PRIMO PIANO
RIFLESSIONI
DOPO L’OSCAR
“La grande
bellezza” e “Sacro
GRA”: due idee
di cinema
a confronto


      
Note sparse sulla pellicola di Paolo Sorrentino premiata in America (anche ai Golden Globes). Opera importante, di palese impronta felliniana, ma forse acclamata soprattutto per la magnificenza visiva del centro storico di Roma. Più innovativo appare, anche sotto il profilo produttivo, il film di Gianfranco Rosi, premiato a Venezia, che sposta lo sguardo sul sottomondo dell’estrema periferia capitolina e costruisce un inedito percorso narrativo con ‘pezzi di realtà’.
      



      

 

 

di Marco Palladini

 

 

“Cercavo la grande bellezza, ma non l’ho trovata”: è una battuta-chiave pronunciata da Jep Gambardella verso il finale del film di Paolo Sorrentino che ha vinto l’Oscar 2014 come migliore pellicola straniera. Una battuta indicativa del sentimento di delusione e di disincanto verso la propria vita di questo giornalista agiato, scrittore di un unico, premiato romanzo in gioventù, che ha poi smarrito o dilapidato il proprio talento letterario nei mille rivoli della vità notturna e della mondanità festaiola, volgare e superficiale di Roma, una città eterna non troppo diversa, al fondo, da quella ritratta oltre mezzo secolo fa da Federico Fellini nell’indimenticabile La dolce vita.

 

In comune c’è lo sguardo sulla immensurabile bellezza storico-artistica di Roma. Vista come un immane deposito di monumenti, palazzi, architetture, resti di templi e fori, chiese, castelli, piazze, strade, giardini, cortili, ponti, lungotevere, fontane, scalinate, statue, quadri che dall’antichità classica e imperiale risalgono fino all’età barocca della Roma papale. Ed è questo sguardo, sicuramente innamorato, che suscita, io credo (e lo capisco), l’entusiasmo degli stranieri. Loro cercano ‘la grande bellezza’ e la trovano nel film e a questa bellezza, anche molto da cartolina, vanno principalmente i consensi e la messe dei premi riscossi da Sorrentino fino all’Oscar.

 

Sospetto, invece, che agli stranieri poco importi della condizione umana di Gambardella-Servillo: del suo vitelloneggiare in uno stato di sazietà, di vaga nausea, di rassegnato cinismo, dove l’unico soffio di aria pura sono le fantasie oniriche di come avrebbe potuto essere la sua vita se la fidanzatina dei vent’anni non l’avesse lasciato (continuando poi ad amarlo per tutta la sua esistenza, tipica contraddizione femminile).

     

Più di una volta, andando all’estero, mi sono reso conto della sostanziale e quasi completa ignoranza degli stranieri verso le vicende sociali e culturali italiane. Nella loro visione noi siamo meramente i fortunati abitanti di un mirabile parco giochi archeologico, di un ricchissimo paese-museo, poi certo anche bruttato dalle tante mafie e da una politica corrotta e incapace. Ma nulla di più sanno e gli interessa sapere. L’italiano contemporaneo è, in definitiva, recepito come l’immeritevole e scombiccherato tenutario e gestore di un grande passato. Del presente arriva soltanto un mix di decadenza economica, malaffare e criminalità.

 

Probabilmente era così anche cinquant’anni fa quando La dolce vita trionfava sugli schermi planetari. Del resto, anche Fellini mostrava nel suo film i tratti decadenti e la corruzione dei costumi e il vuoto morale nell’Italia appena uscita dal dopo seconda guerra mondiale. Ma il suo sguardo critico non riusciva a reprimere o a deprimere quel senso di energia affluente, di euforia vitalistica che trapela nella pellicola e che era esattamente quella dell’Italia appena prima del ‘boom’ moderno-consumistico degli anni ’60. Non a caso, il suo protagonista, il giornalista Marcello Rubini (incarnato da Mastroianni) è un trentenne, certo ondivago e in qualche modo tormentato, ma ancora con tutta la vita davanti. Il 65enne Gambardella è invece un uomo a un passo dalla pensione, è un anziano che fa il giovanotto, il suo presenzialismo mondano assomiglia a un vizio assurdo, ad una abitudine ripetitiva e devitalizzata. A suo merito c’è che Gambardella-Servillo ha una lucida auto-percezione di fallimento, mentre Rubini-Mastroianni è probabilmente anche lui un fallito, ma ancora non lo sa. Indicativi sono i due finali: dopo la festa-orgia notturna il Rubini felliniano si ritrova all’alba sulla spiaggia di Ostia, diviso tra l’apparizione di un mostro marino, madornale simbolo dell’inconscio malato dell’ambiente in cui gravita, e i richiami di una angelica adolescente (che ha il volto ingenuo e sorridente di Valeria Ciangottini); richiami ad una vita forse non più dolce, ma più pura e vera. Ma il rumore della risacca del mare impedisce a Mastroianni di sentire le parole della ragazzina, così la saluta incerto, si volta e torna indietro con gli altri, il suo destino è segnato, non c’è redenzione possibile. Dunque, l’explicit di Fellini risuona amaro e del tutto pessimistico.







Laddove invece, per paradosso, il finale del film di Sorrentino volge quasi al positivo, adombrando la possibilità che Gambardella ritorni alla sua primigenia vocazione, quella di scrittore, e finalmente componga il suo secondo romanzo, ideale prosecuzione del libro di esordio il cui ambizioso o forse pretenzioso titolo “L’apparato umano” (che doveva essere l’iniziale titolo del film) rimanda inevitabilmente a quello di uno dei più importanti libri di poesia del secondo Novecento italiano: Gli strumenti umani (1965) di Vittorio Sereni. Gambardella alle soglie della terza età è pronto per un nuovo ricominciamento? Difficile da credere, ma Sorrentino evidentemente non ha voluto precludere questa possibilità. La sua Roma ha una straordinaria bellezza epperò algidamente funerea, sepolcrale, orlata di lutto, e lui allora non si nega un terminale sbaffo di ottimismo, perché, riflette, la vita continua, perdura, macina implacabile a dispetto di tutto il chiacchiericcio, di tutte le banalità, delle sciocchezze e delle cose inutili di cui la riempiamo giorno dopo giorno. La forza inestinguibile della vita vince anche contro il sentimento di morte: questo mi sembra il ‘messaggio’ ultimo della sua opera.

 

Opera senz’altro importante, pure magniloquente, visivamente splendida e piena di echi letterari, pure ironici. Opera certo non perfetta, ma che cerca di tenersi in equilibrio, sia quando azzarda l’affondo spirituale, mistico-visionario con la santa sdentata, quasi un clone di madre Teresa di Calcutta, circondata da uno stormo di surreali fenicotteri; sia quando ammicca alla contemporaneità socio-criminale con l’arresto del super-latitante mafioso, enigmatico vicino di casa di Gambardella, che rivendica stizzito e ammanettato che è gente come lui che manda avanti questo paese, che fa girare la sua economia, non gli artistoidi e intellettualoidi come Jep e la sua comitiva di amici parassiti.

 

Il limite vero della Grande bellezza è, però, forse quello di rimanere abbacinata e incardinata al centro storico di Roma, di una Roma borghese e vacua e gigiona di cui Sorrentino non ci sa dire, poi, molto di più di quello che ci avevano detto mezzo secolo fa Fellini e Flaiano. Fermo restando il talento immaginifico e lo stile narrativo ellittico e mai mimetico di Sorrentino, il suo cinema resta comunque nel solco della grande tradizione, della nobile convenzione, non apre nuove strade, nuovi orizzonti filmici.

 

È per questo che gli contrappongo l’altro film italiano apicale del 2013, ovvero Sacro GRA di Gianfranco Rosi, vincitore dell’ultima Mostra di Venezia, grazie soprattutto al sostegno del presidente della giuria, Bernardo Bertolucci. Che da grande regista e maestro di cinefilia, ha perfettamente compreso la novità decisiva, la soluzione di continuità rappresentata da questa pellicola. Che sposta, come già fece Pasolini rispetto a Fellini con Accattone e Mamma Roma, lo sguardo sulla capitale dal centro storico all’estrema periferia, là dove c’è un sottomondo degradato, ma formicolante di vita anche bizzarra, sorprendente, misconosciuta, tutto sommato assai più interessante di quella dei ricchi borghesi annoiati e svuotati dei quartieri del centro.





Un'immagine di Sacro GRA (2013), regia di Gianfranco Rosi


Ma Sacro GRA è l’anti-Grande bellezza anche e soprattutto per le sue modalità produttive. Rosi ha trascorso quattro anni e mezzo a vagabondare e peregrinare perlungo le zone adiacenti il celibe e celebre anello del Grande Raccordo Anulare, incontrando una quantità di personaggi, raccogliendo decine e decine di storie, scoprendo scorci e aspetti di vite marginali, inimmaginabili da qualsiasi sceneggiatore. Via via ha selezionato storie e personaggi, con alcuni di loro è entrato in intimità, in amicizia e ha incominciato a costruire un percorso filmico che non è quello del semplice documentario, ma quello che i francesi definiscono di ‘cinéma du réel’. Ossia di cinema di narrazione costruito con ‘pezzi di realtà’ adeguatamente filtrati e diretti. Quello di Gianfranco Rosi è vero, innovativo cinema antropologico con persone reali che recitano se stesse, in un sottile slittamento di verità umana e sociale ‘ricostruita’. Qualcosa per certi versi di analogo al Gomorra di Saviano, col suo peculiare mix di inchiesta giornalistica e scrittura romanzesca.

 

Se La grande bellezza con la sua potente confezione da cinema di finzione in fondo ci illustra il già noto e già visto, il cinema del reale di Rosi ci presenta una Roma contemporanea largamente ignota, quella di uno sprawl suburbano che si reinventa le coordinate di vita in forme inusitate, insieme post-moderne e neo-antiche, forme che sono, in modo traverso e straniato, poetiche. Della poesia minima della vita che resiste testardamente e assurdamente contro tutto e contro tutti. Dunque, la vita vera senza abbellimenti, la cui ‘grande bruttezza’ ha nondimeno un alone di beltà, di sublime persistenza.

 

Post-scriptum – Mi viene in mente che Sorrentino è un napoletano che è venuto a raccontare la Roma oggidiana. Mentre l’altro nostrano regista quarantenne di punta, il romano Matteo Garrone, è andato con Reality a Napoli a raccontare kitsch e sogni della plebe partenopea pitonizzata dai miti e riti della tivù trash. Un simile incrocio geografico-creativo vorrà dire qualcosa?                     

 

      

 

 




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