PRIMO PIANO
ANNA MALFAIERA - 2
E intanto ricordarla


      
Una appassionata memoria-ritratto, al contempo amicale e culturale, della poetessa marchigiana morta nel 1996 a settant’anni. Quasi l’occasione per rievocare la sua voce, il suo modo di dire i propri versi, così peculiare, con quella musica monotona, bassa, senza enfasi, senza picchi, né fioriture o coloriture. Un modo che rispecchiava fedelmente la concezione stessa della sua poesia così spoglia di metafore, retoriche, furbizie e trucchi, così essenziale, concentrata e concettuale. Una poesia che risaliva al suo carattere orgoglioso e schivo, amabile e brusco, riservato e generoso, delicato e spigoloso, fiero e mite.
      



      

 

 

di Maria Jatosti

 

 

Insonne, brancolante in quello stato semi ipnotico in cui pensieri, memoria, realtà, tutto si mescola, s’impoltiglia e assume sostanza sfuggente, prossima all’allucinazione, vagolavo insonne nel pantano notturno televisivo, quando mi sono imbattuta, qualche tempo fa, in un barocco spettacolare e magniloquente video-documento celebrativo, di una poetessa nota più per una vicenda biografica drammatica e suggestiva, che per il valore intrinseco dei versi. Per uno di quei movimenti del pensiero che muovono associazioni mnemoniche, sovrapposizioni visive, corti circuiti fulminanti, mi è tornato con prepotenza alla mente un volto: una donna, una scrittrice, un’amica. Spento il video, mi sono alzata e, frugando nell’ordinato disordine della biblioteca casalinga, settore poesia, ho pescato quello che cercavo: Copertina rossa, grafica bianca, titolo: E intanto dire, nome: Anna Malfaiera.

 

                               /…/

                        Non ho veri strumenti. Soppeso lo stupore che mi causano

                        le regole e i loro artifici. Stupore

                        che coinvolge il mio essere imprevista.

                        Una pratica che non so definire se di fede

                        o finzione. Pudore è farsene gioco

                        l’indagare. Meglio non sostare

                        riflettere non presagire e intanto dire.

 

Testo esemplare, preferito di una raccolta preferita, curata dal caro amico compagno e maestro Mario Lunetta. Rileggendolo, ho risentito voce di Anna, il suo modo di dire i suoi versi, così peculiare, con quella musica monotona, bassa, senza enfasi senza picchi fioriture coloriture. Un modo che rispecchiava fedelmente la concezione stessa della sua poesia così spoglia di metafore, retoriche, furbizie e trucchi, così essenziale concentrata concettuale. Anna era sempre in battaglia tra “rivelazione” della poesia e bisogno di razionalizzarne la voce in un evento preciso, in un gesto che quasi scolpisce la costante elusività dell’esperienza creativa, che per lei coincideva, per sua stessa ammissione, con l’esperienza del linguaggio. C’è un testo che evidenzia nitidamente, come una definitiva dichiarazione di poetica, questa affermazione:

 

                               Leggero persistente mi piace il segno

                        che s’impone tra tanti libero. Mi piace

                        quando aggregato cosciente produce

                        la cosa pensata scritta. Azione

                        in senso straordinario in armonia

                        con le intenzioni calco e suono

                        il segno incede s’inoltra si combina

                        recede o vaga incerto. Mia meta

                        quotidiana avanti indietro rigetto

                        dell’aldiqua dell’aldilà investita

                        dagli utensili dal cibo dalla polpa

                        del frutto marcito. Mio riscontro

                        io e il segno che emerge autonomo.

                        Mi stupisce se origina e sopravanza

                        una risoluzione ragionata mi riduce

                        se appena si evidenzia un soffio contrario

                        lo scombina lo consegna al vuoto fantasma

                        invariato sibilo lacerante lacerato.*





Angelo Titonel, Il sognatore, 2008, olio su tavola, cm 80x80


Rileggere Anna, tentare di accedere a quella sua verità, ricercata con ostinata lucidità nell’interpretazione del mondo, della realtà; accostarsi alla sua poesia con “risoluzione ragionata”, evitando la pretesa di volerla spiegare in termini esclusivamente razionali, ben sapendo, come lei sapeva, che la poesia resta comunque misteriosa e inspiegabile, impone a tutti noi che Anna l’abbiamo conosciuta, apprezzata e amata, l’obbligo morale di andare oltre l’emozione e il dolore della sua perdita e considerare il suo lavoro con attenzione lucida e onesta. Io ci provo, ma non è facile. Il cuore si nega, sfugge, si allaga, cerca conforto, nella seduzione dei ricordi. Lampi, squarci, memorie di altri giorni, altre storie, altre esistenze; immagini come fotogrammi fiottano e premono dal buco nero della dimenticanza: chiara nel buio, tra i fantasmi della notte, Anna è qui con me, persistente, “recidiva apparenza appalesata / nella tersa ironia che la fa viva / nel bozzo di un sorriso che la salva”. Mi parla, piega la testa un po’ di lato e mi sorride, complice, ironica, segreta. Un flash, un viaggio: noi due, letture pubbliche, fastidiosi riti che la facevano chiudere a riccio, fotografie, saluti. Noi due avanti e indietro coi nostri pensieri, i nostri umori confusi, ondivaghi… Venezia 1988, Palazzo Grassi: i futuristi – Anna che amava la pittura e se ne dilettava, Anna che “appare e che scompare / dai fondi rossobruni di Sironi /… / accigliata, analitica, addugliata / tra fusti di bottiglie e treni in corsa / frenati resti di un ambiguo a solo / nel volo ortogonale di Boccioni.”** Il ponte dell’Accademia, Giorgione: la zingara col pupo al seno, il soldato che la guarda indolente, entrambi noncuranti della tempesta annunciata dal fulmine che taglia la tela del cielo; le nostre speculazioni sull’aria distaccata dei due protagonisti, sulla incomunicabilità degli uomini e via e via: eterni discorsi, su e giù per vicoletti e campielli abbuiati fino all’alloggio amico…

E intanto, col ridestarsi molesto di rumori extradomestici, s’è fatto un altro giorno: il mattino incombe portandosi via emozioni nostalgie e patetici lucciconi di vecchiaia. Restano, forti, le parole, il segno fermo, la musica dei versi, la voce sorda di Anna, la ferita della sua mancanza. Anna che non c’è più. Anna amica, punto di riferimento, di confronto dialettico e morale. Anna dolente, vulnerabile. Anna il corpo-carapace che non amava e che le dava sofferenza. Anna la testa scolpita, i capelli alla Bertoldt Brecht, la sigaretta perenne tra le labbra sottili, le raffinate vanità estetiche, l’ironia, gli umori, il carattere orgoglioso e schivo, amabile e brusco, riservato e appassionato, delicato e spigoloso, fiero e mite. Anna e le nipoti, la sua anima gentile, la sua generosità grande. Anna sociale, presente, combattente, insofferente di ingiustizie, volgarità, ignominie, Anna aperta alla libertà sì cara che non è mai gratis. Anna segreta: la penombra della sua casa di via san Quintino, gli acquarelli, la passione per il jazz, i dischi nascosti, che tirava fuori come un giocoliere dal cilindro e di cui era gelosissima. (Dove saranno i vecchi Coltrane, Davies, Mingus, Parker…?).





Bill Viola, Senza titolo, image video


Anna che mi manca. Mi manca la sua intransigenza, la sua severità di giudizio che era consapevolezza del proprio valore e del valore della letteratura in un mondo così fatuo, triviale, liquido. Come sarebbe oggi? Come vivrebbe, con quale spregio e amarezza, con quale disagio rabbioso, questa nostra miserevole, spregevole, oscena stagione? Troverebbe ancora la fierezza di rifugiarsi nella sua scrittura civile, impegnata – per usare un termine rinnegato, svilito e avvilito così estremamente personale e innovativa con quella forma imponente a blocchi marmorei – eppure così sonori, così teatrali – in odio di punteggiature, interpunzioni, cosa che la accomuna a Gertrude Stein, (ma c’è un famoso ritratto di Gertrude dipinto da Picasso che le assomiglia fisicamente), la scrittrice americana che odiava le virgole, alla quale Anna ha dedicato un testo, 27, rue de Fleurus, di cui ho curato una mise en scene che probabilmente non le sarebbe piaciuta, e me lo avrebbe detto, ne sono sicura, esplodendo in una delle sue astiose impennate per ripagarmi subito dopo con riflessiva e amorosa generosità. Ma non ha potuto. Se n’era già andata.

 

 

* I due frammenti sono tratti da: Anna Malfaiera, E intanto dire, Il Ventaglio, 1991

** I versi citati tra virgolette sono tratti da: Maria Jatosti, Imperativo involontario, Forum/Quinta generazione, 1994

 

 

Poche notizie

 

Nasce a Fabriano nel 1926. Si diploma presso la Facoltà di Magistero di Urbino.

Nel 1961 si trasferisce a Roma dove lavora al Ministero della Pubblica Istruzione.

Collabora alle riviste letterarie “Letteratura”, “Galleria”, “Fiera letteraria”, “Cervo volante”, “Il cavallo di Troia”. Le sue poesie sono pubblicate in varie antologie, tra cui Poesia italiana oggi, curata da Mario Lunetta, Newton Compton Editori 1981.

Muore a Roma nel 1996.

Fermo Davanzale, Rebellato, 1961; Il vantaggio privato, Sciascia, 1970; Lo stato d’emergenza, con disegni di Valeriano Trubbiani, La nuova foglio editrice, 1971; Verso l'imperfetto, a cura di Adriano Spatola, introduzione di Alfredo Giuliani, Tam Tam, 1984; Tra il 1987 e il 1989 si occupa di teatro e scrive il monologo La Nuova Carmen che viene più volte rappresentato. Seguono: E intanto dire, a cura di Mario Lunetta, Il Ventaglio, 1991; 27, Rue de Fleurus, Il Ventaglio, 1992; Il più considerevole, Anterem Edizioni, “Collezione del Premio Lorenzo Montano”, 1993.

 

 




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