FILOSOFIE DEL PRESENTE
DIALOGHI DI PENSIERO
Il suono, la parola


      
Una densa e approfondita conversazione, ricca di spunti riflessivi e di stimoli analitici, che si sviluppa tra un direttore d’orchestra e una studiosa di filosofia sul rapporto fra il logos filosofico e la musica. Un confronto che solleva una grande quantità di problemi a proposito della natura e delle forme d’ascolto e di significazione del linguaggio parlato, così come la ricezione dell’esperienza musicale va oltre la dimensione rappresentativa e mina il principio di ‘individuazione’, riuscendo come espressione artistica ad evocare l’unità originaria perduta dell’essere.
      



      

 

 

Bruno Dal Bon: Quando con Federica abbiamo deciso il titolo di questo incontro ho subito pensato, banalmente, di approfondire il legame tra suono e parola. E l’ho fatto, quasi in termini agostiniani, assumendo la mia esperienza personale e quotidiana come base sperimentale.

Non ho voluto rivolgermi ai molti testi, riguardanti la musica o la riflessione filosofica, che esistono su questo argomento, ma ho cercato anzitutto di riflettere su me stesso. Il primo pensiero, forse legato ai miei studi universitari di semiotica, è stato quello di considerare il suono come uno strumento, un significante, che utilizziamo per trovare una prima risposta ad alcune necessità di comunicazione con l’altro. Da questo punto di vista la questione mi sembrava abbastanza semplice: ho passato molti anni a leggere studiosi di semiotica come Peirce, De Saussure, e altri, tanto che mi sembrava coerente pensare il suono come mezzo per dare corpo e forma a un significato. Nonostante ciò, non ho potuto evitare di considerare che dove c’è suono c’è vita. Questo pensiero, vissuto e partecipato fino in fondo, mi è apparso subito rilevante perché contraddiceva la considerazione di tipo semiologico e non mi permetteva più di far tornare le considerazioni logiche che mi portavano a definire il suono come mezzo. Nel momento in cui pensavo il suono connesso alla vita, cambiava lo scenario della riflessione.

Il primo riferimento che mi è tornato alla memoria, anche se apparentemente lontano dal tema di oggi, è stato l’Infinito di Leopardi, precisamente il verso che dice «delle morte stagioni e della presente e viva e il suon di lei». Non uno dei versi più celebrati di questa poesia, ma che mi interessa proprio perché il ‘vivo presente’ è raccontato solo nella sua percezione sonora: il poeta si sofferma sulla vita in contrapposizione con le passate stagioni, ormai mute. Un secondo riferimento l’ho incontrato in un libro che Federica ha dedicato a Giorgio Colli[1], filologo, filosofo, curatore dell'edizione critica delle opere di Nietzsche, dove è citata questa frase: «la parola viva richiama direttamente l’universale»[2]. Universale: questo termine centrale della riflessione filosofica, che indica la comune natura, spesso difficile da cogliere nella nostra esperienza sensibile, mi ha allontanato dalle riflessioni relative a un suono sterilmente visto come mezzo e mi ha ricollegato alla considerazione del suono come parte e testimonianza della vita. Vita che io intendo come sinonimo di realtà, o più precisamente, di ciò che è. Allora se il suono è vita, se la vita è la realtà e se la realtà è ciò che è, non potevo limitare la mia riflessione a un suono inteso come mezzo di un significato, ma dovevo allargarla proprio all’incapacità del suono di essere assegnato a una funzione, a un pensiero, se non a quello ontologicamente costituente la sua esistenza: mezzo e fine nello stesso tempo.

In questa prospettiva la parola vivente mi invitava a sondare il legame tra parola e suono in termini più profondi: si tratta di un legame misterioso che conduce alla vita, quindi anche a tutto ciò che dell’esistenza spaventa.

 

Federica Montevecchi: Va da sé che il carattere di questo dialogo è più speculativo che storico:  ciò significa non ignorare la storia della filosofia, ma ricomprenderla in un orizzonte teorico. Ecco perché quando si è deciso questo incontro, e il suo titolo, mi è stato chiaro che era inevitabile affrontare alcune questioni fondamentali, come il rapporto tra rappresentazione e realtà e la relazione tra soggetto e oggetto. Non che non abbia pensato anche alla possibilità di trattare il rapporto fra musica e filosofia soltanto da un punto di vista storico, oltretutto musica e filosofia intrecciano le loro radici nella Grecia antica, fatto per me importante, visto che mi occupo prevalentemente di filosofia antica. Per questo vorrei almeno ricordare che Platone intende la filosofia come musica suprema: è una definizione che si trova nel Fedone, dove Socrate, che si appresta a bere la cicuta mortale, dopo essere stato condannato dalla rinnovata democrazia ateniese, in un sogno viene esortato a praticare la musica. L’esortazione ha il fine di spingere Socrate a non abbandonare la filosofia, la musica suprema appunto: il rapporto fra le due è dunque stretto e se esso si definisce a partire dalla filosofia, è pur vero che la musica spinge la filosofia a interrogarsi sulla sua stessa natura.

Nell’universo greco ci sono altri esempi del legame fra musica e filosofia: penso al Fedro, un altro dialogo platonico, particolarmente ricco di miti. Proprio in un mito si racconta che le cicale un tempo erano uomini che avevano dedicato la loro vita al canto e in questo si erano smarriti, perciò erano stati trasformati in cicale, con il compito di segnalare alle Muse gli uomini che maggiormente le onoravano. E le cicale riferiscono che gli uomini più ossequiosi sono quelli che trascorrono la loro vita nella filosofia e celebrano la musica. Voglio, infine, ricordare che Diogene Laerzio racconta di Socrate che sogna di avere sulle ginocchia un cigno che canta e poi spicca il volo. Il giorno dopo, quando Socrate incontra Platone, si convince che il sogno è stato un presagio: il cigno annunciava l’incontro con il suo allievo filosofo e la fine, oltreché il fine, del discepolato.      





Giuseppe Chiari, Fluxus, anni '60


Anche se questi esempi possono aiutarci a indagare il rapporto fra musica e filosofia, penso tuttavia che esso vada analizzato a partire dal fatto che la filosofia si sviluppa come parola poetica. Alcuni dei primi filosofi, i cosiddetti presocratici, scrivono in versi: la filosofia inizia a esprimersi proprio attraverso il verso ed è significativo che i Greci per indicare la poesia usino anche il termine musica (mousike). La parola poetica è legata alla parola detta, più che scritta: ciò significa che si tratta di una parola con un forte carico di emotività, di corporeità, ma anche di ambiguità. E l’ambiguità ci impone di guardare la dimensione etimologica che è radice – proprio come se fosse la radice di un albero – dalla quale si diramano significati plurimi che, nella storia delle parole, rimangono legati tra di loro, anche se fra loro sono contraddittori, perché radicati nella realtà che è appunto riluttante alla definizione, cioè tanto fluida da non lasciarsi definire. Il fatto che la filosofia si presenti con una parola ambigua, vivente, nel senso che rifiuta una determinazione definitiva, significa anzitutto che bisogna fare i conti con la pluralità di significati e con la creatività che tale pluralità sottintende, perché ci si deve muovere tra significati acquisiti e significati possibili.

Non posso evitare di riferirmi a un filosofo, che ho studiato per diversi anni: Empedocle d’Agrigento, annoverato fra i cosiddetti pluralisti. Il suo registro linguistico poetico mostra che ogni parola, se la si scava etimologicamente, è talmente pensata come solo la parola che deve dare ospitalità a un sentire preciso può esserlo; forse è anche per questo motivo che Empedocle ha sentito il bisogno di inventare termini nuovi, visto che la lingua greca lo consentiva. Si può allora capire come sotto i nostri linguaggi meno ovvi agisca un logos più profondo che rimanda alla dimensione etimologica, dunque alle ramificazioni possibili, e fra loro anche contraddittorie, della radice. Si tratta, infatti, di una dimensione regolata dalla logica polare, propria del mito e che si nutre della tensione irrisolvibile fra opposti: non a caso la parola di questi primi filosofi è più intuitiva che argomentativa e intueri vuol dire vedere con la mente: i sensi prima del dire. Tutto ciò spinge a interrogarsi anche sull’ascolto, per tentare di capire quale tipo di ascolto determina la parola poetica, situata come è sul confine tra la filosofia e la musica. Forse che l’incontro tra la filosofia e la musica avviene proprio in questa parola? E poi cosa significa ascoltare? Ancora mi viene in aiuto Empedocle che spiega a Pausania, il suo discepolo, come ascoltare significhi andare oltre la dimensione ordinaria e comune delle parole, per disporsi ad accogliere quello che viene detto, ciascuno secondo la propria natura e il proprio ethos, ascoltando cioè attivamente. La parola poetica allora può comportare un ascolto tanto attivo da favorire una seconda nascita, non più biologica ma intellettuale.

Vorrei chiudere questo mio primo intervento con qualche domanda a Bruno: quando parli del suono come di un’espressione aderente alla realtà, mi viene da chiederti se non pensi che il suono sia già un’espressione mediata. Del resto non è già la sensazione un’espressione astratta?

 

Bruno Dal Bon: Provo a risponderti partendo dalla convinzione che forse la direzione da prendere per capire un problema è spesso quella opposta al problema stesso: vediamo allora cosa succede nel momento in cui non c’è suono, quando la parola non è più viva. In tal modo forse si può cogliere ciò che rende la parola viva rispetto a quella scritta, perché la parola smette di essere viva proprio quando viene scritta: a venir meno è l’immanenza della parola pronunciata nell’istante da chi la dice e che la vive in quel momento del suo divenire. Proprio di questo parla Giorgio Colli quando scrive: «qualcosa di sinistro appartiene alla scrittura. Chi legge si sente spinto ad abbreviare i passaggi come per un’oppressione innaturale di fronte ad una stortura macchinosa»[3]. Parole importanti che ho riletto molte volte, proprio per cogliere la strana stortura che si determina quando la parola smette di vivere. La frase che citavo prima («la parola viva richiama direttamente l’universale») è di seguito: qui siamo proiettati nel mondo del suono, nella musicalità propria della parola detta, che forse possiamo cogliere meglio se, staccandoci dalla riflessione sulla parola, cominciamo a concentrarci su ciò che avviene nella musica, nelle sue vibrazioni, e su ciò che avviene, ancor prima che nella musica, nel rumore. Non si può evitare, infatti, di considerare l’invadenza e la forza del rumore, che può addirittura far male fisicamente. Se qui mettessimo delle casse acustiche e cominciassimo ad alzare il volume oltre un certo livello di decibel, cominceremmo a subire danni fisici, e non solo, al nostro sistema uditivo: la vibrazione sonora non è qualcosa di astratto, che ci accarezza o ci sfiora, ma ha la capacità di penetrare il nostro corpo in maniera profonda e, oltre una certa misura, dannosa. Quindi ciò che dal rumore diviene musica e da musica parola è proprio, in termini quasi fenomenici, quel processo che Jacques Attali chiama canalizzazione[4]. E cioè: prendo dei suoni grezzi e cerco di dare loro una forma, di ordinarli armonicamente, da lì (e qui le teorie sono diverse, ma io, come molti che mi hanno preceduto, penso che prima ci sia il suono, prima ci sia la musica, e solo dopo ci sia la parola e non viceversa) nasce la parola che, a sua volta, ha la necessità di lasciare una traccia scritta. Sempre Colli ha sostenuto che nella scrittura la parola è derubata della sua dimensione vitale e immediata, di conseguenza «la sua apprensione diventa il semplice vestito dell’universale, il fenomeno originario va perduto e al suo posto subentra un grigio simulacro»[5].

Ritengo che quando viene meno il suono, viene meno la componente viva e resta solo un grigio simulacro, mentre quando parliamo mettiamo in moto una sonorità, che agisce su di noi come un altro logos, precedente e dominante la vera comprensione. C’è una presignificazione sonora, c’è qualche cosa che nasce da ciò che sentiamo, dalle dinamiche vibratorie che ci riconnettono alla memoria originaria. Su questo problema la filosofia di tradizione platonica non si sofferma con la dovuta attenzione, privilegiando l’intellegibile al sensibile. Forse solo nella tradizione epicurea, quella filosofia di fatto dimenticata che in particolare Michel Onfray, con la sua controstoria della filosofia[6], cerca di recuperare si riescono ad avere alcuni riferimenti più precisi. In particolare grazie a Filodemo di Gadara, che è l’unico che ci ha lasciato una traccia di quello che poteva essere il pensiero di Epicuro sulla musica, cogliamo l’importanza che riveste la sensazione sonora, anche per la comprensione della parola poetica: è una sensazione che precede tutto il resto. 

 

Federica Montevecchi: Mi fai venire alla mente Aristotele quando parla delle affezioni dell’anima, dei suoni delle parole, che riguardano direttamente la nostra interiorità. Continuo a pensare che il carattere musicale e poetico della parola vivente sia certamente riluttante alla definizione, per certi versi alla scrittura, ma perché evoca una pluralità di significati. E a condannare la scrittura è, ben prima di Colli, soprattutto Platone, anche se entrambi lo fanno proprio scrivendo. Penso che il loro non sia un atteggiamento contraddittorio, ma che la condanna riguardi la parola irrilevante e la parola semplificatrice: la musica conserva, al contrario, una maggiore aderenza all’esistente e alla sua problematicità, per quanto ritengo che essa sia già una dimensione rappresentativa. Certamente la parola diventa irrilevante quando si svuota di significato: in una prospettiva etimologica il significato è dato proprio dalla capacità della parola di conservare una storia, dunque la dimensione profonda in cui si intrecciano significati acquisiti e significati perduti. Quando la parola perde il contatto con la sua storia, dunque con la sua radice, con l’esperienza da cui scaturisce, diventa una parola vuota, morta. Parlare un linguaggio rilevante significa allora usare le parole rispettando il loro significato, dunque la loro storia, e ciò permette di mantenersi aderenti al mondo, alla realtà, pur sapendo che si tratta sempre di un’aderenza mediata. Lo stesso Colli quando parla dell’immediatezza dice che già il fatto di dirla è rappresentazione, non a caso egli parla di «contatto», cerca cioè termini allusivi a un’esperienza indicibile: il linguaggio che tenta di esprimerla diventa sempre più astratto, diventa logos, risultando così altro rispetto a ciò che si proponeva di esprimere.

 

Bruno Dal Bon:  Sono convinto che la musica non sia rappresentazione, anzi che sia manifestazione di un impulso contrario a ciò che determina la rappresentazione: molti filosofi si sono interrogati su questo punto, Nietzsche fra tutti.





Scott Patt, You Are the One, 2012


Penso che esistano due impulsi, forse costretti dallo stesso giogo, a muoversi in direzioni opposte: essi non sono figli di azioni diverse, ma è la stessa natura che li muove in direzioni opposte. C’è sicuramente un impulso costretto ad abbandonare il terreno della vita, a staccarsi dal suono vivo, a incamminarsi sulla via dell’astrazione. Nella storia dell’uomo l’astrazione è stata considerata, ad esempio nella Grecia antica, una forma di elevazione: tutto ciò che astrae eleva e, conseguentemente, tutto ciò che rinuncia all’astrazione riconduce alla terra, abbassa. Due gesti apparentemente simmetrici che però nella nostra cultura continuano ad avere pesi differenti. C’è un impulso che va nella direzione della vita e, andando in quella direzione, per non esserne sopraffatto, ha bisogno di trovare un luogo sicuro dove stabilirsi, e uno di questi luoghi potrebbe essere appunto la musica: per questo per me la musica non è rappresentazione.

Clément Rosset, un filosofo che apprezzo molto, ritiene indiscutibile che nella musica si inneschi un processo di significazione, e in questo senso la musica è linguaggio, ma si tratta di una significazione senza significato, tanto che egli usa la bella espressione signification blanche, significazione bianca[7]: come un vestito che si muove senza un corpo. La musica è una realtà fluttuante nella quale si percepisce un processo di significazione, ma senza significato. In questo senso credo che Rosset consideri la musica il punto estremo di quella parte vivente che, in quanto incapace di assecondare l’impulso contrario, non solo non è rappresentazione, ma si oppone ad ogni tentativo di utilizzo in quella direzione. La conseguenza di tutto ciò è che la musica non può e non potrà mai essere imitazione, e lo dico da musicista che si confronta con la pratica quotidiana del far musica. Se la musica non è rappresentazione, non può essere imitazione, dunque nemmeno interpretazione. Nella musica non c’è nulla da interpretare: la musica è esistenza, è contatto con la dinamica di vibrazioni che ci spinge sul fronte della vita, senza abbandonarci in quel mare dove rischieremmo di naufragare, ma offrendoci un punto di equilibrio, una possibile ricompensa.

 

Federica Montevecchi: È difficile però negare la dimensione interpretativa dell’ascolto, il fatto cioè che l’ascolto non può prescindere da una individuale costituzione esperienziale. Insomma mi pare difficile negare l’aspetto di mediazione, rappresentativo, nel senso del doppio significato del termine rappresentazione, uno dei termini più importante della filosofia.

Normalmente lo intendiamo nel senso tedesco, cioè come Vorstellung, che indica un oggetto posto per un soggetto. È un significato che indica una separazione fra il soggetto e l’oggetto, che può essere il mondo, la vita, la realtà… Possiamo però intendere la parola rappresentazione anche in un altro senso, come repraesentatio, dunque alla maniera colliana. Così intesa essa rimanda alla memoria che l’ha provocata, ma che non può più essere restituita: non sto parlando della memoria come costruzione individuale, autobiografica, di cui si è consapevoli intellettualmente, sto pensando alla memoria come traccia della non individuazione. 

Forse questo secondo significato della rappresentazione può conciliare la posizione di Bruno e la mia: se, infatti, la musica è un’espressione umana, in quanto tale è rappresentazione nel senso di repraesentatio, cioè contiene in sé la memoria di un’esperienza indicibile. Indicibile forse perché universale, che va al di là dell’individuazione. Ho in mente quello che è considerato il primo testo della storia della filosofia: il frammento di Anassimandro. Sono due righe dalle quali è impossibile risalire a ciò che volesse davvero dire Anassimandro, anzi esse, come i testi che ci restano dei filosofi più antichi, ci rimandano costantemente i nostri interrogativi: non danno risposte, ma rafforzano la domanda. Nelle due righe di Anassimandro si dice della separazione dal tutto, del dolore dell’individuazione. Oltreché dolore questa separazione comporta violenza, perché nel momento in cui gli individui si costituiscono come tali entrano in conflitto: è una situazione inevitabile, stabilita da ananche, da necessità. Siamo cioè costretti a percorrere l’intero ciclo dell’individuazione: dall’indifferenziato alla differenziazione, cioè la vita individuale, e di nuovo all’indifferenziato, cioè la morte individuale. Tuttavia in noi agisce una memoria dell’indifferenziato di cui facevamo parte, ed è fonte di possibilità o di smarrimento. Nella musica, che è una dimensione rappresentativa particolarmente fluida, e nella parola poetica, che è particolarmente plurima, rilevante, corporea, emotiva e ambigua, agisce forse la memoria atavica dell’unità perduta di cui eravamo parte. È una memoria che può agire anche in altri ambiti, ad esempio nelle religioni e nella politica, ma questo è un altro discorso, anche se la musica è probabilmente l’esperienza che più riesce a evocare l’unità perduta.

 

Bruno Dal Bon: Sì, la riesce a evocare perché gran parte del principium individuationis nella musica si smarrisce: non a caso Nietzsche nella Nascita della tragedia scrive che con la musica, e quindi con Dioniso, la catena dell’individuazione viene spezzata e la natura celebra di nuovo la festa di riconciliazione col suo figlio perduto. Va ricordato che la Nascita della tragedia è scritta da un Nietzsche che è legato alla musica nella pratica quotidiana. Se la musica quindi vuol dire smarrire l’individuazione è evidente che lì ci troviamo in un altro mondo, ci troviamo nel mondo del reale, dove non abbiamo alcuna possibilità di intervenire, anche quando ci sembra di poterlo fare.

Nietzsche scrive che la musica non è mai mezzo: subito ritenevo che questa affermazione non fosse da intendersi in termini perentori, ma volesse soltanto testimoniare il fatto che la musica non si può sottomettere ad altro, fosse anche soltanto una dialettica di forza tra ciò che non vuole essere mezzo per essere scopo. Anche il più semplice segnale sonoro, come uno squillo di tromba o il rullo di un tamburo militare, non è mai mezzo, perché non smarrisce il legame con la matrice sonora che supera e domina il fine per il quale è stato prodotto: questo vale anche quando noi pensiamo il suono come mezzo.





Immacolata Datti, Il giardino in-cantato, 2010


Pensare e vivere in questo senso l’esperienza musicale, abbandonando la componente più esteriore dell’ascolto, credo sia la vera opportunità che la musica ci offre. Se intendiamo, invece, la musica in termini rappresentativi, come avviene regolarmente, significa considerarla una delle tante forme del pensiero, smarrendo così quella dinamica fisica, corporea nei confronti di un elemento di realtà e, di fatto, smettendo di ascoltarla. Per fare un esempio provocatorio, se io dovessi rifondare oggi le Arti liberali medievali, le organizzerei in un Trivium con musica, giardinaggio e gastronomia, perché penso che l’agire del musicista, del compositore, e anche il nostro ascolto profondo, sia molto vicino a chi coltiva la terra o a chi si occupa della cura del giardino. La pianta, anche se potata e curata, o il seme, coltivato con cura, non sarà mai segno, non riusciremo mai a ridurlo a segno. Così come nella gastronomia il sapore di un pomodoro – scusate, mi rendo conto che passare da Aristotele al pomodoro è una cosa che non mi perdonerete – per quanto lo si voglia mischiare ad altri sapori, per quanto lo si voglia condire o gustare in un certo modo, sarà sempre la traccia di realtà con la quale dobbiamo fare i conti. Allora penso che gran parte di ciò che si mette in moto nel processo vibratorio di un suono, che poi diventa musica o parola, appartenga alla materia della natura che non riusciamo a sottomettere, anche quando ci proviamo in tutti i modi, anche se fingiamo di farlo, così come fingiamo molte azioni nella nostra vita: è come se volessimo immettere nella natura del suono un significato che non ha, in un continuo e raffinato gioco di referenze e di interpretazioni arbitrarie, che ci impediscono di prendere coscienza della realtà sonora. 

Questo è possibile riscontrarlo, in particolare, quando pensiamo alla memoria atavica, ma anche alla memoria della nostra esperienza personale, che è un’altro aspetto della medesima memoria. Penso all’incidenza della voce della madre, ai suoni e ai rumori che si sentono nel grembo materno. Io ritengo che tutta la nostra dimensione dell’ascolto e la nostra dimensione dell’apprendimento della parola sia innanzitutto l’apprendimento di una parola sonora pronunciata da un certo timbro di voce, con un certo accento vocale, che poi determina un tipo di significazione inscindibilmente legata a quella sonorità. Tutto ciò avviene a partire, per dirla in termini epicurei, dai nostri sensi, da quella occasione di piacere che la musica ci offre quando diventa giubilo dell’esistenza, in maniera non dissimile dal sapore di pomodoro o dal vedere la foglia che cresce sul ramo.

 

Federica Montevecchi: Voglio fare una precisazione: quando parlo della dimensione sfuggente della memoria, non sostengo una posizione metafisica, insomma non sto parlando di una realtà che si oppone a un’altra realtà, ma penso proprio a un’unica dimensione che è la vita, dove appunto riaffiorano tracce con le quali possiamo eccezionalmente entrare in contatto, magari attraverso la musica. Tutto questo ci dimostra che siamo perennemente in tensione: da un lato possiamo percorrere tutti i sentieri straordinari dell’astrazione e dell’individuazione, attraverso i quali abbiamo costruito mondi, letterari e scientifici, artistici e filosofici, dall’altro lato abbiamo la possibilità di non perdere di vista il nostro legame con ciò che individuazione non è: si tratta di un doppio sguardo. Quando questa tensione viene meno la musica rischia di diventare non soltanto interpretazione, ma anche rumore violento, e la parola irrilevante o muta, senza corpo. Ecco perché sostengo l’importanza di questa tensione e simmetricamente la logica polare, che agisce in particolare proprio nei primi pensatori greci. Si tratta di una logica non teorizzata e nemmeno molto studiata, se si eccettua Paula Philippson che la analizza come logica propria del mito. Paula Philippson era un medico svedese che a un certo punto della sua vita inizia a viaggiare per il Mediterraneo e a studiare le civiltà antiche. Per quanto non avesse una formazione filosofica – o forse grazie proprio a questa mancanza – scrive alcuni dei saggi più belli sull’antichità, raccolti in italiano con titolo Origini e forme del mito greco. Da questi saggi emerge la capacità umana tanto di determinare significati, quanto di mantenersi legati a una dimensione che precede l’individuazione: è una polarità, non un dualismo, poiché c’è un’unica vita, ed è eterna, unica, contraddittoria, caleidoscopica. 

 

Bruno Dal Bon: Sulla parola irrilevante vorrei leggere alcune righe di Clément Rosset, in sintonia forse con quello che diceva prima Federica. Scrive Rosset: «Il problema della musica si fonda su quello dell’essere. Ciò che c’è di prodigioso nella musica è che ella esista. È la dimostrazione dell’esistenza allo stato puro». E poi fa un commento sulla parola, diciamo appunto irrilevante, aggiungendo che «il mondo è troppo pieno d’immagini, di rinvii, di referenze e di riflessi: la realtà vi si diluisce senza posa nel gioco della replica e nello spazio del punto di vista»[8]. Credo che l’invito a un ascolto rilevante della parola vivente ci obblighi anche a richiamare questo aspetto.

 

Federica Montevecchi: Abbiamo finora parlato del fatto che la parola diventa irrilevante quando perde la sua storia, il contatto con l’esperienza da cui proviene. Forse però va detto che la parola si svuota di significato anche quando è sganciata da gesti significativi, quando non ha più un’aderenza ai fatti, quando non dice alcunché della persona che la pronuncia, non lega più il dire con il fare. Purtroppo è la chiacchiera uno dei destini nefasti della produzione umana, come mostra questo nostro tempo, tanto che vien da chiedersi perché parlare: è importante pretendere che le parole siano legate a una gestualità, a un fare, sopratutto da un punto di vista politico. Io ho avuto la grande fortuna di lavorare con Vittorio Foa, che ha sempre cercato una coerenza fra parola e agire, e su questo si è interrogato fino agli ultimi giorni della sua esistenza, perché sapeva che quando la politica perde la parola significativa perde se stessa.

Per quanto riguarda l’ascolto penso che comporti inevitabilmente un raddoppio della rappresentazione. Il vero ascolto, infatti, è molto difficile, poiché richiede una purificazione dalle incrostazioni mentali, che sono anche incrostazioni educative, sociali, del mondo dove si è vissuto e dove si vive, degli ambienti che si frequentano, della propria formazione: della propria individuazione. Pur sapendo che è impossibile purificarsi completamente è importante però rendersene conto, tenere in considerazione questo potente filtro per poter accingersi ad ascoltare pienamente. Se non rifletto mai sull’ascolto non faccio i conti con tutte quelle barriere che mi separano da chi parla. Mi viene in mente ancora Empedocle quando dice al suo discepolo Pausania che per ascoltare bisogna allontanarsi: non sta certo parlando di un allontanamento fisico, sta parlando di un allontanamento da abitudini mentali quotidiane. Forse quando si parla di educazione musicale si intende indicare la capacità di un ascolto diverso rispetto a quello della quotidianità.





Bruno Dal Bon: Penso che allontanarci per meglio ascoltare sia un gesto che ha forse eguale valore a quello opposto e cioè a quello di andare fino in fondo, cioè di entrare fino in fondo nella materia che intercettiamo nell’ascolto: la musica offre, o meglio impone, una spinta quasi vettoriale ad andare in fondo alla vibrazione. È una necessità alla quale non possiamo sottrarci e che risiede, non so se in termini biochimici legati alla nostra fisicità, nell’aderenza percettiva che obbliga una risposta sensibile a un elemento sonoro e che incide ancor di più quando assume un carattere musicale. Faccio un esempio, se dovessi solo recitare i versi di una vecchia canzone di Lucio Battisti come: «Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi, le tua calzette rosse e l’innocenza sulle gote tue», determinerebbe in voi un certo ascolto, ma se io inserissi anche solo un intervallo musicale tra due sillabe di questo verso, quel micro intervallo travolgerebbe il significato della parola dominandola e imponendoci di assecondare le simmetrie consonanti dei due suoni. Chiaro che il senso delle «calzette rosse» sarebbe stravolto completamente e saremmo portati in una dimensione altra, dove le polarità intervallari e ritmiche dominano i sensi e ci spingono a superare la dimensione della comprensione del pensiero. Ecco perché ritengo che la musica debba essere semplicemente ascoltata, che non ci sia nulla da capire, che ci si debba solo mettere in ascolto sapendo che non c’è nulla da interpretare, senza opporsi, cosa che invece siamo costantemente portati a fare, a quell’impulso musicale che ci invita ad andare fino in fondo, mi verrebbe da dire, sul terreno della vita.

A questo proposito basti pensare ai Rave party, le feste illegali che organizzano soprattutto comunità di giovani in maniera clandestina in giro per il mondo. Ci sono forme di ascolto da parte dei giovani e meno giovani, che sicuramente hanno fatto uso e abuso di sostanze narcotiche, di mettere la testa dentro i woofer, le casse gigantesche che sparano il volume a livelli impossibili, per poter ascoltare fino in fondo quella vibrazione. Mi ha colpito vedere persone che sentono la necessità di andare all’origine di quella fonte sonora: è il gesto estremo di un corpo sul quale le droghe e l’alcol hanno allentato l’individuazione e che necessita di vibrare in sintonia con l’elemento vibratorio, che avvicina fino ad infilare la testa nell’utero musicale della cassa. Il problema della musica, se la vediamo in questi termini e ne cogliamo tutta la forza, ma anche la gravità, è che andando fino in fondo non sappiamo bene dove possiamo arrivare. Quando Nietzsche scrive che l’udito è l'organo del timore, che agisce nella notte, quando smettiamo di poter fare appello alla vista e abbiamo bisogno di un ascolto che ci colleghi alla profondità di quel rumore, credo che in parte ci riconduca a questo gesto.

 

Federica Montevecchi: La vita espressa dalla musica allora può essere smarrimento di se stessi, perché la dimensione che precede e segue l’individuazione è anche la dimensione della perdita di sé. A maggior ragione si può concludere ribadendo che un conto è la tensione fra gli opposti, altro conto è spezzare la tensione e radicalizzare gli estremi sia all’individuazione sia alla non individuazione.

 

 

 

 

 

  



[1]F. Montevecchi, Giorgio Colli. Biografia intellettuale, Bollati Boringhieri, Torino, 2004. 

[2]G. Colli, Filosofia dell’espressione, Adelphi, Milano, 1969, p.206.

[3]Ibidem.

[4]J. Attali, Rumori,  Mazzotta Editore, Milano, 1977.  

[5]G. Colli, Filosofia dellespressione, cit., p.206.

[6]M. Onfray, Le saggezze antiche. Contro storia della filosofia, Fazi editore, Roma, 2006. 

[7]C. Rosset, Lobjet singulier, Les Éditions de Minuit, Paris, 1979.  

[8]Ibidem.




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