SPAZIO LIBERO
SGUARDO DAL SUD (7)
L’albero e la farfalla
nelle sculture di Donato Linzalata


      
Una visita nella casa-bottega del settantenne artista di Genzano di Lucania, reputato uno dei maestri dell’arte scultorea italiana contemporanea. Molti critici si sono interessati alle sue opere, ricche di eros e di uno slancio possente. Gli amplessi, gli amanti, gli abbracci rapiscono i sensi. Le maternità colano tenerezza. Le ninfe sono voluttuose. Ostentano linee e forme avvincenti. Il mito e la forza emergono dalle acque dell’inconscio come i bronzi di Riace. Quasi delle ‘macchine architettoniche’ e totemiche che richiamano la Magna Grecia e i segni di Pitagora.
      



      

di Anna Santoliquido

 

 

L’albero e la farfalla ondeggiano nella mia mente dopo la full immersion nella casa-museo di Donato Linzalata. Avverto la solidità della terra e la leggerezza. E un universo arboreo che mi comprende. Ho portato nella città di San Nicola le immagini dell’artista lucano con le quali instauro un dialogo polifonico. Le sculture totemiche mi spingono nel tempo e nello spazio. Sono nella Magna Grecia e vedo i segni di Pitagora. Ammiro santuari e feste solenni. Ci sono tiranni e aristocratici. Ma è il popolo che mi intriga. Spuntano ninfe ed eroi. Persino atleti vigorosi. Donato cattura l’anima dei soggetti, scavando nella materia. Alexìdamos è il tributo allo sport e il trionfo dello spirito. L’imponente scultura d’acciaio si staglia nell’azzurro di Metaponto, la città che diede i natali al pugile vincitore dei giochi di Delfi. Sulle acque dello Jonio – e le nuvole che occhieggiano – l’opera dell’artista di Genzano di Lucania ricorda che non tutto è perduto. Come Lazzaro, si può risorgere e infondere speranza. La mitologia si sposa con la tecnica postmoderna.

Donato Linzalata, figlio di un maestro d’ascia, ha presto manovrato legno e colore, utilizzando scalpelli e asce. Dopo sono subentrati lo studio, i viaggi, il sodalizio con artisti e poeti, la frequentazione di ambienti quali la libreria di Vito Riviello a Potenza, “La Scaletta” a Matera, la Pinacoteca d’Arte Moderna di Sebaste a Bernalda-Metaponto. Nei musei europei ha rubato con gli occhi, per poi imboccare la via giusta.

L’essenza presuppone lo scarto. Bari, Napoli, Milano lo hanno formato. Donato ha imparato a modellare l’argilla, il gesso, a fare esperienza di ceramica. Si è raffinato come pittore, scultore e incisore, tuffandosi nel mondo classico, districandosi tra Platone e Aristotele, fino ad arrivare alla Land Art e all’arte contemporanea.

A settant’anni è un maestro della scultura italiana. Gli ingegni sono estroversi e fanciulli. Allignano dove meno ti aspetti. Lui lavora nel paese natio, in una villa che è pure bottega. Di solito arrivo di sera a Genzano, quando le ombre ti riconciliano col silenzio. Invece con Donato parliamo a lungo; ci raccontiamo avventure esilaranti. Il suo talento rende l’atmosfera frizzante. La bontà d’animo illumina la conversazione che spazia dalla poesia alla musica, con soste nell’arte scultorea.





Donato Linzalata (ph. Antonio Schirone)


Mentre scorrono le parole e mi aggiro per le stanze, i totem mi guardano. Sembrano creature viventi. Un misto di magia e di sacro. Ripenso alla Bibbia e a Darwin. Per un attimo mi trovo in Africa. Scorgo uomini scendere dagli alberi e muovere i primi passi. Altre opere attestano una modernità sconcertante. Talune immagini mi rammentano gli “ori di Taranto” e le preziosità precolombiane. Presa da un attacco di vanità, ritengo che Donato riscuoterebbe successo anche come creatore di gioielli. Guerricchio pare annuire da un quadro.

Linzalata si è misurato con vari generi. Ama sfidarsi di continuo. Mi commuovo quando mi mostra le immagini della Crocifissione e della Deposizione. Gesù sofferente ha un volto amico. Lui commenta con gli occhi lucidi. Andrò a Tito per rendergli omaggio.

Mi convinco che il divino sia una componente dell’arte. Ma pure la cultura popolare lucana rivendica la sua parte. L’antropologia e il rito sono compagni di strada.

Molti critici si sono interessati al suo estro. Giuseppe Lupo ha scritto delle “macchine architettoniche”. Le sculture hanno uno slancio possente. Gli amplessi, gli amanti, gli abbracci rapiscono i sensi. Le maternità colano tenerezza. Le ninfe sono voluttuose. Ostentano linee e forme avvincenti. Il mito e la forza emergono dalle acque dell’inconscio come i bronzi di Riace.

C’è una buona dose di eros nell’arte di Linzalata. La sensualità umanizza le figure. Il maschile e il femminile si sfiorano, s’incrociano, s’intrecciano, mantenendo la propria integrità e verticalità.

Archeologo del mito, lo attualizza, rendendolo plastico ed espressivo. Il link con il passato non si è mai interrotto. Il mito della terra esplode nelle installazioni a cielo aperto. “La via del grano e del pane” è impregnata di lirismo. Il sudore e la brezza si mescolano e rimandano alle origini. Un garbo ancestrale promana dalle sculture in fieno. Alessidamo, realizzato con balle di fieno, è un’orgia di emozioni che sanno di ecologia. Rivedo l’infanzia sull’aia e tra i monti. Donato nobilita le orme degli antenati.

Il debito di riconoscenza a Genzano lo ha saldato con le sculture “divinità della terra”. Mio padre, agricoltore, avrebbe amato queste immagini. Il coro dei totem insegue l’eterno. Le “divinità arcaiche” sono filiformi e misteriche.

“L’albero della vita” è energia pura. Serve la scrittura se un pezzo di pioppo ti folgora? I “menhir” sono stelle filanti. Forse sono il dono per le veneri, le divinità e le ninfe che abitano il legno. Il territorio è scandito per contrade. Un censimento rappresentato con simboli.

Le “muse inquiete” rivelano il dinamismo e la multiculturalità dell’artista. Ci sono la vita e la morte nelle opere. “Natività” e “Deposizione” sono estremi che si toccano. Le “porte” invitano al viaggio e alla conoscenza. Il fruitore s’imbatte nel mito di Venere, Demetra, Cerere, Gea. S’innamora delle “divinità lucane”, riconosce la “portatrice di pane” e i “marchi” del fragrante alimento che nutre e rigenera.





Donato Linzalata, Apollo e Dafne, scultura in noce (cm 222 x 90)
(ph. Antonio Schirone)


Donato Linzalata non smette di interrogarsi sul senso della vita e dell’arte. Si addentra nella Storia e se ne astrae con la velocità del ghepardo. Perciò le stratificazioni delle civiltà e delle tecniche formano un unicum. Sorprende la naturalezza del passaggio dalla preistoria alla società telematica attraverso il figurativo, l’impressionismo, il romanico, l’astrattismo, il cubismo, con cenni barocchi e spinte simboliche alla Chagall.

Il Mediterraneo e l’Oriente comunicano con gli archetipi e la fantasia di chi sa scolpire statue arcaiche e creature tecnologiche. Ulivi e castagni paiono animarsi.

Se incontrassi il biblico Mosé, gli offrirei un totem linzalatiano, affinché aprisse un varco nel mare della salvezza. Le raffigurazioni scultoree riproducono i volti dell’artista e ne incarnano i sogni.

La genesi e il terzo millennio, il classicismo e le avanguardie dicono che l’arte avvicini al Creatore e affratelli i popoli con il suo linguaggio universale. Produrre in un piccolo paese richiede coraggio. Può darsi che sia questo il segreto: ricercare, restando avvinghiato alle radici. L’albero si erge senza separarsi dalla terra-madre.

“Apollo e Dafne” sono un mirabile connubio. Il noce ha tonalità calde. Questa volta la ninfa non fugge, si sazia del respiro del figlio di Zeus e di Latona. Un aroma di alloro si spande dalle loro sembianze e inonda la stanza, i libri, il cuore del poeta.

 




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