LUOGO COMUNE
S-CONSIGLI
Perché leggere (o non leggere) “Pizzuto parla di Pizzuto”


      
Un’affilata e assai ironica controdeduzione sul libro dell’autore siciliano, che diventa un’accanita inquisizione sulle forme della sintassi narrativa e sul tempo e i ‘tempi’ della scrittura. Pensando ad una verticalizzazione della comunicazione letteraria che la liberi dalla dittatura del lettore, ovvero dai dikat del mercato, così da rendere ininfluente il fatto di avere avere venticinque o venticinque milioni di lettori.
      



      

di Lorenzo Pezzato

 

Vuoto perimetrato

 

 

Ai poeti uno s-consiglio: non leggete Pizzuto parla di Pizzuto (Solfanelli Editore, 2011, a cura di Antonio Pane). Dopo, avreste conferma d’aver fino ad oggi smazzato complementi di modernariato, arredi in tela senza struttura portante interna, quinte scenografiche in papier mâché ad uso parvenu del teatro facili all’essere stupiti. Suppellettili di cui a minuti si potrà già far a meno. Vi trovereste all’evidenza di non saper saltare in alto e in avanti, di posare un passo dietro l’altro appresso quelli di qualcun altro, di avere in palmo sempre qualche lembo di sottana quasi di lì affluisse ‒ per proprietà transitiva ‒ la qualifica di poeta [poppata da seni]. Di essere alunni di questa o quella scuola, con grembiulino inamidato. Di non potervi definire un aereo a reazione in un habitat di motori a pistoni. Di aver abusato immoralmente di retorica come io [sì, proprio come io] tra queste righe.

    

Ma forse il deserto è tale perché in attesa d’essere abitato, nonostante le condizioni estreme: no air conditioning, no free wi-fi or other comforts. Ma è deserto anche l’angolo in cui ritirarsi, in cui stare, facendo il proprio oltre il palcoscenico su cui posano gli occhi di commensali che avendo pagato s’aspettano servito qualcosa di commestibile, compatibile con palati incapaci di distinguere le paste al ragù dietro l’intervento del food stylist.

    

Non leggete Pizzuto parla di Pizzuto. Uomo avvisato. Sareste tormentati dal tarlo dell’andare oltre. O del riconoscere il limite invalicabile.

    

Un avanguardista quasi novantenne la dice lunga sul ritardo, specie quando è lo stesso quasi novantenne a rilevarlo. A dire di aver per primo sentito la necessità dello step beyond la propria formazione [i propri maestri presunti limiti invalicabili] e con questo consegnandola ai posteri.





Antonio Pizzuto (a destra) con Mauro De Mauro


Solo così non si forma la scuola. Con una novità dopo l’altra. Con la continua interruzione della continuità tradizionale; al limite degli iperlink a tenere tutto insieme, da un punto di vista universale, metastorico quantomeno. E quanto in effetti suonerebbe anacronistica la formazione di una scuola in era di suffissi I/you: quanto esserne iscritti/ascritti. Da ciò la condanna alla perpetua trasformazione [ricerca?], alla solidarietà con il contemporaneo mutante e con il contemporaneo nella sua attuale forma contratta che è l’immediatezza.

    

Affrontando il tarlo del voler andare oltre [per necessità biologica: in natura non esiste nulla che non si evolva] ci si accorge che l’abbandono dei modi finiti del verbo nella sintassi narrativa è servita a raddrizzare la «spina dorsale del narrare opposto al raccontare: questo consistendo nella registrazione d’un dipanarsi d’eventi cristallizzati nella loro impartecipabile compiutezza, quello componendo l’aporia di tradurre l’azione in rappresentazioni col sancire la riduzione del fatto a pura astrazione» (cfr. Pagelle di A. Pizzuto nell’edizione critica a cura di Gualberto Alvino, Firenze, Polistampa, 2010, pag. 15).

 

L’impartecipabile compiutezza è però oggi un ossimoro nel contesto del narrarare attraverso la condivisione dell’evento [anche quando emotivo], che proprio perché immediatamente condiviso [-visibile] diviene partecipabile per definizione. Si voglia per semplice retweet o più strutturata partecipazione attraverso commento subitaneo, per esempio.

    

L’astrattezza dell’evento perde così di indeterminazione verticale per assumerne d’orizzontale, impasto di percezioni che rendono l’evento stesso indeterminabile alla fonte, non alla fine d’un processo di sottrazione dai modi finiti del verbo [che avviene ex-post rispetto alla percezione, quindi nel momento del comunicare ad altri l’evento]. Non esistendo oggettività da astrarre, rimane contuizione immediata che per essere liberata da determinazioni esclusivamente personali deve affrancarsi da ogni relazione col tempo verbale, qualunque esso sia. Nel caso di evento immediatamente condiviso quel tempo è il presente, che deve quindi essere bypassato ma non soppresso, ucciso: lo spazio di contuizione ha in un certo senso comunque necessità di venire circoscritto per rendersi individuabile senza che però ne sia intaccata l’indeterminazione, senza determinarsi o essere determinato al di fuori della variabilità contuitiva. Non si tratta di riempire spazio vuoto ma di svuotare spazi pieni per renderli contenitori di possibilità in fieri. Allora il tempo presente può farsi vuoto perimetrato attraverso l’utilizzo dei tempi [nei vari modi] che non siano il presente e del verbo che si muove per salti quantici dall’uno all’altro senza attraversare il continuum logico di stati intermedi. Allora il passato rimane indeterminato [-minabile] in quanto prodotto dell’amalgama di percezioni che l’hanno man mano tenuto in vita e tramandato, storicizzato. Il futuro rimane indeterminato [-minabile] in quanto pura predizione immaginaria. Essendo vuoto il presente, è lì che tutto converge [nell’immediatezza] per concretizzarsi, in una qualsivoglia forma e sostanza, ma lì.

    

Nel tentativo di eludere la finitezza oggettivante della propria percezione attraverso i modi verbali indefiniti si incespica nell’inevitabile castrazione dell’immediatezza, così come lo scrivere un componimento a quattro mani sincrone non è lo stesso che cucire tra loro due metà omo/eterogenee; o partecipare ad una discussione in chat non è come leggerne lo svolgimento una volta conclusa.

    

Se dunque è vero che l’immediatezza si svolge solo al tempo presente, quello è il volume da lasciare vuoto perché i gas prodotti dalla contuizione possano mescolarsi espandendosi, costituendo una galassia indeterminabile a priori in quanto caotica [e perciò eventualmente generatrice di imprevedibili novità].





Tutto questo pone a sua volta molte altre questioni: le tecnologie che hanno aumentato a dismisura le capacità di percezione inducendo l’aumento delle percezioni per unità di tempo e il conseguente aumento dei feedback rilasciati da ogni individuo per unità di tempo, perciò un aumento esponenziale del numero complessivo di interazioni percettive; la relazione tra immediatezza e quantità; la relazione tra quantità e qualità [ad esempio dei versi prodotti]; la relazione tra necessità di tenere il passo dell’immediatezza e l’impossibilità di impiegare mesi in riscritture; la relazione inversa tra immediatezza e tempo per la riflessione che inietta preoccupazioni parapedagogiche nel testo; e chissà cos’altro. Penso all’idiosincrasia tra Pizzuto e un tablet connesso. Poi uso l’immaginazione e regalo a Pizzuto un tablet connesso: in qualche minuto appena avrebbe stabilito un equilibrio simbiotico con il potentissimo strumento di comunicazione perché la verticalizzazione nell’uso del linguaggio è come un guanto rovesciato: la ricerca di altri [pochi] in grado di recepire la comunicazione contenuta nei testi, la selezione di pochi intimi tra la massa di utenti, la creazione di un/a cerchia/cerchio/sottoinsieme di relazioni. Verticalizzare quindi non è un passo verso l’incomunicabilità ma un filtro antispam artistico/culturale/relazionale capace ‒ al contrario ‒ di liberare comunicazione. Liberarla dalla dittatura del lettore, della fonte ricevente e di lì in avanti rendere ininfluente avere venticinque o venticinquemilioni di lettori.

    

Diversamente la poesia rimane convenzione, resuscitare convenzioni travisate da make-up d’ultima generazione che imitano la creazione spontanea: lusso artificiale, leghe scadenti placcate.




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