SPAZIO LIBERO
CINEPRIME – “DUE GIORNI, UNA NOTTE”
La depressione operaia
al tempo della crisi


      
Nell'ultima pellicola dei fratelli Dardenne, il loro neo-neorealismo perde il suo 'magic touch', con un pedinamento porta a porta che indietreggia quando le viscere dell'umanità coatta, umiliata da se stessa, profanano i confini dell''uscio' asettico. La vicenda così attuale della giovane lavoratrice e madre minacciata di licenziamento e che cerca la difficile solidarietà dei colleghi ricattati, non sa di lacrime, né di sudore e neppure di lotta nascosta.
      



      

di Sarah Panatta

 

 

Non è una testimone di Geova. Non fa raccolta differenziata. Non fa la differenza. Sandra è. Anzi ha persino il dubbio di "essere". Tra uno svenimento e un'ingozzata bulimica di pillole. Non è neppure un codice. Nessuno si curerebbe di decifrare la vallata corrucciata e sbalordita dentro le sue occhiaie o quel suo istinto insolubile di annichilimento pomeridiano tra lenzuola asciutte di lacrime. Sandra è un numero, come tutti gli "altri" dei quali arriva a mala pena a sfiorare le vite. Sandra non varca neanche gli usci a cui fa visita con la stessa cadenzata, artritica ma irreprensibile litania. Forse destabilizza, in rari casi, la cortina di pudore di una famiglia arrabbattata nell'anonimato dei nuovi poveri, rovistando tra gli sguardi di un cortile caldo d'attesa ripetizione. Ma non apre brecce. Tutti sono troppo impegnati a sostenere la routine snervante e inappellabile dei propri giorni. Sandra di giorni ne ha solo due, per convincerli tutti o almeno una maggioranza solida. Ma di solido non v'è che lo sguardo apprensivo e immacolato di un marito innamorato al di delle isterie e delle incoerenze di una donna debole eppure stranamente tenace. Una donna comune, che decide di darsi, chiedere, scegliere. Porta a porta.





Due giorni, una notte1. Sandra è una giovane madre con marito paziente e nessuna certezza, soprattutto da quando rischia il licenziamento. Dopo un periodo di depressione psicofisica sarebbe pronta a riprendere il suo posto in una fabbrica belga di pannelli solari, ma i grandi capi hanno stabilito che le sue braccia non occorrono più, tuttavia affidano la scelta ai colleghi di Sandra. Possono votare per ottenere un bonus di 1000 euro, se Sandra perde il suo lavoro. Uno stipendio in meno e una responsabilità/testa-senza-voce tagliata. Chi sceglie, come scegliere, perché scegliere. Arriva il lunedì delle votazioni e Sandra non è l'unica a sentirsi già penzoloni sul patibolo. I fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne scrivono e dirigono un dramma aristotelico imperfetto, lineare quanto snervante (approdato a Cannes 2014). Un ovvio calcolo aziendale computa destini, disegna alibi, impone sensi di colpa, reali e artificiali. C'è chi deve restaurare la casa, chi mantenere un'orda di figli, chi affrontare traslochi, chi le elementari inesorabili spese mensili, chi vuole lasciare il secondo/terzo lavoro clandestino sul retro di un mini-market per sostentare la famiglia, etc. Una lista della spesa e delle spese, appunto. Che si snoda tappa per tappa, nel lungo weekend di Sandra, che porta a porta, riluttante e oberata da cliniche/cicliche frustrazioni, prova a far leva sulla pietà o sulla solidarietà dei suoi quasi ex colleghi.

 

Pugni in faccia sbattuti contro paraurti o coreografati in androni cordiali, odi furenti vaporizzati nell'alito di un citofono ingannevole, pasti svogliati e pianti scoppiati nei parcheggi di ristoranti sulla superstrada, corse in autobus, corse in ospedale, sorrisi improvvisi. Tutta una questione di ricatto, baratto, coraggio. Di campanelli e di scalini. Questione di asfalto sempre rovente e di spalle sempre incurvate. Di mutui, contratti in nero e mobbing. Ai tempi della crisi anche i fratelli Dardenne, dopo dieci anni di rimuginamenti, mettono la propria (neo)neorealistica firma al servizio di una storia di cronaca della precarietà ordinaria, che trascende la barbarie sociale e umana cesellata con limpida virulenza in molte delle opere precedenti.

 

In Due giorni, una notte, i Dardenne si spogliano quasi dell'azione narrativa e pedinano Sandra (Marion Cotillard), l'interminabile cortocircuito di sguardi sgranati e rifiuti latenti, da un uscio all'altro. Rappresa e repressa in un dolore ostile, negli abiti trasandati di un'incomunicabilità ai limiti dell'autolesionismo. I Dardenne si affidano rapidi ma non affilati al sottotesto, in uno script fatto di dialoghi scarni e di repliche deliberate. Vorrebbero materializzare la simbolica inquietudine dei caratteri, come pure, strumentali, intimità e retroscena dei personaggi medesimi, attraverso minimi sussulti, frasi tumefatte da terrore o vergogna, telefonate mutile, squilli vacanti. Anche Marion/Sandra non "entra" mai nelle "vite degli altri", le lambisce, le distrae, raramente le scuote.





Fabrizio Rongione e Marion Cotillard in Due giorni, una notte (2014)


Ma stupore, la crisi (quella interiore), la denuncia sottopelle e sottosuolo delle ipocrisie del potere e la subdola e/o sincera paura autoconservativa degli uomini, il pathos crescente della tragedia amletica, restano un rumore di fondo. I mitici Dardenne non trovano la chiave di volta bensì annaspano nelle secche di un film che non crea empatie, ma cumula schemi vuoti. Sandra e i suoi colleghi, pur ottimamente intepretati, sono pedine di un gioco risaputo e benché sia chiaro tanto ai Dardenne quanto agli spettatori che in tale gioco non esistono nemici ma solo compagni di sventura, la messa in scena bidimensionale spegne il fuoco di questo racconto di equilibri sottili.

Spegne l'ardore di Sandra, difficilmente percepibile nelle sue spirali di entusiasmi lancinanti e di sfibrati dinieghi, rimpianti, rivendicazioni. Spegne le ragioni multiple dei suoi colleghi, francobolli di un melting pot poco contestualizzato. Spegne persino la dolcezza impagabile del marito-supporter Manu/Fabrizio Rongione.

Se i Dardenne cercavano l'armonia pungente e la freddezza febbrile del Jacques Audiard di Un sapore di ruggine e ossa, da loro prodotto2. Se volevano un film catarsi in cui il sangue caldo delle opere precedenti sublimasse nelle spoglie purgatoriali di Sandra, il risultato è un lavoro che non funzionalizza la propria asfissia. Che non sa di lacrime, di sudore o di lotta seppur nascosta. Sa di ruggine e non merita o non vuole meritasi bonus. Che i Dardenne abbiano desiderato sperimentare un limbo nuovo? Restare anche loro porta a porta?

 

 

 

 

 

 



1 Regia Jean-Pierre e Luc Dardenne. Sceneggiatura Jean-Pierre e Luc Dardenne. Fotografia Alain Marcoen (S.B.C.). Montaggio Marie-Hélène Dozo. Scenografie Igor Gabriel. Costumi Maira Ramedhan-Levi. Suono Jean-Pierre Duret. Belgio 2014 – DrammaticoDurata: 95'. Cast: Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simone Caudry, Olivier Gourmet, Catherine Saleé, Babtiste Sornin, Alain Eloy, Myriem Akheddiou, Timur Magomedgadzhiev. Uscita Roma e Milano 13 novembre – In tutta Italia 20 novembre. Distribuzione Bim

2 Ovvero dell'Audiard loro discepolo e oggi, forse, sostituto, simbolico giovane artifex silente di un neo-neorealismo ibridato con il migliore noir e con il documentario sociale più aspro. Un narratore tragico e solerte ma sempre distaccato, come i Dardenne volevano e sapevano con Rosetta o L'enfant.




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