PRIMO PIANO
PER GIANNI MAROCCOLO
Il cielo stellato
sopra il musicista
rock


      
Presso Arcana Editrice è uscito “vdb23/storie di un suonatore indipendente”, un librone ricco di oltre 500 foto inedite e di decine di importanti interventi e testimonianze riguardanti l’esistenza e la multiforme opera musicale del famoso bassista dei Litfiba e dei Csi. Che qui, con l’ausilio del fotografo Alessandro D’Urso, fa il punto epico, poetico, sentimental-estetico, memorial-emotivo della sua più che trentennale e fulgida carriera, che da ultimo si è incontrata col cantautore Claudio Rocchi, generando un suggestivo disco ‘di culto’.
      



      

 

 

di Plinio Perilli

 

 

LETTERA A UN SUONATORE

INDIPENDENTE

 

nell’intervallo d’ogni concerto

– e sconcerto – della vita

 

 

 

                                                      Roma, … Marzo 2014

 

 

   Gianni carissimo,

                                   il librone, sono andato direttamente a prendermelo presso la sede romana dell’Editore Arcana, in via Isonzo. Traffico, confusione, alacrità creativa, colori e tomi cartacei, pieghi, pacchi e pacchetti, buste imbottite appena giunte o in partenza coi pony di città, coi colli ferroviari, scatoloni realmente di sogni e cartone, allegria intelligente…

   Ho fatto di tutto per comprarlo, ma loro hanno capito che ero “addetto ai lavori”, dunque hanno insistito ancora di più per darmelo come copia per la stampa. Ci tengono a una recensione. Benissimo. Sarà bello ed arduo. Perché sarà come recensire la musica – le parole, note e dissonanze – di più di trent’anni della “nostra” storia, perché la vicenda è tua, ma l’eco giunge poi a fiumana, a cascata a noi tutti. Compreso l’anonimo sottoscritto (che solo da 10 anni ti conosce di persona!)…

   A fiumana, a cascata, talvolta anche ad alluvione, smottamento, sradicamento, trasgressione, gioia tormentatissima… Diciamo – per quel che mi riguarda – da quando ero soldato di leva a Pistoia, caserma Marini, “Lupi di Toscana”, 87° Battaglione “Senio”, fanteria motorizzata, inverno 1981/82: e la tua musica già echeggiava dappertutto, lì in camerata… Poi tutti a sciamare per i concerti a Firenze, i concerti dei Litfiba che rincuoravano, tempravano di sublime frastuono i miei commilitoni…

 

   Io sono come Dio

   potrei rapirvi il cuore per un attimo

   io non ho mai incontrato Dio

   ma conosco un’altra verità.

   Io sono come Dio

   e gli uomini li rifarei come ora

   occhi per non vedere

   bocche per non parlare… meglio così.

   ……………………………………….

   

 

   Felicità allo stato puro. Sembrava che il futuro fosse già lì, e non potesse che migliorare, migliorarci… I libri erano quelli di Tondelli (Pao Pao, Altri libertini…). I film, di Bertolucci, Scorsese, Altman, Coppola – lo stesso Moretti… I fumetti, quelli di Andrea Pazienza su “Frigidaire”…

   Personalmente ero eterno Beatles-omane, ma echeggiavano Battiato, Bennato, Graziani… e ascoltavamo e aderivamo a tutto: Rolling Stones, Frank Zappa, David Bowie, Simple MindsThe dark side of the moon era l’unica facciata lunare che ci riguardasse!… Per l’altra romantica, accesa e sensuale, c’erano già stati i francesi, Brel, Ferré, Brassens, e il migliore dei genovesi, Gino Paoli. Così intelligente da cantare più volentieri Ne me quitte pas o la Marcia Nuziale che le sue grandi canzoni (che ovviamente omaggiava alle dive dell’ugola sospirosa, Mina, Vanoni, la Mia indimenticata, perfino Patty Pravo).

   Contava che oramai i tempi fossero comunque maturi per un ben altro uso della musica. Ricordo un’appassionata tirata di Roberto “Freak” Antoni (ma parliamo dell’89 o giù di lì: anni ancora di famigerato, banalissimo edonismo reaganiano!, di temibile e strisciante riflusso…) sulla musica, viceversa, come “pratica d’estasi”:

 

   «… La musica è un’emozione potente. La musica è una vibrazione che ipnotizza il pensiero. La musica ha anche una funzione terapeutica: gli Indi di certe zone dell’America del Nord conoscono e praticano musiche di guarigione.

   Tra le tribù africane, cantare significa chiamare gli dei; percuotere il tamburo è come battere sulle orecchie dell’antenato per parlargli. Gli indiani di Alce Nero possiedono una canzone personale che è potere trasmesso in visione da Wakan-Tanka; agli indiani yaqui, Mescalito insegna una canzone di potere durante l’esperienza di conoscenza. Musica e parole diventano mezzi per giungere agli dei, agli Antenati, attraverso l’estasi del trance nella danza dei riti Voodoo o anche nella ‘mestizia’ del canto di lavoro degli schiavi nei campi di cotone.

   La musica è una pratica d’estasi. …»

 

   La canzone politica m’interessava non come propaganda (stucchevole sempre) ma mediata, miscelata alla vita. Bob Dylan su tutti. Il “Dio è morto” di Guccini. Faber che rilegge Lee Masters, o, come Pasolini, i Vangeli, La Buona Novella… Suadenti ballate celtiche aromatizzavano il cocktail: Donovan, altri. Quelli che in fondo hanno ispirato De Gregori… Assieme ai libri di García Marquez, e magari alle adorabili fisime del “primo” Dalla (a cui i testi li donavano Paola Pallottino, Roberto Roversi, Sergio Bardotti)… La casa in riva al mare, Anna bellanna… Alice infiammava l’immaginazione, vocalizzata, reverberata sulla rabbia intonabile di Per Elisa, sanremese geniale e vincente provocazione by Franco Battiato… Altri tempi, ma tempi di radici. Radici e frastuono, il tuo basso martellante… El diabloTien-an-men…

 

   …………………………………..

   Sono il vento, sono libero

   come il vento, senza fine ah ah ah

   sono libero,                  sono libero

   col mio cuore in quella piazza

   tieni a mente Tienammen

   la morte la porta la libertà e la violenza perderà

   e ogni gabbia uccide un uomo

   ma la rabbia fa resistere

   …………………………….

 

   Forse l’omino, il ragazzo dimesso coi sacchetti di plastica in mano a sfida dei carri armati, la notte si materializza ancora nella piazza più grande del mondo, dove sono stato 11 anni fa, e che mi sembrò anche la più brutta.





   Ma andiamo con ordine. Ottima l’edizione, Arcana (marchio editoriale, precisiamolo, di Lit Edizioni: grande formato, 288 pp, € 44,00), cioè una strenna adorabile, ricca di oltre 500 foto a colori, inedite. Onore e meriti in primis ad Alessandro d’Urso, fotografo, organizzatore culturale, nobile amico, che t’ha aiutato a montare, assemblare questo libro: che è esso stesso un interminabile, meraviglioso concerto e sconcerto di concerti, Rassegna di film, documentario epocale, inchiesta antropologico-culturale, affabulante eppure aspro, al massimo agrodolce lungometraggio ed happening di contro-cultura giovanile: il Tutto, ben orchestrato insieme...

   Miriadi d’istantanee già storiche o storicizzate (numerosissime oltre che le gemme di D’Urso, quelle di Amedeo Fontani – che coprono affettuosamente gli interi 30 anni del libro), messe scelta d’articoli, testimonianze (starei per scrivere deposizioni, confessioni – perfino qualche mancata lettera s’amore, o d’eterna e poi interrotta amicizia)… Bene, perché queste vere e schiette amicizie, possono sempre riprendersi, ricominciare da dove (non) s’erano interrotte… E via ad libitum… L’elenco dei nomi – qui appena accennato – comprende ovviamente Claudio Rocchi, lo stesso d’Urso, Susanna Shimperna, e protagonisti illustri come Mario Lo Presti, Ghigo Renzulli, Piero Pelù, Antonio Aiazzi, Giancarlo Cauteruccio, Massimo Zamboni, Giovanni Lindo Ferretti, Francesco Magnelli, Ginevra Di Marco, Ernesto Assante, Flavia Mastrella e Antonio Rezza, Giorgio Canali, Beppe e Cristiano Godano, Riccardo Tesio, Luca Bergia, Lorenzo Cherubini (Jovanotti), Cristina Donà, Ivana Gatti, Antonio Contiero, Toni Verona, Alessandra Celletti, Vittorio Cosma, Davide Ferrario, Luca Martelli, Paolo Bruni, Miro Sassolini e tantissimi altri. Lasciamo stare poi gli amici stretti e i familiari…

   

   E tu stesso non hai mai scritto tanto, vero? Decine e decine di pagine – cartelle come si diceva una volta! A ricollegare e rimeditare un po’ tutti i capitoli e le esperienze (splendidi i tuoi scorci e racconti “infantili” della Sardegna…)Dimmi che bimbo eri, e ti dirò chi sei… Ma sì, noi maschietti rimaniamo sempre o i rampolli silenziosi di “Incompreso”, o i tumultuosi giocatori di guerra de “I ragazzi della via Paal”… Il bivio è quello!

   Ne è uscito fuori, credimi, un incredibile romanzo “totale”, caleidoscopico e visivo, affettivo ed effettato, sonorizzato, zoomato… pressoché di un’intera generazione in caparbia e felice contro-tendenza (rispetto alla fastidiosa media soft dello standard consumistico, globalizzato-colonizzato mentalmente e concretamente)…

   Da dove cominciare, Gianni caro, per ricominciare? Dall’infarto che ti ha colto, sorpreso la notte di quell’8 marzo 2012? Terribile e salvifica, come dici ora tu?

 

   “… La sirena diventa melodia e inizio a immaginare suoni e ritmi, a costruirci sopra un vero e proprio arrangiamento. Due donne in bianco parlano di turni e di orari. A ogni curva rischio di essere sbalzato fuori dal giaciglio in cui mi trovo. Plastica e vetro. Fili colorati. Un sibilo si miscela ad altri suoni digitali. All’arrivo mi accolgono bene… lo scenario cambia… donne e uomini… Verde e bianco. Alzo gli occhi… schermi al plasma, telecamere digitali, altoparlanti e altra tecnologia futuribile. Che spettacolo! Inizia il viaggio… le mie autostrade vengono percorse e filmate… penso che ho lasciato la mia auto in divieto di sosta e che non ne posso più di multe. Altri suoni mai uditi prima… pare sia roba mia… pulsazioni ritmiche vagamente noise… la mente riparte a suonarci cercando di trovare un trait d’union tra la parte composta durante il viaggio, quella con la sirena, e questa che sta nascendo… mi dico che la prima pare va rallentata un po’ perché i bpm non tornano. Cos’è che sento… bruciore o ghiaccio… la musica ora è forte… pompa che è una meraviglia! Verdi e bianchi ora mi sorridono. Guardano i miei filmatini soddisfatti. …”

 

   La prima volta, forse, che un flusso di coscienza è letto, interpretato e incarnato per creatività ed espressività sonora – o meglio, addirittura musicale! Oh, Gianni, Gianni! Vivere per raccontarla, è il titolo con cui Gabriel García Marquez incornicia l’autobiografia…

   Rileggere visualizzato, fotografato il Tutto, è poi come se si togliesse – privilegiasse – la musica, per un attimo, in eterna sospensione, alla proiezione di un grandissimo film: un’Apocalypse Now eminentemente civile… Un Cuore di tenebra messo sotto i riflettori… E si risale un fiume, una fiumana all’incontrario, come i salmoni – mentre la foresta delle emozioni, la giungla della memoria lungo le rive ci inghiotte, ci insidia e ci affabula a rientrarvi dentro, a far dramma di ogni commedia, e commedia, forse, di ogni piccolo dramma, come Shakespeare insegna. Ricordi il Byron di Pene d’amor perdute?:

   “… poiché ognuno nasce con le proprie inclinazioni che non si lasciano dominare dalla forza ma da una speciale grazia.”…

   E risalire una vita – la propria – riconduce alla sorgente dell’infanzia, al primo esile corso dove e quando il fiume va formandosi, così incerto e deciso insieme… Ritratto dell’artista da cucciolo, autoironizzò Dylan Thomas! Ricorda Rosy, la tua sorella maggiore:

 

   “Era molto piccolo e ancora non sapeva camminare, così la madre la mattina lo metteva sopra una coperta in terra (allora non c’era il box), mentre lei sfaccendava per casa. Accanto a lui poneva degli oggetti perché si distraesse; per i giocattoli non c’erano soldi.

   Un giorno la casa si riempì di frastuono musicale: il bimbo batteva coperchi e tegamini facendone uscire qualcosa di vagamente ritmato.”

 

   Risalire, ripensare, ricondursi a sé. Tempo e spazio, anima e Storia… Di più – tesi a leggere o rileggere ogni classico come una porzione di un Futuro tutto ancora conquistare, un futuro anzi non più da gloriare azzimato e maiuscolo, ma da smontare, rimontare foriero dentro di me, risanato in radice…

   Qualche flash-back sacrosantoPenso ai Beau Geste (il personaggio di Chaka come simbolo della liberazione contro la schiavitù e precursore della lotta per l’unità africana) – al musicare l’Eneide sulla scorta del grande energia scenica di Giancarlo Cauteruccio (ne abbiamo parlato di recente con Marco Palladini, che in seguito si occupò della drammaturgia del Pithagora iperboreo, correva il ’92, un’altra opera fantasiosa nata al Teatro Studio di Scandicci dalla collaborazione tra autori, attori, musicisti, artisti insomma armoniosamente assortiti). Ma torniamo a quell’evento ultra-virgiliano del 1983, cioè all’Eneide di Krypton coi primi Litfiba

 

   “… Ricordo ancora oggi lo sguardo e il sorriso positivo di Gianni Maroccolo; aveva ventidue anni allora.” – rievoca Cauteruccio, teatrante di genio, sempre fervoroso di innovare, ritemprare la tradizione – “Fu lui, insieme ad Antonio Aiazzi, a mostrare subito un grande interesse per la mia proposta. In quella cantina andai a chiedere loro di comporre le musiche per il mio spettacolo Eneide. Non si trattava di creare musiche di sottofondo; quei ragazzi, insieme a Piero Pelù, Renzo Franchi e Ghigo Renzulli (l’unico dei cinque a quei tempi iscritto alla SIAE), avrebbero dovuto comporre musiche ‘drammaturgiche’, cioè raccontare l’Eneide attraverso il ritmo e l’emozione che la poesia Virgiliana richiedeva. Sostituire il racconto epico con il rock fu una delle mie prime scommesse teatrali che Gianni, insieme ad Antonio, seppe affrontare con grande maestria, riuscendo a restituire attraverso le sonorità una forte potenza evocativa. …”





Gianni Maroccolo (al centro) per la reunion 2013 dei Litfiba


   E certo scorrere questa fiumana di vita e note, suggestioni e provocazioni, porta lontano in un viaggio che è insieme nel mondo – “Del Mondo” – e tutto dentro di sé, nel “Finistére” (Finis Terrae) concreto e ideale della nostra coscienza civile, ma anche emergenza, fioritura, affrancazione esistenziale.

 

   È stato un tempo, il Mondo

   giovane forte

   odorante di Sangue fertile

 

   rigoglioso di Lotte

   Moltitudini

   Splendeva pretendeva molto

     

 

   Finisterre, pensa, fu la salvezza poetica di Eugenio Montale in piena guerra (una plaquettina che Contini riuscì a fare uscire in Svizzera, a Lugano, nel 1943): “Ben altro è sulla terra”… Le liriche con cui il massimo aedo ermetico e florentino de Le occasioni, 1939, rimase poeta nonostante tutto:

 

   Sparir non so né riaffacciarmi; tarda

   la fucina vermiglia

   della notte, la sera si fa lunga,

   la preghiera è supplizio e non ancora

   tra le rocce che sorgono t’è giunta

   la bottiglia dal mare. L’onda, vuota,

   si rompe sulla punta, a Finisterre.

 

   Ebbene, ho risentito ieri tutto KO de Mondo (leggo: “composto, concepito, arraggianto, suonato e registrato nei mesi di Agosto e Settembre 93 nel manoir ‘Le Prajou’ in Finistére, Bretagna” – con le “chitarre disturbate” di Giorgio Canali, il canto di Ferretti, i “magnellophoni” di Francesco Magnelli, il tuo basso “Attilio”, caro Gianni, le “chitarre armoniose” di Massimo Zamboni, nonché la batteria di Pino Gulli e le percussioni di Alessandro Gerby e Marco Parente, la voce inoltre di Ginevra Di Marco nonché la Corale Mistica dell’Appennino Tosco-Emiliano…) ricevendone tra mente e cuore suggestioni mirabolanti, grani e grumi di dolente, inesausta saggezza, approdo e rischio del Moderno, dentro il Moderno, oltre il Moderno…

 

   Annus horribilis

   in decade malefica

   decade malefica in stolto secolo

   secolo osceno e pavido

   grondante sangue e vacuo di promesse

  

 

   “… KO DE MONDO” – scriveva Gino Castaldo su “La Repubblica” del 22 gennaio 1994 – “è uno schiaffo poetico, sovversivo e nichilista, alle banalità quotidiane. (…) La musica, propiziata da Gianni Maroccolo, segue e scontorna il frasario inquieto di queste poesie, costruisce una liquida ed epica scenografia rock. E nell’insieme ne viene fuori un ritratto impietoso di quello che siamo oggi, ma anche la febbre ardente del desiderio che cova sotto le ceneri della desolazione. Il gruppo non teme il ritratto del panico, si avventura su strade minacciose e prive di guard-rail, lontano anni luce dai compromessi pop. (…) Imbattersi in questa musica non può lasciare indifferenti.”

 

   E in effetti riprendendo in mano quei testi di Lindo Ferretti – quel piglio raffinato e insieme popolareggiante (Pasolini docet) da intellettuale di percorso che era ed è soprattutto un pellegrino di sapienza, un viandante di saggezza, un rivoluzionario del silenzio che prepara il gesto, un pasionario del pacifismo che prepara l’attacco pacifista, un eterno blitz progressista – ci si scorge tanta passione, e tanta voglia, soprattutto, di rinnegare la già sposata, impalmata Ideologia oramai, per fortuna, destituita dalla sua maiuscola…

   Dagli ex CCCP-Fedeli alla linea ecco il Consorzio Suonatori Indipendenti – ecco appunto l’indipendenza, la libertà riemersa e meditata di Ko de mondo (1994), di Linea gotica (1996), di Tabula rasa elettrificata (1997) – album decisivi per quegli anni, e a loro modo anche per i nostri, rockeggianti e riflessivi all’unisono, disturbati perché in cerca d’armonia, ossessionati e placati dal Nuovo:

 

   “… Premetto che io sono da sempre un fan dei Csi” – scriveva nel 1997 Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti – “e questo forse mi rende poco obiettivo rispetto a questo capolavoro ma credo che questo sia il loro migliore disco, migliore nei testi, nei suoni, nelle idee e nell’esecuzione. È quello che dovrebbe essere la musica, ovvero un viaggio, uno spostamento, una modificazione della coscienza, un modo per accorgersi di avere una coscienza, un modo per guardarsi dentro e per guardare il mondo. Una preghiera, ecco cosa deve essere la musica, una preghiera aperta verso l’universo.”…

 

   Personalmente mi sono sempre chiesto e torno ora a chiedermi se quelle cabbale un po’ rockeggianti un po’ controliriche, un po’ protestatarie un po’ neofrancescane… vennero mai veramente capite (a parte i fans DOC, seguaci o adepti compenetrati e lieti come liberi apostoli)… Ma non come un fervido fogliettone/articolessa domenicale sul “Corriere della Sera”, o peggio un taglio basso a commento sull’“Avvenire”, insieme, neofideista e progressista à la page… Perché Ferretti, per sua e nostra fortuna, è Lindo di cuore, e fanciullino/San Giovannino come volevano forse insieme Pascoli e Pasolini, ma sempre politicamente scorretto (“così fuori luogo e così parte in causa” – come scriveva lui stesso dell’autore de Le ceneri di Gramsci e La religione del mio tempo):

 

   oggi è domenica domani si muore

   oggi mi vesto di seta e candore

   oggi è domenica domani si muore

   oggi mi vesto di rosso e d’amore

 

   Annotava infatti Giovanni Lindo ai tempi di Linea Gotica e poi Materiale Resistente: “… Mai sentito nominare alcuni dei Nomi di Dio così tanto come in questi ultimi anni. Dalla Jugoslavia al Nord Africa, dal Medio e Vicino Oriente alle Americhe povere e ricche e più si chiama in causa Dio più aumenta il livello del dolore, delle atrocità, della violenza. Come è possibile che ‘Colui che tergerà ogni lacrima dai loro occhi’ li stia facendo annegare nelle lacrime?”.

 

L’APOCALISSE È QUELLO CHE C’È GIÀ

MISTICA BIO MECCANICA

EONICA SOAP OPERA A PUNTATE QUOTIDIANE

ASSEGNATE LE PARTI, CORRONO LE COMPARSE

 

 Diciamolo: il concerto a Mostar, in Erzegovina (14 giugno 1998) fu uno dei pochi veri, nudi e crudi gesti artistici di quegli anni, dissennati tra indifferenza e falsa integrazione, golosa solo di sciocco e patinato benessere…

 

   “… Davide Ferrario nel documentario Linea di Confine” – ricorda con perturbante intensità Mario Lo Presti – “rende l’idea della distanza che c’era da quello stadio, dalla Mostar dei Croati vittoriosi e tristi, alla piazza di Mostar Est, filmando il percorso in macchina dallo stadio alla piazza, un paio di chilometri per la città tutta palazzoni grigi dell’ovest, che a un certo punto diventano terra di nessuno per poi attraversare questo ponte di ferro e arrivare nella città vecchia con i suoi minareti e bagni turchi. Una distanza breve, ma un salto notevole. Il concerto dall’altra  parte fu tutta un’altra cosa. Si presentarono 3 gruppi e la piazza era piena di migliaia di pischelli. E, per tutti noi, fu anche liberatorio.”…





Ma non dimentichiamo un altro docufilm, non meno epocale che musicale (un concerto lievitato ad evento), come Materiale Resistente (1945-1995) Né va trascurato ancora un grande concerto, questa volta in onore e memoria di Beppe Fenoglio (La terra, la guerra, una questione privata, ad Alba, nella Chiesa di San Domenico, il 5 ottobre 1996), e l’annesso film tra Musica Parole e Immagini, per la regia di Guido Chiesa. Una serata unica e irripetibile, come volle dire, giurare (ma non “recensire”!) Andrea Scanzi:

 

   “… Sfugge a qualsiasi classificazione. Recensirlo significa in qualche modo violentarlo, perché ne comporta una normalizzazione impensabile. Più che un disco, è un varco spaziotemporale. Prodigio storico, epifania non ripetibile. Rito catartico che ferisce e crivella, a uso e consumo degli ultimi passeri sul ramo. Se ancora ne esistono.”

 

   Sono tappe ferme e coraggiose di una strepitosa presa di coscienza, con eventi culturali (e sinestetici) profondamente civili, etici allo stato puro, gramscianamente – evviva! – nazional-popolari:

  

   cupe vampe livide stanze

   occhio cecchino etnico assassino

   alto il sole: sete e sudore

   piena la luna: nessuna fortuna

   ci fotte la guerra che armi non ha

   ci fotte la pace che ammazza qua e là

   ci fottono i preti i pope i mullah

   l’ONU, la NATO, la civiltà,

   bella la vita dentro un catino

   bersaglio mobile d’ogni cecchino

   bella la vita a Sarajevo città

   questa è la favola della viltà

 

   Ma penso anche ad una tua – tutta tua – e inesauribile, inossidabile vena sperimentata e sperimentale: il trimestrale del “Maciste” (cui Nina dedica uno splendido resoconto che si fa racconto, bilancio, come eravamo: un’incursione d’affetto dal di dentro del “Consorzio Suonatori Indipendenti”, contemporaneamente come Factory Famiglia e Officina)… Poi la colonna sonora di Escoriandoli, primo vero successo di Rezza, grande pantomimo e paradosso teatrante d’ogni Io… i “Dischi del Mulo”, dove hai ripreso i mitici canti delle mondine… la collaborazione con Robert Wyatt (e un album in suo omaggio con trenta artisti!)… A.C.A.U. – LA NOSTRA MERAVIGLIA quale illuminato disco “multisolista”…

O i progetti per musicare i Cortoons… per accompagnare i video e le performances dei “Masbedo”… per lanciare al-kemy lab (con quel pirotecnico talento grafico che è Antonio Contiero… e la saggezza organizzativa, l’estro propiziatorio di un Toni Verona…). E naturalmente per accompagnare la definitiva, superba maturazione di Ctistiano Godano e del suo ottimo gruppo dei “Marlene Kuntz”, forse i rockers più colti e raffinati della loro generazione…

 

  Forse davvero ci piace, ci piace di più

   oltrepassare in volo, in volo più in là

   Meglio del perdersi in fondo all’immobile

   Meglio del sentirsi forti nel labile.

   Forse, sicuro, è il bene più radioso che c’è

   Lieve svenire per sempre persi dentro di noi

                                                            

                                                                     (da Catartica, 1994)

 

Ma tantissime altre cose ti riguardano e qui ben ci riassumi: altro magico incontro con Goran Bregovic e Patti Smith a Sanremo 2012… la collaborazione con la pianista Alessandra Celletti… Beautiful, con Howie B. e i Marlene Kuntz… la scommessa cosmologico-musicale dei Deproducers (Riccardo Sinigallia, Vittorio Cosma, Marok, Fabio Pieri e Max Casacci) nei Planetari di mezz’Italia…

 

   Poi gli allentamenti, i malesseri – lo so – le rotture, le liti, le rappacificazioni, le rentrées, i nuovi gruppi, i vecchi gruppi in re-union (clamorosa e amplificatissimamente massmediatica quella dei Litfiba, intrigante l’altra più o meno contemporanea dei CSI ora con Angela Baraldi, brava ma diversissima voce al posto di Ferretti autoesiliatosi nelle sue georgiche terre d’Appennino), le misteriose o impennate alchimie (di nuovo Il fantasma dell’opera, con Zamboni e Magnelli, voce ospite Frida Neri)… Quello strepitoso ultimo disco dei PGR che è Ultime notizie di CRONACA (2009)… Una specie di inopinata “sacra rappresentazione” laica, moderna e anticata d’immemoriale, con poesie o meglio elegie musicate, rock-gregoriani compianti d’Occidente, epicedi epocali, dialoghi tra la Madonna addolorata e il Figlio in Croce, non meno struggenti delle antiche liriche anni ’50 del Pasolini de L’usignolo della chiesa cattolica, il più coraggioso e rivoluzionario di nuda fede, come un rinnovato laudario di Jacopone da Todi. E vale anche per Giovanni Lindo (nomen omen!) Ferretti.

   Prendiamo un testo come la “Cronaca filiale”, ecumenico eppure intimissimo, qualcuno direbbe ratzingeriano:

 

   Si scompone il mio giorno in ore senza contorno

   i miei gesti in cadenza     le parole a sequenza

   lesto nel pudore     audace in tenerezza

   t’avvolgo in premure     come soffusa brezza

 

   un figlio adulto, paterno

   una madre in bilico tra ieri e l’eterno

   oggi è ieri     domani è l’eterno

 

   è il quarto comandamento

   il nostro inverno contento

  

 

   Lo stesso incontro con Claudio Rocchi nei suoi ultimi anni – strepitosamente fertili ma anche angustiati, requisiti dal brutto male ahilui conclamato, sequestrati dalla Madama che già gli bussava insistente alla porta dell’anima, e gli dettava forse gli stessi identici, diversissimi ULTIMI SETTE MINUTI che visse in morte tuo padre, e Claudio ti permise appunto di reincarnare, riconquistare, ripercorrere in spirito per filigrana di parole e note, tessitura di un puro Credo di Luce…

 

Sette minuti, quante cose da fare

domani devo ricordarmi di ricordare

tutte quelle storie aperte,

troppe le giornate corte, tante le salite irte.

Sei minuti, la vita si fa breve, ogni momento vale.

Quella donna è il mio amore,

quello è mio figlio, la sua musica mi assale,

tutte le sue note sono i sentimenti che voglio celebrare,

li voglio onorare.

 

   Ecco, Gianni, i testi e la voce di Claudio (e pochi altri cari amici: Miro Sassolini & Monica Matticoli, Cristina Donà, Franco Battiato, Cristiano Godano, Ivana Gatti, Piero Pelù, Massimo Zamboni, Emidio Clementi, Fabio Peri…) per l’ultima tua sortita di vdb23/nulla è andato perso sono una vera epopea del nostro povero tempo maldestro, disastrato di gioia e d’intenti, mutilato di sogni; quasi un contro-climax decaduto ed esploso d’una nebulosa che è e fu la tua (la nostra? – intera, variegata e per noi tutti diversissima ma coerente) giovinezza.

 

Un minuto, questo corpo va lasciato,

non ci abito comodo, ho voglia di uscire,

di lasciarmi andare finalmente alla natura dell’anima,

leggera, non costretto

nella mia direzione.

Vedo una coppia di amanti che mi attrae:

mi crederanno un bambino,

sono sospeso tra, sono sospeso, sono sospeso!





Claudio Rocchi e Maroccolo


   Come ogni Supernova, che nasce esplodendosi via il buio, per parto o travaglio stellare liberata, liberta, libertà… fra tempo e spazio, materia e antimateria – finanche lirica, musicale, poetica e dunque vocalizzata fino ad un silenzio disperatamente introiettato, ma qui ora amplificato, evangelizzato creaturale per tutti:

 

Luce, torna con me

torna con me,

Luce torna

Luce, torna con me

 

   Ma non pigliamoci troppo sul serio. Basta emozioni! Già avevamo avuto quelle fruite, belline spesso, di Mogol/Battisti… Un tiepido spleen orecchiabile durato più di dieci anni… “Domandarsi perché, quando cade la tristezza, in fondo al cuore”… Che l’ironia ci sia invece d’antidoto! E servono per questo, un po’ di aneddoti di percorso… un po’ di controprove controtipi contraltari, controffensive epocali…

   A parte di scherzi, beh, penso ora a una quisquilia familiare, a una piccola gag squisitamente metafisica (della serie Charlot + Buster Keaton = noi stessi, almeno potenzialmente!), che va però divulgata sub specie symbolica. Penso insomma a quella volta (me l’hanno raccontato Rosy Nina e Violetta, le “tre ragazze dell’Argingrosso” catechizzate dalla Lia, dolce, paziente e inquieta Grande Madre), quella volta che ti vedevano tutto distratto e immobile a leggere il giornale – le mani belle aperte a reggerlo, largo e lenzuolato, dacci oggi il nostro pane quotidiano di news e ignominie, amenità e nefandezze… Ma lo leggevi davvero, quel giornale, e quale notizia?!… O t’eri addormentato, stranito pensieroso a guardare una lontana via di fuga mentale, un orizzonte musicale d’infinito, un’infinitudine certo più astratta che leopardiana, dietro gli occhialoni estivi da sole (i mitici Ray-ban Wayfarer neri) e la posa un po’ da spiaggia…

   Insomma quella volta che i tuoi ti sorpresero a leggere questo giornale (o a far finta di leggerlo, o a crederlo, in una pausa di sublime Sogno Ad Occhi Aperti, ancora stanco dell’ennesima notte in bianco dopo un concerto, del lungo ritorno in macchina guidando per mezza Italia come dentro un film, l’ennesimo road-movie dei tuoi tours), spaparanzato sulla sedia a sdraio, ma… col quotidiano perfettamente rovesciato… Beckett in Maremma! Godot era arrivato a Cecina!

 

   Risatona generale, narrano le ragazze dell’Argingrosso, giacché tu lì eri turbato, avulso e perfettamente distratto di Realtà fino ad ometterla, ribaltarla in mero lapsus mentale, purissimo fuorigioco pensoso e pensante… Come l’omino eroe, ma spostato e fuoriquadro – per fortuna – di quel magico cortoon

 

   Solo un grande saggio, un vero Suonatore Indipendente e individuo libero – merita un cortocircuito così affabulante, da cartone animato: Chi ha incastrato Roger Rabbit?… E anche lì, i personaggi erano maldestramente veri o ripensati, finanche inquieti cartoni animati? Dove comincia e dove finisce la Realtà? Come cantava Piero Pelù nel vostro “Tex”?…

 

   Sulla strada ci sono solo io

   circondato dal deserto attorno a me

   il silenzio taglia tutta la città

   grande spirito mi chiama dai falò

   oh, ma cosa dici?

   La vostra libertà

   Oh, che cazzo dici

   noi ce l’avevamo già

  

 

   Ricordo certe tue musiche per Cortoons di strepitosa bellezza – al teatro Palladium di Roma, àuspice Alessandro d’Urso – specie quelle su alcuni cortometraggi dell’Est, indimenticabili e surreali…

   L’omino “spostato” di 30/40 centimetri sul piano generale dell’asse terrestre. Fuori dalla porta, fuori dalla finestra, fuori-soglia, fuori-quadra, fuori-linea, fuori-quota, fuori-classifica, fuori-sondaggio… Altro che Zygmunt Bauman, sociologo certo egregio, e la modernità liquida! Fuori quadro e salvo!

   Sì, Gianni – fuori-squadra, fuori-quadro e salvo.

 

   Non voglio più amici, voglio solo nemici

   non voglio più amici, voglio solo nemici

   non voglio più amici

   basta le vostre bugie

   tu cavalca, cavalca mio cowboy

   che la terra tanto ce la fotti a noi

                                                                        (da Litfiba 3, 1988)





Marok in concerto


   Con “Attilio”, cioè il tuo mitico basso mangiatutto (come lo chiamano e lo onorano  i tuoi stessi fan – penso alla splendida Lettera ai Litfiba di Antonio Perini, che giustamente hai corredato assieme alle foto o testimonianze casual e commosse di Claudia Vincenzi, Stefano, Danilo Simone, Michele, Fulvio Felicioli, Bruno Cotza, Mario Marinoni, Gabriele Cossu, Giuseppe Pionca etc… ), tu hai per fortuna attraversato tutti questi trent’anni – gli anni del “romanzo delle stragi” (per dirla col Pasolini degli Scritti corsari) e di Piazza Fontana, del terrorismo e poi della reazione, delle guerre fatte per il petrolio od orride nascoste strategie macro-economiche; e ora, trasparentemente, dello spread, del pil, degli esodati… – rovesciando il giornale, le notizie di Cronaca, la musica, il commento di costume.

   Così come faceva il primo Piero Pelù, animale da palcoscenico, nostrana e fulgida pietra focaia, pietra rotolante, simil-Jagger maledetto toscano – anzi microfonato Maudit – dei capolavori anni ’80:

 

   Il sogno si fermò

   comincia a sanguinare

   ero bambino, bambino, bambino

   quella era la grande città

   e non la smettevo di scoprire

   oltre i confini della realtà

   

   Poi, così come fece il grande Giovani Lindo, sempre teso in stridenti melopèe di trasgressione, ma anche perennemente “In viaggio” di conforto umanissimo:

 

   viaggiano i viandanti

   viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti

   viaggia Sua santità

   viaggiano ansie nuove e sempre nuove ansietà

 

   Ed ora, non più e per sempre, la Buona Novella di Claudio Rocchi (non più di De André), la Marcia Nuziale non di Brassens ma con l’adorata compagna Susanna Schimperna, e il Cielo in una Stanza, un Senza Fine che Nina (in un suo bel quadro per te e per Claudio) ha trasposto in Volo Magico: come un piccolo/grande flash vorticoso e incalzante di sagome in luce, dense e sinuose cromìe liberatesi dai loro stessi colori, ed ora sommosse a giungere, a irradiarsi (irradiarci) per valenza d’anima, curvature d’infinità, cosmogonie d’intelletto, comœdìe neodantesche, verdi d’azzurro, rossi incendiati o arancioni catartici, blu rubati alla notte e ai suoi misteri prima d’una nuova alba abbacinante e devota di chiarità, che risvegli non solo noi, ma l’intera (ed integra) Anima Mundi… 

   Già, quel Volo Magico n° 1 che è stato uno dei primi successi di Claudio e che torna in fondo in quest’indicibile, irrinunciabile opera d’Arte Totale che è vdb23 / nulla è andato perso (musica di Gianni Maroccolo, testi Claudio Rocchi). Clarock & Marok, insomma, come amavate scherzare e rinominarvi insieme… 

   Ricorda ora la Susanna Schimperna, elaborando non il triste lutto scontato della scomparsa di Claudio, ma la sua invisibile e munifica rinascita:

 

   “… Ho avuto la fortuna di seguire fin dal primo momento l’evolversi del progetto VDB23/NULLA È ANDATO PERSO: una magia. In un rimbalzo continuo e stupefacente per rapidità, ricchezza e ispirazione, intercettavo la base ritmica di Gianni, la linea melodica di Claudio, i nuovi apporti di Gianni, il cantato di Claudio. Si piangeva. Tutti. Roba da film comico. Ho aperto un paio di volte la porta mentre ero in lacrime, sentivo Gianni e mi diceva che stava piangendo, Claudio non parlava ma aveva gli occhi lucidi. Accadeva alle quattro di pomeriggio, alle dieci di sera, alle tre del mattino. …”

 

   Impossibile raccontarla senza commuoversi, contaminare struggimento, Impermanenza e certezza, Compassione e rabbia inesausta – rabbia che la nostra Libertà non accresca ancor meglio e di più se stessa, e la Luce non ci abbagli, non ci salvi per sempre da ogni ombra, da ogni dissonanza di buio… Ecco l’ultimo canto, l’ultimo in-canto di Claudio per Te, col quale chiudi il disco (che sempre si riapre, rispicca il suo Volo Magico n° 2, 3, 4, 5…. 

   

Rigel è una supergigante azzurra, una stella speciale,

come tutte le supergiganti.

Molto più grandi e calde del Sole,

dispensano con estrema generosità

luce e calore a chi sta loro accanto.

Vivono dando tutto agli altri,

letteralmente, ma proprio per

questo hanno una vita breve:

solo qualche decina di milioni di anni

poi regalano all’universo

tutto il materiale che hanno prodotto:

ossigeno, azoto, fosforo, silicio, ferro, oro

in una incredibile esplosione:

una supernova!

È con questo materiale che

si formano i pianeti come la Terra e la Vita!

 

   Grazie, Gianni. Grazie per quello che hai detto, che hai confessato, che hai sciolto a groppo o che ancora resta dentro.  

Grazie per questo nudo d’anima, assolo con penna e plettro. Grazie per quanto ti sei aperto. Anche grazie per quando ti sei richiuso. Struggentemente all’unìsono. Come l’omino eroe, ma sposato e fuoriquadro – per fortuna! – di quel magico cortoon

   Forse anche nel te/Gianni maturo, torna l’istinto e la grazia che ti rapirono alla musica fin da quand’eri bambino, poi ragazzo:

 

   “… In quegli anni ho scoperto un universo meraviglioso. Paragonavo una composizione al cielo stellato. Mi fa tremare ancora stare col naso all’insù a guardare il cielo stellato (come un bambino)… che meraviglia! Ogni singolo corpo luminoso contribuisce a creare una sinfonia unica… e questo vale per il mare, per le cime, per i tramonti e le albe, per la natura, per il Creato tutto. Anche noi ‘umani’ in fondo siamo simili alle note… senza altre note siamo niente. Insieme siamo parte della più misteriosa e bella alchimia possibile: la vita.”





   Ti abbraccio. La “tirata” finale è una poesia inopinata. Per noi tutti e per te stesso.

 

suono per sopravvivere alla vita, per non perire

per fuggire alla mia incapacità di essere, vivere, amare, sorridere

troppo è andato perso

e quel bimbo non riesce proprio a comprendere

chiedo sinceramente perdono

avrei voluto essere migliore

 

   Vorremmo sempre essere migliori. Per noi e per gli altri che egualmente avremmo voluto migliori… E il mondo anche, oh se lo speravamo migliore! Per questo dobbiamo ancora e sempre MIGLIORARLO, MIGLIORARCI.

   Giorni sereni. Ad maiora! Credimi, tuo

                                                                              Plinio




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006