LUOGO COMUNE
INEDITI
“Scrittura privata”


      
Pubblichiamo un reperto ‘storico’, una vertiginosa, inclassificabile prosa iperletteraria del sessantenne scrittore romano, composta nel 1977, dopo aver seguito il ‘mitico’ Laboratorio poetico diretto da Elio Pagliarani. Si tratta del primo e unico capitolo sopravvissuto. In coda un testo-testimonianza critica di Arnaldo Colasanti che risale al settembre del 1989.
      



      

di Gualberto Alvino

 

 

Devo a un capriccio del caso il ritrovamento nel fondo d’un baule a disegni provenzali di una mia antica e, dicunt, “leggendaria” prosa giovanile, composta in occasione del saggio di fine anno del Laboratorio poetico di Elio Pagliarani nel 1977, letta alla Tartaruga al cospetto dei novissimi e d’un folto pubblico di poeti in erba. Non ritrovo, ahimè o grazie al cielo, il séguito: più di trecento pagine finite (o lasciate andare) chissà dove. Spillate all’unico capitolo superstite, il primo, cinque paginette ingiallite, dattiloscritte e corrette a mano, di Arnaldo Colasanti, all’epoca il mio amico prediletto: recano la data 22 settembre 1989 e rappresentano, se non m’inganno, il testo più commoventemente terso ed esposto del critico sabino. Lo allego in calce al capitolo (dal quale, sia chiaro, sono ormai distante anni luce, come da Arnaldo e dalla sua idea di letteratura) perché lo reputo scavo di non infimo interesse storico.

 

 

* * *

 

 

Traggilo tosto, fia dunque al padre tuo l’orrendo stuolo? che fai? che fo? nol traggi? il traggo! E quando? Èvvi un Saùl, meschino, scorreratti per l’ossa, sulle scale sospirò e non s’avvide della lunga sciolta stringa insidiosa (di qua, di là, e sopra, sotto, sconvolvolante); ma, con mediocre ritmo, poi: sa dov’è saldo e sa dov’è più molle, sa dove è l’acqua bassa e dove è l’alta, dal fiume il petto e i fianchi e il capo estolle; o: come d’autunno tra due balze opposte, iscatenati turbini focosi s’accavallan tra loro, così l’un l’altro s’avviluppan gli eroi, roi compitò, roi, accordando la voce grassa per troppo tendere, roi, chioccia, slargate orbite, roi, roi.

 

 

Ruzzolò di botto, si drizzò, capitolò tacendo incredulo e, primo, non emise alcun rantolo sordo né punto gridolò né veramente, spaurito dal molto silenzio della tromba sgomento dal troppo buio, respirò; non si trovò, secondo, al fiero cospetto di Morte Falciatrice e, terzo, non rilasciò le membra: restò contratto, sì che d’un sùbito calcolo intuì la pochezza del sinistro e quartamente poi la vita passata ripassare non vide veloce e sapida in fondo agli occhi, nell’anima si dice, né sopra la pelle che d’oca non divenne dal trasalire immane. Vituperò, questo sì, della cruda il brutto Iddio, senz’astio l’immonda Madonna, Giuseppaccio il santo, marangone, e completando il trio il sozzo Lui; tuttavia, bellamente associando, non riandò i pomeriggi mesti di parrocchia, odorosi di cotto mais, d’inchiostri, caldacce minestre, unghie pulite a pena, e le sale diafane del giuoco, i pieni angoli le poche voci, l’attesa certo dei Bonanza, il grest, Figi maschile amico puberale, e dolce sbuffando infinite correre scale, l’osceno saluto, il celarsi fremere fra smagate menzogne spermatici veli quando seienne e adulto poi di quando in quando mantrugiava preci a rancori rancori a preci in chiesa là bestemmiando serafico, asciutto.

 

 

Né rammentò la volta, cadendo, rovinando, bella remota che dietro una vecchia in preci anch’essa meccanica prostrata, secca, la nuca storta, giù, di spalle (acquasanta bagnaticce dita a sfregolarle, sopra la tomba poi, mcccvii, pianissimo, l’intorno deserto, taluni spifferi di bassa stagione, impertinente eco e tic, passetti, chi, oh, scabrosi, l’ombra che fa, per navate scivola, macchia sante piccolette e grandocce, ma assali organo il ladro di candele in cascata ecco. Tabernacolo a dritta, il sozzo a manca Lui dal dito lungo accusator benevolo, ostensorio, pìsside, ma chiara tremenda l’insegna tr mendae ma  statis e fulminata, fulminato ie — celato deus da pretino officiante prima messa, freschetto, incenso in narici e lei rapita kappa di lontano alfabeto, rosario tra dita, ossute no, impalpabili, carnose rosee, inanellate persino): ghignò dunque intascando la mano, serpesco rovistò nel solitario afrore, guaì compresso, epicureo il silenzio, tenebra guascona, e bestemmiò sopra tutti gl’iddii, qua là fissando l’ammiccante deus, pretino concedendo tra le alterne mosse del rito, e con lui stabilì congruenze feline, figurandolo miseramente candido, pelle vitrea, vitree dentro l’ossa tenerelle, e fratelluccio, soletto certo, c’esclude il mondo, ripudia.

 

 

Avrebbe in quell’acme voluto scaldargli l’impazzito cuore di prim’ufficio mariano, soffiare narrami narra di tua febbre carina, celestiale ubbriacatura, ché sviene in me la voglia il desiderio, decampa l’umiltà dolcina del volere, e sgraziato, scordato, compunto sii ma dimmi dàmmi caldo, accanto vienimi e per ciechi andiamo, sbilenchi e quante fèci del diavolo in terra sì; moltiplichiamoci, forse, feconda, lascia lascia ch’io germini altri me infiniti occhi per bere, e senti, facciamoci assoluta mantarra, transegna zimarra, ramifichiamo in volute iniziali, espandiamo, olio, per tutte le belle galassie, canzone, cerchio, meandro privo di buio provvisto d’uscite a mille, cosmogonia suadente, arco, mito, facciamoci mito davvero, con tanta enfasi, prosopopea a fiumi, abbracciati sopra la china un fiore fra i denti contandoci a turno favolette senza stile, sproloquî, fiondiamoci. Ma iracondo afferratolo, al culmine panico l’estrasse e ne addivenne crapulando perlappunto circa tutti gl’iddii, l’immonda senz’astio, marangone.

 

 

Ora tant’altro già, capitolando nel buio della tromba nel silenzio delle ripide scale. Né, cinque, pensò mentre cadeva a nulla: stette, può dirsi, dentro la caduta accoccolato con un gelido nonmenecale degli occhi sbarrati e, sei, non s’arrischiò d’altronde a numerare i gradini, che non gli parvero immensi, non gli parvero altissimi né doverosa gli parve resistenza ribellione commento all’evento cruento, puntellandosi a terra, avvinghiandosi forse a balaustra sporgenza ringhiera: si contentò di calmo ruzzolare, farsi buono torcere dalla rovina indebita, reo solamente d’aver d’occhio perduta la sciolta stringa, non più.

 

 

Di che non s’era ancor fatto prudente — la frode è qua —, ma finalmente consumò la caduta e, stato un poco senza levarsi, non ebbe tagliente l’impressione d’alcune facce, presenze, velata voce, luci, un muover d’aria no, e, sette, non esplorò il cappotto, la maglia per esempio, cappello, scarpe, guanti, catena d’orologio o i sette libri d’amati autori portentosamente illesi, e bene, anche, molto bene si guardò dal nettàr via le poche fèci di gatto tra i capelli, giusta l’usanza radi a stinte chiazze in timor d’alopecia, e apparecchiandosi a risalire, e risalendo, non s’arrestò meditando l’assoluta inanità della mèta né si sorprese colpito d’amnesia, né tampoco sostò tenendosi al muro, scrostato, diranno, ruvido al tatto, spezzandosi l’unghia, sibilando di pena sottile, di brivido fendente, né la cervice colle dita palpò traendole lorde di sangue o brani ad esempio di cervella; e biascicò tra sé dell’esito felice? e grazie, magari, a tanta notte illune, e dico quattro le stelle in cielo? Né volle, contandosi d’ilare computo l’ossa appurandole indenni, esclamare soppiatto: potrebbe qualcuno vedermi, sentirmi, scostando usci, lampeggiando, spiando il segreto di mia nuda intimità; o: e quale d’altronde fortuna? avrei forse spacciato un arto, il femore persino, l’anca, o avrebbe che so il capo potuto rompersi e com’uovo svotarsi sino alla fine: starei qui, ora, così, ignaro del come, perché, immemore, carponi, di tutto davvero, ascoltando il franamento del respiro, il rumore del molto sangue.

 

 

E allora Vicky, Novella o Eloisa forse, belletta mia bellina aulentissima rosetta, come invano e lungamente avresti lagrimato sulla mia sepoltura. Né seguitò, ripigliato il salire, sospirando nel vasto buio silenzio avvoltolato caldo entro il simpatico cimento narrativo: ella restò muta, Vicky alla nuova, bevendo a grandi sorsi, e con che amaro pasteggiò il sapore delle tante che avrebbe trascorso notti in terrore miocardico fissando la volta in ragnatele industriose, lavandosi entro il fondo piccino di corridoi spettrali, essa, il fetido stagnare dell’ignavia, il panico aritmico — lo udiva, il sobbalzante cuore, contratto prima e esplodente poi in scariche vitali —, declamando fors’anche in tronfie pose, divine, un passo avanti, un passo indietro, recando palme a fronte irsuta, serrandole in assorto rancore, flettendo il ginocchio, luminoso plaudente pubblico, egli pavido bersaglio floreale, intermittente la corta lagrima, astuta.

 

 

Né, otto, dopo per dire una pausa pensosa (in cui non vibrò d’alcuna vibrazione, non rifletté punto sopra la cattivissima prosa testé elaborata, non udì alcun rumore sospetto, sussurri o maldicenze meschine, alcun ratto invisibile sfrecciare a causa di folti bimbi incanagliti in corsa, non espettorò imbirbendo l’aria immota o scolorando al repentino sferragliare della cassa ascensoria, tremola, al cui verdastro interno di smerigliati vetri non travide uomo donna sclerotici scalmanare gatteschi intrecciarsi, né del resto fumando ché non n’aveva), proseguì l’ingrato tragitto ad altiora prorompendo chissà: noc noc, salmodiante disperanza in Bianca, Selenia, come soqquadro d’acque prenatali, pallida, e chi m’arpiona la lingua pensando, e il corpo il corpo dov’è che si perde nel rosa dei giardini serpeggiando come perché, e non più ti vedrò, dolcetto mio dolcino, soffiò stringendo il bracciolo dove sedeva, e la frase spirato cadendo su scale in un giorno ventoso d’aprile (biascicò, tossì) si spense.

 

 

Non trovò, nono, alcun pensiero splendente, nessun opaco pensiero cui mistico dar corpo vivo e voce, come d’altronde poteva in simile frangente, né trovò parole argute spezzoni dell’uso ardui latinismi consonanze arcaiche stupefacenti iperboli quartine sapide lasse, ellissi, e: cosa mai siete? non gridò né pensò di gridare, lupi? Quanto dovreste amarmi benché misero, frodato. Improvvido, sventato, altri finirebbe così, senza soccorso, nel niente, il capo lievemente reclinato, contrito il dorso, scabre di polveri le labbra e rivoletto di macro col tempo sangue bluastro, attonito, imbelle, o, con legittima ira: scomposta vita tu, truffarda! — enfie le gote —, non questo speravo ambulante pargolo per valichi ferrovie in saltellii di forre ginestre, racchiocciolato in macchie triviali, tramando sfaceli per il sobborgo angusto, apocalissi. Slontanavano di nomadi ardite carovane all’assalto d’acquitrinose terre glabre, squamate; principessa, non questo no, trascoloravi mio cielo, ti sciaguattavo in specchi d’erbe assolute, disanimato da piovaschi abrupti, caracollavo in te, mia perfida vita, traforella inquilina d’angustie e lontana la strada maestra lontanissima sì, pioggia, cara, benvieni, sprilla spruffa umidifica, e sole sole poi soccorri, asciuga asciuga tu, e più gagliardi siano essi per archi nostri e frecce uhà, sovrana zingara in rovine mendace, aquilina, mi traevi dicace a vantaggiosi baratti d’olfatto e di lusinghe: le mie dita fiutavi, io la tua lingua, inaudita; lambivo i tuoi ori, tu le mie icone smaglianti con che ardore. Non questo no, non questo. L’albero sovrintendeva al nostro furente immaginario, tintinnavano argani pàlei saltamartini, palle riverberi fiondoni, campane trillini leprotti, piroettavi salvatica d’antiche radici orientali, e rotoli il mondo, soccomba, di là dai bastioni l’incendio.

 

 

In panni suoi chiunque sarebbe ridisceso sino ai luoghi da basso del custode, avrebbe dita a nocche bussato, fortemente, è indubbio, gesticolando insonoro dapprima, altitonando poi, e al collo abbrancato l’omuncolo più bianco dell’avorio tagliato avrebbe cattivato genti a diecine, operai, forse, sgualdrine, giovanastri membruti, serve, protestando un poco di caldo, di buono, e non minatorie occhiate, non fulmini di grida, non celarsi fuggire nel pianto pentito, non così, non così, e: non questo avrei voluto: mi prostro, graffio la pelle, la faccio copiosamente sanguinare, mia colpa, mea, imbocco il cappello, lo straccio, lo calpesto, imito il gallo imito il cane l’oca il fagiano, mi genufletto, rotolo, a pancia sotto, sopra, leccucchio il marmo, clauneggio, anche. O: buon amico, ostiario, bercia latra ma non odiarmi, sopprimi, caro, l’evento sbiettato di mano involontaria.

 

 

E, dieci, salendo, stentando, si astenne dal manovrare il silenzio modulando sintagmi astrali, impenetrabile gorgogliando: debutto bocciarda fumaria, irretorto gessaio linceo, ziraia, mosquito onduregno tortrice, nunazione, fototattico equino, mossiere cessato cassatorio, interregni, sinovia salmastro, condono giulebbe, aviario teatrico intonso, bardato mansueto, giure rattratto perigliare contorto, provento lucignoli mencio, novembre galateali tegnente, dittatorie croazie caviglie sventolare guascotta scaleo, apici ormeggianti storioni, centotto serena stamburanti corniola, ebbro, asportati. Gottinga.

 

 

Nessun vento spirava da nessuna fenditura, anfratto, spaccato vetro d’abbaino; fuori, per contro, strepitava, sconquassantissimo? Né dette imperterrito sfogo a dettature amene, ritmando trinciando l’aria d’arguti Traggilo tosto e furbesco si difese dal caotico aggallar di sconnesse memorie, Glenda, il fumo antico, la blusa, disfatta vita tu, mi tieni, divori, dal seminar doverose occhiate dattorno, brillanti peraltro d’implausibile luce, lento fendendo il vuoto, così, forse, magari: l’autrier — d’oca la lingua, Marcabrù — jost’una sebissa Trobei pastora mestissa, De joi e de sen massissa, Si cum filla de vilana, Cap’e gonel’e pelissa Vest e camiza treslissa, Sotlars e caussas de lana. Bernart: Can vei la lauzeta mover De joi sas alas contra∙l rai, Que s’oblida e·s laissa chazer Per la doussor c’al cor li vai, Ai! tan grans enveya m’en ve. O, oltracotante: itene, il voglio, itene alfin, lo impongo. D’orrende grida la cittade intorno. All’alba pugnerassi. Èvvi un Saùl. Non rammentò l’èvvi un Saùl prima scandito (e poté dunque avvedersi del triste modo, compassionevolissimo, in cui si trascinava per scale?) né finse il nulla biffando il detto, testi non v’erano, e, come sovente in bizzarra solitudine, non solcò la tromba d’amplissimi gesti cassatorî come a dire come non detto, o: che fai, gestisci? o anche: e se qualcuno sentisse, origliasse?

 

 

Né riassumendo, dodici, in dimenar lo sguardo il suo tapino vivere, salendo cadendo negando gestendo poi tra sé, che faccio, salendo negando cadendo gestendo poi tra me per un doppiato èvvi un Saùl? Misero puparo di me, oh fili. E per peggio patire non chiuse gli occhi figurando per dire una folta platea entro l’illume tromba, mistico golfo, prime luci, magia avanti sipario, sipario infine, rendendo grazia, chinandosi, venia chiedo, pel doppione perdono sì. E ancorché nessuno spiasse, nessun uscio cigolasse, nessun respiro di spia per l’aria immota alitasse, non alitassero odori, di carni, sughini o castagnacci (si pensò dunque pastorello arrancar su per colli pianeti, vi scolpivo in corteccia, malinconici versi, e l’osanna d’agnelli, gloria gloria i ruminanti in coro?), non ebbe percezione di schiusi usci, battere di calcagno involontario, schiarite finte di voci, un perverso, ecco sì, pigolar d’inquiline spie: siam qua siam qua, non credere sgusciarci bellamente, e paga davvero pedaggio di tua nudità improtetta, di tua sicumera, e già.

 

 

Eccolo, fa il buono, finge d’averli scorti da tempo, sbatte le palpebre, ammicca paonazzo annusandoli, cerca alleanze, corteggia ridendo le buie presenze spianti, protette, esse, non lui davvero, gladiatore tenerrimo, pasto di sguardi acuminati, bersaglio scarnificato di sguardi inclementi inclementissimi mamma, tutti, su me contro me, già sì ah, san tutti tutto, latiboli no, non muri, frasche dove annientarmi, e pazzo pazzo staran bisbigliando, curvi su soglie discoste a pena, madre a figliolino tra gonna, frugona perpetua, soldati di prossima fuga, incivile cinguettar di seminudi coniugi attorcigliate mosche in conato di coito prima, attente adesso, scarnificantimi, gl’infami su me contro me; e giacché sono perduto, peggio gestisco, sacchetto pendente, molliccio cadente, solitario puparo di me, fili. E come a esempio il barbuglione sorpreso in fallo di zoppo eloquio, nonché obliar la caduta in simulato accidente, smolluzzica anzi la voce, trita malmena il fiato per peggio rancheggiare, ché son perduto, e se perduto sono, peggio, allora, assai più voglio perdermi proprio, interamente; o come il porco, la scrofa meglio.

 

 

Scappa scalpita scrai mamma la insegue via via l’immonda lama sovressa e, ah, fugge gridotta voce di cerva, pigliata che n’andava soletta con mete belle, errabonda per ricordetti d’augusti porci porconi, anelava ai bei fangacci caldaccioni sciacquettissimi scivolosoni; ma ecco la fine, alta sul capo sul collo sugli occhi cerveschi, i fraudolenti inseguitori ah. Com’essa pertanto, la ciccia scrofetta, traballa pianetto a coscienza di cruda imminenza (la stringono la braccano vittoriosi gridacciano e spera: niuna ira è sì focosa che per passamento di tempo freddissima non divenga, e strepita nulla posso ormai, niente veramente più, e dimenando la mole tondetta rosona perduta eccomi gridando, s’aggomitola poretta), o porco grande mio t’affretta, e grasso vienimi a salvezza fangosotta viscidosina nostra in rotolarci semprissimo. Ma ecco trafitta d’un colpo, ma ecco trafitta di due, e tre, sette, strepitantissima essa vittimoccia truciolottona pìcciola, insanguinatissimi essi già di lei tutti; e pur sapendo la vanità del vivere, vedi, smania s’attorce biascia, schiude mogia zampocce a miserrima offerta di sé intera: tanto piacere prenditi, se questo vuoi, ma risparmiami: irrompi cavalca possiedi, procomberò, astanti voi, tant’altro.

 

 

E scorta la fine, oscena: pugnalami, già, entrami in visceri cibosi, deflagra con lamaccia, scoppia rovista, e brividi? taglientissimi dài, e senza rosa scampo di porco mio potente salvator e capanna occia occia ventrosa e meraviglie dell’ora dorata, tramonto, ch’è l’attimo bello, superbo, di specie nostra, d’estetica storia suina, epistemologia dolcissima, pronta sempre mamma? Di più, allora, assai più per tanto e bruti brividi dàmmi, e presto presto ah. Ché se perduta m’hai, se m’hai veramente perduta, maciullozzami forte più forte, penetra squarta zampilla, spara fendi seziona, rompi smembra disseca, ficca sfonda pervadi, matta scortica scanna, scassa iùgula immergi: strillerò ai miei fangosi dèi, te brutaccio malgrado, e voi, malvagissimi astanti, padre rosone, uh.

 

 

Com’essa, già, che per voglia di pace di fine incanaglisce la voluttà sanguosa d’alacre uccisore e astanti (il putto perfino ridente, guardianello, che in valluccia la menava recandole pani e melocce, montandola poi bravetta cavalla, sfiorandola talora con smanie: narrava fiabette leggiadre, mia rosa, rosina tu, guazziamo), egli evitò di fingersi ai fianchi acuti spasmi, ciò a dire gl’ingrati scarnificanti austeri sguardi ancora, ché son perduto, e se perduto sono, se muto son fatto bersaglio di vostra pietà, peggio allora, assai più voglio perdermi, proprio, interamente: non disse, tra sé neppure, secondando il bisogno di propalare la propria contaminazione, essacerbarla, ignudo dopo stizzosa magari spogliatura, sentore maligno qui là in caldigne sùbite folate, lievemente gustoso, dopotutto.

 

 

Era dopotutto invecchiato, a conti fatti, finalmente; pacato. Assieme al corpo, di poco in poco, insieme: aquila no, solinga, ma passero, ma passero grupposo, due, propriamente, il corpo e lui, consonantissimo duo, lui, il vecchio di sempre, d’altronde, e teste, còrreo. Avrebbe voluto rincuorarsi, anche, parlare, parlarsi, declamare, forse, sentirsi, da tomo illeso sfogliando: glorificatori, per esempio, dissetati sciacalli a immesse acque; toccarsi la spalla: divertente, bravo; l’avrebbe dov’era più liscia lambita, calda e soda, morsa pochino poi, benbene, sbocciando risolini da rinserrate labbra, altri, altri, saggiando l’eco tombale, baciando poi la mano, il dorso carnoso, una, due volte, ridendo, quattro, chiudendo gli occhi esultando, e dieci e mille proprio chissà, tempo ce n’era, tentando un passo, il prediletto, tip, forse, tap, cercando lignei pianciti belli sonori, battendo, mi voglio perdere, pensando dapprima, scandendo poi a semichiusa bocca, e terzamente più focoso assai, il passero grupposo, sopra sé saprofita crescendo, sopra gli odori, carnali, gli umori, folate sapidotte, tetre, il lento sfiorire del corpo: salterò la balaustra, farò piedino colla morte per pochi istanti di giuocata angoscia, e per intanto addio, proprio, interamente. E poi, ma no, avrebbe bisbigliato, crollando le spalle, lisciando colle nocche il mento, e viceversa, appollaiandosi s’un grado, francescuccio ulivo, fra un vero e falso mistero del viaggio caduco, sì, no, misurando il solare destino da passero, sfogliando: roba estrutta, a ardenti bocche da scartamento, morsala, superbi modelli, universali oratorii incomparabile forme; e frattanto dondolando il capo.

 

 

Ma pam l’ostile silenzio, spugnoso, a scaglie, alitante, impietoso, largo possente; cappa, quasi, volta: ricurvo. Era scritto, pensava, il domani, ognidove era scritto il destino, larvatamente orlato, infetto, traudibile in multiformi sagome sottili, e salendo, risalendo, si vide guardarsi. E quand’anche scorgesse la sciolta stringa, quand’avesse con tepidi bah rinunziato al martoriante scalare, rovesciando magari il molle castello d’ansie, smaniando forse, esultando d’ilarità invereconda; quando pure si fosse sospeso d’un sagace balzo e fiero dalla già tremolante, baluginante talora balaustrata, scherzando colla morte — spalanca, carina, le braccia, magari — e quand’avesse con ghigna deciso di loffio ritmico svellere i peli a uno a uno dei favoriti rossicci di ch’era foltamente provvisto inneggiando al muto ridente a singulti sé stesso disfocacciato là in qualche sito dell’ineffabile scenario simulando una lite o spacciandosi algido astante gelato al pari dei gelatissimi astanti e guardianello, frammischiandosi a essi, e d’altro canto un piano americano visi a contorno e truciolotta la voce di cerva porcone invocante fuori campo sarebbe la graziosa inquadratura del film che a poco a poco andava egli facilissimamente giustapponendo nella non d’altro d’altronde affaccendata fantasia; e quando al postutto si fosse cauto rivolto ai pullulanti ipotetici tu titubanti dietro sogliacce velarizzando i richiami giungleschi, percotendo l’ugola in vocali procheile, ad esempio, poco, assai poco gli sarebbe poi rimasto da dire, da fare.

 

 

E fu come brulicassero pensieri, barbari, in soprassalti, a ronzii, e un bagnarsi ventoso, espiazione freschina quando, con calcoli ferventi, decretò fosse l’attimo supremo di asserragliarsi in memorie, nel dato fisico scondensarsi, ammutire il perverso clangore del già minitabondo d’orrendamente totalizzarlo corpo. E tutto intorno si fece parola, parole, possente paradigma, astratto (ma poté parlare, monocorde incutente rispettoso ascolto, basando miti, mentre cadeva di bel nuovo per tante rampe quante scalate colla sospirante fatica di cui, paurosamente, era tutta la vita tessuta?). Parlare, e con che cuore, attorcendosi nell’eluttabile precipitare, arrovesciando le palpebre, mostrandone il bianco di rosso screziato, scevro di sdegni, supino? Né, tredici, sentendo poniamo dolore, cercò sangue, cercò sangue comunque; morse feroce il labbro di sotto e iena non evitò di forte battere la nuca, che sangue non venne, che sanguigno fu il senso che ratto lo percorse dalla base del collo al bassocavo (n’uscirono pochi se liquidi, odorantissimi). E si direbbe allora: ruppe il respiro, divaricò rilasciandosi talché nefasti fossero gli urti e dal pube ritrasse pavido la mano scagliatasi d’istinto a protezione accordando alle contorsioni il tortamente contorcerlo, come nel caso della passata caduta, baricentro tacito d’un corpo, il tenerello — rammentarlo è bello — che scondensato s’era forse già.

 

 

Una parete buio, altra silenzio, qual mai pensiero avrebbe generato non fossero dentellature scomposte, tenie, rincorrimenti, pavide affiliazioni, sprazzi, tanto acuto il dolore da parer comedia. E si direbbe: cantò. Orrida è questa notte come il destino mio, sì, tuona, o cielo, imperversate o turbini, sconvolto sia l’ordin delle cose, e pèra il mondo. Sostò forse? chiarì la voce, aprì la blusa, smodato il silenzio, non fosse un sibilo, talvolta, un modesto ciarlare a tratti donnesco, di poco lungi, nel fondo. Ma poi, ma no, salendo e, spiegatamente: io quella lama gli piantai nel cor. Vacillò, rotò le braccia, esitò in bilico sull’orlo lacero d’un grado, ma afferratosi all’angolo provvido d’un’obliqua parete eccolo gongolo ritrarsene qual bimbo scampato a furia, seguitando con scenica scienza: che la morte è un ben per me. È un ben per me. Echeggiò una voce, morbidissima. Attese. Più niente. Rifletté. Decise. Esitando. Il piglio roco. Febbrile. Tu che leggi in questo core. Tacque di colpo. Attese. Core, core. Esultò. Riprese: se respinto il mio dolore, come in terra in ciel non è. Non è. Morbida. Da scaturigini immote. Smerigliata, quasi, lucente. Barcollò. Capitolò mansueto infine, e baldo, furioso: gemmerò docilissime ali per l’inaudito balzo nel cuore di questa tromba, asinino. Rovinò per tante rampe quante assaltate, né perché mai si chiese, serrando i pugni picchiandoli sino al livore, guaiolando, nettando la blusa, rassettandosi, perché? pianissimo, oh fili.

 

 

Aspettò. Spifferi. Rimboccò il bavero, soffiò con gote da putto, serrò le ascelle, si contrasse, unì i calcagni, divaricò le punte, ancora, occupazione egregia, discretissimo svago, talloni, punte, eccellente, averci pensato in tempo. Posò la mano esausta, tamburellò. Punte. Distrattamente, in vaticinio, tenuemente canoro: verrà giorno, signorina, verrà giorno, pia pulcina, verrà giorno verrà giorno verrà il giorno che verrai. Un che di minuscolo, aguzzo insinuarsi tra dita. Ne portò incerto l’estremità cospicua alla lingua. Lambì. Miracolo, proprio, viva. Cautamente fregò. Il piccolo lampo, bagliore azzurrognolo. Accecato si drizzò tendendo avanti a sé l’inopinabile faro, prudente, verso salvezza. Ma non travide che rampe. Invitanti perfino, le astiose. In una colla speranza, d’un tratto fremitò il gracilissimo gambo di quella postrema occasione di luce; si spense. E verosimilmente, poi, s’accasciò, ancora una volta, benigno, inetto, verrà giorno, verrà giorno. Spulciò il fondo d’una tasca, vecchi grani di tabacco, ah già, e masticando sostò presso una porta, la più chiara.

 

 

Cesena-Roma, 1977-1981

 

 

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Gualberto Alvino e Arnaldo Colasanti alla galleria Nuova Pesa di Roma nel 1986


Arnaldo Colasanti:

 

La Scrittura privata di Gualberto Alvino risale, nella prima redazione, al 1977: dunque ai tempi giovanili in cui ci si vedeva moltissimo nelle case paterne o in quello spazio di quartiere Monti Sant’Agata de’ Goti, nostro primo luogo frequentato già da tutti, Beppe Salvia e Giuseppe Salvatori, Pietro Tripodo e Claudio Damiani, Paolo Del Colle, Marco Lodoli e da tanti altri, certo la migliore ultima generazione, poetica ed artistica, vissuta a Roma. Proprio a Sant’Agata ricordo una lettura notturna (era solito vedersi come in un bar, dopo cena) di Gualberto. Il testo esplodeva fragoroso, come oggi; ma aveva un altro titolo, Gottinga, non meno balordo e sorprendente di quel suo protagonista dalla stringa sciolta. Gualberto, come al solito, entusiasmava, fra gli schiocchi di una voce corporale e inguaribilmente esagerata. Eppure alla fine dello spettacolo (davanti a lui, in effetti, ci si sentiva spesso a teatro: non certo separati da un palcoscenico, ma presi e sudati nei vestiti pesanti, come chi in palestra si ritrovi comunque a faticare, solo a seguire l’amico pugile che s’allena), alla fine della lettura, dicevo, restava qualcosa di non chiaro, una sorta di arcano imbarazzo che non facilmente poteva reprimere l’amarezza. Che cosa è accaduto? mi chiedevo; e quale mondo potrà nascere in noi da questa impressionante esplosione di lingua?

     I tempi di Sant’Agata erano tempi di fondazione e di problematiche assolute. Ancora non vedevamo le forti, a volte profondissime, differenze nel lavoro di ognuno: tutti erano presi, tipico della giovinezza, dal tentare un’esemplarità vincente, quasi un modello poi da offrire come un dono ad ognuno. In effetti, non si faceva altro che cercare il potere e l’autorità; così che, ora lo comprendo, quelle stesse interrogazioni impacciate intorno a Gottinga non segnavano il senso di una negazione ma ancora il tono riconosciuto ad un’opera e quindi l’implicita conferma che quel libro sarebbe potuto diventare un giorno il nostro romanzo. Profondissima, però, restava l’amarezza; e quel tenue impaccio per una verità che s’andava a nascondere o che più semplicemente non riuscivamo a confessarci, soprattutto a comunicare all’amico Gualberto. La verità di oggi: Gottinga non poteva essere la promessa e la maturità di una letteratura da lì a venire; e questo non perché fosse un’opera “sbagliata” ma giusto per il contrario, per il fatto che s’alimentasse di un’arcana e meravigliosa qualità di scrittura: un’assolutezza perfettamente ermetica.

     Esiste una qualità che toglie dal mondo: è la fuga in sé per riappropriarsi. Una qualità che cerca mille volte la virtù, anche se mai sarà felice. Ecco, il primo punto di Gottinga: una virtù o meglio un vero tono, una vera ed assoluta qualità della scrittura; ciò che però alla nostra giovinezza non poteva apparire se non come un sortilegio, il faro e insieme l’incanto di un desiderio. Per molti di noi, insomma, Gottinga restava una tentazione eccitante: la misera e sontuosa Salomè dei nostri ultimi anni Settanta, consacrati con orgoglio alla denuncia della sciatteria esistenziale come delle chiacchiere neoformaliste. Chi può ricordare la temperie di Sant’Agata de’ Goti (e il successivo altissimo risultato della rivista «Braci») saprà quanto per noi fosse radicale un’idea di letteratura quale dottrina, tradizione, certezza e rigore della lingua. In una potente libertà mai discutibile: come dire, ciò che conduceva alla parola non era solo una fede ma l’indignazione, l’ostinato ricorso alla dignità di un’arte mai piatta, mai prevedibile, quasi incarnata, se non compressa, in un’estasi dell’ordine e della centralità. Per questo un lavoro come Gottinga (nel suo delirio di persuasione, di commazione linguistico-narrativa, tenuto soprattutto in un vero e proprio culto del suono e del ritmo metrico, come un teatro in versi o la rosta di un discorso antico) poteva insomma sorprenderci e tentare: offrendo una letteratura sì vigorosa, con le spolette aperte, ma non per questo immune dal pericolo del suo stesso talento, l’autocombustione di un sogno. A far brillare le mine non sempre riesce di scavare un fosso o uno sterrato, quel lampo in cui saper narrare un mondo. Gottinga era una grande qualità che toglie dal mondo: per me fu un richiamo ma anche la più profonda infelicità poetica.

     Poi passarono gli anni e ci furono mille divisioni. Gualberto, con la famiglia, si trasferì a Cesena, dedicandosi a vecchi (sceneggiature cinematografiche) e nuovi amori (addirittura la filologia pizzutiana. Fui io a fargli conoscere l’opera di Antonio Pizzuto ai tempi dell’Università. Certo non avrei mai immaginato le conseguenze: Alvino è stato ed è il testimone più solerte e deciso non solo dell’opera ma dell’intera filologia pizzutiana — quasi crollando in un culto!). Gli interrogativi, dunque, rimasero aperti e sospesi; e della bella, maledetta, Gottinga non se ne parlò più. Ora, a distanza di ben dodici anni, ritornano i suoni e le parole con la paradossale puntualità di un impegno appena rimandato. Il manoscritto ha un nuovo titolo e una redazione ne varietur fissata al 1981 (in un passato, comunque, già lontano di otto anni). Cosa dire allora degli astratti furori di un tempo? La lettura è ancora vivissima e impressionante. Certo, mi sembra ormai di capire di più; e di poter cogliere non solo le citazioni incastonate, i refrigeri o i fervori linguistici, ma soprattutto il cuore reale e quella ispirazione che ancora oggi sa parlare tra le sporgenze di un testo tanto vecchio. Per esempio, mi sembra di capire quello che una volta ci sfuggiva e che inevitabilmente si perdeva nella chimerica “qualità” della scrittura: intendo una natura autobiografica o lo squarcio tutto struggente in cui ogni letteratura perde la sua qualità, il suo talento, per destinarsi ad una prova conoscitiva, quella senza uscita di se stessi. Voglio dire che oggi della scrittura alviniana mi colpisce una ringhiosa sincerità: inspiegabile, sfarzosa, contadina e insieme ammalata; cioè profondamente menzognera. E forse è proprio questa sincerità l’unico presente legittimo concesso al testo; ma anche il vero futuro, se Alvino vorrà, del suo autore.

     Ogni sillaba, ogni suono di ciò che sembrerebbe appena un delirio, nascono infatti in una voragine di sincerità espressiva. Le parole sono nude, senza mai protezione; e Gualberto, che pur inonda ogni cosa di vasti umori, non vuole e soprattutto non sa come “difenderle”. Tra le righe, insomma, si assiste ad un moto naturalmente autobiografico, dove la sincerità è protezione nell’ambiguo e cioè nell’inautentico, in quello che, specie riguardo Alvino, dovremmo chiamare la drammaticità impaurita di una parola sempre sottratta e insieme sempre tesa alla comunicazione della lingua. Un sarto, un rètore rondista o — che è uguale — un uomo sempre a posto con se stesso conoscerebbero i modi per giocare all’eterno, corrompendo, senza mai consumo, le parole. Gualberto invece ne è incapace: dico che è incapace di retorica e di controllo o di quella empietà surreale che almeno consentirebbe un maniacale adeguamento alla realtà. Dalla sua parte ha solo la musica e lo smarrimento; o meglio un’affrettata somma: un’ispirazione da cuore bastonato, una virtù senza sintesi; come chi con aria randagia (tenerissima perché inguaribilmente ingenua e adolescenziale) viva ogni parola come una conquista, come un atto politico, cioè perdutamente autobiografico, di integrazione al comunicare della lingua.

     Gualberto Alvino scrive per celarsi. Ma è una doppia e struggente menzogna quello che lo aiuta e subito lo castiga: perché la sua autobiografia è la guerra alla scomparsa di sé o viceversa è una fuga inevitabile verso la “propria appropriazione”. Lo scrittore Alvino, dunque, come un ragazzo di vita. O meglio come un gran Meaulnes messo magari a rovescio: sebbene resti in comune alle due narrazioni qualcosa di angusto e di tristemente domenicale (la poca luce di una cucina negli astratti pomeriggi della nostra infanzia; o quella verissima adolescenza di certi inverni smarriti), che esclude, comunque, qualsiasi artificio, qualunque, specie per Alvino, autocompiacimento letterario. Non me ne voglia l’amico Gualberto — egli sacerdote delle grammatiche — se parlo così e se dico che questa prosa non conosce stile. Scrivere parole, infatti, che si trascinino nude ad ogni ferita, in un moto inavvertibile perché simulato e sempre uguale a se stesso (e qui sta pure il senso non retorico, piuttosto di sincerità sguarnita e quasi melodrammatica, dell’iperbole come della litote alviniana: alcune misure clamorosamente non ironiche di una sintassi e di una costruzione morfologica tanto esagerata quanto autenticamente adolescenziale), è un po’ come mettersi fuori dallo stile e dentro l’immaginario di un’arte biografica della trascrizione. Ecco: la letteratura di Gualberto Alvino non è altro che una «scrittura privata»; una parola che può soltanto trascrivere un atteggiamento, al fine di segnare la grande disfatta di un io perdutamente ferito e indifeso nella sua arte di sottrazione; quasi fosse un io astratto e segregato, un diable en coeur, in uno struggente controcanto che simula e dappertutto invoca una integrità immaginata. Gualberto che ci illudeva allora di rinnovare la piena espressività di D’Annunzio o le sintesi di Gadda e magari la dottrina orientale di un Pizzuto, forse non può che guardare ad un taccuino senza racconto, ad una soluzione “ottocentista” e scapigliata, solo sognante della vita e della letteratura.

     Oggi mi sembra di aver capito che il senso della nostra generazione non poteva che essere dentro la poesia, nel luogo concreto di una giovinezza. Gottinga non potrà più essere il mio libro; come non sarà mia qualsiasi virtù che debba fuggire la parola per appropriarsi di un mondo. Ma se diverrà sempre più coscientemente scrittura privata, viaggio di Alvino dentro e al termine della sua stessa sincerità (al di là dell’ispirazione sorprendente ma sterile di chi resta e ancora parla come un uomo offeso: quella musica impaurita che stordisce e non fa narrare), non sarà più uno spezzone ma un nuovo orizzonte a cui guardare. Sarà il tuo futuro, Gualberto. Me lo auguro.

 

22.9.1989




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