LUOGO COMUNE
QUERELLE
Su una lettera
di Giuseppe Ungaretti


      
Risposta in differita ad una epistola del poeta indirizzata a Leone Piccioni e datata maggio 1969, nella quale si esprimeva un giudizio alquanto negativo su un’antologia francese della sua opera, curata dall’estensore dell’articolo per la casa editrice l’Herne di Dominique de Roux. Una precisazione necessaria, con tanto di exempla di traduzione finali, anche perché lo scrittore di Alessandria d’Egitto ufficialmente non ebbe mai a contestare il volume.
      



      

di Piero Sanavio

 

 

Leggo con molto ritardo la recensione di Leone D’Ambrosio (Patria Letteratura, 3 settembre 2014) del volume L’allegria è il mio elemento, le trecento lettere tra Giuseppe Ungaretti e Leone Piccioni: e, consultato il volume, apprendo che ce n’è una che mi riguarda. Datata “Cambridge, Mass., maggio 1969” esprime un giudizio tutt’altro che lusinghiero sull’antologia critica che curai per la casa editrice l’Herne di Dominique de Roux nel 1969. In netto contrasto con i ringraziamenti che, pochi giorni prima della partenza per gli Stati Uniti, aveva rivolto a mia moglie Anuskha e a me, con lettera del 5 marzo 1969: “Grazie, carissimi Piero ed Anna, per ciò che avete fatto per me. Grazie. Voi siete stati veri amici, vi abbraccio.”

 

Ignoro chi sia stato il curatore delle lettere: forse  lo stesso destinatario, il “maggior critico di Giuseppe Ungaretti” come lo definisce il recensore? Utile sarebbe stato se il curatore si fosse documentato sulla questione poiché le cose sono un po’ diverse da come le raccontava Ungaretti nella lettera a Piccioni; e il suo bizzoso giudizio risulta in realtà un giudizio su se stesso. Ne esiste documentazione.

 

Questa è la lettera di Ungaretti, come riportata nel volume citato da D’Ambrosio “[…] Non puoi immaginare la porcheria che mi hanno combinato Sanavio e De Roux. Hanno dato, in gran parte, ciò che era stato tradotto a Gallimard, e per le Seuil, da Jaccottet, poeta e traduttore perfetto – e il diritto d’autore lo vietava, in traduzioni che fanno schifo. Dovrò vedere il rappresentante della Siae presso la Gens de Lettres e vedere come impedire l’uscita di quella schifezza. […] La cosa importante in Francia non sarà l’Herne ma l’uscita, tradotti magnificamente da Jaccottet, di alcuni miei saggi.”





Giuseppe Ungaretti (1888-1970)


Molte sono le incongruenze, per non dire falsità, delle affermazioni di Ungaretti, e le vedremo in seguito ma una subito non può non essere notata: come faceva a impedire la stampa dell’antologia dal momento che egli stesso ne possedeva  copia e il volume era in libreria prima del suo viaggio negli Stati Uniti? Non esiste evidenza, d’altra parte, di suoi interventi per bloccare l’antologia presso la società Gens de Lettres. Ancora: la lettera, così come è data, dà l’impressione di essere risposta a lamentele del destinatario. Sarebbe importante e utile poter leggere contestualmente anche la lettera cui risponde Ungaretti.

 

L’idea dell’antologia nacque nell’entusiasmo del viaggio promozionale per il Nobel  fatto in Svezia nel 1968 e nel quale mia moglie Anuskha Palme, cittadina svedese e con importanti amicizie e relazioni nel mondo culturale del nord.  Come il viaggio in Svezia, obbiettivo dell’antologia doveva essere anch’esso promozionale in vista del molto sperato e mai ottenuto premio.

 

La struttura dell’antologia seguiva lo schema canonico degli altri cahier dell’Herne – quelli su Pound, Céline, e via via Borges, Michaux, Gombrowicz, Mao Tse-tung,  fino a quello sulla scrittura di Charles de Gaulle: una sezione iconografica, una sezione di una sessantina di “testimonianze” di poeti italiani e stranieri (nel caso, tra gli altri: Ezra Pound, Jean Paulhan, Allen Ginsberg, John Dos Passos, Odysseus Elytis, Jorge Guillen, Taha Hussein, O. Nadal, oltre a Pasolini, Montale, Gatto, Calvino, ecc. – molti suggeriti dallo stesso Ungaretti, tra questi un articolo apparso su “Paese Sera” di Berenice); una sezione  dedicata alla critica (con  saggi di Leo Spitzer, Falqui, Gorlier, Anceschi,  Holmqvist, Piccioni, ecc.); un’altra di  “documenti” (notevoli qui gli interventi di T.S.Eliot, Alberti, Paz, Quasimodo, Palazzeschi, Serra); poi i testi. Questi erano: per la parte poetica, Il porto sepolto e Dialogo, in traduzione e con il testo a fronte; per le prose, le traduzioni della totalità del Cahier Egyptien, 1931 (completo per la prima volta, in francese), l’Interpretazione di Roma et “Ma poètique”. Seguivano tre interviste (di Glauco Natoli; di Denis Roche; di me stesso); una biografia letteraria del poeta di Carlo Steiner; una bibliografia (di Frattarollo, A. Marianni, Sanavio); una sezione  iconografica. Non mancavano i refusi, non infrequenti in Francia, né solo in Francia, per i nomi stranieri – così, il nome di Marianni dato come Mariano nell’indice e Mariani in testa all’articolo; e quello di Moenis Taha Hussein dato come Mme Taha Hussein. Una corrige era stata inserita, perciò,  nel volume.

 

Le traduzioni del Porto Sepolto e della prosa  Cahier Egyptien erano opera della poetessa Yvonne Caroutch, che svolgeva quel ruolo presso les Editions du Seuil; quelle delle altre prose, di Moenis Taha Hussein (figlio dell’omonimo egiziano, di lingua madre francese e scelto da Ungaretti); per Dialogo le versioni erano mie e di Caroutch – Jaccottet avendo declinato l’invito. Come è noto Dialogo consiste di due sezioni – una di Ungaretti, l’altra della sua musa dell’epoca Bruna Bianco. Le mie traduzioni sono della parte di Ungaretti; quelle di Caroutch delle poesie di Bianco. Prima di darlo a stampa, il testo di tutte le traduzioni fu sottoposto a  Ungaretti, il cui francese, come nel mio caso peraltro, era prima lingua. In inchiostro verde,  Ungaretti corresse le versioni riga per riga, il volume passato a stampa soltanto dopo che il poeta ebbe dato il suo “bon à tirer.”





Per Dialogo e l’intervista, di tutto questo esiste testimonianza – e sono gli originali dei testi tradotti con le correzioni del poeta. Raccolti in un volumetto rilegato dal titolo Ungaretti, quei manoscritti sono reperibili, insieme alla corrispondenza del poeta, nel costituendo “Fondo Piero Sanavio” presso la Biblioteca Universitaria dell’Università di Padova.

Quanto agli originali delle traduzioni delle prose, immagino siano reperibili negli archivi de L’Herne.

 

Do a seguito, a mo’ d’esempio, il testo della terza poesia di Dialogo : con (1) l’originale italiano, (2) la mia traduzione, (3) le correzioni di Ungaretti, (4) la versione che volle stampata nell’antologia.

 

1.  (originale italiano)

 

È l’ora famelica, l’ora tua, matto.

Strappati il cuore.

Sa il suo sangue di sale

E sa d’agro, è dolciastro essendo sangue.

 

Lo fanno, tanti pianti,

Sempre più saporito, il tuo cuore.

 

Frutto di tanti pianti, quel tuo cuore,

Strappatelo,  mangiatelo, saziati.

 

 

2. Versione Sanavio

 

                                               C’est l’heure famélique, ton heure, fou.

 

                                               Arrache-toi le cœur.

 

                                    Son sang se sait de sel

                                               Et se sait d’amertume, il est douceâtre, étant sang.

 

                                               Tant de pleures le font

                                               Toujours  plus savoureux, ton cœur

 

                                               Fruit de tant de pleurs, ce cœur qui est le tien,

                                               Arrache-le-toi, mange-le-toi, assouvis-toi.

 

 

3. Le correzioni di Ungaretti, come  nel manoscritto :

 

  C’est l’heure famélique, ton heure, fou.

 

                          Arrache-toi le cœur.

 

                    Son sang qui sait son sel (poi ricorretto in qu’il a gout de sel)

                          Et sait son aigreur, ( poi ricorretto in Et son aigreur, il la connait)

                          Et il n’est enfin que douceâtre, étant sang.

                          Tant de pleurs le font

                          Toujours plus assaisonné,  ce coeur.

                    Fruit de tant de larmes, ce cœur qui est le tien

                          Arrache-le-toi, mange-le-toi, assouvis-toi.

 

 

4. Ulteriori correzioni ebbero luogo in bozza, ciò che segue è il testo stampato :

 

                                      C’est l’heure famélique, ton heure, fou.

 

                                               Arrache-toi le cœur.

 

                                    Son sang se sait de sel

Et se sait d’amertume. Il n’ est enfin que douceâtre,

                                                                                                                      étant sang.

                                               Tant de pleures le font

                                               Toujours  plus savoureux, ce cœur

 

                                               Fruit de tant de pleurs, ce cœur qui est le tien,

                                               Arrache-le, mange-le, assouvis-toi.

 

 

                                                                     

ottobre 2014




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