INTERVISTE
ROBERTO VECCHIONI
Il cantautore, l’insegnante
e il romanziere


  
A colloquio con il 71enne artista brianzolo che rievoca la sua lunga e felice carriera musicale, iniziata negli anni Sessanta scrivendo canzoni per altri. Poi il debutto discografico nel 1971, i riconoscimenti della critica, il Premio Tenco e il grande successo arrivato nel 1977 con la canzone “Samarcanda” che con “Luci a San Siro” è il classico dei classici del suo repertorio. Un successo durato nel tempo e poi rilanciatosi nel 2011 con la vittoria al Festival di Sanremo con il brano “Chiamami ancora amore”.
  



  

 

 

di Alessandro Ticozzi

 

 

Come mai lei, anche quando è diventato uno dei cantautori italiani di maggior successo,  ha continuato la sua attività di insegnante di latino e greco nei licei?

 

In realtà, non mi sono mai chiesto il perché. È stato tutto molto naturale. Sicuramente il fatto di aver iniziato prima la carriera da insegnante e poi quella di cantautore ha fatto la differenza. Non volevo lasciare assolutamente una strada che amavo e che avevo voluto con tutte le mie forze nei giorni degli studi al liceo classico e poi all’università. Non è facile la vita dell’insegnante, tra le prime sostituzioni e poi il precariato e infine, magari, una cattedra più o meno definitiva. Se hai voluto quella cosa, e ne conosco davvero tanti che hanno fatto sacrifici enormi per insegnare, non la lasci così facilmente, soprattutto per un applauso in più o in meno. Non smetterò mai di ripeterlo: ho avuto più io da tutti i ragazzi che ho incontrato che loro da me. Mi hanno regalato un tesoro inimmaginabile.

 

Dopo avere scritto, negli anni Sessanta, brani per Mina, Ornella Vanoni e Iva Zanicchi, com’è arrivato a debuttare come interprete delle proprie canzoni nel 1971 con Parabola?

 

Ho sempre cantato, anche i brani che poi venivano incisi e interpretati da altri. Ho iniziato nei piccoli cabaret milanesi e poi via, a girare case discografiche per proporre questo o quel brano. Ho anche tradotto, dall’inglese e dal francese, perché allora usava molto riscrivere e ricantare in italiano importanti brani stranieri. Era un periodo di vivissimo fermento nella discografia italiana e tanti erano i maestri pronti ad aiutare i giovani autori. Ora è tutto completamente diverso, non si può neppure immaginare un paragone: i giovani, anche quelli di maggior talento, faticano moltissimo prima di arrivare. Io ho anche avuto la fortuna d’incappare in Francesco Guccini che una sera, tra un bicchiere e l’altro, mi ha detto: “Adesso le tue cose te le canti tu e non rompere”. E così è iniziata l’avventura da cantautore, anche in pratica.

 

Nonostante i Suoi primi album non abbiano ottenuto successo di pubblico, la critica discografica nel 1974 le ha assegnato il premio di migliore album dell’anno per Il re non si diverte più e nel 1983 il Premio Tenco: cos’ha provato nel ricevere i primi riconoscimenti al suo lavoro di cantautore?

 

Il primo premio, come si dice, non si scorda mai, anche se c’era già stata un po’ di attenzione con L’uomo che si gioca il cielo a dadi, brano dedicato a mio padre con il quale partecipai, giovanissimo, al Festival di Sanremo. Negli anni ’70 e ’80 il Tenco piuttosto che il premio della critica facevano letteratura, erano punti di riferimento, e non importava tanto il successo inteso come numero di dischi venduti quanto l’attenzione che generavano negli addetti ai lavori e poi nel pubblico. Erano, allora, linfa per avere serate. Infatti, quando il successo è arrivato, improvviso e grande, con Samarcanda nel 1977, mi ha spiazzato totalmente, avevo quasi paura ad uscire di casa. Non ero mica abituato… E pensare che, inizialmente, a causa e per fortuna di quel ritornello, avevano preso Samarcanda come una canzone per bambini. Oggi è impossibile per me scendere da un palco senza averlo cantata insieme con Luci a San Siro: è passata di generazione in generazione e questo, per un autore, è davvero il premio più importante.





Un'immagine di Roberto Vecchioni negli anni '70


Nelle Sue canzoni lei parla spesso in chiave autobiografica dell’amore, dei ricordi e degli affetti personali: è il caso di Ninna nanna e Canzone da lontano, due brani dedicati a sua figlia, oppure di Per un vecchio bambino e Ninni, dedicati a suo padre. Quanto sono state importanti per Lei queste esperienze che fanno parte del Suo vissuto?

 

Non c’è canzone senza vissuto, per i cantautori, ma non solo. In generale. Per tutta la poesia, sia essa in musica o senza musica. Per tutta la letteratura, sia scritta o narrata. C’è sempre una luce che si accende dentro ed è per forza di cose una luce tua, che hai vissuto, che ti ha emozionato in positivo o in negativo. Credo che persino nella più plastificata delle canzoni, di quelle preparate a tavolino per intenderci, la luce iniziale c’è comunque. Poi, è chiaro, lo sviluppo è diverso. Io ho vissuto tutto ciò che ho scritto, non solo in musica.

 

È del 1977 il suo primo grande successo commerciale, appunto Samarcanda, cui sono seguite Signor giudice e Vorrei, due canzoni che raccontano le vicissitudini giudiziarie che la videro coinvolto personalmente. Si può dire che è riuscito ad esorcizzare cantando anche vicende poco piacevoli?

 

Assolutamente sì. L’ho fatto anche nell’ultimo disco, con Ho conosciuto il dolore, raccontando del mio rapporto con il tumore, con la malattia. È una terapia antica, che ci arriva dai greci e dai latini, fa parte dell’essere umano raccontare per esorcizzare. C’è chi lo fa usando una forma d’arte e chi invece lo fa al bar, ma lo scopo è lo stesso.

 

Cosa l’ha spinta nel 1996 a pubblicare il volume di poesie e racconti Viaggi del tempo immobile?

 

Ho sempre scritto: poesie, canzoni, racconti brevi, appunti di ogni genere. Non posso fare a meno di scrivere. Poi, è chiaro, la stesura di un romanzo o di una raccolta di racconti, come appunto Viaggi del tempo immobile, è diversa, è un impegno che va oltre l’istinto della penna attratta dal foglio, e parlo ancora di penna o di matita e di fogli perché io continuo a scrivere così, almeno inizialmente niente computer. Diciamo che nel 1996, pur avendo avuto anche precedenti esperienze, era arrivato il tempo giusto di uscire dai quattro o sei o cinque minuti di una canzone: i personaggi che avevo in testa meritavano uno spazio per le parole ben diverso, meritavano un libro.

 

Da Elisir (1976) a Samarcanda (1997), da Calabuig, Stranamore e altri accidenti (1978) a Montecristo (1980), da Camper (1992) a Il cielo capovolto (1995), da Sogna ragazzo sogna (1999) a Rotary Club of Malindi (2004) fino a Di rabbia e di stelle (2007), da cos’ha tratto ispirazione per incidere i suoi album di maggior successo?

 

Sono viaggi, tutti diversi fra loro, dentro l’uomo e le sue storie. La foce è sempre quella: scoprire la bellezza di questo dono eterno e dell’uomo come essere che vive emozioni e passioni, in tutte le sue forme. Le ispirazioni sono differenti fra di loro, possono essere casuali o anche studiate, ma lo scopo, come succede chiaramente con l’ultimo disco, Io non appartengo più, è quello di esaltare i valori eterni che ci accompagnano e che, di periodo in periodo, di età in età, possono differenziarsi per vissuto e quindi per contenuti. Però è sempre e solo l’uomo, con i suoi pregi e le sue debolezze, al centro di tutto.





Roberto Vecchioni oggi (ph. Stefanino Benni)


Nel 2011 infine lei ha pubblicato l’album Chiamami ancora amore, con la cui omonima canzone ha vinto il Festival di Sanremo: cos’ha provato nell’arrivare così tardi a un riconoscimento così importante?

 

Si può dire che è stata una mia scelta, avevo avuto altri inviti, ma non li avevo accettati. Forse perché non erano arrivati da Gianni Morandi, che è un amico, o forse perché non avevo la canzone, popolare nel senso più alto e classico del termine, che invece era ed è Chiamami ancora amore: un brano così non potevo rinchiuderlo dentro una nicchia, seppur importante. Doveva arrivare a più gente possibile perché non era solo mio, infatti ha coinvolto persone anche lontane da Vecchioni, dal mio percorso di artista, dalle mie idee. La gioia è derivata soprattutto da questa sensazione di essere riuscito a scrivere quello che tanti allora pensavano.

 

Che bilancio trae della sua vita personale e professionale?

 

Ho avuto molto, ho sempre fatto tutto ciò che volevo, nel bene e nel male, nelle scelte giuste e in quelle sbagliate. Dalla vita ho avuto più di quello che meritavo, forse, o forse così si dice sempre e magari non si pensa… . Tornassi indietro probabilmente in alcuni casi sarei meno ingenuo, ma è andata benone così. Rifarei tutto e mi tengo stretto soprattutto i periodi nei quali le cose non giravano: è proprio in quei momenti che ti accorgi dei valori, come l’amore, come la famiglia.

 

Ha qualche progetto per il futuro?

 

In autunno uscirà il mio nuovo romanzo, molto particolare e al quale tengo moltissimo. Un incrocio di vite, dalla classica al moderno, e anche un incrocio di generazioni. Un po’ come il sottoscritto.




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