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PENSIERI SULL’ATTUALITÀ
“Critica della vittima”
e il vittimismo del precario


      
Una articolata nota che parte dall’ultimo libro di Daniele Giglioli che indaga i paradigmi e i paradossi della condizione ‘vittimaria’ nella storia e nella cronaca. E poi allarga il discorso riflettendo sulle dinamiche socio-economiche italiane studiate da Edoardo Narduzzi, sulla scomparsa del ceto medio e su una società di massa, magmatica e senza classi, dove prolifera il precariato come condizione di vita e di dolente identità.
      



      

 

 

di Fabio Mercanti

 

 

I

 

Vittime è il titolo di un corposo volume di Benny Morris   studioso appartenente alla Nuova storiografia israeliana – pubblicato qualche anno fa in Italia da Rizzoli. Il titolo originale è Righteous Victims e nella edizione della Random House la copertina presenta un delicato sfondo sabbia, più intenso al centro, che si allarga in dissolvenza, e una fascia blu che ospita il sottotitolo: A history of the Zionist-Arab conflict, 1881-1998. Nell’edizione italiana, la casa editrice Rizzoli ha pensato bene di intitolare il volume Vittime  e di dividere la copertina in due ideali sezioni: quella superiore occupata da ebrei, quella inferiore da islamici, tutti in atto di preghiera.

L’immagine, per quanto faccenda di packaging, potrebbe fare da introduzione allo stimolante saggio Critica della vittima di Daniele Giglioli edito da Nottetempo (pubblicato lo scorso febbraio, pp. 124, € 12,00 la versione cartacea, € 6,99 quella digitale). Perché, pur lasciando stare il lavoro di Morris ma prendendo in esame il packaging (non solo del suo libro in veste italiana, ma di tutte le vesti comode e ricorrenti delle manifestazioni e ricorrenze) un certo vittimismo ideale e ideologico attraversa un po’ tutto il Novecento.

In Europa, l’ebreo vittima della Shoah appartiene alla storia da manuale, da commemorazione e memoriale pubblico, da gita ad Auschwitz durante le scuole superiori (prima della crisi economica, perché a sentire in giro le gita scolastiche si organizzano oggi con parsimonia, o affatto, lasciando senza volante gli autisti dei pullman turistici), ed è invece invasore in Palestina. Laddove vittima è l’invaso arabo-palestinese, soprattutto dopo la dimostrazione di forza dei ‘6 giorni’. Ma torna vittima l’ebreo in Europa negli studi sulle origini dell’antisemitismo, dalla Spagna alla Russia zarista, e magari a partire dalle deportazioni fino al più feroce antisemitismo tedesco. Un odio terribile che ha portato al mostruoso crimine insensato. Eppure, per la Germania formata al nazismo, il tedesco è vittima dell’ebreo usurpatore, parassita, sanguisuga. E sono le immagini, la stampa dell’epoca, a confermare e consolidare questa visione: ancora una volta, veste esterna, cover e packaging.

Le letture storiografiche del Novecento aiutano molto il percorso di Giglioli nel riflettere sul ruolo della vittima, sul suo modo d’essere e quindi sulle sue responsabilità flessibili. Nel 1986 Ernst Nolte pubblicò Il passato che non vuole passare accendendo il dibattito tra storici conosciuto come Historikerstreit e aprendo una prospettiva comparativa degli orrori del Novecento. Già, tutto vero, i nazisti furono dei gran criminali, ma in fondo crimini tanto feroci non macchiarono già la Russia bolscevica? Indubbiamente. E non viene allora da chiedersi perché tanto “accanimento” verso la memoria della Shoah, proprio da parte di noi europei che pomposamente allontaniamo così, ancora di più, l’ebraismo, accentuando la classificazione per razze e religioni?

Orrori russi, tedeschi, italiani tenendo però presente la distanza qualitativa dell’orrore: il piano di sterminio razziale non sembra proprio della Russia bolscevica. Alcuni metodi semmai, dell’abbattimento dell’opposizione (qualunque) possono aver fatto scuola? Ma intanto le quantità degli stermini fanno storia e formano le memorie. Chi più vittima? E soprattutto: come identificare le vittime? Questioni che necessitano riflessioni più ampie.





Donne e bambini vittime della Shoah


II

 

Per parlare delle vittime è necessario capire quando sono gli altri ad affibbiare il vessillo di vittima e quando invece lo si impugna personalmente e sfacciatamente.

 

«La vittima è l’eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima. Immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio. Come potrebbe la vittima essere colpevole, e anzi responsabile di qualcosa? Non ha fatto, le è stato fatto. Non agisce, patisce. Nella vittima si articolano mancanza e rivendicazione, debolezza e pretesa, desiderio di avere e desiderio di essere. Non siamo ciò che facciamo, ma ciò che abbiamo subito, ciò che possiamo perdere, ciò che ci hanno tolto».

Daniele Giglioli, Critica della vittima, p. 9

 

Sì, vessillo, perché spesso essere vittima è anche essere vincente.

Aprendo i giornali troviamo vittime vere idealizzate e narrate. Vittime degli orchi. Vittime di mariti violenti. Vittime del branco che ha venduto la sua purezza per un paio di Mojito. Oppure vittime distinguibili per sesso o etnia – come “rom” o “omosessuali” – la cui idealizzazione emargina e trasforma tutto in orgoglio e ribellione. Verso chi, verso cosa?

«[…] popolo significante che viene riempito dei significati più vari».

Pensiamo un attimo alle vittime che incontriamo ogni giorno e a quanto vittimismo siamo stati educati. Giglioli riporta la “retorica della vittima” messa in scena dagli Usa per giustificare un attacco bellico e quindi altre vittime. D’altronde questa è la storia della guerra in Iraq, ma potrebbe essere la storia di tante famiglie. Moglie vittima del marito, lui vittima della sete di alimenti di lei. Ogni vittimismo giustifica l’attacco. Figli vittime (spesso senza vittimismo).

Idoli vittima. Come Jim Morrison o Janis Joplin, personaggi e voci; vittime dello star system come Kurt Cobain, rockstar dal grande successo e dalla vita breve ma intensa. Suicidi o altre forme di autodistruzione.

E poi gli intellettuali e i letterati. «Agonici» li definisce Giglioli e dedica una pagina ad Antonio Moresco, «scrittore dotato». Il non essere accettato – ovvero scelto  e pubblicato – gli permette di ergersi a un grado superiore, al di sopra di quanti invece vengono pubblicati e sono entrati più o meno a far parte del mainstream, come di solito si dice. E così, dopo la pubblicazione dei suoi manoscritti presso importanti editori, è diventato un autore di culto. Avanti un altro intelletto incompreso, vittima dell’editoria!

Giglioli, come anticipato, attinge dallo storicismo e dalla filosofia, per ricostruire una mitologia della vittima. E forse, mi permetto, proprio la storia d’Italia racconta un’eterna vittima che si ripropone. Vittima del dominio straniero prima e poi del fascismo, che nei manuali delle scuole medie superiori (o come si chiamano) sembra venuto fuori dal nulla. Così, un gruppetto di fascisti che tengono sottoscacco un paese intero, per vent’anni, grazie al lassismo del re. E quindi un popolo vittima del nazismo e dei massacri. Italia vittima dei giochi di potere. Popolo vittima nell’era del consumismo all’americana. Italiani vittime degli imprenditori e dei capi d’azienda. Vittime di Tangentopoli e vittime della politica corrotta, quando si ergono a vittime proprio i politici, corruttibili. Italia vittima dell’Europa e dell’Euro. E poi Italia vittima di Berlusconi e del berlusconismo: Berlusconi? E chi lo vuole? La sinistra vittima di lungo corso e soprattutto delle intuizioni di Silvio Berlusconi. E lui, Berlusconi, grande vittima della magistratura: leadership che si presenta come vittima, dal palco, durante lo show.

Si potrebbe scrivere questa storia d’Italia: La grande vittima. Saremo più schifati, forse, rispetto a La grande bellezza, che avrebbe dovuto svegliarci un po’ dal torpore e invece ci (quando un italiano vince qualcosa il «ci»  funziona sempre) ha solo fatto vincere l’Oscar e premi vari. Il grande valore dell’arte che difendiamo.

Oggi più che mai abbiamo le vittime della crisi. Vittime della finanza speculatrice. Vittime del precariato. La narrativa – Giglioli parla di storytelling,  che fa pensare a qualcosa di tecnicamente orientato al marketing rispetto a “narrazione”, che invece rimanderebbe il lettore al grande romanzo ottocentesco – aiuta molto in questo processo di autocommiserazione e della creazione dell’esercito vittimista. Senza quindi lasciare spazio all’idea che il mondo cambi, la società e le richieste, che non tutto è fisso, anzi. E così nascono i precari in ogni settore, tranne in quelli dove il precariato è congenito. Ma scusate, cosa è il precariato?

 

«Già, il precariato, pensò Daniele. Che cazzo significa questa parola? È un concetto, uno stato esistenziale o lavorativo? Una condizione generazionale o qualcosa d’altro? Il precario è quello che non arriva a fine mese o è quello che non sa se il mese successivo lavorerà o quello che a trent’anni non ha un mestiere?»

(Operatori, una storiella raccontata dal sottoscritto)

 

Chi è più precario? Il docente che se gli va bene sostituisce una maternità qua e là come capita e intanto fa ripetizioni a nero (per i casti: senza che nessuno sappia dell’entrata, tranne figli e baristi) o chi studia e ristudia per concorsi svariati a destra e a manca sperando nel colpaccio? Oppure chi ha cartelle piene di contratti firmati che non fanno in tempo a essere rinnovati che già terminano di nuovo? O le partita iva senza contratto e senza fisso che si reggono sulle provvigioni? O gli artigiani, che si reggono… per miracolo? Tra tutti questi casi, ci sono narrazioni che funzionano per assimilazione a quelle del passato, ma che invece accecano e non lasciano comprendere il futuro. Invece che pensare a quanto era bello prima, perché non sostituiamo la nostalgia con l’azione e pensiamo al domani?

E poi ci sono le vittime dei complotti. Uno tra tanti, scegliete quello con più colpi di scena, se vi va. Nel settore, la narrativa raggiunge vette da best seller.





III

 

Giglioli riprende perfino Lacan, con il Discorso del padrone e il Discorso del capitalista. Un padrone molto vicino all’etica protestante del risparmio, dell’accumulazione e dell’investimento per il futuro (mi sia concesso: un’etica molto diffusa in Italia perlomeno presso le generazioni nate prima degli anni ’80. Ma non eravamo un paese cattolicissimo, vittima per secoli del cattolicesimo?) e il capitalista che invece invita a gioire ora dei nostri beni, consumando. Cosa vogliamo quindi? Tutto. E se qualcuno ce lo impedisce? Allora siamo vittime.

La vittima nega la sua libertà perché riduce a zero la sua responsabilità.

Certi concetti però è bene farseli spiegare anche da un economista per poter scorgere altri scenari. Edoardo Narduzzi, almeno nell’ultimo decennio ha scritto importanti saggi sulla fine del ceto medio e sui cambiamenti socio-economici in atto nel mondo, con particolare attenzione alla realtà italiana. Per Narduzzi, al ceto medio («importante collante sociale del capitalismo novecentesco») si è sostituita la società di massa (da tanti anni si parla di massa, media di massa, cultura di massa, vittima della massa, massa vittima della società, ah, e della pubblicità) «sclassificata» (quindi non idealizzata) «e senza ideologie particolari se non quella di voler consumare al meglio. […] Ciò che chiede alla politica è semplice: creare le condizioni istituzionali e commerciali perché non si registri perdita di potere d’acquisto e diminuzione del potere d’acquisto». Una massa sempre meno omogenea, dove la segmentazione del marketing e della sociologia (e quindi l’idealizzazione) non ha successo ed è la personalizzazione dei prodotti e dei servizi a soddisfare le esigenze. E guarda caso si parla tanto di Big Data …

Qui Narduzzi inizia il suo percorso attraverso il nostro tempo, a partire dal crollo di Wall Street, per comprendere come cambia la società, il rapporto tra pubblico e privato e quindi con le persone, soffermandosi soprattutto su lavoro, istruzione e sanità. Un libro molto interessante che si intitola Ciascuno per sé. Vivere senza welfare edito da Marsilio (tassello della stimolante e colorata collana “I grilli”) nel 2010, che però non seguiamo interamente per non perdere di vista la vittima e la sua retorica.

Il “vogliamo tutto” della gioia a tutti costi, qui e ora, consumando, nel momento in cui viene presentato in vesti socio-economiche ha ben altra dignità della macchina da consumo con cui lo abbiamo sempre identificato. Piuttosto si muove da sé, sceglie, contesta, aggiusta, condivide, critica. Vittima diventa quando lo si idealizza e lui nell’idealizzazione si crogiola e sguazza nel vittimismo. Mi perdoni Giglioli se sto rendendo troppo mio il suo percorso, ma non credo di fare torto al suo lavoro affermando che sono le narrazioni, le idealizzazioni e le retoriche a creare le vittime e dargli quel velo d’innocenza da indossare e la libertà di urlare a piacimento.

Nelle atmosfere italiane la vittima non sembra nascere dal consumo senz’anima, semmai si forma nel lungo periodo del benessere e della crescita delle garanzie (che per certi versi i due periodi coincidano è questione da approfondire nelle dinamiche). Il volere tutto diventa un avere diritto a tutto, dando vita nel tempo a una deresponsabilizzazione vittimistica. Ma c’è anche un altro aspetto.

Questa vittima sociologica che rivendica garanzie, conquiste ed assistenza, si scontra contro una realtà che muove in direzione altra, di rinnovamento dei concetti che si rivendicano. Cambia il lavoro, l’istruzione, la sanità, l’informazione e perché non dovrebbero cambiare le pretese della massa e il suo linguaggio? Cambiano, come dice Narduzzi, ma la vittima sembra mantenersi ovunque e richiama a gran voce il passato, che si scontra con una realtà di flessibilità, di esperienze, di cure specialistiche, di formazione privata dopo l’esamificio pubblico, dell’informazione always on.

E così, la vittima rivendica ciò che il tempo in cui vive non le può più assicurare e cerca quindi di fermarlo per riprendersi ciò che non vuole perdere. Le chiama garanzie o sicurezze o dignità, ma non comprende talvolta quanto diverso sia invece il linguaggio per parlare al futuro, dove il vittimismo di conquista non può continuare a mietere vittime.

La sensibilità critica serve per agire in avanti, piuttosto che tentare di fermare tutto e tornare indietro. L’azione potrebbe scuotere la vittima e conferirle diversa identità.

 

«Rivoluzione. Rivoluzione per mettere pausa al mondo, per fermarsi un attimo e vivere il presente o forse solo cercare di capirlo un attimo per godersi quei momenti che fuggono. Forse solo questo chiedono questi ragazzi, pensò Guido. Come noi anni fa, forse anche loro non stanno comprendendo appieno il loro tempo e le nostre parole

non fanno altro che confonderli ancora di più.
C’è una falsa, stupida solidarietà tra le generazioni.
Per stare al ritmo di questo nostro mondo che ci batte il tempo, si dovrebbe invece andare avanti veloce, guardare a fondo, a largo e attraverso, andare tanto indietro e balzare avanti fino all’infinito, essere qui e altrove, piuttosto che fermarsi a urlare per cercare di fermare il tempo».

Operatori, sempre quella storiella raccontata dal sottoscritto

 

 




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