PRIMO PIANO
SU PAOLO SORRENTINO
‘Jep style’ ovvero
Il Grande Vuoto
(e la ‘salsa’
del trionfalismo)


      
Un lucido commento critico sulla variegata e debordante scia dei commenti e delle reazioni a cascata che hanno salutato il conseguimento del Premio Oscar da parte del film “La grande bellezza”. Tutti a saltare, more solito, sul carro del vincitore, non accorgendosi che la pellicola testimonia ed esprime innanzitutto la grande bruttezza e il grande squallore di una Roma contemporanea concentrata nella mondanità festaiola e sgangherata del suo centro storico. Il regista napoletano voleva riuscire a fare un’opera ‘sul niente’, ma aldilà del ricco armamentario spettacolare non è andato, mancandogli quel sapere poetico di Baudelaire per cui il mondo è ‘un’oasi d’orrore in un deserto di noia!’.
      



      

 

 

di Pippo Di Marca

 

 

Per tanti scrittori nati o cresciuti nelle metropoli, soprattutto americani ma non solo, immergersi e descrivere il mondo di quella che una volta si chiamava alta società è stata ed è una specie di passaggio obbligato o di scommessa intellettual-creativa o di gioco letterario. Uscendo da feste, da party più o meno stravaganti, i personaggi di Mailer, di Kosinsky, di Foster Wallace, persino dei più compromessi  di tutti nei giri glamour, tipo Bret Easton Ellis o un maestro di ‘vanità’ e di ‘falò’ come Tom Wolfe, il minimo che dicono o pensano è ‘sono – siamo – una manica di stronzi, di falliti, di frustrati, di pervertiti, di culo o di droga  o di testa, o di tutte e tre le cose’.

La  Roma bene  non è l'America, non è come quella della Quinta Avenue a New York, però insomma ce prova, se dà da fa’ e ci riesce così bene che  uscendo da certe feste in certi ambienti con riti immutati e immutibili  nel corso dei decenni – a me è capitato tantissime volte, soprattutto quand’ero fresco d’età e affamato di curiosità e de vita – non puoi fare a meno di sentire un po’ di sano disgusto, di essere un po’ schifato e assalito realmente dagli stessi cattivi pensieri dei personaggi della finzione romanzesca. Pensieri magari piuttosto incoerenti e ipocriti (scusa ce sei annato da te, nisuno t’ha obbligato, che t’aspettavi de’ diverso, perché ora piangi? de che te lamenti?), però pensieri decisamente negativi, che spesso si concludevano vomitando ogni ben di dio, compresa per così dire l’anima, a un angolo di strada, possibilmente buio. Tutto ci passava per la testa a noi poveri disgraziati, così come ai personaggi della finzione, tranne ‘glorificare’ e ‘sacralizzare’ con toni e modi trionfalistici, o che inducono,  subliminalmente o dichiaratamente, al trionfalismo, le feste da cui eravamo appena usciti, in alcuni casi letteralmente scappati, nauseati. Roba ‘bella’ di fuori , ma ‘brutta’, proprio brutta di dentro. Girala come vuoi, questa è la semplice verità, o ‘veritàààà’, come avrebbe detto Zavattini. Non c’è bisogno di essere moderni o postmoderni o borghesi o piccolo borghesi o marxisti o comunisti o terroristi o romantici o cattolicoromani o artisti o scrittori, o tuttologi (come andavano di moda, alla grande, nei salotti!) o nobili decaduti pe’ capillo.

Invece nun s’è capito, o s’è fatto finta di non capirlo, che è poi la stessa identica cosa, pure peggio! Il trionfalismo ancora una volta ha ‘trionfato’ in questo disgraziato paese. Che sta messo proprio male se non trova di meglio che appendere i suoi destini al filo di un film che ne parla malissimo,  se s’aggrappa con tutte le sue forze, e diciamo pure alla cieca, alla zattera di un Oscar per fermare o tamponare gli effetti di una china che meriterebbe ben altri atteggiamenti e soprattutto  appigli, sostegni ben più concreti, reali, non farlocchi, illusoriamente luccicanti.   

È un fatto, peraltro, e purtroppo, che il trionfalismo sia di casa da noi, declinandosi  spesso come la religione dei frustrati, il passaparola degli stronzi, il paradiso dei falliti, il luna park scintillante dei pervertiti. In un gioco al crescendo così smaccato che né gli uni né gli altri né una maggioranza silenziosa di proporzioni mai viste dal dopoguerra, si rendono conto di sfiorare, e a volte precipitare, nel ridicolo.  Mettendo, oltretutto, in colpevole imbarazzo ogni povero fesso che scorge il mare di ridicolo in cui sguazzano e non può farci niente. Che cosa puoi fare contro un’idiozia insieme d’élite e di massa? o contro uno strabismo così atavico, così congenito che non lo vedi  e ti convinci una volta per tutte che quella sia la posizione naturale degli occhi, l’unica giusta?    

Ma veniamo al sodo, usciamo dalle allusioni, parliamo più diretto. Dopo aver assistito all’escalation di trionfalismi che ha accompagnato e commentato attraverso i media nel corso degli ultimi mesi le varie tappe della scalata al premio Oscar del film La grande bellezza di Paolo Sorrentino e in modo particolare all’esplosione finale che è seguita all’agognato raggiungimento dell’obiettivo, mi pare  si possa dire che sia stato inferto un bel colpo a eventuali dubbi sui nostri peggiori difetti spesso nutriti da supponenza, ignoranza e prostituzione intellettuale (locuzione introdotta, ancorché da quale pulpito!, da Mourinho).





Paolo Sorrentino con in mano la statuetta dell'Oscar


Intendiamoci, è un film cinematograficamente ‘bello’, indubbiamente secondo i canoni e gli stilemi convenzionali più accreditati di un’opera filmica che intrighi e tenga desta più, con notevole maestria, l’attenzione e la curiosità di spettatori della classe media, nazionale e internazionale, a cui, del resto, è espressamente rivolto, dando loro quella forma di godimento estetico che s’aspettano e che un poco anche li sorprenda piacevolmente. Se non scomodiamo la parola arte e parliamo di alto artigianato cinematografico professionalmente più che avvertito la “bellezza” ci sta tutta e il “premio” pure. A che cosa servono infatti i premi? Almeno quelli letterari o appunto cinematografici?  A parte rare eccezioni, a riconoscere la capacità  del premiato di  essersi collocato all’interno di una rispettabilità espressiva ideale e ideologica compatibile con i parametri ‘cultural-mondano-economico-geopolitici’ del premio stesso, quelli da cui il premio deriva il suo senso, la sua legittimazione mediatica: e tanto più ‘funziona’, un premio assegnato, quanto più ‘esalta’ le caratteristiche,  i parametri dell’istituzione che lo gestisce e assegna. Il premio,  ancorché ambigno, o doppio, per la sua obbligata natura giudicante a sua volta però ecumenicamente giudicabile, certifica il ‘riconoscimento positivo’ di un’opera o di un autore da additare all’ammirazione del mondo nello stesso momento in cui valuta, soppesa quanto abbastanza debba o almeno possa  piacere perché lo si additi alla pubblica ammirazione vergognandosi il meno possibile. In questo rapporto di dicotomia piacere/non dispiacere si gioca la fortuna, la fama, se si vuole l’appeal, e persino il rischio, dei premi di maggior caratura e portata, siano essi il Nobel o lo Strega o gli Oscar o il Pulitzer o gli Ubu e via enumerando. Questa è la loro natura, questo è il loro azzardo, i cui esiti infatti sempre accettiamo più o meno supinamente e acriticamente in quanto promanano da un’autorità superiore, alla quale  espressamente si richiamano (come noi implicitamente, altrimenti non accetteremmo mai i premi, né la loro legittimazione o esistenza).

Detto questo, cioè dato a Sorrentino e al film e al premio quel che è di Sorrentino e del film e del premio, bisogna pur rendersi conto che c’è altro al di là e al di sopra, o se si vuole al di sotto, dell’incantamento ammaliatore della competizione, del fascino e dell’attrazione più o meno morbosi e intriganti, anfetaminicoemotivi di ogni competizione, degli eventi che la compongono e la suffragano nella cornice e sotto i riflettori delle cose mondane, ‘culturali’ e mediatiche – che non abbiamo parlato d’altro che della superficie. Ma proviamo a scavare sotto la scorza delle cose, a vedere che cosa c'è sotto la superficie... La prima cosa che salta evidente, ‘nun c’è bisogn’a zingara p’anduvinaCuncè, è che sotto la superficie non c’è nessuna ‘bellezza’. Sotto la superficie, la superficie del film, del premio e soprattutto dei trionfalistici commenti a tutto questo, c’è semmai, una bruttezza, tutta la nostra  grande bruttezza’. Direte. Perché tanto disfattismo? Perché tanta acrimonia quasi indiscriminata? Già, perché?  Provo a metterne su carta qualcuno...

... A meno di quarantotto ore di tempo dall’assegnazione dell’Oscar il premier Matteo Renzi, nella fattispecie ignorante, è andato in una scuola elementare di una città di antico splendore e di antica bellezza, almeno quanto la fame e il degrado e la povertà attuali, e ha detto a dei bambini innocenti che la scuola deve essere “il luogo dei sogni e della ‘grande bellezza’”( sic!), senza rendersi conto che stava ‘politicamente’ e ‘trionfalisticamente’ alludendo e sdoganando  un film e un titolo il cui messaggio di fondo, peraltro magnificamente esibito, a volerlo cogliere e raccogliere è – se siamo ridotti così, che campiamo a fare, a che pro’, che ci specchiamo a fare in noi stessi, senza neppure vergognarci un po’?!?  Ma bisogna concedere almeno attenuanti generiche al premier, la colpa non è sua, forse il film non l’ha neppure visto, la colpa è del film, la colpa è di Sorrentino e di quel titolo che è una furba – visto che se tratta de Roma se po’ dì – “paraculata” e può indurre in errore gli uomini dabbene o i poveri di spirito o  persino gli spiritosi...

… Fin dal giorno successivo all’assegnazione del premio si è prodotta, come già detto, sul film una inarrestabile escalation trionfalistica nella politica, nella cosiddetta  società civile e soprattutto nei media con in testa i due giornali portavoce di questo non proprio felice paese... Sui tavoli dei bar di periferia, e suppongo anche del centro, campeggiava la rivista glamour dei centri Ego “Bloom (Inside the ego experience)” distribuita gratuitamente che titolava a caratteri cubitali ‘La Grande Bellezza’, occhiello, ‘Marzo è un mese speciale per le donne e per i centri Ego’... I tour operators sbandieravano offerte di escursioni nei luoghi-location già mitici della ‘grande bellezza’... Il Sindaco Marino annunciava la concessione della cittadinanza onoraria in Campidoglio al cantore di Roma, il che poi è regolarmente avvenuto in pompa magna in Campidoglio, probabilmente senza aver visto il film, o mal consigliato, posto che il film narra la peggio Roma mai raccontata... Gli faceva eco dal colle Quirinale il Presidente della Repubblica, immagino anche lui ignaro del film, e peraltro seguendo da un lato una prassi consolidata, una sorta di atto dovuto, di fronte al prestigio del premio e dall’altro un comprensibile sentimento di solidarietà etnica e di protezione, ahinoi inascoltata e sterile, degli artisti di cinema e teatro... Il quotidiano “la Repubblica” si faceva letteralmente in quattro con profusione di articoli tesi a magnificare il film e a tacciare di antipatriottismo e lesa cultura  gli eventuali dissidenti, precipitati e messi all’indice  di volta in volta come guastatori o jettatori o invidiosi o  gufatori et similia, lanciando, al contempo, l’ultima moda, il JEP STYLE, le giacche sgargianti da dandy indossate da Jep Gambardella, alias Toni Servillo... Lo stesso giornale si lanciava spregiudicatamente a perorare  l’ultima campagna-denuncia in favore di patologie degenerative rare esistenti e aggravatesi da decenni. (Si tratta di due milioni di italiani che si ‘scoprono’ ora: in odore di ‘grande bellezza’ e in nome di Dadina, il personaggio forse più cinico e disincantato del film, interpretato dall’attrice Giovanna Vignola, affetta da achondroplasia, una forma rara di nanismo. Peraltro scelta nell’ottica grottesca e iperbolica che caratterizza tanto cinema di Sorrentino abitato da personaggi molto carichi forti, oscillanti tra il volgare, il brutto, il kitsch e il freak, giocati ed esibiti in un teatro o set di grandioso squallore, di cadaverica nobiltà, di borghesia d’accatto, di cinismo anche becero, di decadenza purtroppo avara di ironia, piena di sé, ostentatamente compiaciuta, il cui campione non a caso è Jep Gambardella, già un nome che gronda di ‘ridicolo’ e che Servillo incarna magistralmente, trasportando, trasfigurando Napoli, la sua, la loro, la nostra Napoli, ad ammorbare la supposta bellezza di una Roma ‘universale’ anche e specialmente in quanto insufflata di una napoletanità ipermoderna che tuttavia non è affatto dimentica della splendida mollezza borbonica, la quale fa il paio, ad abundantiam, con la raffinata, millenaria decadenza della ‘cuisine’ vaticana). E ancora, a Repubblica Tv, l’intervista a Sorrentino di Concita De Gregorio che tra sorrisi ammiccanti e occhi languidi cercava di restituire un ritratto ‘cinico’ cortesemente dribblato dal regista che del suo protagonista alter ego diceva “non è vero che sia cinico: dietro il cinico disincantato si nasconde sempre un sentimentale deluso”, ammettendo, bontà sua, che le feste non le ha mai viste, ma che le “voleva  memorabili, squallide e volgari” – mentre osservandoli la mia mente vagava a quel personaggio di scrittrice comunista che Jep Gambardella fa a pezzi, disintegra e che invece di andarsi a suicidare ritroviamo viva e vegeta, bella pimpante a ballare col suo aguzzino amico-nemico a una festa en plein air nei giardini del vaticano...





Toni Servillo è Jep Gambardella nel film La grande bellezza


Ma insomma, così va il mondo, bisogna farsene una ragione, stare al gioco, sembra dirci Sorrentino. Il suo protagonista reale, Servillo, un po’ meno, a dire il vero. Mostra di avere i piedi per terra, più lucidità, senso critico, si dimostra più ‘francese’ che ‘amerikano’. In uno degli ultimi assaggi di questo “tripudio patriottico” (cfr. Natalia Aspesi) sul “Corriere della Sera”, a firma G. Manin, parla di “malcostume nazionale insopportabile”, chiama in causa l'informazione dicendo “ viviamo in un costante stato di sovraeccitazione di cui anche i media sono responsabili. E questo annebbia qualsiasi considerazione critica di natura razionale”; attribuisce al suo personaggio la  consapevolezza” di “un mondo di cui non si può andar fieri”; glissa elegantemente, ma con infastidita nonchalance, alla voce messa in giro pare dal cosceneggiatore secondo cui il suo ruolo all’inizio sarebbe stato pensato, ahiahiahi!, per Benigni. Non si può che concordare, come non si può tacere su un altro passaggio dell’intervista che lascia quanto meno perplessi, quello in cui, citando Saba, Servillo dice che gli italiani essendo “incapaci di uccidere i padri e quindi fare la rivoluzione, chiedono ai padri il permesso di uccidere i loro fratelli.” Quanto ai padri e a fare la rivoluzione da noi non se ne parla neppure, ma con la questione dei  fratelli, che pur esiste, bisogna andarci piano, perché è ambigua, ha due corni: se è vero che i fratelli ‘minori’ vorrebbero uccidere quelli ‘maggiori’ è altrettanto vero che questi ultimi hanno ucciso molti dei primi per arrivare dove stanno, per essere maggiori.

Mi accorgo che ho parlato troppo del ‘discorso sul film’, facendo della facile antropologia sui costumi degli italiani, mentre sarebbe più giusto ritornare al film in quanto opera, concentrarsi sul ‘discorso del film’, sul tema e sul linguaggio. Il tema è chiaro, e alto, almeno nelle intenzioni. Gambardella dice, credo più d’una volta, che per Balzac la massima aspirazione di uno scrittore sarebbe di scrivere un libro sul nulla, ovviamente senza riuscirci, e neppure tentare. Lo stesso dichiara Sorrentino che “voleva fare un film sul niente”, magari convinto di esserci riuscito. La cosa certa è che ha tentato in tutti i modi di riuscirci facendo leva sugli strumenti migliori del suo variegato e indubbiamente ricco armamentario ‘spettacolare’; la cosa certa è che ha fatto del niente, del vuoto esistenziale di una manica di falliti, sbandati, inetti, parassiti, stronzi, vanesii, ma felici, beati, contenti di esserci,  un ‘grande spettacolo’ – alla cui altezza, o bassezza, bellezza, o bruttezza, peraltro si dimostrano assolutamente adeguati – dove ha messo praticamente tutto, tutto ciò che secondo lui poteva fare  bello e spettacolare il vuoto, il nulla. Queste forzature, con punte di geniale astuzia creativa, verso il bello, inteso come messinscena, e a discapito del brutto, inteso come categoria dello spirito, appaiono con più evidenza – addirittura s’impongono, diventando lo stile, se si vuole il linguaggio, del film – nella teatralizzazione dichiarata, eccessiva, estrema di molte scene e ancor di più  nella colonna musicale, addirittura devastante per quel che riguarda le forzature, diciamo pure la coerenza narrativa.

Sembra che per i personaggi la vita sia tutto un teatro in cui però non ci sono attori, non ci sono protagonisti, ma c’è la passività vuota, morta, di un’umanità votata quasi esclusivamente a un voyerismo inerte, cadaverico, che si trascina da uno spettacolo all’altro, da un set all’altro, in una sequenza di squallori splendidamente abbelliti qua da stilemi coreutici eleganti e raffinati, freddi, patinati, da meravigliosi scorci scenografici naturali oppure pacchiani (come la ‘terrazza’ di Gambardella con vista sul Colosseo...), altrove da allucinanti, orrende performance di body art esibite con divertito, compiaciutissimo disgusto: il tutto  avallato dalle riflessioni-commenti fuori campo del protagonista, con parole rallentate, strascicate, pesanti come piombo, centellinate una ad una  per dare un peso specifico pregnante, autoritario, apodittico al nulla – come quando, tra le altre cose, Gambardella afferma di ‘non accontentarsi di essere il re, l’anima delle feste mondane, ma colui che le fa fallire, il demone della mondanità’ (affermazione francamente indigeribile, narrativamente ‘incredibile’). Eppure ancora saremmo in un gioco di ‘gustoso’ intrattenimento, all’altezza se vogliamo dello squallore ‘disgustoso’ della materia trattata. Dove invece le forzature diventano pericolose è nel tentativo di attingere a dimensioni tra il metafisico e il religioso, dare una patina e una patente di ‘sacralità’, a una materia che più volgare e bassa non si potrebbe, ‘abbellendola’ musicalmente. Qui il film passa il segno e da sé dal suo interno, mentre cerca di elevarsi a tutti i costi, svela il trucco, l’equivoco di fondo. Anche dando per scontato che nel film aleggia una sorta di rituale della morte, come se tutti fossero riflessi cadaverici di se stessi, fantasmi, invece di assatanati frequentatori di party frenetici senza capo né coda, ancorché narrativamente trascinanti – che cosa c’entra la musica sacra, d’organo o d’altre forme, di inusitate  altezze religiose, a commento, per dire, della scena dove un coglione assoluto che nuota nottetempo nella sua bellissima, personale piscina indoor con la moglie in accappatoio bianco che lo guarda tra l’annoiato e l’assorto? Idem per  una serie numerosa di scene ‘simili’, con musiche altrettanto ruffianamente divine. Certo, siamo, tutto il creato è creatura di Dio, anche la merda, però il gioco, andiamo, è troppo sfacciato.





Una scena festaiola della pellicola di Sorrentino


Molto meglio, molto più giusto il contraltare, un colpo al cerchio e uno alla botte, interessante della musica leggera, pop o disco o rock o anche mariachi, va benissimo, tutto fa brodo, e spettacolo. Qui ritroviamo una simbiosi drammaturgica per così dire, profanissimo commento musicale a profanissime immagini e profanissima storia. Qui, in quanto a spettacolo profano o cinico, o disincantato e amorale, ci siamo. Non reggono invece gli assunti, o meglio le sfumature/forzature religiose e quelle ‘sentimentali’ della storia. Gambardella attraversa col suo sorriso superiore una sfilata di ‘funerali’ che lui ha voluto, a cui ha contribuito nei decenni, è una sorta di dio-padre che ha ucciso i suoi figli e non è neppure tanto pentito, preferirebbe non sporcarsi la spallina della giacca o evitare pesi eccessivi alla sua zona sacrale dovendo portare in spalla la bara del suo miglior amico; e poi, alla fine di questa carneficina, se ne ritorna bello bello a casetta sua avita a ricominciare da dove era partito, a riprendersi l’innocenza perduta di un amore di ragazzini forse più sognato, o trasognato, che reale. Sarebbe questa la morale, conciliante, provinciale, quasi melò, di un film in realtà violento, angosciante anche, nonostante ogni abbellimento. Ho sentito molti spettatori esprimere una sensazione di angoscia per la grande bruttezza che sotterranea attraversa il film, nonostante i suoi personaggi ridano e ballino e cazzeggino tutto il tempo e tutto questo sia ammantato e declinato e infine ‘promosso’ come bellezza, addirittura ‘sacra’, oltre che ‘grande’.

Se, inseguendo questo filo d’angoscia, pensiamo i tanti morti del film come dei ‘suicidiati’ di quella società, possiamo immaginare che l’ultimo a suicidarsi, come gli altri, avrebbe dovuto essere Gambardella. Altrimenti la drammaturgia di questa storia fa acqua. Anche nel nulla c’è la tragedia. Diciamo di più. Proprio nel nulla si nasconde la vera tragedia, la sconfinata bruttezza, la noia di ogni nostro viaggio o storia negli abissi dell’essere. Se ci si ferma prima di cadere, se non si guarda l’abisso, ma ci si riflette nello splendore dell’acqua fresca delle fontane e delle piscine di Roma, l’orrore della vera tragedia viene appena sfiorato, resta fuori e rimane solo un finto simulacro di ‘grande bellezza’: che purtroppo – senza neppure sapere e capire, o volerlo fare, che è finta, che è un simulacro, che è un equivoco poetico, e culturale – ci porteremo appresso come uno sciocco mantra per i decenni a venire. E viva l’Italia!

E visto che siamo, in fine, andati a parare in categorie da massimi sistemi poetico-filosofici come la Noia e l’Orrore, che il film mette in conto e poi sfiora senza mai affondare, senza approfondire, anzi facendo di tutto  per esorcizzarli, mi punge opportunamente vaghezza di chiudere  scomodando uno che se ne intende come Baudelaire commentato dal suo fratello minore Bolaño. Scrive Baudelaire nella poesia “Il viaggio”: …  “Un mattino partiamo, il cervello in fiamme... felici di lasciare la patria infame, gli uni; altri l’orrore delle famiglie (…) Sorprendenti viaggiatori, quante nobili storie leggiamo nei vostri occhi profondi come il mare. Mostrateci gli scrigni colmi di ricordi”. (Commenta Bolaño: “E il viaggiatore, o il fantasma che lo rappresenta, non può che rispondere enumerando le stazioni dell’Inferno (…) Ma è anche un viaggiatore radicale e moderno, uno che vuole, deve ‘vedere’, ma vuole anche salvarsi. Il viaggio, tutta la poesia, è come una nave che avanza dritta verso l’abisso, ma il viaggiatore, lo intuiamo dal suo disgusto, dalla sua disperazione, dal suo disprezzo, dalla sua lucidità vuole salvarsi, perché vuole conoscere e conoscersi fino in fondo, cercare nell’abisso la propria immagine”).

Prosegue Baudelaire:  Sapere amaro quel che si trae da un viaggio! Monotono e piccolo il mondo, oggi, ieri, domani, in ogni tempo, ci rivela a noi stessi: un’oasi d’orrore in un deserto di noia!” (Commenta Bolaño: “Questo verso è la diagnosi più lucida della malattia dell’uomo moderno: se vuole uscire dalla noia l’unica cosa che ha a disposizione è l’orrore, vale a dire il male... Ogni artista elabora una sorta di documento o documentario del suo dolore, del suo personale incontro con l’orrore che segue passo passo la sua lenta agonia...).     

 

 




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