverso una continuità che ritengo assimilabile all’annichilimento urlato a voce roca in The Waste Land di T. S. Eliot; che afferra la definitività del sé come unico spazio riferibile in Song of Myself di W. Whitman (I celebrate myself … Hoping to cease not till death … (13) ) e che anticipa la tendenza neo romantica caustica ed affranta di Dylan Thomas (Che più mi approssimo alla morte, … più sonoro il sole risplende …).

Ben si conosce quale detonatore sia quell’universo che, in una maniera o nell’altra, esalta le abilità psichiche dell’individuo eletto di collazionarsi con l’essenza. Vero è, altresì, che più che da emotions recollected in tranquillity (Prefazione a Lyrical Ballads di W. Wordsworth) la nuova cultura prende le distanze tanto dall’emozione individuale, tanto dalle sensibilità. Una siffatta elaborazione, della quale si fa portavoce il poeta T. S. Eliot, viene consolidata dai caratteri dialettici e simbolici, ai quali Michelstaedter riconosce la chiave di interpretazione di legame invisibile-indivisibile tra le cose. Si tratta dunque di rivedere l’organizzazione stessa dell’esperienza mediante la parola intelligibile e razionale (14) : solo coloro i quali esercitano la riflessione possono scongiurare la finitezza con uno slancio che predispone al dialogo tra le discordanze e le coesioni nella mediazione costante tra sé e natura e che permette di trasformare l’esperienza in fatto partecipativo.

È questo il dato fondamentale di un’elaborazione che l’autore porta fino allo stremo, interessato com’è ai processi di svolgimento profondo, anziché alla percezione quantificabile dell’esperienza relativizzata a tempo e spazio. In altre parole, Michelstaedter affronta la qualità da attribuire alle cose e al sapere in un tempo non rappresentabile, che vive nelle profondità di chi lo concepisce e al quale sono concesse due opzioni: l’una contenuta nella fossilizzante, esausta recitazione del presente; l’altra a sostegno di un attivismo ricercativo lungo traiettorie non codificabili. Dall’omocentricità legata a questa seconda opzione Michelstaedter trae vocazione per conferire unità alle percezioni dell’invisibile e dell’inconscio e solcare il terreno esistenziale con le risorse di un’anima inquieta destinata (forse proprio per questo) alla solitudine.

Dall’immagine di perenne contrasto-ricomposizione affiora la speciale redenzione nel mito di una nuova immortale territorialità, della quale è l’uomo-Michelstaedter il punto variabile. Tale condizione lo avvicina all’idea whitmaniana del self made man ‒ icona dinamica nella cui azione un’intera comunità tende a riconoscersi, adottando pur sempre distintive peculiarità. Nell’incidenza-reciprocità Michelstaedter considera il luogo abitato come spazio compatto di equivalenze, di trasformazioni di carattere omeomorfico su piani molteplici intersecanti. Da tale compattezza si può risalire alle congiunzioni tra diversità temporali, in grado di stabilire una continuità che supera la semplice localizzazione.

In questi termini la scrittura si dispone a sintesi di un programma, con il quale l’autore identifica se stesso e il suo tracciato come separativo confine rispetto all’elemento condizionante esterno, al fine di affrontare l’ascesi in un nuovo credo. Ciò va inteso come un’affermazione di libertà non nuova nella letteratura di ogni tempo e che, soprattutto, appare esplosiva in Ulysses di A. Tennyson. Nella poesia il roboante io ricorre a formulare il bisogno innato di non fermare mai il viaggio (I cannot rest from travel) e si chiude con un deciso rifiuto di cedere perché though much is taken, much abides. (15)

Michelstaedter concepisce nella scena attuale l’assenza di una trazione significativa per esplorare la complessità delle forme. Come (l’Ulisse di) Tennyson egli arretra davanti allo scontro diretto con la realtà; si astiene dall’operare giudizi, che potrebbero affievolirsi in mera retorica per acquisire un moto personale e inserirsi nel flusso inarrestabile del pensiero. Il suo intervento mira a richiamare la ricerca di un’anima delle cose in sé, la cui egenza motiva la scelta a vagare per ipotetiche rotte, che lo sospingono (l’uso del presente indicativo è voluto) verso l’oscurità dell’irrisolto con un dialogo meta-spaziotemporale, nel quale si riconoscono presenti e trascorsi con un’aspettativa mirabile indefinita, che l’autore movimenta in maniera efficace sul piano della versificazione. 

Il poeta è nella sua voce e nella parola simbolica quale unico mezzo per inoltrarsi oltre la finitezza.

 

(…)

Perciò se freddo e ruvido io ti sembri,

ma tu lo sai: è per vieppiù andare,

è per nutrir più vivida la fiamma,

perché un giorno risplenda nella notte,

perché possiamo un giorno fiammeggiar

liberi e uniti al porto della pace. (16)

 

L’intonazione intensa, talora tumultuosa, nullifica l’appiattimento e assume i toni di una conversazione paritetica, nella quale l’io crescente nel noi confeziona una stratificazione argomentativa con un interlocutore variabile: se stesso, la vita nelle sue espressioni, la natura come richiamo prospettico di un’essenza che l’uomo massificato dalla reiterazione delle azioni ha sconvolto. Tutto rientra in una logica privata che rimanda a un altro autore fortemente interessato ai bollori della mente ‒ Edgar Allan Poe. Nella visione di Poe, infatti, la nuova forma elabora il vissuto riconoscibile nella definizione del sé umano distinto per categorie, ognuna delle quali é in grado di percepire verità minima, dovere, bellezza. Poe concepisce l’importanza dell’investigazione sintetica delle complessità d’una psiche che si muove per ambienti profondi talora divergenti.





Pur accogliendo per sommi versi questa distribuzione, Michelstaedter supera la trinomia e la codifica in un’unità-in-potenziale-assoluto, il cui valore si esaurisce nel momento di definizione, sebbene non preannunci la dissolvenza delle attese, vieppiù sostanzializzate dal procedimento. In questo modo egli ridisegna un percorso che permette alla scrittura di convenire in interpretazioni collegate a immagini che definiscono una grande storia costruita intorno all’uomo e dall’uomo medesimo. Ad ogni modo, egli si esprime con cautela relativamente all’opportunità di sceverare l’idea dal vissuto concreto, cui si tiene legato in virtù di una scaltra attività di indagine che lo porta ad essere viaggiatore tra i fermenti che animano il suo tempo. La condizione motiva la ponderata conciliazione tra pensiero e lessico:

 

Per le vie della terra l’uomo va come in un cerchio che non ha fine e che non ha principio, come in un labirinto che non ha uscita. (17)

 

Disorientato dalle sue stesse proiezioni, l’uomo apporta una confusione speculare delle ombre, passivo fruitore di falsi miti della caverna. È una ricorrenza che appiattisce con lusinghe di meccanicità un sistema chiuso che detiene il potere di controllo sull’esistenza, rende vano il significato delle cose e dell’uomo stesso e devia con una destinazione che ha il valore fatuo dell’indifferenza. O dell’insofferenza.

Affiora pertanto una nuova sincronica e metasensibile dimensione spaziotempo, nella quale Michelstaedter si muove con flessibile giudizio nell’implementazione di novità che sempre intervengono a rendere l’unicità del fatto nell’universalità del tutto. Esistono principi consolidati all’interno di strutture date e sta esclusivamente all’uomo di conoscenza riuscire a concepire la giusta ed equilibrata confezione. È questo il ritmo con cui Michelstaedter prosegue nella sua ricerca: ogni uomo è sottoposto a variabili determinanti il suo spirito, ivi compresi il suo atteggiamento ed il suo approccio con gli accadimenti esteriori, sui quali agisce con un’energia proiettiva che può più o meno intensificare o scalare l’attenzione. Questo presagisce una continuità inquietante, definibile come certezza del vago, la cui causa è probabilmente nella perdita dell’orizzonte, sul quale tutti si espongono alla maniera propria enucleativa di scissioni, traslazioni, proiezioni profonde, attitudini.

L’indagine giustappone la qualità e il valore a una programmazione concettualizzata che potrebbe presumere lo scadimento in valutazione di tipo anaforico. L’improbabilità di con-cludere tempi e spazi definiti in un’azione coordinata assoluta colloca Michelstaedter a distanza dall’idea fuorviante di funzionalità al contesto, considerata limitazione non solo all’azione ma all’individuo stesso. È un’idea articolata che però giustifica il dissenso. Tuttavia l’imperfezione dell’uomo non deve costituire motivo di rinuncia; al contrario, dovrebbe trainare lo scuotimento della coscienza: sapere e conoscere sono valori sinonimici che si incrociano sul terreno fertile della mente ‒ il giardino differenziale nel quale l’uomo vaga in piacevole solitudine fino a scontrarsi con nuove sollecitazioni.

Michelstaedter scopre la storia e, per suo tramite, gli ambiti del pensiero segnato dalle coordinate di percezione e risposta reale. L’urgenza di rimarcare le contiguità spazio-ambientali conduce presto a porre al centro di attenzione se stesso, le sue vibrazioni cognitive ed esortative in uno sfondo impregnato di traiettorie meditative dirette, da osservare con una lente di ingrandimento che le proietti oltre i confini dell’attualità, non riduca il fatto esperibile alla razionalizzazione dell’evidenza e confluisca in una grammatica di valore addirittura esponenziale.

In conclusione, mi sovviene una riflessione contenuta nell’introduzione a La morte di Ivan Ilijc di Lev Tolstoj (per il quale Michelstaedter si spese a suo tempo in un originale redazionale e, come quest’ultimo, morto nel 1910), che, ritengo consegni nella sua efficacia l’operazione culturale condotta da Michelstaedter:

 

A misura che le cose ci abbandonano, noi sentiamo quella particella di noi che ci è propria, che non è confondibile con altro, affermarsi e crescere e dilagare fuori di noi in un meraviglioso fluire di vita. (18)

 

La vera arte incontra se stessa quando vi si riconosce. Egualmente la letteratura incontra la vita come sintomo o richiamo di storia quando compendia una complessità riconoscibile all’individuo coinvolto in veste di mediatore, fruitore e creatore di una costruzione grafica, nella quale simultaneamente si delineano forme riconoscibili ed altre avulse dal ripetibile materico. Realtà vissute in una siffatta trama permettono di generare una teoria etica che comprenda riprese, rovelli, interpretazioni distanti dall’essere artifici tecnici e che incida tanto sui comportamenti, che sugli ambienti riferiti a una localizzazione del sapere che non assume null’altro che sé.

È il disegno che giustifica l’essere e la storia come emanazione per momenti d’essere della disponibilità di intelligere nell’oltre dello spazio visibile e della vita temporale.

 

 

 

 

NOTE

 

(1)                C. Michelstaedter – La melodia del giovane divino – Adelphi 2010. Pag. 58

(2)                Op. cit., pag 75

(3)                F. Nietzsche - Il viandante e la sua ombra in Opere 1870/1881 – Newton 1993. Pag. 877

(4)                A. Ottaviani – Non solo uno scienziato redazionale su Millenovecento – mensile di storia contemporanea – anno 3 - n. 23 settembre 2004, pag. 14

(5)                P. PulcinaCarlo Michelstaedter ESTETICAFirenze Atheneum 2004. pag. 72

(6)                F. Desideri – Introduzione a La Metamorfosi e altri racconti – Kafka - Newton Compton Ed. 2004. Pag. V

(7)                P. PulcinaCarlo Michelstaedter ESTETICAFirenze Atheneum 2004. pag. 101

(8)                C. Michelstaedter – La melodia del giovane divino – Adelphi 2010. Pag. 115-116

(9)                Un meteorite nel parco (giochi) della letteratura in grado di provocare rabbia e stordimento

 S. Calloway – Wilde and the Dandysm of the Senses in The Cambridge Companion to Oscar Wilde – Cambridge University Press 1997. Pag. 47

(10)   Gli uomini son buoni fin quando non imparano a parlare.

       D. Kiberd – Oscar Wilde: the resurgence of lying in The Cambridge Companion to Oscar

       Wilde – Cambridge University Press 1997. Pag. 276

(11)  vv 1, 68 a 70: Oh Vento Selvaggio dell’Ovest, tu respiro dell’essenza d’Autunno / … /  Sii per il

        tramite delle mie labbra tromba di profezia / per questa terra ancora assopita! Oh Vento, / se mai

        l’Inverno dovesse arrivare, ci sarebbe poi la Primavera?

(12)   C. Michelstaedter – La melodia del giovane divino – Adelphi 2010. Pag. 92

(13)  vv 1, 9: Celebro me stesso ….Sperando di non smettere fino alla morte

(14)  T. H. Huxley – Il Posto dell’uomo nella natura - «I Garzanti» Ia Ed. 1976

(15)  v 65: sebbene tanto sia stato colto, tanto ancora resta (da cogliere/conquistare/ap-prendere)

(16)  C. Michelstaedter - Poesie – Adelphi VIII edizione 2011, da A Senia – Poesie. Pag. 86

(17)  C. Michelstaedter – La melodia del giovane divino – Adelphi 2010. Pag. 92

(18)  Leone Tolstoj - La morte di Ivan Ilijc; La Sonanta a Kreutzer – a cura della Duchessa d’Andria in Collana di Traduzioni – I grandi scrittori stranieri, diretta da Arturo Farinelli dell’Accademia d’Italia, Unione Tipografico Editrice Torinese, 1934 XII. Pag. 6

 

      

 

BIBLIOGRAFIA

 

·                    AA VV – Orizzonti della geofilosofia – Arianna Ed. 2000

·                    AA VV (edited by Peter Raby) ‒ The Cambridge Companion to Oscar Wilde – Cambridge Univ. Press 1997

·                    AA VV (edited by Stuart Curran) ‒ The Cambridge Companion to British Romanticism – Cambridge Univ. Press 1997

·                    P. Bessi – L’eterno ideale della felicità - in La Scena Illustrata, rivista quindicinale di letteratura, arte e sport diretta da P. Pollazzi. Firenze, 15 luglio 1903, N° XIV

·                    P. Bessi – I capricci della memoria - in La Scena Illustrata, rivista quindicinale di letteratura, arte e sport diretta da P. Pollazzi. Firenze, 1 giugno 1909, N° XI

·                    G. Costetti – Esteriorismo (pellicole viventi) ‒ in La Scena Illustrata, rivista quindicinale di letteratura, arte e sport diretta da P. Pollazzi. Firenze, 1 febbraio 1909, N° III

·                    G. Curci – Le meravigliose velocità ‒ in La Scena Illustrata, rivista quindicinale di letteratura, arte e sport diretta da P. Pollazzi. Firenze, 1 maggio 1909, N° IX

·                    R. Di Marco – Oltre la letteratura – Ed. GB 1986

·                    T. S. Eliot – The Waste Land – Mursia 1976

·                    B. Ford (editor) – From Blake to Byron – The New Pelican Guide to English Literature, vol. 5, Penguin Books, 1983

·                    B. Ford (editor) – From James to Eliot – The New Pelican Guide to English Literature, vol. 7, Penguin Books, 1983

·                    A. Fremont – La regione – uno spazio per vivere – F. Angeli Ed. 1983

·                    Glicina – La malattia dell’analisi ‒ in La Scena Illustrata, rivista quindicinale di letteratura, arte e sport diretta da P. Pollazzi. Firenze, 1 maggio 1906, N° IX

·                    V. Gonella – Romanzo e Teatro - in La Scena Illustrata, rivista quindicinale di letteratura, arte e sport diretta da P. Pollazzi. Firenze, 15 luglio1911, N° XIV

·                    T. H. Huxley – Il Posto dell’uomo nella Natura - «I Garzanti» Ia Ed. 1976

·                    P. Indini – Dylan Thomas – L’Eco Ed. 1998

·                    C. Izzo – La letteratura nord-americana – Ed. Accademia 1979

·                    J. Joyce – Gente di Dublino - Biblioteca Universale Rizzoli, 1980

·                    F. Kafka - La Metamorfosi e altri racconti – Newton Compton Ed. 2004

·                    D. Lucking – The Artifice of Eternity – Adriatica Ed. 1983

·                    C. Michelstaedter - Poesie – Adelphi VIII edizione 2011

·                    C. Michelstaedter – La melodia del giovane divino – Adelphi 2010

·                    F. Nietzsche - Opere 1870/1881 – Newton 1993

·                    A. Ottaviani – Non solo uno scienziato - redazionale su Millenovecento – mensile di storia contemporanea – anno 3 - n. 23 settembre 2004

·                    P. PulcinaCarlo Michelstaedter ESTETICAFirenze Atheneum 2004

·                    V. Ruggieri – Psiche immortale ‒ in La Scena Illustrata, rivista quindicinale di letteratura, arte e sport diretta da P. Pollazzi. Firenze, 1 maggio 1909, N° IX

·                    M. Sansone – Storia della letteratura italiana – Principato Ed.1973

·                    Tersite – Il fono – cinematografo ‒ in La Scena Illustrata, rivista quindicinale di letteratura, arte e sport diretta da P. Pollazzi. Firenze, 15 luglio 1903, N° XIV

·                    L. Tolstoj ‒ La morte di Ivan Ilijc; La Sonanta a Kreutzer – a cura della Duchessa d’Andria in Collana di Traduzioni – I grandi scrittori stranieri, diretta da Arturo Farinelli dell’Accademia d’Italia, Unione Tipografico Editrice Torinese, 1934 XII

·                    W. Whitman – Leaves of Grass – New American Library 1980

·                    R. Williams - Cultura e Rivoluzione Industriale 1780 – 1950 – G. Einaudi 1968. V ristampa

 

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Filosofie del Presente

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006