PRIMO PIANO
STUDI LETTERARI
Un grande passione interpretativa “Per leggere Luigi Meneghello”


      
Ampie considerazioni sul bellissimo saggio di Luciano Zampese “La forma dei pensieri” (Cadmo, 2014), in cui viene acutamente notomizzata l’intera opera dello scrittore di Malo. Dai testi narrativi a quelli critici e teorici, alle sue originali traduzioni che ‘trasportavano’ pagine in inglese in dialetto vicentino. Concittadino dell’autore di “I piccoli maestri” lo studioso ‘ascolta’ dall’interno la lingua meneghelliana, ne sa cogliere ed apprezzare le infinite sfumature col talento del linguista e del filologo. Riesce così a guidare il lettore in tutti gli aspetti formali, le cifre stilistiche, i dettagli tecnici di un percorso letterario tra i più rilevanti del secondo Novecento.
      



      

 

 

di Ernestina Pellegrini

 

 

Sono felice di recensire qui su “Le Reti di Dedalus”, la rivista del sindacato scrittori, il libro di Luciano Zampese su Luigi Meneghello, uno scrittore che non ho mai smesso di studiare, dagli anni Settanta a oggi. Il libro di Zampese si intitola La forma dei pensieri. Per leggere Luigi Meneghello[1]. È un agile, rigoroso, informatissimo profilo, dove si mescola racconto critico, analisi filologica e linguistica e chiarezza informativa e didattica. Sono andata a cercarmi altre cose scritte da Zampese per capire che natura di studioso fosse. Ho trovato soprattutto saggi di linguistica e filologia e alcuni interessanti studi dedicati alla lingua e allo stile di Meneghello (per esempio, c’è un saggio, scritto in collaborazione con due colleghe dell’Università di Basilea, sulle coordinazioni con la virgola, in Libera nos a malo)[2], nonché un libro di carattere comparatistico sulla figura di Ulisse, dai poemi omerici fino a Saba, Pavese e Malerba[3].

Anche in questa ricca monografia sullo scrittore veneto troviamo in primo piano il linguista e il filologo che, vivisezionando i corpi testuali in tutta la loro complessità elaborativa, fa sentire quanto superficiale e generico possa talvolta suonare certo impressionismo critico di alcuni pur autorevoli lettori.  Inutile dire che il linguista e il filologo costruiscono l’ossatura del libro, ma poi viene fuori dell’altro. Al rigore scientifico si sovrappone lo sguardo di un “lettore caldo”, complice, un po’ storico, un po’ letterato, un po’ a tratti perfino scrittore in proprio, che fa un’operazione molto particolare che trovo difficile spiegare, ma che costituisce “la virtù senza nome” del libro.  Luciano Zampese, con questo ricco laboratorio di strumenti critici ci dimostra non solo come Meneghello divenne Meneghello, tappa per tappa, ma soprattutto entra nel cantiere dello scrittore, e scruta da vicino, sui testi (isolando singole parole, avverbi, congiunzioni, fenomeni di interpunzione), l’ambiguità costitutiva dell’opera letteraria (quel continuo uscire dalla forma e rientrarvi per tornare a negarla, come se questo movimento fosse un’estensione del paradosso del creare scrittura letteraria). Voglio dire che come critico, come filologo e studioso di linguistica, Zampese fa un’operazione difficile e sorprendente, cioè razionalizza l’ambiguità stessa, sottraendola, per così dire, al suo luogo originario, vale a dire alla naturale polisemia del linguaggio letterario. Egli opera così una sorta di compensazione, di travaso: estrae ambiguità dalla forma per immetterla nel contenuto, assumendo su di sé, sulla propria persona di critico l’irrazionalità che appartiene al linguaggio poetico. Per mostrare come funzioni questo meccanismo di commento critico faccio un solo esempio presente nel paragrafo 4 del capitolo 2, dedicato alle traduzioni, ai trasporti e ai trapianti, che ha al centro uno dei testi che esplicita con chiarezza l’interdipendenza fra parti chiare e oscure di un testo letterario, vale a dire Il turbo e il chiaro.

 

La metafora dello specchio, particolarmente cara a Meneghello, permette di riconoscere nel riflesso la fisionomia del testo originale, lo illumina ma lo fa di sghembo, dichiarando il punto di prospettiva, l’angolo di incidenza da cui si osserva, ossia la matrice linguistica e culturale del dialetto di Malo. È così che possono venire alla luce parti in ombra: la visione obliqua muta la distribuzione dei rilievi. Se ogni testo ha il turbo e il chiaro, la traduzione ha come effetto di modificare l’angolo di illuminazione (p. 97).

 

Ma credo che questo profilo totale dello scrittore abbia un indubbio valore aggiunto essendo stato scritto anche dall’interno del mondo rappresentato sulle pagine di Meneghello. Luciano è veneto, vicentino di nascita e abita attualmente a Thiene (la cittadina dove Meneghello ha avuto casa e ha trascorso gli ultimi anni della vita. Zampese, quindi,  riconosce d’istinto lingua, radici e paesaggio del mondo che studia e descrive.





Questo libro, stampato da un editore toscano, Franco Cesati, esce nella collana diretta da Franco Musarra dell’università di Lovanio, dove si pubblicano alcune delle opere migliori scritte da italianisti dispatriati. Ecco un’altra sinapsi biografica con Meneghello: anche Zampese è un dispatriato part-time, perché insegna all’università di Ginevra e al Liceo Classico di Thiene. Il titolo del libro è La forma dei pensieri, che già individua i due oggetti primari della analisi critica: le forme e il pensiero. In primo piano sono, infatti, gli aspetti formali, le cifre stilistiche – anche là dove questi aspetti sono mimetizzati dentro un discorso storico e biografico – ma poi il vento della prosa (direi la sostanza profonda del libro) diventa un altro, come è suggerito sin dalle due epigrafi iniziali:

 

La prima è da Rivarotta:

In definitiva, penso che le cose che facciamo contino in proporzione al grado di passione, alla carica di impegno e di amore con cui le facciamo.

 

La seconda è da Le Carte:

Forse non sono le cose e le creature del mondo che sono straordinarie, ma il modo in cui le percepiamo, con troppa passione. La passione, si direbbe, illumina e acceca.

 

In questo libro, infatti, c’è un grado di passione ad alto tasso per la roba meneghelliana. Una passione che illumina, ma che per fortuna un po’ anche acceca (cioè rapisce, trascina il lettore-critico e con lui il lettore del lettore-critico). Volendo usare una formula, la ruberei a Giacomo Debenedetti che la coniò per definire la letteratura di Tommaso Landolfi: illuminismo delle tenebre (dove la funzione di soggetto sta nelle tenebre). In questa monografia – dove ci sono tutte le informazioni che ci devono essere per una fruizione didattica – c’è dentro una passione interpretativa che illumina e acceca (e il fenomeno dell’accecamento è per me fondamentale), nel senso che gli strumenti affilati della filologia, della linguistica e della sociolinguistica, che aprono tante porte dell’interpretazione dei testi, non vengono utilizzati per contenere e piegare la passione del lettore, semmai avviene il contrario, ed è la passione a far lievitare l’interpretazione linguistica e filologica. Così questo impasto di passione e rigore tecnico ha prodotto un testo critico importante, necessario, scritto con piacevolezza a tratti narrativo-descrittiva (penso soprattutto alle parafrasi esplicative di molte citazioni), un libro che richiede comunque una seconda lettura lenta, al microscopio, perché è talmente ricco di riflessioni, scoperte, dettagli tecnici sul mondo letterario dello scrittore che è un peccato non registrarli e goderli tutti come meritano. Bisogna leggere questo libro muniti di lapis colorati e di  evidenziatori per marcare di volta in volta le tante mappe di lettura offerte dal critico (la mia copia è piena di cicatrici di inchiostro che evidenziano i miei numerosi passaggi), per cogliere i “capricci alati” dell’autore e del suo critico.

Quale l’orizzonte d’attesa? L’orizzonte d’attesa è prima di tutto quello indicato nella premessa, cioè la platea dei lettori appassionati e curiosi di roba meneghelliana. Insomma, in primo luogo noi, qui. Ma il libro è fatto anche per gli studenti universitari e per quelli delle scuole superiori –  visto che un brano dei Piccoli maestri è stato inserito quest’anno nelle prove Invalsi – perché è strutturato e scritto con maestria didattica, chiarezza invidiabile e volontà informativa a tutto campo.

 

Vorrei dare un’idea del libro, senza essere pedante. Per esempio, trovo molto efficace il modo con  cui Zampese riesce a far agire i tre volumoni delle Carte (gli scartafacci del retrobottega meneghelliano degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta), il mega-retro-testo che Gigi Meneghello chiamava il suo Zib. Per Zampese  questo intermittente diario intellettuale sarebbe “un riferimento ineludibile” e andrebbe visto come una sorta di “palinsesto frammentario che da un lato sovrascrive o affianca precedenti materiali manoscritti e dall’altro prefigura le opere maggiori”. Zampese ricorda, a questo proposito, anche la definizione data da Franco Marenco che vede in questi materiali di officina “quasi un manifesto etico estetico”.

 

Meneghello è “uno scrittore che dà gioia” – ha scritto Starnone – ed è un crimine la pedanteria. Zampese lo sa bene ed è riuscito davvero a fare un libro rigoroso, messo a punto con amore e sapienza tecnica, che è anche un libro molto divertente, perché riesce a tessere un dialogo col proprio autore, attraverso le tante citazioni (alcune bellissime, che non ricordavo) e il relativo commento. L’aspetto quasi antologico – di uno sguardo critico che pone sempre in primo piano il testo – è uno degli aspetti più efficaci di questa monografia che costituisce una pietra miliare negli studi sullo scrittore. Zampese costruisce con eleganza intrecci continui fra la scrittura letteraria e quella autoriflessiva, di autocommento dell’autore, perché questa dell’autocommento, del registro che io definii, nella monografia Cadmo del 2003, “un romanzo teorico a puntate”,  è di centrale importanza per capire l’evoluzione della poetica continuamente in fieri di Luigi Meneghello, apprendista-artigiano-mago della scrittura letteraria. La messa in luce puntuale di questi intrecci fra la scrittura letteraria e quella autoriflessiva dimostrano una cosa a mio parere fondamentale, dimostrano che il pensare e lo scrivere (e così la ricerca infinita delle “forme del pensiero”) fanno tutt’uno in Meneghello e danno vita a una intertestualità costitutiva (molto ben studiata, in più occasioni, da Franco Marenco). Viene citato, a questo proposito, un frammento dei Fiori a Edimburgo, da La materia di Reading:

 

Io scrivo sempre: è un processo continuo, occasionalmente disturbato dalla pubblicazione di qualche libro. Tutti i libri che ho pubblicato sono collegati tra loro, come vasi intercomunicanti: c’è dentro lo stesso fluido che passa dall’uno all’altro.





Luigi Meneghello


Luciano Zampese è riuscito a individuare nei minimi dettagli e nell’insieme il movimento di questo fluido di scrittura e così le reti di relazioni che legano e slegano questi vasi comunicanti, procedendo in due modi: uno cronologico e l’altro tematico. Questi due binari interpretativi, quello cronologico e quello tematico, si intersecano e si integrano in ogni pagina di questo splendido profilo critico, che mostra come la vita e la letteratura sulle pagine meneghelliane possano essere, in senso alto, reciprocamente e miracolosamente infestanti. Si può arrivare a dire che per lo scrittore non ci può essere l’una senza l’altra.  Ci sono alcuni passaggi del discorso critico che rivelano la presenza di un vero e proprio contagio letterario – come è inevitabile che avvenga davanti a opere profondamente amate e studiate, dove il critico non entra nel testo soltanto munito di bussole e manometri culturali, ma entra in quel testo, a tratti, nudo e crudo (come suggeriva Gide) – contagio  letterario, dicevo, specie là dove l’aculeo tecnico lascia spazio al fuoco di un’intuizione (allo slargo di un’empatia). Insomma, con questi giri di parole voglio dire, che in questo libro, non troviamo mai un critico in livrea. Affiora qualcosa di più, di felicemente eccedente (il turbo prende la mano). Sintetizzo di sghembo la faccenda citando in coda uno dei trasporti di Meneghello. Il discorso a cui faccio riferimento si intitola Il turbo e il chiaro; è una lezione da lui tenuta a Ca’ Foscari a Venezia, il 15 aprile 1994 [ora raccolto nel volume La materia di Reading e altri reperti (1997)]. Il turbo e il chiaro sono parole che rimandano a Dante (Paradiso, canto secondo, Beatrice che spiega la natura delle macchie lunari) e servono allo scrittore vicentino per dimostrare che ogni testo letterario ha parti chiare e parti oscure, torbide, per la natura delle nostre lingue e per la natura delle nostre menti; tanto che forse si potrebbe finire col dire, forse, che un vero scrittore è in qualche modo sempre ostaggio della propria scrittura (così come ogni artista è ostaggio della propria arte, e della propria passione per l’arte). Per dire qualcosa di simile a questo, Meneghello si serve di quattro versi di Roy Campbell, il poeta sudafricano. Sono versi che girano intorno a certi romanzieri sudafricani e al loro eccessivo controllo della materia e della tecnica. Il testo inglese è tradotto da Meneghello in dialetto vicentino.

 

In inglese:

You praise the firm restraint with which they write.

I’m with you there, of course.

They use the snaffle and the curb all right,

But where’s the bloody horse?

 

In dialetto vicentino:

Lu loda el gran ritegno de’ sti scritori.

Mi son con lu, salo?

I ze bravi a tirare le rèdene,

ma, sacramento, ’ndo zelo el cavalo?

 

Anche Zampese – vorrei suggerire – gioca di redini e lascia andare il cavallo, dando vita a un vero e proprio ritratto critico; anzi mi verrebbe da dire che siamo di fronte alla prima vera monografia, al primo profilo completo sullo scrittore, dove anche tutti gli studi particolari e specialistici usciti a livello internazionale trovano la loro sintesi e il loro commento. Non manca nessuno dei critici: in certi momenti, soprattutto nelle note, sembra di entrare nel brusio concitato di un parlatorio immaginario, che Luciano si diverte a ordinare e a gerarchizzare.

Nulla è trascurato, in questo libro, tutto viene affrontato con rigore scientifico invidiabile. Basta guardare – per rendersene conto – la bibliografia finale ragionata dello scrittore e sullo scrittore (con l’aggiornamento bibliografico 2006-2013), per capire il valore scientifico ma anche didattico di questo lavoro, che ha il pregio di presentare molti materiali inediti interessantissimi. Troviamo, infatti, materiale d’archivio estratto dalle carte dello scrittore depositate e inventariate nel Centro Manoscritti dell’Università di Pavia. Ma troviamo anche le lettere a Licisco Magagnato, presenti nell’Archivio omonimo di Verona, delle quali si può trascrivere qui un piccolo frammento, in cui lo scrittore racconta all’amico i primi giorni a Reading, l’invito a casa di Sir Jeremy “a fare le ore piccole col vischi, nel suo piccolo alloggio, caldo e bello, pieno di Moravia, Einaudi, Belfagor, Eliot, James”, dove  manca però  il “gusto per la vita”:

 

Fortunatamente non sono “intellettuali”, non hanno nessun pallino, […]. Sfortunatamente non hanno gusto per la vita. Quel tanto di lieto, di candido e di solenne in certe esperienze non pare l’abbiano conosciuto mai. Lo spettacolo delle faccende qui del pianeta può al massimo divertirli, sinceramente. Mi domando perché questo plurale: mi accorgo di dare assai bado ai tratti psicologici dei miei ospiti. È chiaro che non implica niente, ma è difficile non farlo (Archivio Licisco Magagnato, n. 1704, busta 99).

 

Ma ci sono anche i giudizi scolastici conservati nell’archivio del Liceo Pigafetta a Vicenza (sulla carriera di uno studente “troppo intelligente”). Materiale prezioso si trova in alcune note, come quella che riporta una comunicazione personale di un docente, Ferdinando Offelli, che nell’anno scolastico 1974-75, in una scuola media del vicentino, fece un esperimento sull’uso del dialetto, uscito in un ciclostilato intitolato Il dialetto a Zugliano, meticolosamente revisionato da Meneghello, arzillo e scorbutico, alla presenza del professore e di Katia “sfiancati da questa sua meticolosità” (p. 102).

Per completare il quadro, Zampese fa una scelta critica molto originale, ha recuperato e usato le prime recensioni uscite a caldo di ogni singola opera, rivelando spesso come alcuni fra i primi, autorevoli lettori (Carlo Bo, Lorenzo Mondo, Alessandro Galante Garrone etc.) avessero colto nel segno, individuando temi e tendenze della scrittura meneghelliana che i lettori degli ultimi decenni hanno poi avuto cura di documentare sulle carte autografe. Inoltre, Zampese, nel corso della sua lettura verticale e cronologica delle opere, riesce  a individuare le ricorrenze di parole e concetti chiave, costruendo una specie di glossario, di paradigma indiziario, enucleando così quelli che chiama i “nuclei gravitazionali” attorno ai quali nasce e prolifera l’immaginario dello scrittore. Un altro polo di interesse di Zampese è rappresentato dalle varie forme e dai vari ritmi dell’ironia e poi dell’umorismo, del wit anglosassone,  e del comico, il loro slittare l’uno nell’altro sulle pagine dello scrittore, far splendere il loro interplay complesso e irresistibile. 





La tomba di Meneghello e della moglie Katia Bleier a Malo


Il libro è suddiviso in due parti speculari. La prima, di sette grandi capitoli, è formata da veri e propri saggi che si muovono per temi e zone interpretative. Dovrei precisare che questa prima parte si apre con un capitolo 0 (zero) – come se fosse una piattaforma generativa da cui tutto prolifera per diramazioni necessarie, a titolo Un bambino troppo intelligente (ricordate la faccenda dell’accecamento di prima?) – un capitolo zero a cui fanno seguito sei capitoli, suddivisi in tanti paragrafi così intitolati: 1) Il sugo di vivere a Malo; 2) L’esperienza e la scrittura; 3) Uno studente troppo bravo: lo schooling; 4) Dai GUF al Partito d’Azione; 5) Il Dispatrio e gli Italian Studies; 6) Katicabogár, che ha al centro la moglie Katia Bleier (un capitolo, questo, dove la forma critica di Luciano ha toni lirici e quasi commossi assai suggestivi, appoggiati sulle non molte citazioni che la riguardano):

 

[…] La potenza (e anche la bellezza) della sua persona è colta da Meneghello attraverso un termine dantesco, ‘petroso’: “il diaspro della personalità di Katia” (Nuove Carte, 13 febbraio 2005, p. 84); è in lei che si può trovare filtro-protezione dal mondo, sempre più necessario mano a mano che cresce la fama letteraria con i suoi obblighi e i suoi riti : “lei sa come sono le persone, io sono ingenuo; lei sa come sono le cose, io no” (intervista con L. Tornabuoni, 1974) e ancora in lei si immagina l’estremo assoluto riparo: “Stanotte mi sono (brevemente) sentito morire, e mi sono preparato a spirare nelle braccia di K. Abbastanza serenamente e senza chiedere aiuto” ( Carte II, 5 agosto 1973, p. 167).

 

La seconda parte del libro è costituita da utilissime e puntuali Schede di lettura sugli scritti principali di Meneghello, vere e proprie tessere dove campeggiano i perfetti congegni degli apparati filologici, sulle varie edizioni, le varianti, le traduzioni etc.:

 

Infine. Si è cercato di non dare (quasi) nulla per scontato, evitando al tempo stesso di appesantire il testo: a questo scopo ci è parso determinante fornire al lettore un ricco apparato di ‘schede di lettura’ degli scritti maggiori. Qui si possono trovare la tramatura narrativa e/o tematica dell’opera, puntualmente illustrata da citazioni interne all’opera stessa (o più raramente dalla intertestualità d’autore e da contributi critici), alcune valenze del titolo, le indicazioni bibliografiche delle varie edizioni, eventuali elementi paratestuali, e i riferimenti principali a testi di auto commento relativi all’opera in esame” (p. 19).

 

In una lettera Luciano Zampese, rispondendo a una mia domanda, mi ha spiegato la complessa, laboriosa, tormentata genesi del libro:

 

[...] il libro, l’avevo cominciato a scrivere come ‘libro dello schermo’, per evitare l’assillo di un lavoro che devo ancora finire di linguistica ma che sconfina nella stilistica (?), e poi  mano a mano che scrivevo in origine era un articolo sentivo che mi stavo impelagando nel solito pelago infinitamente più grande delle mie barchette di carta: e allora cercavo di riscrivere di tagliare di ririscrivere e quando rileggevo trovavo sempre qualcosa che non andava, cadeva una frase di qua, un’altra traballava di là, mettevi in piedi un capoverso e intanto risaliva dalle note la necessità di un altro capoverso, forse due, il testo si gonfiava e diventava pallosissimo... a ottobre volevo lasciar perdere tutto... poi Pietro [De Marchi] mi ha dato coraggio... e boh... ho finito a un certo punto di ririririfare, ho chiuso gli occhi e ho spedito all’editore.

 

Pietro De Marchi ha avuto, dunque, il merito di spingere Luciano a portare in fondo il suo prezioso lavoro, che non ha più nulla di provvisorio. È un perfetto e affascinante percorso critico, di cui posso solo segnalare qualche spunto qua e là, leggere qualche passaggio – sempre che mi lasciate ancora un po’ di tempo. Se non vi siete stufati.

Ci sono pagine nel primo capitolo sulla natura delle province (The provinces), dove Malo è descritto come uno dei luoghi “meno provinciali del mondo”, dove si conosce, come nell’Atene antica,  “un’esperienza intensificata del vivere”. Ci sono pagine sull’importanza e le ricorrenze del termine “apprendistato”, sul lavoro intellettuale sentito come “un onesto mestiere”,  a cominciare da alcuni articoli su “Comunità” (centrale quello dedicato a Beatrice Webb) per finire con la lectio magistralis a Palermo del 2007. Ci voleva un filologo e linguista del calibro di Zampese per mettere in luce tutta la dimensione artigiana, in senso alto, della scrittura di Meneghello.  Ci sono pagine molto interessanti sul legame tra etica ed estetica, sul succo politico di opere come i Piccoli maestri o Bau-sète! Una miniera di informazioni nuove, di scoperte, che Zampese offre al lettore senza prendersi i meriti che noi tutti gli dobbiamo. In una nota, a p. 48, si riporta e si commenta una traduzione di Meneghello della Casa dei doganieri di Montale (su cui, in altro contesto, Zampese ha scritto un intero saggio).

 

Forse il capitolo che preferisco, dove riluce la maestria del linguista alle prese con le mirabilia stilistiche di Meneghello è il secondo, L’esperienza e la scrittura, dove sembra accadere un effetto curioso di dialogo a distanza fra i due linguisti, sulle relazioni fra oralità e scrittura, sulla “triangolazione complessa tra rumori-cose, pensieri e parole”. E poi Zampese individua la fonte della “forma dei pensieri”  e della “forma dei rumori”, così importante nei libri di Meneghello (tanto da dare il titolo anche alla sua monografia) nel poeta irlandese Dylan Thomas (lo fa in una nota, a p. 57), toccando uno dei nuclei genetici della scrittura. Lo studioso insiste poi a lungo sulla valorizzazione della forma scritta rispetto all’oralità, forma scritta che per Meneghello pare contenere “un grado meno insopportabile di ambiguità esistenziale”. E riporta, a questo proposito,  una citazione dal primo volume delle Carte: “Scrivere contiene un acido che incide, è una tecnica forte”.

Per gli addetti ai lavori, insomma, è un piacere puro intrattenersi con le analisi che Zampese fa sugli opportuni artifizi e sui trucchi della scrittura, nella quale viene incanalata mirabilmente l’acqua scura, informe, la corrente confusa della lingua madre, la splendida e fondamentale, profondissima e ctonia Acqua di Malo. E qui il fatto di essere veneto, di sentire dall’interno la lingua, fa per lo studioso – inutile sottolinearlo – una differenza radicale, perché riesce con naturalezza (e umiltà) a far sprizzare luci su quei perfetti e misteriosi congegni verbali, su quella “parole-diavoli” tirate fuori dal pozzo, su quelle “rotelle che girano su perni filiformi” (dal Discorso in controluce). E ancora pagine molto belle sono quelle dedicate allo studio dei “residui” linguistici, delle parole fossili, che sono le molle acustiche dei racconti che riprendono vita nelle “parole di Mino”, l’impareggiabile fuoriclasse dell’oralità.





Zampese non si concede mai a una lettura di superficie di temi e metafore, è piuttosto attratto dal complesso intarsio dei livelli linguistici e testuali del cantiere letterario meneghelliano e cita, come compagno di strada, l’amico caro, scomparso, Marco Praloran: “Il distacco dello scienziato nega l’epos, la mimesis, nega, almeno apparentemente, la possibilità di ‘mettere in racconto’ il mondo studiato, non certo di usare il racconto – i meravigliosi racconti brevi di LNM – ma all’interno appunto di un mondo non narrato, ma ‘studiato’ obiettivamente”. Un mondo, quello meneghelliano, studiato obiettivamente e poi reso in una forma scritta che riproduce, per approssimazione, il parlato. È interessante, infatti, vedere come si realizzi per approssimazioni progressive e mai conclusive quella che chiamerei, con Enrico Testa, “una simulazione di parlato”, o per dirla con le parole stesse di Luciano “una mimesi riflessa, creativa del parlato”.  Questo non significa studiare come si arrivi a scrivere “come si parla”, ma piuttosto come si arrivi a scrivere “come se si parlasse” – che è tutta un’altra cosa. E qui, voglio fare una lunga citazione di due mezze pagine di Zampese, per mostrare come funzioni l’operazione critica sul testo. Il punto di partenza è un brano da Pomo Pero, dove gli autori in gioco sono tre: una cugina dello scrittore, Marta, maestra elementare, lo scrittore stesso e Dante (cfr. il grande attacco del canto XXIII del Paradiso):

 

[…] La nuova sequenza si apre, dopo un salto di riga, con un nuovo racconto, o più precisamente con il racconto scritto di un racconto a voce:

 

Il baccano (dice) lo fanno con le zampette, e anche coi becchetti, è una gragnuola improvvisa, una cosa che fa impazzire. Partono nell’istante stesso che vedono spuntare l’alba, loro stanno lì sopra il tetto fermi e attenti, guardando fisso dalla parte dove spunta, e io lì sotto con gli occhi aperti e il cuore che mi batte aspetto che la vedano spuntare. È come uno scoppio: pestolano con le sattèlle sopra le lastre, e coi becchetti picchiano nella grondaia, è come se mi cucissero con la macchina da cucire…[…] (PP, p. 686).

 

Il breve segnale in inciso richiama l’origine orale del racconto: Meneghello sta riproducendo una voce, il ritmo del parlato, in una precisa, irripetibile situazione comunicativa. Il passo viene commentato nel Discorso in controluce:

 

Sentite che ciò che conta (la molla motrice: robusta, ma molto delicatamente registrata) è il ritmo delle parole di mia cugina, e dietro a esso il ritmo dei suoi pensieri: un ritmo che ascoltandola ci pareva incalzante, emozionante…, è lei la prima autrice di questa pagina, però sono coautore anch’io (MR, p. 1379).

 

Un pezzo per voce e scrittura insomma, e sarebbe interessante soffermarsi sulle forme destinate a trascrivere il parlato. Ci sono i trasporti dal dialetto, che conservano nel lessico la breve traccia dell’originale (pestolano, sattèlle), e un segnale di sintassi marcata esibito in apertura, una dislocazione a sinistra dell’oggetto con ripresa pronominale, tipica (ma non esclusiva) del parlato: “Il baccano (dice) lo fanno…”; il costrutto è funzionale alla mise en relief del tema, di quello che sarà l’argomento del discorso, il baccano, appunto. Ma c’è soprattutto la ricerca di una particolare forma espressiva attraverso la sintassi paratattica, le coordinazioni in accumulo scandite nei tempi dell’asindeto e della virgola (arricchita o meno dalla coordinazione copulativa: “…, e…”, con effetto di stacco e ripresa), cui si affiancano movimenti appositivi, spesso di riformulazione, talora moralizzato dal come comparativo-ipotetico: “come uno scoppio”, “come se”, a testimoniare la ricerca di analogie e al tempo stesso a dichiararne la natura di approssimazione (pp. 78-79)

 

Come è ovvio alcune parti sono più originali e innovative di altre, per esempio quelle dove  Zampese entra nei testi più specificamente teorici e di attenzione linguistica e grammaticale dello scrittore, opere come Maredè Maredè, come Il Tremaio, parti in cui può con competenza mostrare le tensioni fra dialetto e grammatica, o meglio svelare i lati “eslege” della lingua popolare parlata, o là dove si sofferma sulle esperienze linguistiche incavicchiate nella realtà, o ancora lavora sulle ferite profonde che hanno fatto delle “croste” in dialetto. E qui, a sorpresa, in una nota compare perfino il grecista (perché la formazione prima di Zampese è quella di studioso della lingua e della letteratura greca antica), il grecista che paragona le parole in dialetto alle “parole omeriche” e al prelinguaggio dei sensi e dei movimenti del corpo, rivelando la sostanza fonica, il corpus sonoro dell’epica maladense.





Risultano poi interessantissime, per la prospettiva teorica e comparatistica, i paragrafi dedicati alle traduzioni, ai trasporti, ai trapianti (par. 2.4 per esempio. Su Meneghello traduttore e tradotto). Ci sono analisi minuziose sulle traduzioni personalizzate e creative di Meneghello (su cui già c’erano gli studi di De Marchi, di Chinellato e di Corazzol), pagine sulle teorie di Meneghello sul tradurre quasi “a libro chiuso”, quasi lo scrittore propendesse per un’idea metafisica della traduzione (vicino alle tesi di Walter Benjamin o di Pessoa), una traduzione maieutica che “va a colpire punti nevralgici del testo”. Permettetemi qui di riprendere alcune mie osservazioni fatte in altra sede e pertinenti a quello che anche Zampese mette bene in luce nella parte conclusiva del secondo capitolo. Lo scrittore-filosofo-traduttore si chiede: “che cosa mi interessa davvero nelle scritture letterarie?” E si accorge di poterlo dire soltanto mostrando esempi, citando da opere letterarie, soprattutto riesce a farlo attraverso l’esperienza della traduzione, anzi attraverso  i trasporti” – come li chiama lui da una lingua a un’altra, da una cultura a un’altra, da un campo del sapere a un altro. Magari il processo si illumina traducendo dall’inglese in dialetto vicentino, come nella traduzione del madrigale per Anne Gregory, di William Yeats quello che comincia: “Never shall a young man / thrown into despair / […] Love you for yourself alone / and not for your yellow hair”, che è come dire: “Non sarà mai che un giovane / che gema e si disperi” per la bellezza dei capelli biondi di lei, anzi per gli “alti bastioni color miele”, possa amarla invece per sé sola, “e non amare soltanto (quasi in separata sede) la meraviglia dei biondi capelli, lo yellow hair. Sono tre strofe a botta e risposta. Parafraso. Lei, la donna, Anne Gregory, dice che proverà a tingerseli, i capelli, “castani, corvini, carota”, perché i giovanetti disperati la amino per amore di lei sola, e non per lo yellow hair. Ma il poeta replica che la sera prima ha sentito un vecchio religioso dichiarare che ha scoperto un tesoro con cui si prova “che solo Dio, mia cara, potrebbe amarla per lei sola e non per i suoi yellow hair. È chiaro che c’è qualcosa di non frivolo in questa poesia. C’è peso filosofico. C’è il tema sottostante della potenza misteriosa della bellezza, e c’è il richiamo al gioco amoroso e in particolare all’accoppiata gioventù-amore disperato, e c’è perfino “l’improvviso intervento di Dio in veste d’autorità suprema in fatto di bellezza delle donne, e dunque di unico possibile amatore perfetto della loro impalpabile essenza ‘in sé’”. Ma a Meneghello pare, e pare anche a me, che l’enzima essenziale, rivelato dalla sonda letteraria, stia piuttosto proprio in quella unica “ostica parola yellow”. Il punctum micidialmente compresso dell’intera composizione. Sono effetti di compressione e di sorpresa, c’è qualcosa che conferisce alla materia un “effetto energizzante”.

Anche il terzo capitolo del libro di Zampese, dedicato allo Schooling risulta pieno di sorprese critiche: ci si sofferma sui vizi dell’establishment, sui contravveleni della lezione resistenziale e sulla figura carismatica di Toni Giuriolo; sul “carattere di inchiesta” dei Fiori italiani (credo che questa definizione del quarto libro di Meneghello sia particolarmente originale e calzante). Sull’esperienza giovanile nei GUF. Zampese ritrova e cita un contributo preistorico di Meneghello sulla rivista  “Gerarchia” del giugno 1940, che gli permette di entrare poi dentro il nucleo forte dei rapporti fra prassi artistica e azione politica (altro aspetto, questo, centrale, dell’interpretazione). E qui l’analisi linguistica apre una vera stanza delle meraviglie: sull’uso del segnale avversativo “tuttavia”, con riflessioni sulle tecniche linguistiche di sdoppiamento di sé, sulle esibite incoerenze, i salti tematici che permettono di parlare sul vuoto (sul linguaggio politico come non-linguaggio), e infine riflessioni sulle conquiste dei registri dell’antiretorica, sulla figura di Toni Giurolo, sulla sua concretezza e sobrietà umana e per certi versi disumana, iperuranica, santa.

Insomma, un tesoretto di documenti inediti importanti danno corpo alle pagine sull’esperienza dei Piccoli maestri e sul dopoguerra, sui temi e gli stili di Bau-sètte. Zampese si serve di mirabili citazioni dal terzo volume delle Carte, dove campeggia il brano bellissimo sulla “camera degli specchi”:

 

D’un tratto mi accorgevo di avere a che fare non con le immagini riflesse delle cose, ma con le cose: e queste parevano nettamente diverse dalle loro immagini, molto più ordinarie ma insieme gonfie di forza, travolgenti. […] Per la prima volta nella mia vita sentivo di vivere come mi portavano a  vivere il tempo e i luoghi in cui vivevo, anziché il giro dei miei pensieri. Mi ero voltato, ero uscito dalla camera degli specchi…Non è che mi sentissi liberato da una prigione, in fondo la camera degli specchi è il luogo dove sono veramente a casa. Ora era come essere stato coinvolto in una caotica vacanza (Carte III, pp. 19-20).

 

Potrei continuare a lungo nel valorizzare ciò che mi è piaciuto e che ritengo interessante nel libro di Luciano Zampese, ma è giunto il momento di chiudere il discorso. Finisco così su un passaggio che noi comparatisti chiamiamo di imagologia. Su Meneghello imagologo, cioè interessato, ironicamente a una specie di psicologia dei popoli (cfr. pp. 155-156) , sui “paradigmi etici” degli inglesi (“Man of Action”) – da contrapporre al “Man of Thought” dei francesi e al “Man of Passion” degli spagnoli – per chiedere a Luciano Zampese, che un po’ è veneto-italiano (da Thiene) e un po’ è svizzero: “Ma tu che diavolo di studioso sei? A quale ethos appartieni?”.

 

 

 

 



 

[1] L.Zampese, La forma dei pensieri. Per leggere Luigi Meneghello, Franco Cesati Editore, Firenze 2014.

 

[2] Cfr. A. Ferrari – M. Mandelli – L. Zampese, Coordinazioni con la virgola. Con un’applicazione  a Libera nos a malo di Luigi Meneghello, in Maria Antonietta Terzoli, Alberto Asor Rosa, Giorgio Inglese (a cura di), Letteratura e filologia fra Svizzera e Italia. Studi in onore di Guglielmo Gorni, III, Edizioni di Storia e Letetratura, Roma 2010, pp. 289-315.

 

[3] Cfr. L. Zampese, Ulisse: il ritorno e il viaggio. Un mito universale tra passato e presente, Libri Liberi, Firenze 2003.




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