LUOGO COMUNE
POESIA E BICICLETTA (1)
Il Novecento sulle due ruote


      
Piccola storia di come nello scorso secolo le piste della letteratura italiana si sono intrecciate in molti e variegati modi con il ciclismo, sia quello privatamente praticato per necessità o svago, sia quello epico-agonistico da Bartali e Coppi giù giù sino a Marco Pantani. Versi e prose, come quelle liricamente splendenti di Anna Maria Ortese, per un percorso teso, accanito, critico o appassionato, comunque ben intento a pedalare scrivendo o a scrivere pedalando fra guerre, amori e rivoluzioni.
      



      

di Plinio Perilli

 

 

(per l’amico e poeta Enrico Pietrangeli,

ciclista intento a pedalare, ma anche

accanito nei saliscendi della scrittura…)

 

 

Il ’900 così come sognava di godersela, la sua Belle Époque incipiente e già fedifraga, immaginaria gita del benessere verso la Modernità, comincia davvero a pedalare nel 1907, con un intrigante ed estroso romanzo di Alfredo Panzini, La lanterna di Diogene… Un vero e proprio viaggio in bicicletta da Milano a Bellaria, ironico e umanissimo, attraverso le strade di cittadine e campagne, paesi e contrade: passando per Piacenza, Rubiera, Modena… il cimitero di San Mauro (dove è sepolta la famiglia Pascoli), le valli di Comacchio, l’abbazia di Pomposa… tra incontri sensibili, svagati o melanconici, personaggi indelebili e deliziosi spunti umoristici…

 

“… Sì, è molto bene conservare nel lago del cuore una goccia d’acqua non inquinata, un po’ di infantile freschezza di spirito per cui si assaporano le umile ingenue cose, nel modo medesimo che uno stomaco sano fa trovare saporite le rusticane vivande.

Io perciò sentivo in quel principio del viaggio il caro fiore della giovinezza olezzare ancora sul mio dispregio del mondo, come un cespo di viole a ciocche sparge la sua chioma odorosa sopra un cumulo di miserande ruine. …”

 

Ma i sogni di quiete piccolo-borghesi durano poco, come la Belle Èpoque, e la Grande Guerra scoppia a lacerare tutto ciò che già era in bilico, o inespresso… Filippo Tommaso Marinetti – teorico e contro/esteta della nuova velocità meccanica, dei bombardamenti d’Adrianopoli e della “macchina da corsa” (molto più bella della Vittoria di Samotracia), si arruola – corre il 1915 – nel “Battaglione lombardo volontari ciclisti”, e parte per il fronte assieme ai suoi amici e compagni futuristi Sant’Elia, Boccioni, Russolo, Carrà, Funi, Erba e Piatti… E dobbiamo dire, fuor d’ironia, che l’incipit insieme del secolo e delle gesta futur/libere di Marinetti & Company nascono in effetti tragicomiche, accelerate, goffe e buffe come le immagini scoppiettanti d’un film muto, d’un bianco-e-nero isterico e ridicolo, quasi d’un maldestro ed esilarante contro-Charlot in marcia verso il Moderno:

 

«… Col numero di matricola 235704, come risulta dallo stato di servizio, il poeta – che per l’occasione si è comprato una bicicletta Bianchi – raggiunge il gruppo a fine luglio, quando i ciclisti,” – chiosa Claudia Salaris nella sua intrigante, documentata monografia Marinetti. Arte e vita futurista (Editori Riuniti, 1997) – “dopo aver stazionato a Gallarate, attraversano Milano per raggiungere la fortezza di Peschiera sul Lago di Garda, nelle immediate retrovie della prima armata, fermandovisi tra agosto e settembre. Il ritardo è dovuto non solo a un’operazione di ernia inguinale, cui si è sottoposto prima di partire, ma anche agli impedimenti polizieschi che ha dovuto superare a causa dei suoi precedenti di sovversivo. (…) In attesa di raggiungere la trincea, i futuristi vivono in un’atmosfera di euforia, tra balli, feste, burle, scherzi, spettacoli di cabaret per la truppa, tutti ben documentati da Marinetti in alcune cronache sulla “Gazzetta dello Sport”, che racconta le avventure dei volontari, chiamandoli “Fregoli della guerra” per aver battuto in quei mesi di vita militare “tutti i records di trasformismo, di pazienza, di agilità, di slancio, di celerità” …»  

 

Incredibile a dirsi, le cronache culturali della Prima Guerra Mondiale, con le sue atroci 600.000 morti e il purgatorio infinito dei feriti e dei traumi, dei patimenti, delle sopraffazioni – quel conflitto che in trincea con Ungaretti, e le sue fredde, dure, prosciugate, refrattarie, pietre “umanate” o soprattutto i compagni stramazzati, avrebbe cambiato per sempre la poesia italiana… comincia con bizzarre cronache mondano-libertarie (o diciamo meglio, futur-libertine) sulla “rosa”, come si dice in gergo giornalistico, cioè sulla “Gazzetta dello Sport”…

 

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Il primo dopoguerra riscopre e ritrova presto la bicicletta come ameno ingranaggio di libertà, oggetto di rutilante, svagato sentimentalismo. Ne Gli uomini che mascalzoni (1932), capolavoro pre-realista di Camerini, che non fu solo un regista da “telefoni bianchi”, il giovane “amoroso” Vittorio De Sica (quello che canta e corteggia in educato filo d’ugola “Parlami d’amore, Mariù”) per seguire il tram della sua bella, finisce bello bagnato, pedalando in bicicletta, dal camion puliscistrade che spruzza democratico – esso sì – gesti poveri e ricchi allo stesso modo, facendone una gag. E fu subito commedia, amabile e cara in egual misura.

 

Quindici anni dopo, sulla scorta d’un bel romanzo di Luigi Bartolini, lo stesso De Sica – questa volta regista in proprio – confezionava con Ladri di biciclette (1947) un capolavoro della storia del cinema, e forse il più bel racconto, doloroso più che amabile, delle nostre miserie del dopoguerra, della povertà crescente, dell’angustia dei bisogni e certo pure dei sogni… Questa bicicletta rubatagli e che il protagonista deve rubare – essenziale per il suo lavoro – si pone davvero al centro dei travagli dell’individuo nella Storia che lo schiaccia e l’umilia oltre ogni dove.





Ladri di biciclette (1947), regia di Vittorio De Sica


Quale diverso spirito, invece, in quelle giovinezze dei tardi Anni Trenta che ancora cercavano in quelle passeggiate, in quell’ameno, cocciuto e lieve pedalare quasi il ritmo e l’ebbrezza suadente d’una poesia amorosa – amorosa verso la propria età, il proprio sogno concreto e fidanzato dell’amore, insieme la Natura e la Storia, la speranza d’un cambiamento e il quieto/inquieto abbandonarsi lungo e oltre la Frontiera (bellica? generazionale?) che proprio impediva, impedì al Moderno di redimersi, di mutarsi in afflato, comprensione, abbraccio prima tra gli individui e poi fra i popoli... Al posto di ogni guerra, oltre ogni guerra, eppure ostaggio della guerra…

C’è una poesia-fulcro, memorabile e diremmo pulsante, di Vittorio Sereni (tratta appunto dalla sua prima raccolta, Frontiera, del 1941), che ferma e immortala, trasfusa, quell’incertezza fiera, quel frusciante, imporporato disagio in fervore:

 

IN ME IL TUO RICORDO

 

In me il tuo ricordo è un fruscìo

solo di velocipedi che vanno

quietamente là dove l’altezza

del meriggio discende

al più fiammante vespero

tra cancelli e case

e sospirosi declivi

di finestre riaperte sull’estate.

Solo, di me, distante

dura un lamento di treni,

d’anime che se ne vanno.

 

E là leggera te ne vai sul vento,

ti perdi nella sera.

 

Certo fu l’ultima volta che velocipede, velocipedi (voce effusiva e scherzosa, dolcissima e mimetica che evocava le antiche biciclette munite d’una più grande ruota anteriore) poteva avere ancora, tanto come vocabolo che come stato d’animo, una cittadinanza così elegante e attendibile… leggerasul ventonella sera

Prima che fossero davvero rimasti, nella Storia e della Storia, solo i lamenti dei treni, e delle anime in fuga, in guerra, rapite dentro a un dramma che non ebbe più meriggiovespero, solo una lunga interminabile notte delle coscienze, dei nomi, dei cuori – e l’incubo d’un atroce, sempre indicibile ma fin troppo romanzato Viaggio al termine della notte 

 

Eppure la bicicletta, ancora in quegli anni bui, era stato uno dei pochi punti di riferimento veritieri e sani, agonici e spesso entusiasti. Dai momenti lieti dei primi amori, alle macabre evenienze della guerra… Guerra che l’Italia per davvero la storse, la offese, la spaccò in due, come una bicicletta dopo una brutta, incredibile caduta…

 

   «… Dopo il crollo dei ponti sull’Arno, con Parronchi in bicicletta raggiunge Firenze per riabbracciare i genitori, da poco trasferitisi da Castello in città, in seguito al pensionamento di Ciro: “Eravamo nel giugno del ’44, e sono partito con una bicicletta da donna l’unico mezzo disponibile, portando qualche vettovaglia dalla campagna per andare a Firenze e rimettermi in contatto con i miei genitori che erano rimasti in città e dei quali non sapevo più nulla da molti mesi, perché le comunicazioni erano interrotte e anche la loro sorte era incerta; si diceva che il centro era stato abbattuto e alcune strade erano state minate e distrutte. Non potendo andare direttamente verso Firenze, scollinai e andai a Greve da Parronchi. Con lui ci dirigemmo insieme, con un’altra bicicletta, verso Firenze, ma trovammo chiusa la strada, ci dovemmo fermare verso il Galluzzo, perché non si poteva entrare nella città che era ancora occupata dai tedeschi” …» (dal Meridiano di Mario Luzi, a cura di Stefano Verdino, Mondadori, 1998).

 

Il giovane Mario Luzi e Alessandro Parronchi – amici poeti, ma già fervidi artisti dello scrivere e del sentire – nella Firenze occupata da cui scappavano, scollinavano in bicicletta tra passi e linee gotiche…

Del resto anche i grandi miti del ciclismo erano sopravvissuti all’atroce II Conflitto Mondiale, e l’eterna contesa tra Coppi e Bartali – i moderni Achille ed Ettore – aveva confortato e impennato, anche, la fantasia di molti giovani, di tante anime del loro stesso popolo…

Ginettaccio Bartali (“L’è tutto da rifare!”), che vincendo una splendida tappa al Tour de France nel giorno dell’attentato a Togliatti, potente e anche amato segretario del PCI, impedì, mitigò forse una terribile, paventata sollevazione popolare… Nell’Italia già degasperiana che veleggiava verso e dentro il Patto Atlantico, e fruiva o avrebbe presto fruito – per fortuna, ammettiamolo! – dei lauti, interessati aiuti del “Piano Marshall”…

 

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Era comunque inesorabilmente finito il tempo delle “Bellezze in bicicletta”, canzonettistica kermesse che oramai, dal ’50 in poi, aveva bisogno come minimo del motoscooter, insomma della fascinosissima e neonata Vespa…

Ma la bicicletta rimaneva conforto povero, ma avventuroso di tutti i giovani… Si pensi al giovane Pasolini in Friuli, tra poesie e amori adolescenti (nel suo caso, tachicardicamente ed eroticamente “diversi”)… Tutto il suo fervido romanzo “giovanile” Il sogno di una cosa (uscito poi nel 1962) è animato da corse in bicicletta, avventure dello spirito e dei sensi vissute, pedalate davvero sulle due ruote, con l’anima e i corpi ebbri e scalmanati:

 

«… Finalmente Eligio la spuntò dicendo che mentre lui lo portava, Milio avrebbe potuto suonare l’armonica. Allora Milio si sedette sul manubrio, appoggiò il capo sulla spalla del nuovo compagno, e cominciò a suonare. E la compagnia partì verso l’altra riva del Tagliamento tra le grida del ragazzo della custodia e dei festeggeri.

Ma la corsa in bicicletta e l’aria fredda della notte anziché riordinare le idee non fece altro che ubriacarli ancora di più. “Queste puttane di biciclette!” urlava il Nini vedendo che la sua sbandava continuamente verso il ciglio della strada, però senza mai superarlo. Sotto la luce lunare che sfavillava nelle praterie, essi correvano urlando come diavoli, solo un po’ scontenti forse che non ci fosse nessuno a sentirli: infatti la strada che da San Daniele sboccava nella Venezia-Udine poco sotto Codroipo è la più deserta di tutto il Friuli. …»





Pier Paolo Pasolini


Per non parlare dei ciclisti sensuali e quotidiani (più dimessi garzoni che sportivi), che davvero affollano e a tratti inebriano di allusioni erotiche le liriche, l’alessandrinismo pigro e inquieto di Sandro Penna. Ecco un distico indimenticabile:

 

 Il ciclista polverosa

 castità offre alla sposa.

 

Si pensi, soprattutto, a una splendida poesia come quella di Giorgio Caproni, che segna davvero un’epoca e marchia il ’900 come una corsa a cronometro vinta insieme contro la strada e contro il tempo, contro gli altri ma soprattutto dentro se stesso…

 

   La terra come dolcemente geme

   ancora, se fra l’erba un delicato

   suono di biciclette umide preme

   quasi un’arpa il mattino! Uno svariato,

   tenue ronzio di raggi e gomme è il lieve,

   lieve trasporto di piume che il cuore

   un tempo disse giovinezza – è il sale

   che corresse la mente. E anch’io ebbi ardore

   allora, allora anch’io col mio pedale

   melodico, sui bianchi asfalti al bordo

   d’un’erba millenaria, quale mare

   sentii sulla mia pelle – quale gorgo

   delicato di brividi sul viso

   scolorato cercandoti!… Ma fu

   storia di giorni – nessuno ora più

   mi soccorre a quel tempo ormai diviso.

                                                                

(“Le biciclette”, da ‘Gli anni tedeschi’, ne Il passaggio d’Enea)

 

 

Si pensi a due grandi scrittori che, ciascuno per suo conto elessero la bicicletta o simbolo mitico degli anni, dei luoghi, dell’umanità che davvero vivevano…

Il Carlo Levi che in Cina ammirava questi eserciti di biciclette, queste piccole onde interminabili d’un gran mare paziente, umile e laborioso come l’orizzonte – magari – d’un Mondo Nuovo libero dai bisogni e rivestito del breve sorriso della dignità…

Ma anche il caro Cesare Zavattini che ha dedicato alla bicicletta e al suo popolo emiliano di ciclisti, pagine a dir poco commoventi e almeno una poesia in dialetto che è a dir poco strepitosa…

 

   DA LI ME BANDI

 

   I par usei

   la gent in bicicleta.

   Apena al pé

   al toca ancor la tera

   a turna in ment

   col ch’i evum vrü smangà.

  

  

   DALLE MIE PARTI

 

   Sembrano uccelli

   la gente in bicicletta.

   Appena il piede

   tocca ancora la terra

   torna in mente

   quello che avevamo voluto scordare.

  

 

Si pensi poi a uno splendido romanzo del ’54, Il prete bello di Goffredo Parise (fece proprio epoca!) – dove la bicicletta trasfigura davvero sogni e dolori, dissidi familiari ed ansie epocali… E Cena, l’amico inseparabile di Sergio, il bambino protagonista, Cena povero e discolo, fuggito dal riformatorio, muore di cancrena dopo un incidente stradale sognando una bicicletta, simbolo di tutte le vane speranze della sua povera vita libera e infelice…

 

Si pensi al Montale maturo che, invaghitosi della Maria Luisa Spaziani, le dedicava poesie ancora briose e fervorose di pedalate: un po’ come il giovane De Sica cameriniano, alfiere e profeta di calviniana, virtuosa “leggerezza”, che – l’abbiamo già evocato – inseguiva Lia Franca (“Signorina!…”) per le vie mattutine, luminose e bigie, di una Milano da bere spazzata dalle autopompe…

La scena era comunque cambiata: ed è ora la Versilia agiata dei bravi poeti e intellettuali di quegli anni, tutti lì in vacanza dalle more della cultura e di un boom che li avrebbe presto illusi (delusi) tutti… Ma che godibile fruscio, non meno interiore che stradaiolo, non meno lirico che muscolare!… È il 5° dei presto celebri, montaliani “madrigali privati”, gemma intimistica di La bufera e altro (1956):

 

   Nubi color magenta s’addensavano

   nella grotta di Fingal d’oltrecosta

   quando dissi “pedala,

   angelo mio!” e con un salto

   il tandem si staccò dal fango, sciolse

   il volo tra le bacche del rialto.

  

 

Erano ancora gli anni in cui i grandi scrittori amavano seguire il Giro d’Italia e scriverne le cronache come un grande romanzo nazional-popolare (quello forse sognato da Antonio Gramsci), che gli spocchiosi ed elitari, sempre, romanzieri nostrani, quasi mai hanno perseguito…

Parlo di Vasco Pratolini, del poeta Alfonso Gatto – della stessa Anna Maria Ortese, incredibile a dirsi… Fino almeno al miglior Franco Cordelli, l’intellettuale casual e accanito, agonista d’entusiasmo de L’Italia di mattina

E a due dei nostri maggiori cantautori, Gino Paoli e Paolo Conte, che hanno dedicato rispettivamente a Coppi e Bartali due delle loro canzoni più belle, canzoni e versi entrati di diritto nell’immaginario, ma anche nel DNA stesso culturale della nostra cara, sgangherata ma pur fulgida Italia/Italietta…

Quel naso dritto come una salita… Quell’aria triste da italiano in gita… (“Bartali”, Paolo Conte). 





Gino Bartali e Fausto Coppi


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Ma vale veramente la pena di recuperarle, queste or ora citate cronache del “Giro d’Italia” vergate dai grandi scrittori allora in voga. Specialmente – correvano gli anni ’50 – le corrispondenze amabili e impegnate, fiorite in racconto e liricizzate umili e caparbie fino all’elegia, della povera semplice cronaca che Anna Maria Ortese inanellò sul settimanale “L’Europeo” (1955!), e che furono l’anno dopo premiate al “Saint-Vincent”… Prose poetiche, certo, insieme sociologiche e creaturali nella stessa fioritura d’ombra, per lo stesso peso di luce, onere e onore d’esistenza…

Pochi scrittori avevano, ebbero la capacità con pochi tratti di penna di romanzare un paese, un tempo, un sogno di rinascita quale fu quello dell’Italia delle sue stagioni, forse, più sdrucite e impavide, meno retoriche ma più eroiche nel quotidiano… Quando si sognava con niente… Bastavano le biciclette – certo, soprattutto i loro campioni!…

 

BELLA, BELLISSIMA ITALIA

 

   «…  Ma quegli attimi! Ricordiamo certe facce pallide e impazzite di dodicenni, gli occhi bruciati dall’attesa, e le mani ansiose di quell’età aprirsi un varco nella folla, buttarsi avanti con un nome, che era Coppi, o Magni, o Nencini, e ritornare nell’ombra, le mani al petto, stupiti. Ricordiamo donne vecchie piangere e ridere come guardando figli. Ragazze portarsi avanti, e splendere amorosamente nella fronte e negli occhi, come alla vista del proprio uomo. E uomini di ogni classe guardare ai corridori, quando apparivano, come a fortunati e cari fratelli. E c’erano tutto in quegli occhi, mentre le macchine correvano sotto il sole, ogni condizione umana, ogni desiderio, e anche stanchezze formidabili e sogni finiti per sempre. Ma quegli uomini che correvano, quei ragazzi neri, quasi tutti figli del popolo, usciti molto spesso da case povere e tristi, muti e seri come le generazioni che li avevano preceduti, quegli uomini, quei ragazzi che improvvisamente avevano scoperto la forza delle proprie gambe, e con quell’unica forza si buttavano sulla nave della vita, per salire a bordo e finalmente riposarsi; quei ragazzi gettati alla conquista di un bene continuamente negato alle loro generazioni, decisi a conquistarlo a costo di ogni umiliazione o pericolo, quieti di fronte alla possibilità di morire, risoluti mitemente a morire pur di uscire dal niente, quegli uomini giovanissimi, quasi adolescenti, dalla parola dura e lo sguardo fisso, ardente, erano ancora una speranza per tutti, un ritratto della gioventù di ciascun cittadino, proiettato nel tempo. passione e memoria insieme.  …»

                    

Ancora più bello e magico – nella prosa inestinguibilmente lirica della Ortese – il racconto del passaggio di Fausto Coppi, per davvero visto e “cantato” come uno strano, fragile e anche buffo eroe omerico in guerra col vento, il tempo, il paesaggio, le montagne –: insomma come uno strano uccello gentile, forte e aggraziato – che mai combatta contro gli uomini ma solo in nome e per conto del Sogno! E scriviamolo con la maiuscola…

 

«… Una mattina, era una mattina calda e velata, non diciamo su quale strada dell’Italia Meridionale, vedemmo finalmente Coppi. La Bedford era ferma nella piazza di un paese, Morellato e Vergani erano scesi per il rifornimento ai corridori (ogni squadra a metà strada trova un tavolino tutto per sé, e il massaggiatore e l’autista che si sbracciano a porgere ai corridori in fuga sacchetti col pranzo e bottiglie e borracce) e questi, dopo un’ora e più di attesa in mezzo alle mosche e all’afa, venivano avanti come una nuvola. Passarono più di dieci squadre, in mezzo a un corridoio umano che, al passaggio delle biciclette, rassomigliava sempre più a un imbuto, tanto la folla in attesa si stringeva intorno ai ciclisti, e alla fine in un solo urlo d’amore, d’ammirazione, di spavento quasi, ecco Coppi.  …»

 

Via via che Coppi pedala, pedala e sale, vince quel sogno povero, povero e semplice, munifico di tutto e di nulla, ecco pedalare ancora più commossa, rapita e rapinosa, la prosa radiosa della giovane Anna Maria Ortese, ragazza prodigio ipersensibile, vaccinata d’ogni angelico dolore:

 

«… Veniva avanti in un modo incredibile, anche per un profano: senza sforzo con una leggerezza e una violenza che non gli costavano nulla, quasi precipitasse e il suo unico impegno consistesse nel dominare qualche potenza. Le sue ruote, non comprendiamo come, ci sembravano più alte e lievi delle altre, ruote fatate su cui il contadino di ieri era stato rapito. Mentre il corpo rimaneva immobile, e quasi rilassato, il volto patito e duro che tutti conosciamo si moveva in qua e in là, con una pena particolare, sorridendo senza sorridere. A somiglianza del volto di tutti i corridori, era infiammato e cupo, gli occhi splendevano come di lacrime, un sudore copioso, o acqua che si era versata sul capo, gli grondava dal collo e dalla fronte. Come il becco di un rapace sfinito, il suo naso pungeva l’aria, il bianco della polvere. Era forse sfinito ma volava. Era come se avesse altri cento corridori, dentro, e appena uno era stanco, ne afferrava un altro, lo inchiodava sul sellino. Così, come un dio stordito dalla sua forza, piombato in un mondo che non ama, continuamente abbagliato da immagini e voci lontane (non si rifrangevano nel metallo della bicicletta? non giocavano a rimpiattino, coi raggi del sole, in mezzo alle nuvole? non erano là, appese a un albero di limone?), e inseguito da quelle braccia e quegli occhi delusi, l’idolo degli italiani passò. Visto di spalla già lontano, sembrava un bambino che pedala la prima volta: aveva una grazia incerta, un po’ triste.  …»           

 

   Venivano avanti come una nuvola

   Era forse sfinito ma volava

   L’idolo degli italiani passò

   Aveva una grazia incerta, un po’ triste

E quel volto di Coppi, infiammato e cupo, che si trasfigura, incredibile a dirsi, quasi in una sorprendente luce cristologica, nel mistero gaudioso e doloroso di una sudata, scalmanata e popolare parabola evangelica… Gli occhi splendevano come di lacrime

 

Povera e semplice cronaca, abbiamo scritto poco sopra. Che Anna Maria Ortese, più devota e pietosa d’una Veronica (ma anche lieta e radiosa quale Regina/bambina!), riprese appunto in un romanzo vissuto e scritto proprio di quegli anni, ma che la narratrice di Angelici dolori e de Il mare non bagna Napoli stamperà solo nel 1967 (Premio Strega), dal titolo struggentemente, candidamente autobiografico: “Iliade” e insieme “Odissea” di uomini ed eventi Poveri e semplici… Eppure irripetibili, sublimi già di poco, e per sempre… Monti e mari, polvere e cielo

 

«…  “Perché non ti fai mandare al seguito del Giro?” [Gilliat] Mi rispose, con mia sorpresa, che ci aveva già pensato (…) Quasi immediatamente, però, mi sorrise un pensiero cattivo. Partire anch’io, a sua insaputa, con il Giro (tramite quel settimanale monarchico). (…) È che quel maggio fu il più straordinario, il più affascinante, e anche il primo e l’ultimo maggio d’infanzia. Perché chiunque parta col Giro diventa, per un mese, bambino; e se poi parte col Giro al seguito del suo amore, diventa un re-bambino. (…) Furono dieci giorni – o un mese, o un’eternità? – stupendi. Monti e mari, polvere e cielo, un bel cielo sempre sereno come nei libri di lettura, i cespugli che fiorivano dovunque sulla montagna deserta che attraversa l’Italia, la colonna dei camioncini, la gloria delle biciclette. Quel salutarsi da una macchina all’altra, quell’intravedersi e subito perdersi.  …»

 

                                         (Anna Maria Ortese, La lente scura, “Scritti di viaggio”,

a cura di Luca Clerici, Marcos y Marcos, Milano, 1991)

 

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Oggi per paradosso la bicicletta torna ad essere trasgressione, neo-futuristico oltranzismo da ecologisti sfegatati… Le domeniche in bicicletta, l’alternativa ossigenante, l’eroico piccolo Davide contro Golia gigantesco, insomma il buco all’ozono?…

Pedalare in città come gesto verde, radicale civismo sportivo…

Oh, beh, non come spot pubblicitario da fette biscottate o colazioni dietiste, inni al dimagrimento permanente, pedalata su pedalata… 





Marco Pantani (1970-2004)


Sopravvive, certo, anche la piccola mitologia pubblica e privata dei nomi (Moser/Saronni), delle gesta (il Tour sofferto e stravinto del povero e grande “pirata” Pantani…).

Ecco, Pantani – davvero l’ultimo mito stravolto e trasognante che donato ci abbia l’ultimo squarcio di secolo, e questo primo affacciarsi di un 2000 nato già in crisi, sempre tutto fiorito e angustiato nella crisi, tecnologico e superspecializzato, svezzato a nutrirsi di crisi, immaiuscolarsela dentro e fuori…

“Il Pirata” fu il suo Giasone in cerca di chissà quale Vello d’Oro…

Lo ricorda un critico e intellettuale illuminato come Giulio Ferroni, dedicando alla pelata di Pantani una delle voci più felici e pregnanti del suo adorabile Dizionarietto di Robic. “Centouno parole per l’altro millennio” (Manni, 2000); voce datata 17 giugno 1998 – poco prima, ahinoi, della triste disillusione!

 

“… Quanti frammenti di un mondo che credevamo del tutto perduto riemergono al solo apparire del corridore leggero e scattante, al ritmo della sua pedalata, alle espressioni e alle smorfie del suo volto, al luccicare della sua pelata…

Quella testa pelata, la cui configurazione ha fatto sorgere il soprannome Il Pirata, ci spinge d’altra parte ad attribuire alla presenza di Pantani anche un valore ‘mentale’, inserisce automaticamente i suoi exploits ciclistici in un circuito intellettuale: come se egli restaurasse un’essenziale convergenza tra sforzo sportivo e dramma mentale. Pelata e pedalata di Pantani svelano la natura duplice del ciclismo, recuperano in esso l’alto e il basso, il corpo e la mente, la natura e la cultura: il suo volto fa balenare immagini di altri calvi o pelati del Novecento, variamente riconducibili ad un orizzonte intellettuale, da André Gide a Luigi Pirandello, a Yul Brinner, a Michel Foucault, a Theodor W. Adorno. Ma è meglio non spingersi troppo su questa strada, per non incontrare personaggi poco piacevoli, come Benito Mussolini o Gabriele D’Annunzio, e per non concludere con la pelata più giovanile, più universale e più mondiale, di un giocatore di nome Ronaldo. Quante teste pelate, comunque, si sono fatte carico del peso della storia! …”

 

Lo adotta per fantasia espressionista e consapevolezza post-atomica, post-babelica, post-moderna, un poeta coraggioso ed ispido come Marco Palladini, sperimentale e avanguardista davvero, non di facciata, non per bleso andazzo oltranzista… Una delle prose insieme più ispirate e drammatiche delle Iperfetazioni (2009) è appunto un ritratto acceso ma sliricato di Marco Pantani, cantato – rappato forse – come un vero e proprio snodo, squarcio, strappo etico dell’Epoca, quasi un refuso stesso dell’Immaginario, un “Passaggio a vuoto” stridente eppure, paradossalmente, ancora romantico. Il superbo trauma del mito abbattutto, crollato come un morto e glorioso Cid campeador, che corre pedala cavalca o combatte ancora da morto, legato con le corde al sua cavallo, alla sua bicicletta:

 

“… Era il re della Repubblica delle Bandane il ciclista EmmePi / il principe del Festival Piadina & Cocaina / il duca romagnolo nato in riva al mare che domava e spianava le montagne / era il Pirata piratato ovvero deprivato del suo onore / due orecchini impudenti che non tintinnavano al passo d’addio / trentaquattro anni come una gara vinta allo sprint eclissati in pochi giorni di irredimibile angoscia, di autostima a zero / Pantani s’era impantanito oltreché impantanato nel proprio ego drogato / sognava paradiso e respirava inferno / le rovine della gloria d’Europa a due ruote erano alle sue spalle / la corsa finale non ha un traguardo plausibile e l’ora scocca / di rivomitare la vita col disgusto di tutto e tutti impastato in bocca …”

 

Dunque poco altro ci resta. E ha ragione l’amico Enrico Pietrangeli, a precettare oggi ogni sogno in bici, ogni caduta in bici, ogni passeggiata in bici, per salvarci l’anima in un’amenità ricordata, anche tuttora praticabile, che è morale docile e gesto goloso, sapienza a portata di mano, anzi di gamba piede e pedale…

Pedalate, pedalate, qualcosa resterà! In un eterno, metaforico, ma concreto Mezzogiorno dell’animo… Con l’appendice prosaica eppure intrecciata, golosa, farcita, estasiata e sudata dell’Appendice, Enrico racconta infatti “CicloInVersoRomagna 2011”, quarto Giro ciclo-poetico, come una grande gara dentro se stessi, un manifesto in atto di ciò che significa l’antico mens sana in corpore sano, cioè un gesto e una pratica insieme d’intelligenza e agonismo dei sensi, del cervello, svago di cultura e scampagnata della Storia, arte dell’incontro e golosità pedalate carezzate e concupite alla spicciolata, in una stupenda mistica del quotidiano, religione dell’attimo e del quieto, saporoso “carpe diem”…

 

«… CicloInVersoRoMagna, raccordando tradizioni di poesia orale sulle due ruote nella complessità dello sviluppo sostenibile, è un progetto che ha aperto il nuovo corso ciclo-poetico alla tematica storico-culturale ed è operativo fin dal febbraio scorso. Tracciando un itinerario “InVerso”, che riconduca al mito nella poesia, il riferimento resta sempre il format siciliano del 2008, primo festival itinerante di poesia, bicicletta, tradizioni e arti, caratterizzato da incontri con poeti, artisti, sportivi e performance per ogni tappa del viaggio in una no-stop di una settimana. Il titolo preposto a questa rassegna itinerante, nella sua polisemantica semplice e diretta, sintetizza anzitutto una concezione ciclica del tempo, dell’eterno ritorno che, nella civiltà greca come quella romana, progredisce in un divenire che sedimenta la storia sul mito, dove l’eroe riporta sul piano umano l’archetipo divino tramite l’azione. Tempo che, tra i simboli assunti, vede il cerchio e la correlazione più diretta della ruota che, nella fattispecie, è tanto metafora quanto espressione letterale di veicolo nel tempo. …»   

 

Pietrangeli fa anche bene a ricordare come il cerchio possieda e assuma simbologicamente valori esimii – e l’irradiazione geometrico-concettuale non si limiti alle culture superiori, all’iconografia cristiana o alle dottrine magiche, ai riti della Cabala o al Buddhismo Zen, ivi compresa quella cosmologia medievale che già Dante incluse nei cerchi/gironi/sfere/gerarchie angeliche/proiezioni trinitarie della Divina Commedia… Presso molte tribù indiane, ad esempio, il cerchio simbolizza i gesti cosmici del Grande Spirito: assumono poi forme circolari l’orbita lunare e, dal punto di vista dell’osservatore terrestre, l’orbita del Sole e il movimento delle stelle, nonché tutto lo sviluppo naturale…

 

Sopravvive insomma un piccolo grande universo in bici, che pedala e respira e s’irradia, soffre o s’allieta profondamente umano… Itinerante? Polisemantico? Ciclico? Archetipico? Simbolico? Tutti gli aggettivi sono ben graditi…

Ma la terra non geme più, né dolcemente né cordialmente…

La Terra (l’Italia, il Moderno – la Modernità, “liquida”, dixit Bauman sociologus, o petrosa che sia…) smotta, frana, crolla, ahinoi!, dissestata ci dissesta…

Ora dunque, come ci si desta?

Tornerà certo – sta tornando, spesso e volentieri – l’armonia e il benessere, la favola (e il lector in fabula…) di nuove pedalate –: ma non sarà più, mai più, davvero non potrà mai più essere, e forse per fortuna, nello stesso modo.

 

  

(giugno-luglio 2014)                                             

                                                                  




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