PRIMO PIANO
ADDII
Maria Luisa Spaziani:
‘la parabola dal nulla
allo splendore’


      
È morta a 91 anni la poetessa torinese, che è stata anche narratrice, autrice di teatro, saggista, francesista di vaglia e traduttrice. Centrale nel suo assai lungo percorso poetico il rapporto con Eugenio Montale a cui l’ha legata una amicizia amorosa e una indefettibile fedeltà. La sua scrittura in versi ha attraversato l’eredità migliore del grande ’900 sull’asse di una linea post-simbolista e post-ermetica, coltivata comunque con una verve che Italo Calvino ebbe a definire ‘spiritosa e ispirata’. Tra i tantissimi suoi libri si devono almeno ricordare “Utilità della memoria” (1966), “Transito con catene” (1977), “Geometria del disordine” (1981), “I fasti dell’ortica” (1996) e il postremo “L’incrocio delle mediane” (2008).
      



      

 

 

di Plinio Perilli

 

 

Omaggio a Maria Luisa Spaziani

e a tutte le liriche o sliricate

macchie di Rorschach del ’900

 

 

 

                                                   (A Bianca Maria e Oriana Spaziani,

con amicizia profonda, ed affetto)

 

“La poesia vera si tiene ugualmente lontana

dalla insensibilità e dal sentimentalismo.”

Hugo von Hofmannsthal, Il libro degli amici

 

 

 

Quando Maria Luisa Spaziani, nel 1954, pubblica il suo primo libro, Le acque del Sabato, germinava un tempo insieme arduo e fecondo per la poesia del pieno ’900. Dopo due atroci conflitti mondiali, ripetute e infami guerre civili, conflitti ovunque e una perfida, diplomatica “guerra fredda” maldestramente in atto, l’Europa pareva ancora chiedere ai versi dei suoi poeti requie morale, fulgore d’intelletto, e soprattutto un umano, umanistico conforto che essi proprio più non sapevano né potevano garantire.

Ungaretti, vaccinati, epurati con Il dolore (1947), i cori della Terra promessa (1950) o il più recente Un Grido e Paesaggi, gli anni imperdonabili dell’adesione al regime fascista (dalla prefazione del ’23 a Il Porto Sepolto fino all’entrata nel ’42 all’Accademia d’Italia, in piena guerra, o ai suoi continui, pur affettuosi e populistici appelli: “Mio Duce”…), stendeva proprio in quel clima inquieto ma fervoroso – a un passo dai 70 – uno dei suoi saggi più sapienti, e insieme ammonitori: “A proposito di crisi del linguaggio – Prolusione all’Incontro tra poeti italiani e sovietici” (1957):

 

“… Oggi nell’arte d’Occidente è il sentimento di soverchiamento della materia che costituisce la leva dell’ispirazione. Si sente che la materia ci soverchia, e che i mezzi di sempre più paurosamente crescente potenza che il sapere dell’uomo trae incessantemente dalla materia, anch’essi ci soverchiano, ci fanno ogni giorno più soverchiante la materia. Nelle sue ricerche di linguaggio è parso al poeta di doversi dedicare a trovare forme nelle quali un equilibrio di liberazione, un equilibrio morale venisse raggiunto rispetto all’oppressione della materia. …”

 

Non più, dunque, Sentimento del Tempo, ma Soverchiamento della materia, Sentimento d’una continua crisi (ma anche feconda rivalsa) del Linguaggio…

 

“… Il linguaggio non è la scienza, e non è neanche il linguaggio, la poesia, e, in poesia, l’uscita dalla crisi, la liberazione avviene di continuo, ogni giorno, anche oggi. Crisi di linguaggio ci sono sempre state, non forse mai sconcertanti come quella attuale, la crisi è continua, e continua, in poesia, può essere la liberazione. In poesia il linguaggio è in continua formazione, e di continuo fruttifica poesia.. …”

 

Montale, lui taceva ancora: La bufera e altro sarebbe del resto uscita solo nel 1956, a far bilancio e dar conto, dopo 17 anni da Le occasioni e 11 dalla fine della guerra, delle sue dolorose perle di allora (“La primavera hitleriana”, l’intera plaquettina di Finisterre già stampata a Lugano nel ’43, àuspice Gianfranco Contini), ma anche di provvide liriche, “‘Flashes’ e Dediche” del dopoguerra, “Conclusioni provvisorie”, i sorprendenti, più che coinvolti “Madrigali privati” caramente ispiratigli da Maria Luisa Spaziani, e soprattutto quel capolavoro assoluto della sua maturità che era e probabilmente sempre resterà “L’anguilla”…

 

  

   L’anima verde che cerca

   vita là dove solo

   morde l’arsura e la desolazione

  

 

*********

 

Ma eccolo, il famoso e fumoso “acrostico” che la critica ufficiale ancora non aveva svelato, interpretato!: e che ancora nel ’62 (confida affettuosamente Silvio Ramat, allora laureando a Firenze su Montale e ogni montalismo di sorta) poteva essere ri-velato dalla Musa “ufficiosa” Maria Luisa Spaziani, la Volpe de La bufera (altre quelle “ufficiali, da Clizia, cioè la giovane italianista americana Irma Brandeis, che egli conobbe a Firenze nel ’33, alla stessa moglie, Drusilla Tanzi, la cara Mosca – cfr. il bel libro di Giusi Baldassone Le muse di Montale, Interlinea, Novara, 2014; o gli studi più accademici e specialistici di Marco Forti), con briosa suspense

 

   DA UN LAGO SVIZZERO

 

   Mia volpe, un giorno fui anch’io il “poeta

   assassinato”: là nel noccioleto

   raso, dove fa grotta, da un falò;

   in quella tana un tondo di zecchino

   accendeva il tuo viso, poi calava

   lento per la sua via fino a toccare

   un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso

   invocavo la fine su quel fondo

   segno della tua vita aperta, amara,

   atrocemente fragile e pur forte.

 

   Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco

   pulsante, in una pista arroventata,

   àlacre sulla traccia del tuo lieve

   zampetto di predace (un’orma quasi

   invisibile, a stella) io, straniero,

   ancora piombo; e a volo alzata un’anitra

   nera, dal fondolago, fino al nuovo

   incendio mi fa strada, per bruciarsi.

 

                                                                 (Eugenio Montale, La bufera e altro)

 

Sì, i  critici, peraltro, lo scoprirono dopo – al solito – non capirono, o decrittarono in ritardo… perfino le più innocue ma pur sempre fervide, passionate liriche d’un uomo allora sessantenne che dedicava alla sua amicizia amorosa con l’appena trentenne Maria Luisa, madrigali indiscutibilmente lirici, proprio quando la lirica di mezza Europa (e vale anche per i continenti altri), soffriva, temeva e forse addirittura invocava solo Luce coatta

 

   ANNIVERSARIO

 

   Dal tempo della tua nascita

   sono in ginocchio, mia volpe.

   È da quel giorno che sento

   vinto il male, espiate le mie colpe.

 

   Arse a lungo una vampa; sul tuo tetto,

   sul mio, vidi l’orrore traboccare.

   Giovane stelo tu crescevi; e io al rezzo

   delle tregue spiavo il tuo piumare.  

 

   Resto in ginocchio: il dono che sognavo

   non per me ma per tutti

   appartiene a me solo, Dio diviso

   dagli uomini, dal sangue raggrumato

   sui rami alti, sui frutti.

 

                                       (Eugenio Montale, La bufera e altro)

 

Si pensi ad Eliot che oramai “prestava” la sua eccelsa poesia ed ogni lucido, impietoso o brioso bilancio etico contemporaneo più che altro ai drammi, liricizzati in prosa (Cocktail party, 1950; L’impiegato di fiducia, 1954; Il grande statista, 1959)… A Pound, che ultimava la grande architettura dei suoi Cantos con sempre nuovi capitoli poematici, prima nel campo di concentramento di Coltano, presso Pisa, accusato d’alto tradimento e propaganda antiamericana, poi a Washington, dichiarato infermo di mente ed internato in manicomio (il processo dunque non ebbe luogo): prima d’essere liberato nel 1959, su sollecitazione degli uomini di cultura di mezzo mondo…

E quel che restava del Surrealismo et similia? Paul Eluard era morto nel 1952; Aragon continuava il ciclo poetico per la moglie Elsa; Breton vergava memorie storiche non meno creative che post-ideologiche (Sentieri della libertà, 1953)… Sempre a Parigi, inguaribilmente macerato e a tratti annichilito, Paul Celan poetava la sua tragedia di sopravvissuto allo sterminio nazista (Papavero e memoria, 1952), strappava ogni parola al silenzio atroce della storia e alla lingua del potere che è sempre ignominiosa, per chiedere conforto e appello al suo Dio ebraico, a La rosa di Nessuno (1963)…

 

I primi versi della Spaziani, abilmente epigonali di quella grande, altissima lezione del simbolismo europeo (evocati o citati, insieme, Rimbaud, Rilke, Van Gogh, “Parigi azzurra” e Marc Chagall, Verlaine e “Katherine cara”, cioè la Mansfield…) – per di più suffragato, innervato e innestato sulla lussureggiante e munifica pianta “ermetica” – inseguivano rarefazioni e immagini, metafore affilatissime e insieme orizzonti di una continua, intermittente visione gnomica…

 

   ORA SCENDE IL GRIGIORE

 

   Ora scende il grigiore in mezzo ai vicoli

   che un liuto strazia e allarga oltre l’umano

   mio tempo, arido ai ricordi.

   E mattini ritornano leggeri,

   agili sui selciati di rugiada

   i nostri passi, i nostri lunghi indugi

   sugli eroi dell’Iliade.

  

                                                        (Le acque del Sabato)

 

Non solo l’altro mezzo mondo, ma anche tutto il versante italiano, invocava sperimentalismo e neo-post-avanguardie, pregava le laiche, inquiete e ossimoriche Ceneri di Gramsci (Pasolini) o affilava Gli strumenti umani (Sereni), coniugava Poesia ed errore (Fortini), guardava e guadava Dietro il paesaggio (Zanzotto): ma lei imperterrita sublimava paziente il sacro fuoco dell’arte, i versi belli per difendere la Bellezza ineludibile, maiuscola – eppure, oramai, egualmente e pressoché indifendibile, con i vecchi strumenti, afflati, nobili orpelli e fulgidi stilemi.

 

   O mattini d’estate che memoria

   del dolore gelosa in sé contrasta!

 

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Maria Luisa Spaziani (ph. Enzo Eric Toccaceli)


Proprio mentre i grandi maestri declinavano, rinunciavano all’Aura (secondo la grande intuizione di Walter Benjamin, del resto), Maria Luisa l’inseguiva e raccoglieva ovunque – quest’Aura marchiata a fuoco, bandita, depauperata, evasa o peggio ostracizzata come una Bella Addormentata nel Bosco, una cappuccetto rosso tremante di candore e insidiata da cento lupi cattivi, dentro tante, troppe, terribili e pur amate “Sere di vento”:

 

  

   Sere rapite a un’onda di sambuchi

   invisibili, ai vetri dei muretti

   d’ultimo sole accesi, dove indugia

   non so che gusto d’embrici e di neve.

  

 

   “Ai vetri dei muretti / d’ultimo sole accesi”… Originale variante delle celebri, montaliane muraglie che hanno in cima “cocci aguzzi di bottiglia”…

 

I Grandi Maestri… Quelli che Le avevano insegnato non solo come scrivere, ma il perché e il percome, la pregnanza filosofica, i debiti scientifici verso tutte le cosiddette scienze umane… Ma anche quel Cammino Inverso per sublimare, impennare e ascendere versi: “L’ermetismo è sempre stato un fantasma, qualcosa di evanescente.” – confessa Maria Luisa Spaziani nel 1997 – “L’ho accolto come una lezione di rigore, di purezza del suono, di altezza della metafora, e ho sempre scritto come mi veniva spontaneo scrivere”… 

 

Satura di Montale esce nel 1971: “I critici ripetono, / da me depistati, / che il mio tu è un istituto.”…

   Il Quaderno di quattro anni nel 1977:

 

   La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio

   di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo

   chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita

   di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una manica

   e con quella dirige un suo quartetto

   di cannucce. È la sola musica che sopporto.

 

Ungaretti muore nel 1970. Pasolini  nel 1975. Penna nel ’77. Montale nell’81. Sereni nell’83. Caproni nel 1990. La Guidacci nel ’92. Fortini nel ’94…

I grandi amici Bertolucci e Luzi arriveranno rispettivamente al 2000 (come Bassani) e al 2006…

E poi via via… Exit ’900...

La Rosselli si toglie la vita nel 1996… La Merini scompare nel 2009…

Esce di scena perfino quell’Avanguardia “Ufficiale” che con abile, risaputo e negligente aplomb, diciamolo, tanto la detestò, del resto perfettamente, squisitamente ricambiata… Il povero Antonio Porta, fulminato da un infarto già nel 1989… Nel 2007 Giuliani, poi Sanguineti, Pagliarani… Resiste Nanni Balestrini, classe 1935, il contro-poeta novissimo di Come si agisce (1963) e Ma noi facciamone un’altra (1968), peraltro ancora lucido e attivissimo…

Tutti autori neo-avanguardisti dichiarati, sperimentatori sfegatati, che avrebbero potuto considerare la Maria Luisa al massimo, diciamolo, come una compìta, fervida Liala dei versi – così come del resto fecero, col romanzo, con scrittori maiuscoli quali Cassola e Bassani… Ma glissiamo su questo ed altro, proprio con l’ironia fulgida della nostra Spaziani, che in Transito con catene (1977) ci dona in 12 versi forse il più bello, plastico e metaforico dei suoi Credo lirici, e figurativamente lo centra e titola, certo vantandosene, “Il cammino inverso”:     

 

   IL CAMMINO INVERSO

 

   Cellini che sacrifica ogni rame

   della cucina al capo di Medusa

   sono io, lo sai, senza la scusa

   che mi attendano i Lanzi. Eppure è inverso

   il cammino che segue la mia musa:

   raccoglie braccia mozze, torsi teste

   adagi di concerto ricci jonici

   emistichi sentenze. E smemorata,

   folle (Teodorico, Saffo, Empedocle)

   nel baratro li getta alla rinfusa

   e lei stessa, nell’etere diffusa,

   si fonde all’Etna, al mare, alle foreste.

 

Cuiucuique suum… A ciascuno la sua poesia, la sua poetica, e il proprio cammino, inverso e in versi…

Avanguardia o meno, il Limbo o castello arroccato dei poeti s’era svuotato. Volponi, Roversi, Zanzotto, le ultime morti eccellenti – gli ultimi numi tutelari di un ’900 che ha ormai chiuso, liquidato la sua “Officina”… Beltà, Idioma, Galateo in bosco… tutto s’è ormai accomiatato, deluso o furtivo, stanco ed irredento… Ci tornano sempre più in mente le amare profezie moderniste di Sereni circa “I versi” (d’amore?!):

 

   Se ne scrivono ancora.

   Si pensa a essi mentendo

   ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri

   l’ultima sera dell’anno.

   Se ne scrivono solo in negativo

   dentro un nero di anni

   come pagando un fastidioso debito

   che era vecchio di anni.

   No, non è più felice l’esercizio.

   Ridono alcuni: tu scrivevi per l’Arte.

   Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.

 

                                                           (Vittorio Sereni, Gli strumenti umani)

 

   Ma sciamano e ci investono anche le invettive amarissime ed I versicoli del controcaproni:

 

      Ah poesia, poesia.

   Tristissima copia

   di parole, e fuga

   dell’anima mia.

  

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Era rimasta in fondo oramai solo Lei, a tenere accesa quell’ultima fiamma – grande torcia o via via fiammella esiziale, residuale di ’900: ma Maria Luisa non demordeva, e compì non una ma forse due, tre e più volte, come lei stessa ironizzò, La traversata dell’oasi di quel grande deserto di secolo da cui veniva e in cui la maggior parte di noi erano comunque nati, si erano educati – alla sabbia e all’oasi (a La sabbia e l’angelo – avrebbe suggerito Margherita Guidacci, un’altra grande omessa della sua stessa generazione: omessa da una critica pervicacemente maschilista e fedifraga, che trattava in genere le “Donne in poesia” – diciamolo, basta con l’omertà!, e fino a pochi anni fa – come più o meno casuali e accettate ancelle di un harem, o maldestre ospiti di un palazzo nobiliare, avulse e impiccione…).

Perenne, magari anche squisita deminutio, la donna in poesia, fino a tutta la prima metà del ’900 è ancora vista e trattata come una mera curiosità o un’impertinente eccezione. Sì, c’era stata la stagione (e gli amori progressisti) di Sibilla Aleramo, perfino le lussuriose trasgressioni e Seduzioni, ancora déco-gozzaniane di una Amalia Guglielminetti, ma sembravano rimanere contorno, scenografia, moina di costume… Una sola donna, Amelia Rosselli, è inclusa in tutto il ’900 di Mengaldo… Non diverso lo sguardo di Sanguineti e del suo Parnaso… Donne che salivano però a tre, nell’ultimo ’900 di Spagnoletti (Antonia Pozzi, Margherita Guidacci, Alda Merini), che però aveva scoperto e glorificato, a soli 18 anni, la poetessa dei Navigli… Ma era ancora il 1959…

Più numerose saranno le presenze nel ’900 della Garzanti, certo per merito dei nuovi decenni dopo il “femminismo” (e della Gina Lagorio che di quella antologia si fece parte diligente)…   

 

La Spaziani lottò insomma a lungo contro, dentro questo universo letterario precostituito – accademico e non – togliendosi molte soddisfazioni e prendendosi comunque le sue rivincite, dobbiamo proprio dirlo, con una fierezza e un coraggio che la resero paladina, “Giovanna d’Arco”, è proprio il caso di dirlo, della sua stessa ars dictandi

Nonostante infatti l’indubbio aiuto di Montale, il viatico principesco dell’esordio, la pulzella Spaziani dovette quindi, per tutta la sua vita, non solo difendere, affilare, evolvere il suo stile (in partenza fin troppo alto, poi via via reso più duttile, parodiato o mimato di sprezzature); ma anche arare e dissodare un terreno, proteggersi e conquistarsi, poi sempre difendersi un luogo, un senso, uno status (ci raccontò più volte, divertita ma anche rassegnata, come nella carriera universitaria di ottima francesista, per paradosso, la danneggiassero, le fossero anzi vieppiù rinfacciate come oziose, le “celebrate”, comunque ben note sue opere in versi).

Vecchia storia (la discrepanza tra carriera creativa ed “aura” di docenza), che tutti conoscono, anche subiscono, ma di cui nessuno parla, forse per perpetuarla o tornare a infliggerla ad libitum

 

Con estro, abilità e impavidità, Maria Luisa lottò dunque per e contro tutto questo, con inesausto fervore, nonché dedizione. Eccolo, il Transito con catene, la Geometria del disordine e la fastosa Ortica di tutta la sua vita… Di cui Ella, liricamente, sempre fece romanzo, joke, aforisma poematico (era o non era, del resto, non solo la poetessa che incarnava?, ma anche la traduttrice di altre grandi paladine tra ’8 e ’900 come George Sand, la Marceline Desbordes-Valmore, Marguerite Yourcenar etc.), sottile e bianchissimo fumo delle sue tante, troppe, continue, ironiche e intense sigarette:

 

   IL CERCHIO

 

   Quattro amori finiti fanno una vita,

   la testa addenta la coda, bel serpente di mare,

   zero perfetto, cerchio, emblema primordiale,

   suggello, essenza, chiave, polena incenerita.

 

                                                      (Transito con catene)





Curiosamente, mentre l’azzimata, vanitosa e faziosa critica avanguardista  la cassò o ignorò a bella posta (tanto per dire, Niva Lorenzini, nei due volumi antologici della Poesia del Novecento italiano, Carocci, Roma, 2002, nemmeno la nomina), furono proprio le Nuove Generazioni a rivolgerle comunque attenzione e consenso, nel riconoscimento – conscio o inconscio, ora non cincischiamo – di un talento indiscusso, e di un percorso umilmente nobile, sorvegliata ispirata orefice dei suoi culti ossimori… Valgano i primi 5 versi dell’“Ercolano” con cui chiuse Transito con catene, e dedicò alla prematura scomparsa di Paul Celan, gettatosi in quel medesimo anno nella Senna, a Parigi:

 

   Vortica il petalo vortica il millennio

   l’Europa è maledetta – ma la tua mano amore –

   su morte lamiere autostrade la polvere vortica

   su banche su bunker su tutti i mercati del mondo –

   vendete scambiate truccate investite comprate –  

 

Su tutti, ci piace ricordare almeno – recensione dell’86 a La stella del libero arbitrio – il denso e preciso contributo del giovane studioso marchigiano Remo Pagnanelli (Macerata, 1955-1987), che di Celan, ahilui, presto imitò il pavesiano Vizio Assurdo:

 

«… Certo, qualche punta di eleganza surreale resta (“Sotto tre lune piene ruotanti tutte insieme / per me fioriva fitto sul sagrato / un prato di narcisi su cui danzava Rimbaud”, p. 19), forse come ultima consolazione dell’ormai incrinato mito della bellezza, ma fatto reagire dentro un codice alludente e allegorico, con i dimessi attacchi e clausole del Montale ultimo; Montale è l’interlocutore privilegiato della Spaziani (più della madre o di altri trapassati amori) per il motivo che si propone non solo come individuo memorabile ma come ipotesi realizzata di una poesia che ha rovesciato se stessa e il proprio mito (obiettivo che sembra tentare anche la Spaziani).  …»

 

 (Remo Pagnanelli, Studi critici, a cura di

Daniela Marcheschi, Mursia, Milano, 1991)





Maria Luisa Spaziani con Eugenio Montale


E vorremmo ricordare anche il franco e gentile approccio di uno studioso – un pensatore della Critica – integro ed egregio come Giorgio Ficara, il quale appunto, ben oltre “l’alta aporia” della poesia di tutto il secolo, cioè della difficoltà insolubile di un ragionamento sulla poesia, loda nella lirica della Spaziani una sorta di magica e coltivata integrità: “Questa integrità, preservata magistralmente nell’assedio e nell’incombere dei padri, è tutta, ancora, nei Fasti dell’ortica (1997) e nella sezione ‘Ore del Babuino’, acuto e dissono canto d’amore per un luogo, una via, i suoi negozi, il selciato… Adunando intorno a sé tutte le memorie come fedeli compagne petulanti, l’amore diventa salvaguardia da un tempo all’altro, da un momento all’altro”… 

 

*********

 

Ma torniamo in parallelo alla Poesia come funzione simbolica del linguaggio (titolo d’una splendido saggio di Piero Bigongiari – correva il 1972 – uno dei poeti della generazione più vicine alla sua, classe 1914, quasi un fratello maggiore). Funzione, simbolo, ma anche evoluzione (se non rivoluzione) stilistica… Teorizza dunque Bigongiari:

 

«…  I poeti lo sanno, che si portano dietro la contraddizione nell’essere agonico stesso della parola. Il poeta agisce come il linguista, voglio dire nella stessa linea direzionale, ma in senso contrario mentre il linguista cerca gli istituti, il poeta è tale in quanto – ecco la platonica pericolosità della poesia in quell’“uomo in grande” che è lo stato – distrugge, et pour cause, ogni istituto. La poesia è l’esempio stesso dell’improbabilità che nasce dall’esperienza di tutto il probabile.  …»

 

Mario Luzi, ad esempio, a partire dai primi anni ’60 metamorfosò il medesimo approccio del suo poetare (Nel magma, Su fondamenti invisibili…). Caproni, l’abbiamo visto, non fu certo meno coraggioso… Quanto ad Attilio Bertolucci, proclamiamolo: egli fu l’unico che in Italia, tra gli esimii poeti “laureati”, tentò un poderoso (e rischioso) romanzo in versi, La camera da letto (1984-1988). Con struggente ed ottimo esito, peraltro. Insieme una verticale discesa nell’Io e risalita alla Storia – ritornando poi al consueto, quieto/inquieto orizzonte del mondo:

 

“… Coricato nell’erba, tutti gli altri / vicini in pose diverse / che rompono la notte… / E parlano quieti, o sembra a lui che non intende / le parole perché ha gli occhi fissi / alle stelle, la prima volta / da che è nato, con capacità / d’interrogare il mistero…” (Cap.XIII).

 

Finalmente, Angelo Maria Ripellino (Palermo, 1923 – Roma, 1978), fantasioso e reboante, invasato d’estro, slavista e sinesteta sommamente poliedrico, che lei stessa, anni dopo (lui tristemente già morto, fatalmente per tisi), in Geometria del disordine, rievocò ad honorem con versi struggenti:

 

   Il CARILLON MAGICO

 

   Ma a quale sputnik impazzito fra tetre galassie di esperanto,

   a quale palo telegrafico innevato a lutto

   si affidava per me la notizia, quel graffio d’ortica a distanza?

   Tu morivi e io pescavo saraghi fardati,

   occhi da nefertiti mi fissavano in agonia

   con nevermore, adieu, si chiude per fallimento,

   arrivederci e grazie, niente baiocchi in lascito.

  

  

Ma c’era stato lo sperimentalismo, Laborintus di Sanguineti (1956), Antonio Porta coi suoi messaggi antilirici (La palpebra rovesciata, I rapporti, Metropolis…). Soprattutto, Elio Pagliarani col romanzo in versi La ragazza Carla (1960), poi col bel poemetto La lezione di fisica (1964)…

 

Maria Luisa si ritagliava, ecco, si inventò una sua abile, talentuosa strada insieme d’orecchio e d’ispirazione – una strada altra, terza, sparigliata e arroccata al contempo – rispetto all’eredità dei grandi maestri, ma anche rispetto al parricidio poetico dei Novissimi in atto…

Nel 1962 pubblica Il Gong; nel 1966, Utilità della memoria; nel 1970, L’occhio del ciclone… A suo modo, non sbaglia un colpo, cauta e ispirata, dolente ma al contempo spiritosa, ecco: “spiritosa e ispirata” – avrebbe poi detto Italo Calvino.

Tutto questo, ripetiamo, mentre Ingeborg Bachmann e la Sylvia Plath invocavano l’Ora Maggiore o denunciavano Il tempo dilazionato, rendevano già neo-mitologica una Crisi che era dentro e fuori, un Colosso che annichiliva l’anima, non trovava pace che nel suo macabro, implacabile incubo. La Plath si uccise a Londra nel 1963. La Bachmann morì a Roma esattamente dieci anni dopo,in circostanze maldestramente tragiche, bruciata dalla stessa sigaretta accesa con cui s’era addormentata – e tutto le prese fuoco, indumenti, lenzuola, camicia da notte, giaciglio, in un penoso letto di morte e di vita (ci mise giorni atroci per andarsene). 

E finalmente anche da noi, Amelia Rosselli strappò con le Variazioni belliche (1964) la quieta, istoriata carta da parati borghese e agiata dell’usuale soggiorno buono – il salone della lirica bennata e ben coltivata…

 

   Se la colpa è degli uomini allora che Iddio venga

   a chiamarmi fuori dalle sue mura di grossolana cinta

   verdastra come l’alfabeto che non trovo. Se il muro

   è una triste storia di congiunzioni fallite, allora

   ch’io insegua le lepri digiune della mia tirannia

   e sappia digiunare finché è venuta la gran gloria.

  

                                                        (Amelia Rosselli, Variazioni belliche)

 

Per non parlare del Diario di una diversa (1986) o delle liriche de La Terra Santa (1984) con cui Alda Merini denudava e mostrava davvero l’altra faccia, pungente, anarchica, ossessiva, impertinente, della poesia giudiziosa e sensuosa, laica, sinestetica – anche – che Maria Luisa irradiò e praticò…

Scriverà Paolo Lagazzi a fulcro della sua partecipe, policroma e poliedrica introduzione dell’amplissimo Meridiano: “

 

«… Non è solo la storia collettiva, però, a lacerare il tessuto dell’umano e a farne una teoria di lapilli, di scaglie o di frammenti di senso proliferanti come virus; anche nel privato cova il seme della scissione, della dépense, del vacillamento, dell’aporia. Il tempo è una corrente sempre più veloce e distruttiva che trascina ogni cosa con sé, “strade, mimose, inverni, case, lutti” (così nella serie Stella polare in Transito con catene), e vano è da sempre il nostro tentativo di controllarlo “con bilancini, gocce e sassi penduli, / sabbie, palline e nodi”, cioè con i poveri orologi della ragione (Castello di Devon, in Geometria del disordine).  …»

 

*********

 

  Ma L’occhio del ciclone (1970), Maria Luisa ci teneva a ricordarlo, è esattamente il punto più calmo del ciclone da cui si può al limite quasi contemplare, ammirare la Tempesta Perfetta senza minimamente esserne turbati, o poco più che lambiti…

 

   Dicono i marinai, quegli ormai vecchi

   lupi di mare che sugli usci fumano

   pipe portoricane, che fra tutti

   i ricordi tremendi dei tifoni

   e l’ululo di morte dei naufragi,

   nulla atterrisce più di quella calma

   che per ore si crea al centro stesso

   della tregenda: l’occhio del ciclone.

   Il mare è un olio, brillano sinistre

   luci che paion di bonaccia, e affiora

   tranquillo il tonno a respirare. Eppure

   quella è una gabbia, quello è un trabocchetto,

   lì la morte è in agguato: ché più lungi,

   a cento metri o forse meno, infuria

   l’uragano più nero. Così avviene,

   vero? troppo sovente per noi tutti

  

 

La salvò in realtà sempre e proprio lo stile, l’intelligenza, la lezione d’una grande e assimilata cultura che, dunque, perfettamente seppero vaccinarla contro ogni rischio di formalismo, decorativismo, insomma splendida e dannata aulicità  seppur di grande gusto e mestiere…

Rilevava Silvio Ramat proprio nel suo recente epicedio sul “Giornale”, come – della poesia di Maria Luisa – lo abbiano sempre impressionato “l’autorevolezza della pronuncia, la qualità aerea e insieme densa del lessico e una musica pressoché infallibile.”:   

 

«…  Colpisce la fedeltà  che la Spaziani ha serbato, nel tempo, alle proprie radici – la linea del Novecento europeo post-simbolista –; non c’è lutto, viaggio, amore che non si presti in lei a una trasfigurazione melodica alta, anche quando alla base vi sia il realismo talvolta giocoso di un aneddoto.  …»

 

Ferrata e anche scaltra, circa le eterne occasioni della poesia, Maria Luisa prese la sua cultura, i viaggi, i luoghi, i nomi, i destini – e comincia a salire come su una rudimentale ma efficacissima macchina del tempo (o lirico Ippogrifo, Pegaso alato), sorvolando interi secoli e stagioni

 

Ecco Primavera a Parigi (1954), ecco poesie davvero deliziose e spesso struggenti come “L’antica pazienza” – vero inno alla cara Madre e alla “voce della casa” –, perla della sua seconda importante raccolta riepilogativa, Utilità della memoria (1966):

 

   L’ANTICA PAZIENZA

 

   Tu che conosci l’antica pazienza

   di sciogliere ogni nodo della corda

   e allevi un pioppo zingaro venuto

   a crescere nel coccio dei garofani,

   lascia ch’io senta in te, come la sorda

   nenia del mare dentro la conchiglia,

   la voce della casa che il perduto

   tempo ha ridotto in cenere.

   Ma è cenere di pane scuro, sacro,

   – quello che alimentavi col tuo soffio

   nel forno buio della guerra – e reca

   imperitura in sé la filigrana

   dei tuoi ciliegi dilaniati.

  

                                                        

Ecco un uso sopraffino e munifico del Paesaggio, davvero e quasi come Categoria dello Spirito (ci torna in mente la valentìa epocale, gli umori transustanziati del miglior Cardarelli, del Montale più scanzonato: e questi sono complimenti ottimi); come presto accadrà con lo splendido esito di un libro come Torri di vedetta (Crocetti, Milano, 1992), poi inglobato ne I fasti dell’ortica (1996):

 

   MACERIA DI PROVENZA

 

   Fa’ che non le somigli

   anche se m’innamora.

  

   L’arco che abbraccia il niente

   nel fitto delle ortiche,

   il cardine divelto

   su un baratro di spini.

 

   Fu una città, si dice. Donne ardevano

   in stanze ora abitate da un ciliegio.

   In questo buio fisso della notte

   àlacri andivenivano dei lumi.

  

 

Ecco la Musica – ma l’arte tutta, visiva o comunque sinesteticamente percepita – ergersi a Filosofia dell’Essere:

 

   K 476

 

   Amadeus entra dalle finestre

   a tradimento nella calura estiva.

   Non voce umana, non pettirosso

   né passero nel cortile deserto.

 

   Concerto in re minore, sceso

   dal cielo o chissà dove.

   Dramma e allegretto, gioia e tristezza

   – vi si concentra tutta la mia vita – 





La Spaziani con alle spalle un suo ritratto firmato da Pablo Picasso


   Ecco ad esempio, ispirato e adorabile, un raro, immaginifico controcanto stesso della pittura (ricordiamo almeno quello strepitoso, dedicatorio emblema della Metafisica che tanto amai includere, correva il 1990, nella mia sansoniana e antologica Storia dell’arte italiana in poesia):

 

   A GIORGIO DE CHIRICO

 

   Lui trapassa con raggi la terra che lo ricopre

   – come i poeti ci trapassa d’azzurro –,

   ci guarda giocare e pensare fra colonnati

   come se l’aria fosse respirabile.

 

   Ma là dove è ora (e dov’era dipingendo)

   l’aria non c’è, lo spazio trabocca di vuoto,

   e va chiamando a gran voce altro ossigeno

   che nomi immensi un tempo rivestiva.

  

 

Se Montale in Satura già definiva e additava il sereno come “la più diffusa delle nubi”, ora il cielo configura, cambia e via via romanza ariose – a detta invece della Spaziani – tante macchie di Rorschach:

 

   Ricco d’incontri, irto di distacchi,

   va il cielo, va, coi suoi bisonti di nuvole.

   Gran macchia di Rorschach, manda presagi

   ardui da decifrare.

 

   Se ci vedi una rosa fiorita

   fra il gaudioso e il glorioso,

   o una ferita putrida, un eczema –

 

   Non forzare gli oroscopi in avanti

   e nemmeno a ritroso:

   perché soltanto qui sta il tuo problema.

    

                                                           (La stella del libero arbitrio)

    

 

*********

 

Già ai tempi di Transito con catene (1977), del resto, era già fin troppo chiaro, per così dire, insieme il messaggio e la diagnosi.

Nient’altro è consentito alla poesie, alla Poesia, se non registrare, raccontare il malessere, giocarci pure, evviva (Berto denudava in quegli anni il suo Male oscuro – così come Gadda aveva confessato la sua Cognizione del dolore)…

Maria Luisa lo sa, e non eccede né in sicumera né in vacuo pessimismo, zelante di stilemi:

 

   ULTRASUONO

 

   Il rumore soffoca il canto

   ma il canto è uno spillo che attraversa il pagliaio,

   cercalo se puoi con torce e calamite

   lui ti punge e trafigge quando vuole –

 

   Voce clamante nel deserto, gemito,

   ultrasuono, anno-luce, urlo di tribù riscattata

  

 

La strada è ormai questa, la Spaziani ne è sin troppo conscia, vorremmo dire, insieme, ispirata e inscaltrita. Prendere in castagna lo sperimentalismo (o che dir si voglia) giocando col linguaggio a più non posso, depistando i critici – montalianamente – ma forse anche se stessa:

 

   RETROSONETTO

 

   Lui che ora falcia ogni risata, e attento

   cristallizza ogni slancio, ponendo pellicole nere

   davanti a ogni raggio di per sé infinito,

 

   da giovane diceva: sfrondare potare ridurre,

   castigare oratorie e retoriche, bruciare i rami secchi,

   inchiodare i fenomeni all’essenziale.

  

 

Ma al contempo rinnovare la grande lezione ermetica (Luzi e Caproni fecero quasi lo stesso, ciascuno a suo modo) con un battesimo dei nostri frammenti, con una sapiente analisi, o ribaltamento, di tutti i propri controsensi, ma anche preziosi sdoppiamenti, novazioni e gemmazioni – diciamolo sub specie cinematografica, nell’Accadde domani, Da qui all’eternità:

 

   DNA

                                                     a Jacques Monod

 

   Scandaglia il quaternario dentro di te assopito,

   fertile faglia vivida di cronache ancestrali dov’è scritto il futuro,

 

   il più diseredato ha in sé una moltitudine,

   un mare, un universo di cellule e di archivi dove sverna il passato.

  

 

Non mancò, un vecchio amico e poeta già giovane “senatore” come Mario Luzi, di segnalare ed encomiare i forti pregi di novità della raccolta (stiamo parlando di Transito con catene, 1977), nella libertà di una forte affrancazione da canoni e stilemi oramai attardati, aulici ma fin troppo scontati, e in odore di effuso manierismo:

 

“… L’effetto che lascia questo suo nuovo libro è di più franca avventura e di maggiore incandescenza, anche perché la puntualità dell’occasione cede sempre più spesso e più risolutamente il passo all’autorità della visione.”…

 

Ecco, questi “transiti che esigono catene”, l’espressione è della Spaziani, A.D. 1977, introducono il lettore nel cuore d’un volume che lei stessa ebbe a definire “impuro”, sia per la varietà della materia che per gli esiti metrici e linguistici… Maria Luisa ne era quindi perfettamente consapevole:

 

“… Le mie raccolte precedenti erano caratterizzate da una grande pulizia formale, da un assiduo lavoro di aggiustamento stilistico nel rispetto delle più classiche clausole della struttura poetica, una per tutte l’endecasillabo: quest’ultima raccolta è, invece, più sperimentale, più aperta, nel senso che comprende ancora poesie che risentono di una temperie da ‘lirica pura’, ma le accosta ad altre più rotte, movimentate, talvolta addirittura telegrafiche, che sfiorano ‘i margini della profezia’, come diceva Rimbaud. C’è insomma una grande varietà di toni e di strutture poetiche. …”

 

E via di questo passo…

Raccolte poi come Geometria del disordine (1981) incentrano sull’“ossimoro permanente” (che in quegli stessi anni Montale additava, stigmatizzava in Pasolini) ogni urgenza del dire, e anche ars dictandi… Il bivio è, in distico, l’eterna scelta tra vita e parola, più spesso opposte che coinfluenti…

 

Credo nella mia vita se mi dico “ho parlato”.

Credo alla mia parola se mi dico “ho vissuto”.

 

E pazienza se libri poi come La stella del libero arbitrio (1986) amministreranno, equilibreranno come un ripiegamento, un’assuefazione a una modernità classicamente gestita e incarnata, superfetata, a volte, con mirabili esiti barocchi, fascinosi quanto approssimati; per eccesso, è chiaro, e visionari di sopravvivenza, nell’interminata e interminabile Sagrada Familia della Poesia sempiterna:

 

   BARCELONA

 

   Il mio cuore è un progetto di Gaudì,

   serpeggia e sale a sfidare il barocco,

   le superfici nascono da coniche

   sotto pietrosi boschi di bambù.

 

   Paraboloide di basalto e lava,

   il mio cuore è un cantiere in disordine –

   carburate iperboliche sequoie

   tentano in cielo ritmi millenari –

  

 

 La grande “trovata” neo-contro-sperimentale è a questo punto proprio quella di riprendere l’ottava, il poemetto popolare, e intonare una reboante e in qualche modo anche salvifica, mimata (cfr. Erich Auerbach, Mimesis e tutta la sua fine analisi stilistica della tensione realistica “nella letteratura occidentale”) Giovanna d’Arco (1990)…

Il libro avrà insomma  grande successo e in qualche modo le cambia il sangue, le rinnova – ma insieme conferma, rafforza – percorso e coerenza espressive… Con un’originalità radicale e radicata: “… questo non è un libro di storia.” – Maria Luisa Spaziani catechizza subito i suoi lettori (presto numerosi: il libro esce direttamente in edizione economica, negli Oscar, per suo preciso volere) – “è un poema in ottave, genere popolarissimo alle origini della nostra letteratura, tipico dei cantastorie, poi nobilitato dal Boccaccio prima d’imporsi come forma classica e illustre con l’Ariosto e il Tasso. È quindi in endecasillabi, sia pure senza la canonica rima finale. L’orecchio coglierà subito l’inserto di qualche decasillabo dovuto a precise ragioni espressive. (…) Ed è soprattutto, con i suoi 1392 versi, un romanzo popolare, come dice il sottotitolo, genere raro in Italia e pressoché ignoto nel nostro secolo. Inutile rilevare incongruenze e invenzioni non documentabili da parte dell’autrice. È una favola, se si vuole, dalla quale però la Giovanna d’Arco storica esce intatta con la sua fede, il suo slancio, la sua genialità, la sua verità, il suo assoluto disinteresse, la sua travolgente simpatia, la sua semplicità davvero essenziale e il suo buon senso contadino.”…

 

   

   Il dolore è rivolta delle fibre

   per l’armonia perduta, e la stoccata

   della spada nemica continuava

   a trafiggermi tutta, a torturarmi

   con eterna ferocia. Vidi muoversi

   imperative e dolci quelle labbra

   che io sola vedevo: “Ora tu soffri

   quello che la tua dolce Francia soffre.

 

   La fede può non far sentire il male.

   Alzati e lotta. Il corpo, un grande dono,

   fra i più grandi di Dio, è solo terra

   che alberga il seme, che lo nutre e alleva.

   I tuoi sensi, Giovanna, sono porte

   al messaggio supremo, e la tua spalla

   ferita è nata a reggere quel braccio

   con cui reggi la spada. Non soffrire”.

 

   Ed il male svaniva, e già vedevo

   il mio stendardo ascendere sull’ultimo

   torrione degl’Inglesi. Distinguevo

   le nostre voci d’esultante evviva

   e le urla di rabbia dei nemici,

   foglie spazzate da un vento feroce.

   Scorsi il vessillo in cima. Sventolava

   nel più bello dei cieli sognati.

 

                                                     (Giovanna d’Arco, Canto III)





Una dedica vergata sul libro I fasti dell'ortica


   Soggiunge l’attenta analisi di Giancarlo Pontiggia, curatore anch’egli del Meridiano, assieme a Lagazzi, e compilatore d’un attento, minuzioso regesto di note o repertorio esegetico, raccolta dopo raccolta, un componimento dopo l’altro, isolato e dispiegato di finissima indagine non solo filologica ma ecletticamente espressiva, cognitiva, dal cronachistico all’epocale, nulla ma proprio nulla escluso!...

 

«…  Il risultato di questa Giovanna si pone all’incrocio fra rigidezza dello schema metrico e libertà assoluta dell’invenzione: l’ottava precede, ma l’endecasillabo può anche essere intaccato; la rima è assente, ma può anche essere recuperata, qualora se ne sentisse la necessità”  …»

 

La Storia è circolare, iuxta Eliot. Dunque c’è più messaggio ed eredità di Moderno in Jeanne d’Arc, nella Pulzella d’Orléans, che nei riti psicopatici delle poetesse “assolutamente moderne” che intanto si suicidavano una dopo l’altra, o comunque perivano nel fuoco vero e analogo d’un’eterna Tragedia: Sylvia Plath, Anne Sexton, la nostra povera Amelia Rosselli…

 

È a questo punto che Maria Luisa porta alle estreme conseguenze la sua verve teatrale, allenata dai suoi abili studi di francesistica (e teatro francese, da Racine a Marivaux – ma non solo!), e da un gusto di trasgressione educata, di un “andante con brio” o diciamo “moderato cantabile” (fu un libro della Duras) che mai dovevano in realtà lasciarla, nemmeno per un attimo.

Si pensi al delizioso ricalco o buffa parafrasi di uno dei più celebri guizzi lirici di Quasimodo: quell’Ed è subito sera che ora con lei diventa, fastosamente nell’ortica…

 

   È vertigine, amore, primavera,

   sfida, pianto di gioia, verità.

   Ed è subito “era”.

 

Parodia elegante – e in verità autoironica – di mezzo ermetismo. Con una punta dolceamara, una pungente sortita, attenzione!, alla Sandro Penna…

 

E che dire del resto della sua inesauribile, coltivata ironia, sempre adorabile, elegante e tagliente all’unisono? Un serissimo non prendersi troppo sul serio, temprato amabilmente alla somma scuola di Montale… E fiorito qua e là, del resto, in un culto o arte dell’aforisma ch’Ella peraltro sempre praticò e si coltivò…  

Memorabile appunto una bella sequela o centuria aforismatica che uscì appunto sulla rivista “Poesia” e di cui Nicola Crocetti, ricordo, amava evidenziarne uno dal buffo sapore e motto di poetica:

Anima, fatti animo!

 

*********

 

Maria Luisa Spaziani aveva un culto e un talento particolare per dare suono alle immagini e viceversa – per prendere i suoi versi (o sogni, ricordanze, dissonanze e idilli che dir si voglia… tutto trasfuso in vortice)… Si pensi solo alla junghiana, fervida interpretazione dei sogni o sequela d’archetipi che la portò a ricordare grandi registi (Fellini, Visconti), come intere, oniriche e catartiche epopee dell’Immaginario:

 

   FEDERICO

 

   Mi districo dalle ramaglie feroci del sogno

   dove annaspavo per risvegliarmi –

   Lui me l’aveva detto: se dormi sotto un gelso

   puoi assumere forma vegetale –

 

   Ti cadrà dalla mente l’alfabeto,

   ti scorderai di quel tuo grande amore,

   ti nutrirai succhiando dal terreno

   linfe di un sapore sconosciuto.

  

 

   Per questo, superato ogni equivoco d’impegno o disimpegno, ella può raccontare e onorare I fasti dell’ortica, cioè uno dei momenti più drammatici della Storia europea con un dono di fervore e comunicazione davvero unico, insurrogabile… Scrive Paolo Lagazzi con giusto, meditato trasporto ermeneutico:

 

«… l’ortica – fraterna, almeno in questo, alle myricae di Pascoli e ai limoni di Montale – è importante come emblema di una ricerca di verità “pungente”, di una quête capace di affrontare anche il rischio di ferirsi, di bruciarsi pur di esporsi alla nuda vita. Ricca solo della sua gratuità, o di una grazia sconosciuta, annidata tra le macerie del tempo, l’ortica è non a caso associata alla figura tragica e altissima di Marina Cvetaeva, che di essa si nutriva, facendola bollire, “nel deserto di gelo della guerra”. Proprio nell’umiltà di questa pianta, dunque, cova la sua forza “guerriera”, il suo dono di resistere, di salvare la speranza anche in condizioni impossibili; ed è di questa forza che, a sua volta, la Spaziani desidera nutrire la propria voce, non arrendendosi mai alle lusinghe di un mondo dominato da un’idea falsa della bellezza…».

             

*********

 

Abbiamo parlato del suo teatro (spesso interpretato e giocato in prima persona: penso a La vedova Goldoni, a La ninfa e il suo re)… Due parole vanno ora dedicate ai suoi adorabili dialoghi o monologhi storiografici, ad esempio le interviste impossibili con Caterina di Russia, Una lettera di Monaldo Leopardi alla posterità – poi inserito nel fiorito mazzo delle belle prose de La freccia (Marsilio, Venezia, 2000).

Né sono meno necessarie – perfino a capire e decrittare la sua vena creativa – opere critiche fondamentali come la storia del teatro francese dal ’700 al ’900, ma anche Storia dell’Alessandrino (1977), che è molto più della storia di un “verso”, è il resoconto di un’epoca, di un sentire, di un gusto (forse anche un’etica intera) del rappresentare, dell’Intonare.

  Scriveva appunto Maria Luisa in Geometria del disordine:

 

   Un verso è un re, che con la cortesia

   dei re giunge puntuale a ogni convegno.

   Non nasce mai cinque minuti prima

   di congiunzioni fissate ab aeterno.

 

   Sarebbe un deragliare di pianeti.

  

 

Il lungo Meridiano che hanno pazientemente allestito Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia (Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 2012), è vero, risulta e risalta magniloquente, esimio, luminoso, variegato d’esiti così come d’intenti ufficiali… Eppure la linea più duttile e rimarchevole, più ispirata e a nostro gusto più nobile, più originale, nel lungo percorso di Maria Luisa Spaziani, risulterebbe in fin dei conti – sublime contorto paradosso – una linea che non c’è, e che resta poi come cancellata, giubilata dalle raccolte istituzionali, esemplate ed esemplari… Vogliamo giocare coi suoi stessi titoli e parlare di una ufficiosa ma sacrosanta Sgeometria del disordine? Di un Transito innevato senza catene?

Un destino che in realtà le accadeva, la stupiva e si incarnava, ella mi disse spesso, sullo splendido filo della casualità – una casualità che è in realtà sempre necessaria (Il caso e la necessità è celebre titolo di Jacques Monod, premio Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1965!). Ecco infatti le latinìe (invece che “litanìe”…), accettate come sublime refuso del proto stesso, scoria di tipografia, forse insufflata da un Dio, finalmente, beffardo e ironico verso le sue creature, sbilenche – ahinoi, tra dogmi di fede e teoremi della cultura… (“Sciascia” – annota Maria Luisa – “ricorda in un racconto la misteriosa saggezza dei refusi di stampa. Qui il titolo era ‘Litanie’, ma date le locuzioni latine presenti in ogni quartina la macchina, o il subconscio, ha dimostrato di avere più fantasia dell’autrice”):

 

   Credo quia absurdum. Amarti uguale vivere.

   Ogni alba una pietra miliare.

   Deve restare absurdum.

   Credere e non pensare.

                                                                   (Transito con catene) 

 

Una linea spuria, e presto, ahinoi, dispersa, inanellata da una plaquette all’altra, da un libretto all’altro – ma sempre quelli più inopinati, più sorpresi e sorprendenti anzi sorpresi essi stessi…

I titoli sono quelli di certi suoi componimenti, opere od operine davvero indimenticabili! La Primavera a Parigi edita da Scheiwiller nel 1954. Luna lombarda per gli egregi tipi di Neri Pozza, Venezia, 1959.

Quel miracoloso, un po’ velato capolavoro che è “Paul Klee” (in Utilità della memoria), sapientissimo e aggraziato d’ogni visione, d’ogni pietas trascesa o affondata:

 

   A che serve, nel mare, una clessidra?

   dalle fertili sabbie, coni azzurri

   spinti sul buio fondo, capellute

   margherite si flettono, ed attonite

   danzano sul filo dello stelo.

   Tutto il secolo giace in fondo al mare.

   Fumo di seppia, bianco calce ed ossa.

   Intangibili lune nel riflesso.

   Giallo più giallo. E nero.

 

Ancora, l’irrinunciabile “Viaggio Verona-Parigi” (1987-1990) poi confluito ne I fasti dell’ortica, e in origine compreso fra le 37 poesie sbocciate nel ’92 in Torri di vedetta.

  

Poi le splendide liriche che la Spaziani fece uscire sulla “Fiera letteraria” dopo il terremoto del Friuli (maggio 1976): cioè il vero e proprio Spoon River della “Minima Antologia Palatina” dedicata ai vivi e ai morti del Friuli:

……………………………………………………………………..

 

   GLI SPOSI

 

   Grazie alle rate avevamo la cucina bianca,

   il lampadario a gocce, le tende del salone,

   la culla di Roberto con tre mesi di anticipo.

 

   Abitavamo già la nostra tomba

   dandole un altro nome.

 

 

   LO STUDENTE DI PSICANALISI

 

   Solo con strazio tu vedrai le viscere

   della terra (Lui disse) o di te stesso.

   Caro professor Freud, un suo umile allievo

   le manda un doppio grazie dalle viscere

   per quella bella epigrafe da Lei scritta anzitempo.

 

 

   PATRIZIA LA CANTANTE

 

   Mi diceva il Maestro “non sforzi la voce,

   il venti ha la prima a Udine, il timbro è perfetto”.

   Parlavo solo a gesti, avevo grandi ambizioni.

  

   Ma Ombretta da due giorni è sotto qualche trave

   e raspo tra i mattoni come una cagna impazzita

   e ululo da farmi sentire a Ortisei.

………………………………………………………………………….

 

                                                          (Transito con catene)

 

Maria Luisa Spaziani, aveva ragione Giacinto Spagnoletti, che bene la conobbe e sapeva sempre trovare il nervo giusto, il consulto pertinente circa una contemporaneità poetica spesso mascherata, adulterata anche a se stessa (parliamo della nostra maldestra e ipocrita Contemporaneità poetica, non certo della Spaziani)… Spagnoletti le dona la sintesi d’una affettuosa, cauterizzata analisi novecentesca:

 

«…  Così da un Neoromanticismo (o tardo simbolismo) acutamente presentito come forma di conoscenza del mondo sensibile, correndo dentro specchi metaforici e segni magici di apparizioni e scomparse, essa in sostanza insegue la sorpresa dell’esistenza. Anche sul piano linguistico le sue indicazioni sono notevoli. Si ricorderanno i suoi giochi verbali, che assumono un carattere di allegria vitale di fronte al problema della casualità e predestinazione del suo impegno umano, aprendo uno spazio di conciliazione tra natura ed anima, non sempre stretto entro simmetrie e psicologie determinate. Ed ecco allora che lo schema romantico e simbolista degli esordi si ribalta via via nella naturalezza dell’osservazione fenomenologica, in un apparente abbandono stilistico che non forza mai la voce o il ritmo, ma segretamente lavora nello scavo e per la catarsi dei minimi eventi biografici ed esistenziali, che alla fine si compongono nella sua pagina in figure di classico rilievo.  …»

 

                                   (Giacinto Spagnoletti, Storia della letteratura

 italiana del ’900, Newton Compton, Roma, 1994)

 

Potremmo, dovremmo ora parlare anche dei suoi grandi meriti di traduttrice, “organizzatrice culturale” (termine sempre improprio e insufficiente!), zarina di piccoli o grandi imperi, consessi di un gusto e rito poetico, oggi, ahinoi, totalmente perduti, esautorati, depauperati nel sintonizzatissimo Nulla che ci circonda…

Sarebbe motivo e occasione felice, puntuale, per una diversa e non meno ampia riflessione. Ma il tempo inizia a mancare non solo a noi, anche a se stesso… Negli anni più fulgidi del “Centro Montale” e della “Cattedra di Poesia” (che anche noi frequentammo con incontri e seminari), Maria Luisa seppe portare a Roma poeti e destini come Yves Bonnefoy e Andrei Voznessenski, Kikuo Takano e Allen Mandelbaum, Ciril Zlobec e Ana Blandiana, e troppo ci dilungheremmo, a citare tutti gli altri grandi nomi – i nomi con cui ogni volta ugualmente, ma in modo diverso, noi chiamammo, invocammo Poesia…

 

   Fra silenzio e colombi alta volava

   la nostra Parma, un sogno di Chagall.

   Venivano a trovarci le parole

   nostre, ma d’altri mondi.

 

                         (“In viaggio con Montale”, da I fasti dell’ortica) 

 

*********

 

Oggi valga e resti il ricordo di un grande fervore poetico e letterario insieme. Di una disinvoltura scanzonata ma sempre ispirata, che coltivava e per fortuna diffidava dell’inseguita, perseguita aura del sublime. Come a dire, un poeta d’amore che diffidi dell’Amore? Un poeta che giochi coi drammi della vita sino ad eluderli, ammansirli della gioia di mille lacrime, del perdono e dell’accusa di mille parole…

 

Sulla sabbia ormai scrivi da anni.

Ripòsati innalzando cattedrali.

 

                                    (Transito con catene)

 

Quando nell’81 se ne andò Montale, Maria Luisa stilò una poesia che certo senza rendersene conto doveva diventarle sentita e provvida, un po’ trafelata dichiarazione di poetica… È un po’ un suo inopinato “madrigale privato”, assai più bello degli esercizi lirici enucleati e in verità variati a iosa (come tante, eleganti ma anche pletoriche lezioni di solfeggio) con La traversata dell’oasi o, peggio, La luna era alta, frutti anche gustosi ma in verità seriali, manierati ad abundantiam… No, non come l’accorato taglio, o questo struggente singhiozzo sarcastico, del suo splendido epicedio al poeta e cantore del nostro Male di vivere…

 

   A MONTALE

   il 12 settembre 1981

 

  

   La tua scomparsa è scandalo, è messaggio

   che sconvolge interiori meridiani,

   coinvolge il futuro e trascina

   pitòsfori, bufere e termitai –

 

   Potrà mai dileguarsi il tuo passo

   per chi eredita quegli impervi segreti?

   Il meglio della seppia è l’osso.

   Il resto è per i cuochi.

 

                                                                          (La stella del libero arbitrio)   

 

 

I suoi libri migliori erano, sono insomma quelli più dimessi e sinceri, perfino casuali. E mi piacerebbe parlare a lungo, argomentare e dimostrare invece all’amico Paolo (Lagazzi), compilatore e cesellatore prezioso del Meridiano, ammirevole summa, certo, che c’è molta ma molta più poesia (imprevista – che bello! – e forse addirittura sprezzata, spezzata, spazientita, malgré soi) nelle Poesie scritte dalla mano sinistra (Edizioni Archivi del ’900, Milano, 2002…) che in quelle elegantemente e usualmente preparate, periziate ed effuse, calligrafate egregie con quella destra…

 

   L’INCOMPIUTA

 

   Anch’io lascerò la mia “Incompiuta”.

   Sarà semplicemente la mia vita.

   Lascerò nel senso che rimanga.

   Lascerò nel senso che la perda.

 

   Ogni uomo, ogni donna morendo

   lascia da fare il più. La morte a tradimento

   ci sorprende in un punto inatteso.

   Gabbiani per sempre feriti, colonne spezzate.

  

 

“Poesie dalla mano sinistra,” – spiega Donatella Bisutti in prefazione – “come dire scivolate quasi per caso sulla carta, per distrazione, piccole nugae, scritte per gioco, in un intervallo fra impegni più seri, testi ai quali non attribuire importanza. Ma anche […] poesie mancine, e quindi poesie in qualche modo irregolari”…

Dopo tanti anni, decenni di fiero e lirico culto del bel verso – ora Maria Luisa s’era potentemente avvicinata al gustoso travaglio antilirico d’una Szymborska, addirittura all’improntitudine post-femminista, tranciante, d’una Duras o magari, come dire?, d’una Grace Paley In autobus, newyorkese poetessa/antropologa in cerca dei sacrosanti peccati veniali o d’ogni evento tragicomico, melanconia sublime dei propri simili:

 

   CUORE SPACCATO

 

   Nel ’15 Paul Wittgenstein perdette

   la mano destra in guerra. Fu pianista

   grandissimo anche dopo, scatenato

   solo con l’altra.

 

   Trovò compositori di gran fama

   che scrissero per lui musiche adatte.

   Se potessi trovarli… Canterai,

   cuore spaccato in due?

 

                                                                  (Poesie dalla mano sinistra)

 

Come si potrebbe dire di una vera artista, d’una autentica pittrice di parole, Frida Kahlo facitrice d’immagini deformate in realtà e fitte di fantastico (tipo: “Ciò che l’acqua mi diede” – un autoritratto che passa riflesso e specchiato nel relax stanco dei propri piedi!, pellegrini di mille desideri così come succubi di cento tragedie…), il suo testo, la sua mostra più bella è forse quest’ultimo libro non rifinito e non levigato, provvisorio ed escatologico, dove l’aforisma si mischia al gesto lirico, s’intride e s’appanna come rinunciata scheggia poematica. Una sua Satura inconscia e inopinata, dove, senza troppo volerlo (Montale, ammettiamolo, era molto più intenzionale e sarcastico!), depista i critici e sfotte l’utilità o l’inattendibilità del Tu come istituto:

 

   LA TRAVERSATA DELL’OASI

 

   Sto ancora traversando, da tre anni,

   l’oasi del mio titolo. Qualcosa

   non funziona, è evidente. Ormai dovrebbe

   bene o male finire.

 

   Se finisce mi trovo nel deserto,

   come dire all’inferno. Ma diventa,

   il purgatorio, troppo a lungo inferno

   senza sbocchi possibili né uscite.

  

                                                     (Poesie dalla mano sinistra)

 

*********

 

Quando insomma nel 2007 Maria Luisa Spaziani consegnò al fotografo Eric Toccaceli un suo vecchio testo da L’occhio del ciclone (7ª stanza del poemetto “Il mare”), “Lo vedi come l’isola si torce”, reintitolato “Sarabanda siciliana”, e destinato allo splendido volume fotografico Poeti. “Volti e luoghi” (Marietti, Genova-Milano, 2007), chi avrebbe mai pensato che esso sarebbe diventato, in exitu, una breve sua summa di finita infinità, un ermo colle mutuato da un’isola, la Sicilia (lei torinese), dove la poesia le tornò vita, carne, leggenda, miraggio, profezia, sensualità, massimo filosofema, salmo d’Empedocle e pitagorico specchio ustorio?

 

   SARABANDA SICILIANA

 

   Lo vedi come l’isola si torce

   nei suoi venti stasera, con che furia

   tende a disancorarsi dalle boe

   profonde del terziario, come anela

   al volo sparso delle sue cortecce

   e foglie e sabbie nei vortici caldi?

 

  Ogni uomo è un’isola, intonava John Donne – certo. Ma Maria Luisa ci sta forse dicendo che tutta la poesia è un’isola, montagnosa e splendida, eden perduto e Odissea interiore poetata, introiettata, proiettata a puntate…

 

   Venga a sentire questa sarabanda

   chi la sua patria cerca, chi una legge

   invoca del suo esistere, chi crede

   alle dighe, ai bastioni, alle colate

   ferrigne di cemento, – e cieco ignora

   che siamo antichi pellegrini in marcia

   verso un santuario, verso una sorgente,

   verso una valle dolce per fondarvi

   la cittadella del tuo sogno,

                                                quella

   che compirà a sua volta la parabola

   dal nulla allo splendore, e poi t’insinua

   quella furia sottile, inestinguibile

   di ritornare pellegrino.

 

   Una sarabanda che sempre ci porta dal nulla allo splendore, e splendido edifica il nulla, cioè annulla il Nulla splendidamente, per miracolo di rocciosa dolcezza, rosa dei venti, maremoto d’anima che tumultuoso ribattezza il corpo, lo asseta e disseta di sale… 

 

   Giorni di gioia e gloria, albe rosate

   giacciono nell’argilla del domani.

   Argilla dura, forse ignota anche a Dio.

   nessun laser o tarocco le trapassa.

 

   Sta in noi darle fiducia. Siamo ancora

   semi ibernati, irredenti e ciechi.

   Ma il pensiero si azzardi: le parole

   sono spore terribili.

 

                                                                 (La luna è già alta)





   E quando nel 2009 licenziò a Genova, da San Marco dei Giustiniani, il suo ultimo libro, L’incrocio delle mediane, chi avrebbe immaginato il suo testamento lirico affidato a questa rinnovata e aggiornata Geometria del Disordine?, dove la grande erede del miglior ermetismo e simbolismo nostrano, più o meno montaliano, ma in fin dei conti europeo, chiede alla Scienza lumi d’Umanesimo e agli umanisti di rintracciare – e con urgenza – un comun denominatore con la scienza e gli scienziati che ci porti, o comunque ci guidi saggiamente al Futuro…

 

  

   Un groviglio alla Escher, la follia

   è pura matematica. Ci avvolge

   la ragnatela della luce e nutre

   i nostri evi sepolti nel buio.

  

   Newton ci spiega bene perché la luna non può

   cadere sulla terra né allontanarsi di un metro.

   Due forze opposte la spingono e incatenano:

   l’attrazione terrestre e la forza d’inerzia.

  

                                                               (L’incrocio delle mediane)

 

*********

 

Tout se tient, e dopo mezzo secolo una sua poesia in morte dell’albero che lei stessa chiamò Montale chiude un ciclo, una parabola lirica ed esistenziale iniziata con La bufera e i suoi ormai quasi mitici “Madrigali privati”. Ma non c’è (breve) libro più pubblico di questo, che sembra chiedere alla Storia di farsi cuore, e all’anima, appunto, di farsi animo!…

 

   (MORTE DELL’ALBERO MONTALE)

 

   Noi si dormiva fra i suoi rami in fiore

   che sbucavano da squarci del terrazzo.

   Fu estirpato il ciliegio con la gru

   come un dente cariato.

 

   Solo gli alberi possono morire

   dentro la terra che li ha visti nascere.

   Quel ciliegio non ebbe sepoltura

   se non in sé con scaglie di radici.

                                                             (L’incrocio delle mediane)

 

Sull’adorabile Macchina del Tempo che la Poesia sempre olia e sa guidare, torniamo dunque a quel felice afflato di giovinezza! Torniamo alla gioia di Montale che trova nella “Volpe” (così soprannominò la Spaziani) come una Musa più o meno salvifica…

 

   Hai dato il mio nome a un albero? Non è poco;

   pure non mi rassegno a restar ombra, o tronco,

   di un abbandono nel suburbio. Io il tuo

   l’ho dato a un fiume, a un lungo incendio, al crudo

   gioco della mia sorte, alla fiducia

   sovrumana con cui parlasti al rospo

   uscito dalla fogna, senza orrore o pietà

   o tripudio, al respiro di quel forte

   e morbido tuo labbro che riesce,

   nominando, a creare: rospo fiore erba scoglio –

  

                                                           (Eugenio Montale, La bufera e altro)

 

“… Montale mi ha avviata alla lettura di filosofi come Bergson,” – confida Maria Luisa in un’intervista del 2010 – “che amava molto e di cui aveva avuto l’imprinting da ragazzo, ‘l’anello che non tiene’ e così via. Ma anche Boutroux: ‘il fantasma che ti salva’, l’ancestrale che è in noi. […] Con lui ho incontrato i filosofi tedeschi, Jaspers, Heidegger, e anche un po’ gli scrittori inglesi.”

Discorso a parte per Proust e il proustismo: “Il tema della memoria per me è fortissimo,” – giura Maria Luisa – “perché io sono una ‘proustiana’: mi sono laureata su Proust, ho lavorato molto sull’autore francese, ho sempre scritto su di lui e soprattutto l’ho sempre ‘vissuto’.”

 

Forse per questo molto a lungo ancora si leggeranno, si ricorderanno le sue auliche, distese o solfeggiate ricordanze di gran Donna sincera della poesia (mai dello schermo); così come schietti si gusteranno inoltre gli incontri con le sue Donne in poesia  (1992), le loro parole come semi ibernati, spore terribili e adorabili, sguardo argilloso, indimenticabile encomio privato a ciò, di ciò che la storia privatamente ha cancellato, dismesso… La Storia di un’anima, il romanzo che Leopardi sognò insomma sempre di scrivere e disperse, eluse, abbozzò e imbastì tra le migliaia di pagine del suo Zibaldone (“istoria di un’anima, perché non intendo narrare se non i casi del mio spirito”)…

Così, tra le centinaia di pagine e poesie – spesso gloriose, munifiche e indorate – di Maria Luisa Spaziani, un giorno bisognerà rintracciare, scegliere, ricavare salvare il Parallelo invece delle sue liriche più nascoste, segrete forse perfino a lei stessa… Solo pochi titoli ad exemplum, e valgano in chiusura e nel fervore di quest’Omaggio… Come una coroncina laica di preghiere laiche…

   Beh, intanto la splendida poesia giovanile dedicata a “Il paese di mia madre”:

 

   Alberi nudi dentro un tempo nudo

   sul cielo del paese di mia madre.

   Dove s’ingorga l’acqua nei canali

   tra l’erba risecchita

   e la vite s’attorce nella bruma

   con mani disperate.

   Gotico e lieve il colchico fiorisce

   – fiore dell’elegia più lontana –

   lungo la mia Sirmana,

   lento cielo d’inverno trascinato

   verso nessuna foce.

  

                                                  (Le acque del Sabato)

 

   Poi la dolente lirica, o atroce eppure aggraziata missiva rivolta a Cristina Campo, l’amica del cuore che purtroppo (ma l’amore è sempre incolpevole) le portò via anche il cuore del marito, il suo grande amore Elémire Zolla.

 

   IL FUOCO DIPINTO

   ……………………….

   VII

 

   La tua lettera giunse quando l’orto

   volgeva al colmo dell’estate. Il pesco

   maturava fra grappoli sontuosi.

 

   Tutto m’hanno strappato i tuoi marosi,

   fiori, frutti, talenti, amore e fede.

   E il tempo è fermo come sangue morto.

  

                                                             (Utilità della memoria)

 

   Dicevamo di Zolla, il grande studioso torinese di dottrine esoteriche e tradizione mistica, saggista esimio, di valore mondiale, a cui Maria Luisa dedica, nel 1961, un vero e proprio vertice (e punctum dolens) della sua opera, “L’eclisse”, poesia ben più che d’amore: giacché lirica immolata, martirizzata all’Amore – 10 strofe d’un unico poemetto in preghiera…

 

   L’ECLISSE

                                                 

                                                a Elémire

  

   Sgorga segreto fra le acacie e i tigli

   anche stanotte il messaggio ostinato:

   se il tempo a dismisura mi potenzia

   la luce che irradiavi,

   a dismisura l’antitempo morde

   l’astro che n’è sorgente.

 

   Eclisse, irrecusabile moneta,

   lugubre gong, scudo d’hidalgo vinto.

   Fosti un ragazzo (o mura di Corinto!)

   e avvinghiati scrutammo fra le braci

   in quel futuro che nei giorni giovani

   è un miraggio fra carezza e carezza.

                                                       

                                           (Utilità della memoria)

 

   Poi amerei salvare molte delle pagine dedicate al mare ne L’occhio del ciclone… Penso anzitutto ai versi “alla memoria di Lucio Piccolo” :

 

   La landa silenziosa dove il rantolo

   lungo del mare e il vento a primavera

   tessono un dolce gregoriano, rompe

   tra i giardini d’aranci a notte un lugubre

   latrar di cani, cuori alla catena,

   voci delle dimore abbandonate

   che invocano un padrone, che l’agguato

   rendono vivo nella fonda tenebra.

  

 

   E di quello stesso grande libro – totalmente scatenato dal sacro controllo intellettuale all’alchemica “nigredo” della Discesa alle Madri… – rapirei la beltà di almeno una prosa dell’“Intermezzo”, “La mano”, splendida sinopia michelangiolesca:

 

   “… La mano di Adamo. Tesa con mollezza elegante verso il Creatore, con gesto d’abbandono che ricorda la curva del tralcio. E all’improvviso tutta la mia storia fu lì, a ricordare una mano, a ricordare due mani, le nostre, che in un viaggio lontano si erano casualmente incontrate dalle cuccette superiori d’uno scompartimento.”…

 

Ancora ruberei, per incorniciarla perenne, la struggente suite per la figlia Oriana ancora bambina (cfr. “Poesie per Oriana” in Geometria del disordine) che davvero riveste di radiosi, non più umbratili propositi, ogni suo lungo affetto, rimorso o dedizione, dislocazione di Madre…

 

   LA RADICE È LUNGA

 

  

   Ché tutto questo da te ora mi viene,

   da te che non parli ancora, e in tutto il mondo possiedi

   un orso e un agnello, gli dèi tutelari della tua culla.

   Infiniti discorsi s’intrecciano, la sapienza così a lungo cercata

   nasce da un tuo battere di ciglia, da un tuo riso che non ha un perché.

 

 

E naturalmente l’“incipit” accordante, il leit motiv vorremmo dire gnostico, concettoso e cifrato, de I fasti dell’ortica (1996), certo il suo libro più bello, macerato e trasfuso di arresa o imprigionata Bellezza:  

 

   Sanno il volto profondo del rancore

   gli uomini che vivono da frutto

   e mai furono fiore?

 

   Precedenza assoluta di meditazione e ricordanza… Sino almeno a tutto il primo poemetto dedicato al ricordo e al sacrificio emotivo della povera e grande poetessa russa Marina Cvetaeva, “nell’anniversario del suo suicidio”… Leggiamone il 5° movimento:

 

   Questa sera ho bollito l’ortica.

   È il giorno del tuo addio a questa terra,

   l’ortica, solo cibo a te e a Irina

   nel deserto di gelo della guerra.





Altro che rima “fiore amore”, Saba, la poesia onesta o le scorie qualsivoglia d’un preteso e perpetuato “crepuscolarismo” d’antàn… Qui la Spaziani intona e persegue il ferreo dettame e la rima ben più oltranzista (o regressiva) fiore / rancore, su cui già la corrente psicoanalisi (non parliamo poi della psicocritica assolutamente moderna) potrebbero scrivere, impostare e intonare un saggio… uno snodo e scambio interpretativo…

L’altra incombente rima è terra / guerra… E non ha bisogno di ulteriore esegesi, o discettazioni interpretative. Basta il prosieguo finale dei due versi:

 

   Dissacrandola insieme la consacro.

   T’amo come non mai, struggente amica.

 

E a chi davvero si rivolge? Alla Cvetaeva, certo. Ma non anche alla poesia, sua e altrui, di allora e di sempre? E perché no, alla Storia, alla Guerra, all’Etica che ovunque perseguiamo e sempre sembra sfuggirci… 

 

*********

 

Ecco, la nostra mappa di libretto miscellaneo o percorso ideale non ha bisogno di troppi altri testi o viaggi o chilometri… Basterà una sola, giudiziosa altra quartina de La luna è già alta, che è manifesto e credo secretato in minima sintesi, eppure sconvolgente:

 

   Se lo stridore è necessario, e deve

   Violentare il liliale stucchevole,

   tu immetti lo stridore al punto giusto

   per non guastare l’armonia.

 

La campionessa indiscussa d’ogni lirica armonia post-ermetica, che invoca lo stridore, assuona liliale con stucchevole!… E salva insomma la sua pretesa armonia sliricizzandola – in dissonanza:

 

   La grazia arriva a lampi, e in quei momenti

   tutto il linguaggio esplode.

 

   Ma subito si levano muraglie.

   Troppa gente mi parla.

 

Per poi chiudere, conducendoci sibillina e allusiva ne “Gli orti della Regina”, salutarci e per sempre stupirci magari con una sorprendente, allusiva poesia dalla mano sinistra… Tre quartine indifettibili e inesorabili, forse la sua ultima, ultimativa dichiarazione di poetica, seminata e sventolata in dolcezza, come un docile addio da stazione, eterno e provvisorio, col fazzoletto bianco con cui ci si arrende al nemico o si saluta l’amante, il fato, la sorte; un gran bacio “figurato”, amorosa o sororale da questo treno in partenza che è la vita:

 

   GLI ORTI DELLA REGINA

 

   Se sono triste Dio me lo perdoni.

   Dirgli grazie dovrei, per notti e giorni,

   per avermi elargito tanto tempo,

   e il sale, il senso, la gioia di creare.

 

   Gli chiederei di rinascere uguale?

   Giorno per giorno tutti ripercorrere

   le tappe, le stazioni del cammino?

   Anche il Cinquantanove, il buco nero?

 

   Direbbe che dall’alto o di lontano

   tutto attenua una nebbia rosata.

   “Non si può più distinguere, lo vedi?

   gli orti della Regina e Buchenwald.”

  

                                                   (Poesie dalla mano sinistra)

 

L’altra Storia di un’Anima che non conosce troppa luce ufficiale, poi forse come “L’anguilla” di Montale sorge un giorno, “risale in profondo, sotto la piena avversa, / di ramo in ramo e poi / di capello in capello, assottigliati”, rinasce e splende in mezzo ai cigli dell’uomo –

 

  

   La scintilla che dice

   tutto comincia quando tutto pare

   incarbonirsi, bronco seppellito;

   l’iride breve, gemella

   di quella che incastonano i tuoi cigli

   e fai brillare intatta in mezzo ai figli

   dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu

   non crederla sorella?

 

E noi, solo adesso e finalmente – ma vale forse per tutta la lezione, l’esempio e la vita di Maria Luisa Spaziani – no, non possiamo non crederla sorella. 

  

 

 

(luglio 2014)                                                                       

                                                                   




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