TEATRICA
TEATRO E CARCERE

I “Viaggiatori” dell’invisibile


      
Pubblichiamo la prima parte di una incursione nei luoghi del teatro che si fa e si vede nei luoghi di pena, lì dove l’azione scenica non produce mai noia, ma forte emozione a contatto con la diversità incarnata dagli attori-detenuti. Ecco, quindi una nota critica sull’ultimo spettacolo di Gianfranco Pedullà nella casa circondariale di Pistoia, che è la conclusione di una trilogia dopo i primi due spettacoli intitolati “International cabaret” e “Di questi tempi”. In coda una conversazione con il regista della compagnia Mascarà/Teatro Popolare d’Arte, anche a proposito del ricorso all’autodrammaturgia come metodo di laboratorio e come scelta artistica finale dell’allestimento.
      




      

di Ivana Conte





Una scena di Viaggiatori (2014), regia di Gianfranco Pedullà
(ph. Alessandro Botticelli)


In carcere non si può essere turisti, ma solo viaggiatori.

Lo si è nelle tre condizioni possibili: se si è detenuti, se si lavora con i detenuti, se si diventa spettatori consapevoli delle opere d’ingegno che nascono in carcere.

 

VIAGGIATORI è il titolo dell’ultima, pregiata, opera teatrale nata nel carcere di Pistoia, ideata e realizzata da Gianfranco Pedullà, con la collaborazione di Francesco Rotelli e Roberto Caccavo.

 

Eravamo in molti, di diverse generazioni e provenienze, nella rovente giornata di fine giugno, alle tre di pomeriggio, in fila, ad attendere le procedure per l’ingresso in carcere. Ormai le conosco bene, impegnata direttamente in un progetto sul vedere teatro, a Rebibbia, destinato a donne e bambini da 0 a 3 anni.

A Pistoia le procedure sono più rapide; entriamo in due grandi gruppi, separatamente, e un corridoio esterno conduce direttamente alla sala adibita a teatro.

Seduti attendiamo l’arrivo di alcune autorità del luogo. C’è un po’ di impazienza e un certo sfinimento per il caldo insopportabile. Si alternano interventi, brevi, per valorizzare il paziente e intenso lavoro svolto da Pedullà e dai suoi collaboratori, ultimo di una trilogia che ha visto alternarsi detenuti italiani e stranieri in un’esperienza complessa e innovativa.

Lo spettacolo si apre su una astrazione potenziata, su una folgorante stazione onirica, su un gruppo di attori eccezionali perché in viaggio nella stasi forzata della reclusione. Frammenti di storie personali, lacerti di memoria, allusive immagini di violenze subite nei ricordi offerti come in un remix di viaggio.

Alle parole insolite e anticonvenzionali delle vite dei detenuti-attori fanno eco tracce brechtiane e incursioni pirandelliane. Per non dire di quella felice intuizione di portare in scena sfilacciate vestigia del Cappotto di Gogol e forse anche delle sue memorie di uno o più pazzi…

Nel fondale, iscritto in una luce rossa, immobile sta un personaggio che fa pensare alle prigionie dell’anima, prima tra tutte quelle di Bernando Soares nella Lisbona tra sogno e incubo che descrive Pessoa.

Noi spettatori siamo portati in viaggio da musiche, da durezze improvvise, da incomprensibili stridori, da dolcezze rare di umanità dissolta e ricomposta in scena, come per miracolo.

Ma non miracoli, ai quali non crediamo oppure ai quali solo si può credere in certi casi, hanno portato i corpi degli attori ad essere un tutt’uno con quelli degli spettatori: è stato un lungo paziente lavoro, un raffinato dosaggio tra segni e simboli, tra leggerezza e profondità di benjaminiana memoria, tra sarcasmo e malinconia.

Il pubblico di questi tempi si annoia spesso a teatro, in carcere invece si emoziona, dimentica le condizioni avverse, apprezza le condizioni diverse.

Certo è un pubblico speciale, consapevole, ma anche provato, perché vicino ai detenuti, oppure, come noi, dedito alle scapestrate e faticose avventure nei luoghi del disagio.

Stavolta è diverso: si intuisce un gruppo difficile e fragile che ha scommesso su di sé e su cui gli autori e il regista hanno scommesso, senza garanzie o scorciatoie.

Si intravede una tela tessuta con fatica, che potrebbe rompersi da un momento all’altro e invece si infittisce. Si comprende che ci sono alle spalle storie dure, anni da trascorrere in quella stasi reclusa in cui questo viaggio è eccezionale e unico, forse.

Uno specchio frantumato che taglia gli sguardi, una necessità di essere e di essere con il teatro, che attanaglia.





Un'altra immagine dello spettacolo allestito nel carcere di Pistoia
(ph. Alessandro Botticelli)


***

 

CONVERSAZIONE CON GIANFRANCO PEDULLà, DOPO LA VISIONE DI VIAGGIATORI

 

Dopo avere visto numerosi laboratori e spettacoli in carcere, o nati in luoghi di reclusione e poi approdati nei teatri, pensare ad una conversazione con uno dei più significativi esponenti della drammaturgia e della regia della middle generation, Gianfranco Pedullà, è stato il giusto compendio alla visione del suo ultimo lavoro con i detenuti a Pistoia, di cui scrivo sopra.

Pedullà è un intellettuale completo e complesso, di dichiarata formazione gramsciana, esperto di teatro del Novecento europeo, autore e regista affermato e prolifico, di qualità umana e tempra artistica assolutamente rare di questi (e d’altri) tempi.

Mi piace comprendere le ragioni del ricorso all’autodrammaturgia come metodo di laboratorio e come scelta artistica finale nella realizzazione di VIAGGIATORI.

In altre occasioni lo sfondo drammaturgico, le fonti e il peso letterario degli autori erano dominanti, e penso in particolare a L’enigma di Kaspar Hauser (dall’omonimo testo di von Feuerbach, poi divenuto straordinaria opera cinematografica con la regia di Herzog e, recentemente, visionario film di Davide Manuli) e a Camurria, tratto dal Sandokan di Nanni Balestrini, spettacoli realizzati in carcere da Pedullà negli ultimi anni.

In VIAGGIATORI siamo invece di fronte ad esili ma significative sequenze di storie e di memoria dei detenuti.

Pedullà, come sempre, parte dal gruppo che ha di fronte e supera ogni tentazione di scelte metodologiche precostituite, mantenendo però salda la propria ricerca complessiva dentro e fuori dal carcere. Lascia dunque spazio alle voci, alle grida, ai  piccoli rimpianti, alle allucinate visioni, ai silenzi; lascia spazio al gruppo di detenuti di provenienze molteplici, che convivono spesso con grande fatica, in attesa di giudizio.

Rotelli e Caccavo hanno molto collaborato  alla trasposizione drammaturgica delle storie dei detenuti e alla integrazione con i testi degli autori teatrali noti (Brecht, Pirandello, Gogol), creando una partitura saldamente cucita addosso ai detenuti attori.

Ripercorriamo nella nostra conversazione, l’itinerario ricco e di rara preziosità che la nostra generazione ha potuto compiere e risulta evidente come Pedullà rappresenti un esempio di coerenza e versatilità autoriale e registica, per non avere mai disgiunto le fasi e i risultati della propria ricerca.

Santa Giovanna dei Macelli, altro suo spettacolo con attori professionisti e detenuti, nasce nel carcere di Prato, approda al Teatro delle Arti di Lastra a Signa, rinasce nella cornice prestigiosa del Bargello a Firenze e dimostra appunto che la ricerca è unitaria e non prevede fasi di serie A e di serie B, ma trasformazioni e pubblici sempre attivi e rinnovabili.

Del pubblico Pedullà si prende cura da anni, in Toscana e altrove ed è questo uno dei terreni di incontro tra la sua e la mia ricerca.

Ha creato, nel tempo, una solida comunità di artisti con i quali lavora stabilmente, nella logica attuale delle residenze teatrali e in quella, antica, della condivisione dell’arte, non trascurando mai un fitto dialogo con la comunità degli spettatori, sempre mutevole e in trasformazione.

Un teatro che nulla concede all’autocompiacimento, anzi.

Spesso apprezzato dagli adolescenti più ancora che dagli adulti, per un’alta valenza educativa e per la preoccupazione di trasmettere competenze e saperi alle nuove generazioni.

Il filo rosso che unisce le esperienze tra loro è dato anche dalla profonda conoscenza del teatro popolare d’arte, dell’improvvisazione teatrale, dell’attore del tempo sospeso, che racchiude in sé anime e voci molteplici; in carcere l’attore non attore rende il vero più vero, senza retorica, con il proprio corpo martoriato, come sarebbe piaciuto a Grotowskij e come nessun attore professionista potrà mai fare, non per inabilità ma per condizione esistenziale diversa.

VIAGGIATORI  conclude una trilogia a Pistoia (i primi due spettacoli a Pistoia erano International cabaret  e Di questi tempi), ma il lavoro continuerà in quella casa circondariale e in altri luoghi, perché lavorare in carcere sembra una scelta difficilmente reversibile per un artista autenticamente contemporaneo e popolare, colto e creatore di comunità di attori e spettatori come Pedullà sa essere, a dispetto delle mode e delle consorterie che passano e vanno.





Gianfranco Pedullà


NOTA BIOGRAFICA

 

Nel 1980 fonda la Compagnia MASCARà TEATRO (divenuta nel 1993 TEATRO POPOLARE D'ARTE), che opera guidata da una forte attenzione alla formazione del pubblico e lavora per un teatro 'popolare' di qualità, accessibile a tutti, al di là di ogni distinzione di età o di cultura. Contemporaneamente il MASCARà/TEATRO POPOLARE D'ARTE ha prodotto un teatro di forte valenza artistica, un teatro ricco di tensioni contemporanee.

È, fin dalle origini, il direttore artistico della compagnia, per la quale scrive o rielabora i testi e firma la regia. Gli spettacoli del Mascarà/Teatro POPOLARE D'ARTE sono stati rappresentati in tutta Italia e in varie tournèes all'estero (Francia, Germania, Olanda, USA, Gran Bretagna, Russia, Croazia).

È specialista del teatro europeo del Novecento, ha organizzato mostre e spettacoli su Gordon Craig, ha approfondito il teatro di Tadeusz Kantor. Tra le sue principali esperienze formative si segnala il laboratorio intensivo Le pratiche del narrare, organizzato dal Centro di sperimentazione teatrale di Pontedera, con maestri come Win Wenders e Andrej Tarkowski. Ha trascorso due anni a Parigi, dove ha studiato teatro con Georges Banu, Peter Brook (seguendo le prove del MAHARABHARATA), Eugenio Barba (sezione ISTA di Marigny). Accanto all'attività direttamente produttiva di spettacoli, Pedullà si è molto occupato di pedagogia teatrale dirigendo laboratori, corsi e seminari rivolti alle scuole (dalle elementari all'università) ed ai giovani interessati al teatro.  

Dal 1992 conduce un'attività teatrale stabile nella Casa Circondariale di Arezzo, dove opera la Compagnia IL GABBIANO attraverso spettacoli, laboratori, convegni. In seguito ha lavorato e lavora nel carcere di Prato e nel carcere di Pistoia. Dal 2009 dirige un laboratorio teatrale nel carcere di Prato su I GIGANTI DELLA MONTAGNA di Luigi Pirandello.

Nel 2011 ha contribuito alla nascita del Coordinamento Nazionale teatro in carcere.

Nel 2012 ha diretto la prima edizione di DESTINI INCROCIATI,  prima rassegna nazionale di teatro in carcere (Firenze, Prato, Lastra a Signa)

Per molti anni ha collaborato con il Comune di Arezzo, del quale è stato a lungo consulente teatrale per il settore della formazione - Progetto DEI MONDI POSSIBILI. Nel 2002 fonda e dirige la RETE TEATRALE ARETINA, che riunisce le principali compagnie e teatri della provincia aretina.

A Firenze ha diretto dal 1993 al 2003 il TEATRO STUDIO E.G.CRAIG, un laboratorio permanente legato alla formazione dell'attore, sostenuto dal Comune di Firenze.. Per il Consiglio di quartiere 4 di Firenze ha diretto il progetto UCCELLINI & UCCELLACCI, itinerari teatrali nella periferia urbana (debutto giugno 2001-Estate fiorentina) e il progetto TEATRO MEDITERRANEO all’interno dell’Estate fiorentina nel TEATRO DELLA LIMONAIA DI VILLA STROZZI.

Dal 2004 al 2007 ha insegnato - come professore a contratto – all’Università di Cassino.

Sta preparando una biografia su Silvio d'Amico e su Gordon Craig.

Dal 2003 dirige artisticamente il TEATRO COMUNALE di Bucine (AR) e dal febbraio 2010 il TEATRO DELLE ARTI di Lastra a Signa, nell’area metropolitana fiorentina.

 




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