SPAZIO LIBERO
CONSIDERAZIONI POST-MUNDIAL
Brasile addio: crepuscolo e caduta degli dèi del calcio


      
Note critiche tra mitologia, etica ed estetica dello sport più popolare del mondo, alla luce dei risultati maturati nell’ultimo campionato mondiale svoltosi in terra brasiliana. In cui con la nazionale verde-oro sono stati spazzati via la Spagna del modello Barça e il giocatore numero uno, l’argentino Leo Messi. Come se quel mix di perfezione e massima velocità sia invecchiato e crollato di schianto. Le gerarchie della religione del pallone sembrano sconvolte per sempre e la vincente Germania è un modello di efficienza, ma non emana una forza mitopoietica di suggestione.
      



      

di Pippo Di Marca

 

 

BAGATTELLE per un MASSACRO nell’OLIMPALLONE

 

Gli Dèi, quelli dell’antichità mitologica, è ovvio, non esistevano, fu l’uomo a inventarli. E lo fece così bene che durarono per migliaia di anni e tuttora riempiono il nostro immaginario, la nostra narrazione del mondo, la complessa simbologia con cui cerchiamo di spiegarci chi siamo, come siamo e perchè siamo. L’uomo ha bisogno di inventare dèi: e, anche se in fondo ‘sa’ che prima o poi cadranno, rimane sgomento ogni volta che questo accade. È come se le favole, belle o terribili, che si è per anni o per secoli raccontate svanissero, non esistessero più se non come vago ricordo, nostalgia del passato.

Nella modernità, soprattutto la più recente, gli dèi per così dire ‘storici’ (già defunti da secoli) sono stati spesso sostituiti da semidèi, o eroi, provenienti dall’immaginario ‘olimpionico’ dello sport. Sono figure più ‘umane’ rispetto a quelle classiche, ma per la loro valenza sociale e morale, se si vuole il loro stigma, si tende a glorificarle, a trascenderle verso sfere ‘divine’. Lo sport è diventato l’unico ambito umano in cui gli uomini moderni, dopo secoli di scontri politici e militari (che va da sé non finiranno mai!) hanno trovato il modo di farsi la guerra ‘pacificamente’ e di illudersi che in nome di ‘bibbie’ sportive possano incontrarsi e sentirsi, sia pure solo in quell’ambito, se non proprio fratelli, almeno  parenti. A nessuno sfugge, tuttavia, che già messa così questa forma di moderna ‘religio’ (il cui significato originario è collegare, unire) è fortemente ambigua e piuttosto farlocca. Per ciò non ha e non può avere il respiro storico e temporale delle autentiche mitologie, pur avendo una fisionomia simile: laddove quelle attingono all’immortalità, e dunque all’epica, la mitologia sportiva soffre dell’opposto, la caducità, il limite temporale; e si gioca in uno spazio/tempo che si può definire un presente dilatato  e che peraltro è sottoposto a tutte le sollecitazioni e le accelerazioni, nel senso letterale del termine, insite nel mito della modernità: velocità e iperfetazione mediatica.

Proprio questo ultimo elemento è il fattore esasperante che mentre enfatizza fino ad altezze pseudospirituali, fideistiche il fenomeno al tempo stesso lo rende vulnerabile, fragile, effimero: aumentando  le eventualità e le frequenze di ‘crepuscoli’ e/o ‘cadute’ degli dèi o semidèi che si affacciano nel variegato panorama delle discipline  sportive. La più clamorosa delle quali è, da un secolo a questa parte, il calcio. Perché è indubbio che il calcio è diventata la vera/finta religione del nostro tempo, ecumenica, sotto tutte le latitudini, e ormai da molti decenni, almeno dal secondo dopoguerra. Ormai la ‘storia’ delle nazioni e anche, intesa come ‘vita’, di milioni di singoli individui si va facendo, realizzando insieme alle vicende e agli sviluppi del dio pallone e dei suoi semidèi pallonari: e questa enorme tensione esistenziale e morale (per qualcuno anche ‘estetica’, poetica), e dunque politica, raggiunge il suo acme nel più grande appuntamento, il Campionato del Mondo, che si svolge ogni quattro anni. Sono certo che ci sono al mondo milioni di persone le quali scandiscono gran parte (o addirittura la parte migliore) della loro vita in ‘avventi’ che si rifanno quadriennalmente ai mondiali di calcio, al loro spettacolo, alla loro assurda, irrazionale liturgia. Il momento in cui, tra l’altro ma non solo, gli dèi si esaltano, si santificano oppure cadono. Rovinosamente. La ghiotta occasione in cui la modernità, e sarebbe il caso di dire la post-modernità o l’ipermodernità, celebra se stessa: senza vergogna e senza limiti, in tutti modi e le forme con cui lo spettacolo (e la liturgia) del mondo in quanto ipertesto si rappresenta: farsa, melodramma, dramma, preghiera, psicodramma, commedia, teatro dell’assurdo, realismo, surrealismo, epica, horror, thriller ecc... (Tutto, tranne la tragedia, che è già stata consumata per intero in nome e per conto della mitologia classica). E siamo, in definitiva, al di là delle forme con cui si manifesta la liturgia, di fronte  a una ‘religione’ che contempla e crea i suoi dèi, semidèi ed eroi e ovviamente il suo Pantheon, la sua Cattedrale: dove siedono, più o meno venerati, per limitarsi solo agli ‘dei’, icone come Meazza, Mazzola, Garrincha, Pelè, Puskas, Di Stefano, Eusebio, Cruijff, Beckenbauer, Maradona, Falcao, Baggio, Zidane, Ronaldo e infine Messi (lo straordinario ‘angelus novus’ ormai, temo definitivamente, ‘caduto’).





Leo Messi, capitano dell'Argentina


In questo quadro e davanti a siffatti altari, tanto per liquidare subito l’insignicante esibizione dei guitti di casa nostra, la caduta di un finto, fintissimo (in quanto creato dal trionfalismo idiota, gretto, equivoco e spesso cinico della stampa e della schiatta italiche, unito alla miopia e alla testardaggine del cosiddetto commissario tecnico Prandelli), presunto e presuntuosissimo ‘semidio nero’ quale Balotelli, con corollario di tracollo nazionale, è stata una ‘farsa’ in perfetta sintonia con gli ultimi vent’anni, compreso il corrente, di involuzione totale verso il materialismo e il consumismo più becero, altro che religione! Ed era evidente che sarebbe finita così. Le amichevoli prima delle partite vere avevano già abbondantemente e chiarissimamente denudato il re. E poi quelle robe assurde di creare a Coverciano con ‘tecnologie avanzate’ il clima di Manaus... Ma andate a quel paese! Anzi restatevene a casa a  spendere e dissipare quel poco di energie e talenti residui in quel cortile di provincia, litigioso e farsesco che è il campionato italiano!

 

Non è un caso che ‘liquidata’ l’Italia (a parte la caduta, questa sì di autentiche di vinità pallonare, della Spagna, ma che, come dirò a breve, ci poteva stare, era più che ‘prevedibile’), le grandi funzioni della liturgia si sono cominciate a vedere: e in maniera molto più netta e radicale che in altre occasioni, in altri precedenti edizioni dei mondiali. Come se con l’avvento delle ultime leve di catecumeni, la qualità degli officianti e degli aspiranti semidèi si fosse elevata in maniera profonda e rispondesse e coincidesse esattamente con lo spirito del tempo. Proteso con ogni evidenza a spostare verso la maggior rarefazione/riduzione/perfezione possibile dei tempi d’esecuzione la sfida estetica del gesto tecnico, per renderlo nuovo, liturgicamente perfetto e fulminante: vale a dire sposare al massimo grado, in assoluta communio fisico-spirituale, la velocità, assurta naturaliter come primo comandamento, con la tecnica, intesa come perfezione poetica del gesto sportivo. Il che invera, sportivamente parlando, il sublime, o almeno il sublime contemporaneo, come dimostrano, finché lo dimostrano, divinità come Bolt, o Messi. Quello che loro, come fossero eccezioni, hanno dimostrato e ora magari non sono più capaci di fare, in questo campionato è parso che fosse una regola, un ‘dono’ o un grado di spiritualità o di estetica, comune a parecchi altri giovani semidèi generati da chiese fino a oggi misconsiderate o povere, provenienti dai seminari della Costa Rica e del Cile (la prima  arrivata fino al ‘cielo’ dei quarti, a un passo dal far precipitare anzitempo divinità come Robben, e potendo vantare oltretutto dei giocatori dai nomi portentosi e ‘poetico-fantastici’ come Borges e Bolaños!; il secondo, già agli ottavi,  a un passo dall’impresa di eliminare il Brasile ed ‘evitargli’ – magari fosse successo, avremmo accettato tutti con meno dolore il suo crepuscolo – la sua uscita di scena al posto dell’umiliazione impossibile, inaccettabile, ‘blasfema’ della caduta definitiva con la Germania), come anche della Colombia, ‘madre’ di James Rodriguez, il più dotato forse tra i nuovi semidèi; o dell’Algeria che è stata l’unica a far entrare il ‘terrore’, ben prima dello sciagurato Palacio!, dentro gli occhi teutonici dei meno divini, anzi dei più laici, di tutti. Bravi, per carità, siccome imperterriti ragionieri, perfetti martelli pneumatici, all’interno di un meccanico congegno imbevuto di ‘realismo’ fisicopedatorio, ma privi di ‘spirito’, di lampi poetici, o teatrali: tranne Lahm, piccolo, vero eroe, angelico santino in mezzo ad aitanti sacerdoti di lotta e di governo, e Gotze, l’ultimo arrivato, in extremis adamantino ‘eroe/killer per caso’.         





Mario Goetze, match-winner per la Germania nella finale contro l'Argentina


Il discorso sul nuovo che avanza (e ha già invaso il campo) e sulla filosofia, o sullo spirito, che lo sottende si può dare per scontato. Ma non avrebbe alcun significato se lo si limitasse a una normale contrapposizione generazionale o nominalistica. Ha significato, invece, e molto, se lo si pone a fondamento di una analisi che consenta di capire, comprendere perché proprio in questo mondiale che sembrava fatto apposta per la loro definitiva consacrazione tutti gli idoli, nessuno escluso, sono caduti. Questo è stato il mondiale del Crepuscolo, e in qualche caso della Caduta, degli Dèi. Se vogliamo essere brutali, un vero e proprio Massacro nell’Olimpo del Pallone. Questo è il vero nodo, il vero trauma, di Brasile 2014 e sta alla radice della sua grande tensione teatrale, della sua drammatica spettacolarità che ha stravolto dalle fondamenta o quasi la liturgia, o almeno quelle che pensavamo fossero le sue regole. Usciamo da questo mondiale, di fatto, senza dèi, né semidèi (e forse neppure ‘eroi’: a meno che non si voglia considerare tale quell’ottimo atleta, generoso e inesauribile corridore, peraltro, con i fondamentali approssimativi, che molto probabilmente vincerà il Pallone d’oro e corrisponde al nome di Thomas Müller). Caduta dopo caduta si siamo meravigliati, poi allarmati, poi sconvolti fino allo sgomento. Eppure bastava poco per capire che questo sarebbe successo. A guardare bene ‘era scritto’ e a caratteri ben leggibili in quello che abbiamo chiamato ‘spirito del tempo’: che oggi ci è per così dire esploso tra le mani, ma che ha origini e radici lontane e che ha seguito una evoluzione graduale  prima di produrre  quello che ha prodotto. D’ora in poi sappiamo questo: poiché ‘devono’ essere ‘fenomeni’ ed esprimersi ad altezze ‘fenomenali’ i semidèi sono più fragili e si consumano, si bruciano in tempi inversamente proporzionali alla loro eccezionalità e alla loro capacità di impersonare l’ideale di un’epoca basata sulla perfezione e la massima velocità – e quindi ‘invecchiano’ precocemente, e possono cadere all’improvviso, magari di schianto.

 

Questo porta a soffermarsi sull’esempio più clamoroso, ma anche il più emblematico, vera cartina di tornasole, di questa ‘caduta’ e dei suoi prodromi. Poiché la caduta di Messi è tutta dentro se stesso, dentro la sua ‘incarnazione’, dentro la straordinaria profezia che ha rappresentato negli ultimi sei o sette anni. Perché nella sua parabola bruciante quello che prima era elisir dionisiaco si è consumato, corrotto, trasformato in cicuta, in veleno, in una sorta di ouroboros. Riporto qui di seguito quanto scrivevo, poco più di un anno fa, proprio su un numero di Reti di Dedalus:

“... Quello di Messi, la sua incredibile velocità di movimenti e di palleggio è umanamente inspiegabile se non come uno stato di trance leggero. Il che consente al suo involucro corporeo, così apparentemente fragile, o insignificante, di sprigionare una forza e un’energia primigenie che lo stesso portatore non conosce veramente e che si manifestano in campo, nel momento per così dire della battaglia, e letteralmente lo trasfigurano e per certi versi lo rendono più devastante di certe trance agonistiche più dichiarate, più maschie, vedi i due Ronaldo, soprattutto il primo, due altri grandi velocisti del nostro tempo e tempio calcistico... Al di là  di ogni altra più o meno visionaria o ‘mistica’ considerazione rimane il fatto inequivocabile che la velocità di Messi, palla al piede, sia una cosa che non si era mai vista in cento e passa anni di calcio giocato in tutte le latitudini. Sembra qualcosa di sovrumano: un po’ come ci appare Bolt, sceso dal cielo in terra a miracol mostrare... E la velocità dopotutto è indubbiamente il verbo della nostra epoca... Nel calcio cominciò a ‘vedersi’ già negli anni ’70 con l’imprendibile Cruijff che correva in ogni parte del campo a ritmi mai visti; abbiamo l’immagine di Maradona, negli anni ’80 che nello stadio Azteca di Città del Messico taglia in due, affetta il campo e la squadra inglese facendo, col pallone ‘incollato’ al piede, sessanta metri e superando di slancio sei o sette avversari in uno slalom pazzesco in non più di sette otto secondi, per depositare in rete la palla del gol più bello di tutti i tempi; abbiamo, negli anni ’90, Ronaldo primo, il centravanti più potente e al tempo stesso tecnico e veloce mai visto, un essere bionico, un cyborg, con la stazza e la complessione di un peso massimo, ma capace di accelerazioni e di scarti fulminanti; e potrei fare decine di altri esempi paradigmatici di questa escalation della velocità (per non parlare degli altri sport, del ciclismo, del nuoto, del tennis: se Federer giocasse oggi con il McEnroe di 30 anni fa sarebbe come se una Ferrari gareggiasse con una Alfa Romeo Sport)... Eppure era ancora una poesia comprensibile, logica, naturale della velocità. 





Il Barcellona edizione 2008-2009


Ma con il Barça e soprattutto con Messi tutto questo sembra definitivamente saltato: quattro, cinque, sei, sette ragazzini di bassa statura, che si muovono con passettini da passerotti, senza nessun appeal fisico, ubriacano letteralmente con un moto perpetuo che manda in stato confusionale gli avversari, dei cristi (mentre loro pare che passeggino, in realtà sono semoventi come figurine di un videogame), con movimenti (nel senso anche musicale, s’intende) a vortice o a triangolo o a quadrilatero o con variazioni multiple e simultanee, infine con verticalizzazioni-fiammate di rara precisione e velocità che sono violentissime coltellate inferte alle difese (il cuore) avversarie per mano, il più delle volte, di quel bisturi ‘divino’ che risponde al nome di un ometto qualunque chiamato all’anagrafe Messi, o con l’insignificante nickname la Pulce, ma fatto oggetto di chissà quale altro spaventoso epiteto nel regno ignoto, forse anche a lui stesso, dove nasce la sua vera, diabolica bellezza...”.

Ebbene, questo regno ignoto non c’è più! Né potrà mai più ritornare! In un anno la ‘meraviglia’ del Barça e  del  suo profeta è stata spazzata via. Nessun teatro, per quanto  surreale, ‘sperimentale’,  potrà  restituircela. E quando succederà, quando si tenterà di farlo succedere, quello che vedremo sarà uno stanco tran tran che ogni tanto ‘s’accende’ come fosse l’eco di un ‘ricordo’, il ricordo di un gesto, la sua replica quasi ridicola... E improvvisamente, a scartamento ridotto, le epifanie magiche e divine non appaiono più, come è successo nella finale del Mondiale (che l’Argentina poteva anche – e secondo me, meritava – di vincere, per la straordinaria prova di carattere, da grande squadra, che ha giocato per quasi due ore in dieci, senza Messi)... Messi e la Spagna intera, modello Barça, diventano dèi caduti, senza più altari... Questa caduta era già scritta, s’era cominciata a scrivere da se stessa da almeno un anno. Ma eravamo troppo ‘innamorati’ e ‘fideisticamente’ ciechi e sordi per accorgercene, per ammetterlo. Ora lo sappiamo.

Come sappiamo che nella quasi inaugurale Olanda-Spagna 5 a 1 era già scritto – per le stesse ragioni, e con l’aggravante di una fede e di un credito ancora più ciechi in nome di chi è stato per sei decenni l’incarnazione nel mondo della poesia della nostra ‘religione’, a dispetto degli evidenti limiti tecnici di una squadra ‘senz’anima’ – il 7 a 1 della quasi finale Germania-Brasile (praticamente giocata senza il Brasile!). Dove comunque si è consumato uno dei punti e dei momenti più surreali e drammatici dell’intero campionato. Perchè qui si è registrato qualcosa di ancora più ‘horribilis’ e definitivo della caduta di Messi e della Spagna, formidabile, folgorante meteora di una modernità che brucia se stessa. Qui è la storia del calcio che ha subito uno scacco forse definitivo, una delle sconfitte che fanno tabula rasa, ridisegnano la mappa del futuro, prospettano nuove geografie e certamente nuove mitologie.

Anni fa, nel 2002, sbagliando clamorosamente la tempistica – influenzato dall’aver visto crollare, come umanizzarsi, esaurirsi, l’energia vitale e le facoltà superiori del ‘divino’ Ronaldo nel 1998 a Parigi, e dopo averlo visto spezzarsi le ginocchia all’Olimpico e poi lentamente riprendersi e infine averlo visto di nuovo crollare, piangere ‘sconfitto’ nel maggio di quello stesso anno ancora all’Olimpico per uno scudetto perso all’ultima partita – scrissi un romanzo sulla storia dei mondiali intitolato Brasile addio, in cui pronosticavo la sconfitta del Brasile, dando per favorite altre nazionali nel Campionato del Mondo svoltosi in Corea. Ora, invece, 2014, è innegabile che sul frontespizio del campionato del mondo c’è scritto, a caratteri cubitali: Brasile Addio!





5 luglio 2014: finisce contro la Colombia per un grave infortunio il Mondiale di Neymar,
preludio al crollo del Brasile


(E che questa ‘bestemmia’ varrà per chissà quanto tempo: a meno che non nascano nel giro di pochi anni cinque o sei altri Neymar. Il che risulterebbe altamente improbabile anche nelle regioni più fertili dei ‘paradisi’ del calcio, i quali peraltro ormai sembrano avviati a prosperare dappertutto tranne dove siamo stati abituati a vederli finora ).

 

 

Luglio 2014                                     

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario
Spazio Libero

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006