LUOGO COMUNE
NOTE D’AUTORE
Le ossa del poeta
e l’ingrata patria


      
Un ricco e articolato percorso verbale-visuale che principia in modo dolente e mercuriale su vari affanni familiari ed ospedalieri e, poi, evolve con versi ora sarcastici ora generosamente melodrammatici, ancorché impregnati di umori parodistici e grotteschi. Quindi la felice segnalazione di uno straordinario libro a fumetti dedicato a Dino Campana e firmato dai valentissimi Simone Lucciola & Rocco Lombardi, corroborati dalla consulenza di Gabriel Cacho Millet e Paolo Pianigiani, nonché dal magistero poetico di Giampiero Neri. L’autore dei “Canti Orfici” dopo la morte in manicomio era stato completamente obliato, fu il papiniano, catto-fascista Piero Bargellini a ricordarsi di lui, reclamando una degna sepoltura.
      



      

di Marzio Pieri

 

nosocommedia

 

 

 

MISSING

 

 

 

Chi mi chiedesse notizie di mia moglie. Rimbucata. Da una struttura ospedaliera all’altra. Cure o dissennate o palliative. — Dipendesse da me. — Ci vuol la firma. — Mancano i documenti (ma non li hanno fatti, vergati, forse in parte aggiustati o falsificati, registrati e archiviati Loro?)

 

Mancano i Documenti

Pe’ uscir dallo Spedale

E queste son le rèmore

che trattengono il fèmore

dal perder nuovo vizio:

Tornare al suo Servizio

 

 


 

TUBI O NOT TUBI

 


 

 

 

 

E

ssere-sì / essere-no. Che altro resta da chiedersi.

Se sia più degno d’un uomo vero nella sua mente

sopportare le frecce e le sassate di una fortuna schifosa

o vestirsi da guerra contro un mare

di miserie, far fronte e annichilirle?

Morire... ma non è più che dormire.

E con un sonno dire: ora finiamola

coi maldicuore , e i mille naturali

colpi di cui è la carne

ereditiera (una consumazione

che sarebbe davvero da pregare per tutti noi.)

La morte, il sonno; il sonno? ... sarà il sogno, forse.

Ahiahi, e qui sta l’ostacolo!

Perché in quel sonno di morte non si sa mai che sogni possiamo fare,

dipanata una volta questa bobina mortale

e dunque ci necessita una pausa

di rispetto ed è questo che strascina

una disgrazia tanto a lungo: e poi,

sennò, chi sarebbe disposto a tollerare

mai la frusta e gli oltraggi del tempo

gli scempi del governo le umiliazioni

della gente che-si crede-qualcuno

le pene d’amore spregiato le lungaggini

delle magistrature le insolenze

dei burocrati il ‘fuoridalle palle’

che il merito paziente raccatta dai cialtroni

se un coltello bastasse, nudo e crudo,

a dargli la ‘quietanza’ necessaria?

e chi vorrebbe gravarsi la sua schiena

di some da sudarcisi sotto e maledirle

fino agli ultimi fiati di una logora vita

non fosse per paura di ‘qualcosa’

dopo la morte ‒ terra mai esplorata

dai cui limiti non è tornato alcun viaggiatore ‒

che confonde il volere e ci costringe

a sopportar quei mali anzi che prendere

il volo ad altri di cui nulla sappiamo...

è dunque la coscienza

che fa dei vili di ciascun di noi

la tinta naturale del risolvere /

/ la cipria palliduccia del pensiero...

 

 

Già; vi ricordate quando, al vecchio gioco della dama, fra giocatori piuttosto inabili, l’ultima pedina nera si andava ad imbucare in una casella dalla quale poteva moversi per linee prevedibili ma non finire mangiata? Caduta ogni bava di vento, il gioco aspettava solo di consumarsi per sfinitezza. Son le balle di gesù / dopo quelle non ne ho più. Resa Peschiera.

 

 

 

 

 

Fratelli d’Itaglia

l’Itaglia è pur questa

dell’Elmo di Ssipio

sc’è inzinta la testa

chissà come ha fatto

non chiederlo al gatto

il giorno più lieto il popolo insorto

la patria civile

i figli che caddero si ruppero il femore?

Percorso disabili. Non c’è resistenza

ne possa far senza.

 

 

 

TRAGICA WIKIPEDIA

 

 

 

Rodrigo (El Cid) si trova di fronte ad un forte e straziante dilemma: se egli non vendica l’onore del padre, perderà l’amore di Chimene, perché non c’è amore senza stima; se vendica il suo onore e uccide il padre della sua fidanzata, Chimene non sposerà mai l’assassino di suo padre. Rodrigo sceglie di battersi ed è vincitore. Chimene, a sua volta, si trova nello stesso dilemma: per salvare il suo onore, non potendo farlo lei di persona in quanto donna, chiede al re la morte di Rodrigo; lei non ha scelta: se non lo farà, Rodrigo non la sposerà mai.

Stefania (The Missing) ha bisogno di un ambiente calmo, pulito, riconoscibile, umano non troppo umano. Mr Parkinson oblige. Se la lungadegenza si accorcia, in caso di mancata guarigione ci rimettiamo tutti. Nella camera dove l’hanno sistemata ci sono due vecchie che stanno lasciando morirsi d’inedia. Da quella di fronte (dieci passi fra una porta e l’altra, spalancate) l’ululato reboriano di una arrivata prima all’uscire di testa. Trascrizione ritmica: aiù-tto. aiù-tto. chi maiù-tta? aiuttà-ttemi. Nessun si muove. si sa che non sta morendo, è solo una scazzaballe.

E gli altri ricoverati? Dormiticchiano, languifiniscono, sotto il volo di quei fonemi neri.

 

 

 

 

 

Dopo l’Operazione

Vien Riabilitazione:

Eccoci a Villaverde

Dove il Tempo Si perde.

Per ora, solo una cosa:

il Piede Non Si Posi.

Per quello ch’è a veduta

la mettono seduta

sopra una carrozzella

solo una volta al dì.

Penso sia la Ginnastica

pei degenti di Plastica.

 

 

 

Tutta qui l’Ortopedia?

Sfiduciato! è Fisiatria.

Comprati un berrettino

fa’ piuttosto il fantino

 

           

villaverde villatriste

 

 

 

1941. Il primo successo del tenorino diversamente abile luciano tajoli. non solo l’arte ‘grande’ (e grossa), ma perfino quella lieve e dimessa coglie la tinta del momento. forse sarà la musica del mare. (e i nazisti, benché rintronati dal trionfalismo e dall’operetta, avvertirono sùbito il velen dell’argomento... e arrestarono il paroliere e altri che avevano diffuso la canzone)

 

 

 

 

villa triste, sulla via bolognese (firenze)

dove i fascisti della banda carità torturavano a morte i prigionieri

 

Villa triste,

tra le mammole nascoste,

del color delle ametiste,

poche cose son rimaste.

Le domande, le risposte,

il colore della veste,

la canzone che cantaste,

le bugie che mi diceste.

 

Villa triste!

 

Villaverde,

 

tra le favole disposte

dove ognuno ci si perde

qualche cosa però resta

come un fondo di bicchiere:

le domande le risposte

 

divaganti ieri un clistere

le si è fatto domanlaltro

forse si potrà vedere

con un occhio meno stitico

quello che ne pensa il medico

 

Gli potessi dare arsenico!

 

Villa triste!!

 

 il gran maestro

è un felice sostituto

scansa prognosi ed impegno

non mi sembra una testa di legno

ma ha imparato a forte apace:

meglio va chi meglio tace

 

se un malato resta zoppo

se uno beve sol siloppo

se una donna che ragiona

l’han ridotta a una cogliona

a lui viene poi una fetta

della convenuta retta

 

il resto, villa triste, non lo dico

ciascuno, ciascuno lo sa

 

 

 

 

 

non si dà pace scarface

raggomitola ogni pista

rifiutata ha un’intervista

nientemen che a chi l’ha vista

ci vorrà celeste aïda

a scovare la desaparecida

 

 

MONOLOGUE DE RODRIGUE

EL CID CORNAZZANO

 

 

DA PIER DELLA CORNACCHIA

LE CID

TRAGICOMMEDIA

ATTO I, SCENA VI

 

                Fino al fondo del cuore, ferito da una piaga

imprevista non meno che mortale

vindice miserabile di giusta

causa e infelice oggetto

d’un ingiusto rigore

resto immoto col corpo, e l’anima piegata

cede al colpo che cala la mazzata!

Ero così vicino ,

dio ! ad avere un compenso del mio fuoco !

Stravaganti mie pene ,

qui l’offeso è mio padre

e  l’offensore il padre di Chimene.

 

 

 

Che duri scazzi io sento !

contro il mio proprio onore

il mio amore s’impegna

va vendicato un padre

e perdo lei che regna

su di me, quei mi riempie

l’anima di coraggio ma mi trattiene il braccio,

l’altra. Ridotto a scegliere,

tristo me !, fra tradire

la mia fiamma o in infamia

vivere, nei due casi

infinito è il mio danno.

O stravaganti pene !

Impunito dovrò lasciare un torto,

o castigare il padre di Chimene?

 

Il padre / l’amante

l’onore / l’amore

schiavitù dura e nobile,

soave tirannia:

ogni piacere è morto, la mia gloria offuscata !

infelice mi rende

il primo, indegno l’altra

della luce del giorno.

 

 

 

 

Caro e crudele, ad alma generosa,

ma insieme anche amorosa

strumento di speranza

nemico non indegno del mio più grande bene,

o ferro ! — tu, causa delle mie pene,

dato mi fosti a vendicar l’onore,

oppur mi fosti dato

a perdere Chimene?

 

 

 

 

Meglio correre a morte.

Ho doveri col padre

e con la fidanzata :

odio ,

col vendicarmi, e collera, da lei,

attiro su di me ;

col non mi vendicare il suo disprezzo :

infedele mi rende

lui, a quanto di più dolce

sperai: lei di lei stessa

indegno. Aumenta il mio

duolo a voler guarirlo,

tutto raddoppia la mia pena; andiamo

anima mia! che se morir si deve

si muoia ma senza offendere Chimene.

 

Ma no, m’ero ingannato !

ero già figlio

prima d’amarti ;

 

 

 

 

e che in battaglia io muoia

o muoia di tristezza

puro così com’ebbi

il mio sangue si renda,

già di troppa tardanza

mi tocca d’accusarmi.

Si corra alla vendetta!

all’armi, all’armi; non starò più in pene.

L’offeso oggi è mio padre

se l’offensore è il padre di Chimene.

 

L’anima giusta di Pier delle Cornacchie assolva questo goffo trapasso a melodramma, e dei peggiori, dalla sua romanzesca e giudiziaria tragicomedia.

 

 

II

 

Villa Castelpulci alla magistratura, c' è la firma

 

E' FATTA, Scandicci ha la sede della Scuola superiore di magistratura. È Villa Castelpulci, l’ex manicomio psichiatrico che ospitò tra le sue mura il poeta Dino Campana, dove il 24 settembre prossimo cominceranno le prime lezioni. La firma fatale è stata apposta ieri mattina a Roma (2012)

 

 

 

 

“Mica matto, quello,,,” (“Quale...?”)

E quandomai!

 

Queste stagioni tarde, rotte da temporali, sfinite da lunghissime soste che non attendono altro, non sono al tutto prive di consolazioni. Una parte dei libri che mi arrivano (poeti, poeti... avete perso tutte le maschere--- ) rari studenti giovani, dottorandi, che probabilmente mai hanno letto un rigo di mio... qualche stupendo libro di pitture di artisti amici, come, a scadenze fedeli, quelle che non ho remore a ritrovare magiche, di Enrico Lombardi

 

 

 

   frenesie di chi troppe ore notturne dedica al mezzo sogno, non al sonno, se un giorno mi toccasse mettere sù un Trovatore, l’opera fattasi oggi di Verdi la più difficile (e non per via dei soliti quattro cantanti e mezzo non meno che eccezionali che ci vorrebbero, proverbialmente, ma, in fondo, si son sempre ritrovati, magari in zona Cesarini)  vorrei che tutta la realizzazione fosse ispirata ai paesi incantati, neoquattrocentisti, di Lombardi —

qualche disco riuscitomi introvabile e che mio figlio mi fa avere rintracciatolo a Osaka, a Milwaukee, a Samarcanda... (i dischi, i dischi... conobbi musicologi d’accademia che mi mangiavano la pappa in capo perché ascoltavo i dischi... ma loro... nemmeno quelli... ascoltare non è fatto loro)

L’ultima, straordinaria sorpresa, il Campana a fumetti di Simone Lucciola & Rocco Lombardi, due valentissimi che non conoscevo (sono di Formia, che per me potrebbe essere dalle parti del Llano Estacado o dell’Uzhbekistan, i miei viaggi sono fatti di nomi, partenze e ritorni fonematici, polverine di vocabolario... quant’è che dico ora debbo comprarmi un mappamondo grande così... mi ricordo che a Formia ci doveva stare il Formianum, una delle parecchie ville che Cicerone possedeva, e quella che più amava per il ponentino che vi spirava (venti etesii, così la sapentissima Wikipedia... ma che wikipediofili che siam tutti diventati... e la Treccani ha smesso di abbaiare...)

 

 

 

 

(e comunque Cicerone ce lo ammazzarono... bizzarra sorte, lui che somiglia tanto a Benedetto Croce, fece invece la fine di Gentile...)

“No, qui fa d’uopo definire preliminarmente che cosa si intenda per ‘fare la fine’. Pensavo di aver chiuso il problema nel mio Finicula in nuce, apparso sulla Aencyclopedia Britannica su invito dell’allora mio amico professore Samuel M. Ballister, ma interventi dirottatorii e banausici dell’allora mio amico professor Giovanni Gentile e del già mio allievo e settatore G. A. Borgese rischiarono di intorbidare quello che per me risultava chiaro. Non ogni nativo della diletta Trinacria possiede l’erezione di Giovanni Verga...”

(“ma di che sta parlando?” [Arbasino])

 

 

 

... e ti dirò chi sei

 

 

Quand’è che uno è matto?

Quando i più pensano che lo sia.

(Francis Ford Coppola, Rumble Fish ‘Rusty il selvaggio’)

 

 

ex fumo dare lucem

 

 

Ma dicevo di Lucciola e di quest’altro Lombardi, nuovi principini del fumetto. Come mi hanno scoperto? Sicuramente tramite i consulenti di questo piccolo capolavoro insieme di ‘genere’ e di acuminatezza critica. Gabriel Cacho Millet, il massimo dei campanisti in vetta alla torre di Marradi, donde si spazia sulla Falterona ma fino alla Pampa (dagli Appennini alle Ande, ricercando Fanny), sul cimitero di Boboli (crepuscolo, ‘chiuso’) e sulle notti genovesi. Dal porto come già in volo per l’alto mare aperto dell’infinito stellare. Così di passata: la Siciliana proterva opulente matrona è davvero la prima apparizione femminile che guarisca la nostra poesia dall’opprimente censura di Laura. Darla o non darla, that’s the question. La “Piovra delle notti mediterranee” discende da Maria Maddalena. Recentissima l’apparizione di una nuova opera-oratorio di Adams, Il Vangelo secondo l’Altra Maria. Dagli USA alla Salle Pleyel, non mi risulta in Italia. Non ce lo vedo papa Francesco (basta Francesco, per la televisione) a cambiarsi lo zucchetto col berrettino di una madeleine.

 

 

 

 

Altri collaboratori al libro, dei quali mi inorgoglisco d’essermi guadagnato l’amicizia, insieme con quella di Cacho Millet, sono Paolo Pianigiani, che si divide con l’illustre Gabrio il prologo all’operetta, e tiene in vita splendidamente il www.campanadino.it; e Giampiero Neri, oggi il più grande poeta milanese. Se ho ben capito siamo in presenza di una seconda edizione ampliata del libro, già oggetto di una esposizione in galleria due anni fa; posso prendere abbaglio, ma non nel segnalarvi intero il catalogo affascinante della GIUDA edizioni, specializzata in una fumettistica d’arte non prigioniera dell’arte. Voglio dire: priva di snob. Nei miei settanta che corrono agli ottanta con minima speranza (e forse voglia) di afferrarli, ho seguìto tutte le vicende del fumetto in Italia, ‘dal basso’. Non avevo bisogno delle gigantografie di Andy Warhol né della ipocrita sbornia filo-fumettara degli anni di “Linus”. Dovetti dare e subire battaglia. Mio padre non si dava consolazione che io (allora in corsa dai sei ai dieci anni) dessi più del mio tempo a Kansas Kid, a Big Bill le Casseur o al Piccolo sceriffo (pochi anni dopo, ai fotoromanzi di Avventura film o, venuti di Francia, alle riduzioni ad albetto dei maggiori western del cinema, da Fort Apache ad High Noon, da Sterminio sul grande sentiero a L’ultima conquista) che non ai libri di scuola. Certo, l’alternativa c’era (e la condividevo con lui) ed erano i romanzi di Sandokan, del Corsaro nero e della Scotennatrice. Ne lessi non meno di cento e li alternavo con i bellissimi Sàlgari a fumetti illustrati da Walter Molino, Chiletto, Albertarelli o Paparella.

 

 

 

 

Da essi fu lieve il transito, mediato da un giovanissimo insegnante di catechismo, al Vittorioso. Lo lessi fino a tutto il ginnasio. Si tornava a casa a piedi, seguendo mezzo lungarno (dal Ponte a Santa Trinita, da pronunciare sdrucciolo, al Ponte delle Cascine, che ricordavo distrutto dalle bombe dell’emergenza) e compagno prediletto mi era il primo della classe, finito professore di grammatica latina. Provavo a raccontargli la storia fantascientifica degli Ultimi sulla terra e lui mi dava sulla voce, illustrandomi il Satyricon. Mai avrei potuto essere come lui! Era di Badia a Settimo (lui, a un certo punto, verso la Porta San Frediano, avrebbe preso un tram) e si chiamava Setaioli, come uno degli infermieri di Campana. Non escludo fosse un suo avunculo.

Setaioli (si chiamava Aldo) aveva avuto un momento di gloria nella trasmissione di Mike Bongiorno. Era caduto sul Parà o Paranà, sulla etimologia di Paraguay. Altro indizio di un destino campaniano, tranne l’essere il mio compagno solido e fermo di mente come una roccia od un vocabolario. A scuola scoppiò la rivolta: aveva sbagliato Bongiorno. Il professore (un piccolo ebreo convertito per salvarsi la ghirba, terrorizzato più di una donna, dalle quattordicenni in sù, con colleghe brutte, scosciate e fumanti, che non di un SS, dall’enorme gozzo che lo costringeva a tenersi aperti i bottoni del collo della camicia, e ne spuntava una selva di peli da ermellino) non riusciva a controllare lo smottamento della disciplina. Fino a che – disperato – riprese in mano il filo della questione: - Paràààààààà.... vuol dire papagàllo... e guai.... – Non doveva averci capito molto ma io mi trovai al centro di un concertato donizettiano prim’ancora di avere ascoltato la Lucia di Lammermoor (“Chi mi frena in tal momento”). Cantanti di prima e seconda fascia, il basso commentante, intero il coro, a comporre (comporre?) una fascia sonora agglutinante e tumultuosa; svetta su essa, alla fine, l’acutissimo del soprano. Parààààààààààààà....

 

 

 

 

Di grande significato è la presenza nel comitato garante di un poeta che meno campaniano non si potrebbe scavar fuori, Giampiero Neri. è uso presentarlo (‘con importanza’) come ‘il fratello di Giuseppe Pontiggia’. Del quale non vorrò negare i meriti, ma punto sul giorno in cui di lui sarà come ovvio dire: ‘è il fratello di giampiero neri’. Se, poi, mettiamo, un Campana che abbia sullo sfondo (o dentro di sé, più probabile) le grandi periferie della ex-capitale del nord potrebbe essere il tragico Testori, Neri rimanda quasi naturalmente al più nebbioso e tattile Ermanno Olmi.

 

 

 

 

Se dietro a Testori puoi alzare la carta e scoprire Visconti, aldilà, retroandando, di Neri potresti perfino azzardare: d’Annunzio, i madrigali dei selciati buî. Le balere, i palazzacci, le fermate dei rari bus notturni, le sale di attesa. Trafitti d’emarginata solitudine. Fra tutti i poeti italiani da una massa enorme di tempo, Neri è quello che sa far intuire più cose con meno parole.

 

 

 

 

Per fuggirla, Campana corse di mondo in mondo. Basta partire. Se fosse in vero o in sogno o in paraparkinsoniana mistura instabile di sogno veridicissimo e di accaduto in bilico su palafitte ormai marce, questo si lascia ai cercatori di minuzie. Se vengon d’accademia, gli strumenti forse ce li hanno ma non la grazia e il lume fraterno di Cacho Millet. Per loro è sempre bassa chirurgia.

Un Campana esaltato nella scansione del fumetto c’era già stato e di gran pregio, quello realizzato dallo straordinario Pablo Echaurren, che soltanto da ieri so essere uno dei figli di Matta (al secolo Roberto Sebastián Antonio Matta Echaurren), il surrealista perfetto. Maestri di Pablo furono Baruchello e Arturo Schwarz. Mi viene in mente una serie di trasmissioni radiofoniche di mezzo secolo fa, rifluite poi in un libretto della ERI. La ERI giocava, allora, su due terreni; l’uno, quello meno vitale, in prospettiva, ma più convalidabile dalla ignoranza e mala grazia del pubblico, era passatista, se arrivava a Dallapiccola o Petrassi poi si sedeva per riprender fiato. L’altro, affatto sperimentale, aveva segnato un centro quasi perfetto con una mitica trasmissione di Luciano Berio, C’è musica e musica, diffusa a puntate dalla tv nel 1972. Un insigne giornalista fiorentino, ben legato a curie e segreterie democristiane, del resto quasi eccellente scrittore, sicuro conoscitore degli oceani repertoriali, toscanissimo e pucciniano, giudice responsabile e (le due cose non si escludono) all’occorrenza maliziosetto, ce l’aveva soprattutto con un oscuro (omissis) ex-compagno d’infanzia, Silvano poi Sylvano Bussotti, e questi lo ricompensò con una moneta di buon peso, il saggio intitolato La critica del critico, tale che un tempo qualcuno si sarebbe impiccato per molto meno, tentò una sorta di atlante compendiario dello stato della musica, con una dozzina di interviste a protagonisti del non troppo remoto passato o dello sgambettante avvenire. Il libretto si legge con vivo divertimento; qui la bestia nera del critico è Stockhausen. La battuta di congedo è proprio su Baruchello. Stock (con ingenua baldanza): io conosco tutti i principali pittori italiani. Il Critico: sì? mi fa qualche nome... – Stock: Ora non me ne viene uno... ma mia moglie, certo, qui... – Moglie: Baruchello.

 

 

 

 

Non farò il ganzo. Nemmeno io, allora, avevo mai sentito questo nome. Ma voglio sperare che non me ne sarei vantato.

Da Echaurren al Campana GIUDA varia la prospettiva: per Pablo magno, Campana sta in una serie dove spiccano Marinetti ‘caffeina d’Europa’, Evola, Majakovskij, Pound. Questi bellissimi fascicoli in grande technicolor sono quasi una marcia trionfale. La nuova curiosità ha fatto saltare il tappo. Un poco come quando si leggeva Schwarz, o Gillo Dorfles, sembra di andare danzando sovra un tappeto magico, fra psichedelici svampi.

 

 

 

 

Lucciola & Lombardi traggono il massimo frutto, a me pare, dal sapere campanista dei consulenti, ma questo vale non a farsene soma anche magari preziosa. Da ultimo resta l’ombra densa di un poeta che è matto e solo matto (come protestava Umberto Saba) e che soprattutto è poeta e solo poeta. Il segnale delle resistenze suscitate dai Canti Orfici è valso ai resistenti una effimera vittoria di Pirro. Gratta gratta i motivi erano o futili o grammaticali. Il punto su cui si scivolava era doppio: l’assolutezza del testo e la tenuta esemplare dell’individuo. Ma se il testo è funzione di un perpetuo tremore della materia esprimente e l’autore è un coacervo di possibili imperfezioni del carattere o della volontà, (e ovviamente l’accumulo escrementizio di più semiculture raffazzonate e violente), che cosa se ne riesce a concludere? Il fatto è che Campana ha guardato a mondi possibili governati da leggi in assoluto estranee alle nostre, spazii plastici con in comune una cosa soltanto: il pensiero come angoscia rimuginante e l’orrore di una compiuta estraneità. Spesso, dunque, lo si era preso in blocco con l’espressionismo (se possa dirsi) paravociano (recente un denso numero de L’illuminista di Walter Pedullà, con solidi argomenti, fra altri del bel numero, di Muzzioli e della Cirillo, di Gualberto Alvino, destinato a leggersi come riferimento fondamentale, e di Claudio Strinati sulla musica riferibile a quella etichetta, e la magnifica prolusione di Pedullà, nonché una vastissima antologia critica dalla quale si sarebbe tuttavia preteso un vaglio più severo a scampo di presenze meno operanti e incisive), laddove Dino – in solitaria rielaborazione rimbaldiana e in coerenza con l’elaborazione dell’Apollinaire più noir – sta di diritto coi pionieri del surrealismo. Onirismo, automatismo psichico, indifferenza alle barriere razionali etiche estetiche, anonimato, coralità.  «Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale» (André Breton). Nel 1923 Joyce concepisce il Finnegans Wake. Ma nel 1924, quando squilla il primo Manifesto surrealista, il poeta è in manicomio da sei anni; glie ne restano otto da vivere. Nel 1932, anno della morte di Dino, il Nobel va a Galsworthy, l’Oscar a Grand Hotel, Ludwig intervista Mussolini, che celebra anche in Vaticano il suo primo decennio al potere, escono la Storia d’Italia nel secolo decimonono e le Stampe dell’Ottocento. Sarà un fedele papiniano, il cattolico Piero Bargellini, direttore di una delle più fruttifere riviste italiane del secolo, “Il Frontespizio (1929-1940), dopo altri sette anni, a pensar di dare al poeta folle almeno una tomba decente. Ora sento già il grido: “marziopieri fascista...” Di me hanno detto di tutto e non ci hanno mai preso. Non mi capita spesso di passare da uno scrittore (o da una rivista) francese ad uno od una italiani senza provare un senso di impoverimento, di chiusura spirituale o demagogica, di umiliazione e miseria. Se per fare un novello “Frontespizio” si dovesse ridoventar fascisti, non dico il gioco vale la candela (il fatto è delle candele che non sempre valgono il gioco) ma qualcuno dovrebbe rischiararmi. Presidente Lincoln, il generale Grant è un ubriacone. Ah sì? date il suo whisky, allora, agli altri generali. (Che perdevano tutte le battaglie).

 

 

 

 

Una mattina presto cavammo di sotterra le ossa del poeta. Quando, adagiato tra la terra e i resti imporriti della cassa, apparve lo scheletro, Luigi Fallacara esclamò: “È lui”. Aveva il teschio inclinato sulla spalla destra secondo il suo atteggiamento naturale, e rideva con tutti i suoi bellissimi denti intatti. Tirammo fuori i nostri fazzoletti e, ginocchioni attorno alla fossa, ripulimmo uno per uno gli ossi terrosi prima di riporli nella cassetta dl zinco. Quando fu la volta dei grossi femori, Carlo Bo disse: Ha camminato tanto. Poiché gli ossi erano fradici, esponemmo la cassetta al sole, e si attese che l’umidità si esalasse, stando seduti sul prato del camposanto.

Sì, il poema in pupazzetti di Dino che da queste paginette vorrei raccomandarvi è anche pervaso di un lugubre che non sempre, leggendo gli Orfici ed uscendone con una strana sensazione di unticcio, di formicolìo, negli indumenti a carne, avevamo saputo riconoscere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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