PRIMO PIANO
5° CONGRESSO NAZIONALE SLC CGIL
“Comunicazione, inclusione”


      
Pubblichiamo uno stralcio della relazione introduttiva, tenuta dal Segretario Generale, all’ultima assise nazionale del Sindacato dei Lavoratori della Comunicazione, che si è svolta a Perugia lo scorso aprile. Una struttura sindacale relativamente giovane, nata nel 1996 e che, proprio in ragione della comprensione dei processi di rinnovamento tecnologico che si stavano delineando, per prima ha dato forma organizzativa di tutela all’insieme delle attività di ideazione, produzione, distribuzione e commercializzazione dei beni immateriali.
      



      

 

 

di Massimo Cestaro *

 

 

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È del tutto evidente che, anche per queste ragioni, serve un salto di qualità nel livello culturale del Paese ed è per questo che da anni difendiamo testardamente tutti i nostri settori della Produzione Culturale; sono i luoghi dell’incontro tra mondi e storie diversi, l’incontro tra culture e tradizioni dove la diversità è sempre una ricchezza; dove l’umiltà della conoscenza sconfigge la presunzione dell’ignoranza; sono i luoghi della memoria, dove si rileggonoi drammi del passato per non ripeterli o per riprendere gli esempi migliori. Sono i luoghi che indagano sull’uomo, sui suoi sentimenti, i suoi valori, le sue miserie e le sue grandezze. Vi è in questa nostra azione ancora una volta, il senso, dell’“opera grande” della partecipazione, della condivisione: il valore dell’inclusione.

Tutelare i lavoratori e la loro condizione materiale è la nostra missione principale. Ma sappiamo benissimo che tutelare e difendere i luoghi della produzione culturale e artistica è un compito che va ben oltre la rappresentanza di interessi parziali. Provate ad immaginare, solo per un momento, se vivessimo in un Paese senza teatri, senza sale cinematografiche, senza concerti, senza danza, senza libri, senza musei. È impossibile immaginarlo anche perché, per dirla con le parole di Paolo Poli, fintantoché ci sarà una nonna che racconta una fiaba al nipote, ci sarà sempre ol teatro.

Abbiamo messo in campo, in questi ultimi anni, una quantità innumerevole di iniziative contro la logica dei tagli ripetuti dei contributi pubblici ad un settore che invece continuiamo a ritenere strategico per la crescíta non solo culturale, ma anche economica. C’è un profilo identitario dell’Italia che è radicalmente e profondamente costituito dalla straordinaria bellezza dei suoi beni ambientali e dalla qualità dei beni culturali che abbiamo il dovere di conservare e l’opportunità di spendere nel mercato mondiale. Davvero non si riescono a capire le ragioni per le quali di questo immenso patrimonio non sia possibile fare un business intelligente capace di attrarre investimenti, competere sui mercati internazionali, creare occupazione qualificata. Più volte abbiamo chiesto l’istituzione di un tavolo di regìa ra il ministero dei beni culturali e ambientali, il ministero del lavoro, e lo sviluppo economico, finalizzato alla ideazione di un piano industriale per l’intero settore, senza averne alcun riscontro. Non vogliamo un settore “assistito”, vogliamo un settore produttivo che però non può non avere, alla base, la certezza del finanziamento pubblico senza il quale vengono meno i valori della ricerca, della sperimentazione, della continuità produttiva, dell’inserimento dei giovani nelle professioni artistiche e tecniche. Tutte le professioni del mondo dello spettacolo si formano solo in parte nei percorsi formativi mentre si realizzano compiutamente nei luoghi della produzione. Questo è un tratto caratteristico di tutto il settore culturale, dal cinema all’editoria, dal teatro all’intrattenirnento: senza luoghi di produzione si perdono professionalità che non si riproducono altrove. E la qualità delle professioni è indissolubilmente legata alla qualità della produzione artistica e culturale e quindi all’identità di un Paese.





Massimo Cestaro, Segretario Generale SLC CGIL


Noi già sapevamo che il cinema è una grande bellezza. Voglio solo sperare che l’Oscar non ci faccia dormire sugli allori. Intanto abbiamo lavorato con i nostri interlocutori per riportare dentro i confini nazionali le produzioni cineaudiovisive, rompendo la pratica delle produzioni all’estero e di questo va dato atto all’azione della RAI e delle associazioni dei Produttori. Occorre però incrementare la produzione anche sfruttando le opportunità offerte dal digitale terrestre nel rapporto tra televisione, nuovi media e produzione cineaudiovisiva. Più contenuti, più occupazione, più narrazione, più pluralismo, maggiori capacità di commercializzazione all’estero, piu qualità e più riutilizzazione dei prodotti. Sono la parole d’ordine che continuano a contrassegnare la nostra azione sindacale. L’attuale Ministro del MIBAC, Dario Franceschini, ha dichiarato di avere la consapevolezza di essere seduto nel Ministero più importante per l’economia del Paese. Come si è capito fin qui, concordiamo perfettamente. Vorremmo sperare che avesse anche il desiderio di ascoltarci, noi e le associazioni imprenditoriali; e non per manie presenzialiste tanto meno consociative, ma per la semplice ragione che siamo gli unici soggetti ad avere una visione di insieme dei settori e al tempo stesso conosciamo le peculiarità delle singole attività. Quante volte ci è capitato di dover intervenire per correggere proposte di legge disastrose per il solo fatto che quel ministro o quel deputato avevanoa ssunto, per i loro privati canali, informazioni parziali e quindi sbagliate. Qualche volta siamo riusciti a correggere il tiro, altre volte no, come, purtroppo, nel caso delle norme per la tutela e la gestione del diritto connesso al diritto d’autore che ha prodotto un impianto legislativo letteralmente demenziale.

Col Ministro precedente, in qualche modo, si era instaurato un dialogo ha prodotto qualche  risultato. Il progetto “valore cultura” ha rappresentato, oggettivamente, una svolta positiva, nel suo insieme, rispetto alla lunga sequenza dei tagli del contributo pubblico dei governi precedenti;  prevede un incremento del finanziamento pubblico complessivo e qualche elemento di novità importante per i giovani, ma porta con sé una sofferenza evidente che riguarda le Fondazion Lirico Sinfoniche e le loro prospettive. Naturalmente non so dire in che modo l’attuale Ministro intenda gestire quell’impianto legislativo né quale sia il suo pensiero nello specifico delle Fondazioni. Chiederemo di incontrarlo per rappresentarglo l’esigenza che il Paese non può perdere pezzi di un valore che, nel tempo, è diventato patrimonio universale.

 

Per tutti i nostri settori servono politiche di sistema e politiche contrattuali in grado di cogliere i cambiamenti intervenuti. Permangono troppe separatezze gelosie associative che non aiutano la crescita e le sinergie possibili. L’editoria non può più essere confinata nella tradizionale filiera dei cartai, dei grafici e dei poligrafici senza una visione che guardi alle prospettive di mercato offerte dalle piattaforme digitali e dalle nuove professioni che lì si vanno formando; e il mondo della produzione culturale non può essere interpretato dall’AGIS e dall’ANICA senza un rapporto con la nuova associazione di Confindustria Radio TV (che abbiamo salutato c ome una novità davvero significativa); così come questa stessa Associazione non può non avere rapporti con ASSTEL e con Poste Italiane perché il tema dello sviluppo delle reti è direttamente connesso alla diffusione di sistemi ad alta definizione, come la televisione 4K che necessita della rete fissa; nella sostanza, intendo dire che, quando sosteniamo che i governi che si sono succeduti non hanno colto, per distrazione e per interesse, le novità e le potenzialitè offerte dalla società dell’informazione, diciamo una cosa vera ma parziale, perché anche il sistema delle imprese e le sue forme associative risentono ancora oggi di limiti sinergici.





SLC nasce nel ’96 e nasce proprio in ragione della comprensione dei processi che si stavano delineando, delle dinamiche introdotte dalle nuove tecnologie e dalla convinzione che si sarebbero profondamente modificati i confini tradizionali di i processo e di prodotto per effetto della pervasività della tecnologia digitale. È il sindacato che per primo ha dato forma organizzativa, sindacale, all’insieme delle attività di ideazione, produzione, distribuzione e commercializzazione dei beni immateriali. Ha rappresentato un salto qualitativo rispetto ad una tradizione sindacale legata, per ovvie ragioni, alla produzione di beni materiali: una storia oggettivamente connessa ai grandi settori industriali. Per questo compiemmo uno sforzo organizzativo difficile mettendo in un unico sindacato i lavoralori e i settori della produzione culturale, dell’emittenza, dell’editoria e della carta, delle telecomunicazioni, dei servizi postali. Nel tempo, a questi settori si sono via via aggiunte, pur in forme diverse, organizzazioni del lavoro autonomo: penso al sindacato degli edicolantí, ai traduttori, al sindacato degli scrittori che ha concluso il suo processo organizzativo per confluire organicamente in SLC; penso a tutto il mondo delle associazioni professionali del cineaudiovisivo, al doppiaggio: tutte forme di lavoro autonomo che si sono aggiunte a quelle più tradizionali dell’arte come gli attori, i musicisti e i disegnatori.

Siamo in grado di offrire ai nostri interlocutori, datoriali, politici e istituzionali, davvero una visione

ampia delle attività e dei processi produttivi di beni immateriali e chiedo loro una capacità e uno sforzo analogo. Se penso, per esempio, al tema della proprietà intellettuale delle opere dell’ingegno, che sarà sempre più attuale più aumenta la diffusione e il consumo di prodotti multimediali, e se guardiamo come questa materia viene trattata, suddivisa in tanti rivoli tra gli editori, i televisivi, i pubblicitari, i gestori delle reti e i fornitori di apparati, i produttori cinematografici, i discografici, gli intermediari (che ci sono sempre) e per ultimi, i diretti interessati, viene da chiedersi se davvero non sia possibile provare ad avere una visione unitaria e un’unica sede negoziale, fosse anche solo di indirizzo, che possa tutelare gli interessi di tutti, compresi i destinatari finali del prodotto. Lo stesso dicasi sulla pirateria, così come sulla diffusione e sulla distribuzione dei prodotti. E ancora più in generale serve la condivisione più larga possibile tra tutti i soggetti interessati su proposte di riforma e di riordino legislativo dei settori della comunicazione. Anche sulla base di questa impostazione politica, da tempo, chiediamo alle nostre controparti di accedere all’idea di percorsi di unificazione contrattuale. Nel settore della produzione culturale abbiamo ancora troppi contratti collettivi diversi, per settori per i quali quelle diversità davvero non esistono più, come, ad esempio per la prosa; nell’editoria, non so più da quanti anni chiediamo un contratto unico per il settore della carta, per i grafici, i poligrafici, le attività multimediali legate all’editoria e la pubblicità; ciò in ragione del fatto che la tecnologia ha superato i confini tradizionali e ha cambiato il profilo del prodotto editoriale. Nei servizi postali attendiamo da un anno e mezzo che si apra il tavolo in Confindustria per il contratto di settore. Nel settore dell’ermittenza comprendiamo benissimo la difficoltà di tenere assieme i grandi network con l’emittenza locale; la stessa difficoltà vale anche per noi; tuttavia ritengo che avviare qualche riflessione e provare a delineare un orizzonte possibile, forse non farebbe male.





Le Telecomunicazioni è l’unico settore dove invece questo percorso, da noi fortemente voluto, è andato avanti e non ho alcun dubbio nel sottolineare i risultati positivi prodotti in termini di efficienza del sistema che si è formato, anche e soprattutto come elemento centrale nella regolazione dei rapportí competitivi tra le diverse aziende. Il dato di oggi è che non solo registriamo indisponibilità a ridurre il numero dei contratti, ma che non si rinnovano nemmeno i contratti esistenti. Penso davvero che, unitariamente, abbiamo fornito alle nostre controparti le soluzioni migliori per gestire questo periodo, senza avere risposte. Quello che trovo intollerabile è che ci si venga a raccontare che c’è la crisi: come se non lo sapessimo; come se dal 2008 in avanti non fossímo stati tutti i giorni o al ministero del lavoro o nelle sedi provinciali o regionali a fare accordi per dismissioni, per chiusure, per ammortizzatori, purtroppo, spesso per licenziamenti.

Credo davvero che ci sia stata una sottovalutazione iniziale degli effetti della crisi e, lo dico con onestà, anche una inadeguatezza delle associazioni datoriali nel cogliere le difficoltà e le condizioni

del cambiamento. Il mancato rinnovo dei contratti comporta, com’è evidente, una diminuzione del potere d’acquisto delle persone, ma implica anche una riduzione della credibilità del sindacato nei confronti dei lavoratori che vogliamo rappresentare. E le due cose non possono continuare. Abbiamo ritenuto, unitariamente e, credo, saggiamente, di non proporre azioni di scîopero settoriali negli anni trascorsi, data la condizione drammatica di tante imprese e degli stessi lavoratori e invece abbiamo aderito a tante mobilitazioni di carattere generale proposte dalla Confederazione. Ma credo che ormai il tempo sia scaduto e che occorra far valere fino in fondo, e unitariamente, il nostro potere contrattuale.

 

(…)

 

 

 

*  Segretario Generale SLC CGIL




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