LUOGO COMUNE
NOTE D’AUTORE
Quando scoprii
la Londra segreta
di “Blow-Up”


      
Zibaldoneggiando a cascata tra memorie e curiosità letterarie e cinematografiche. Principiando con Luciano Bianciardi e le sue lampeggianti visioni polemiche e satiriche. Poi inseguendo mille rivoli di memoria autobiografica, accendendo i ricordi di Marlon Brando, dei tanti western americani visti e dei “Vitelloni” di Fellini, geniale fumettista, laddove Luchino Visconti era regista (dal melodramma a Wagner) e gran lettore, mentre Antonioni partito come valoroso documentarista si rivelò scrittore. Ancora sbalordendo nel 1995 con “Al di là delle nuvole”, girato a quattro mani con Wim Wenders. In coda menzione d’onore per l’ultima raccolta del poeta Nanni Cagnone “Perduta comodità del mondo”.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

LE PALLE DI SANT’AMBROGIO

 

 

Sappiatelo,

però, non si ricapitola,

N. Cagnone

 

Nel disordine del mio studiolo; credo di averlo ormai reso familiare, magari con spunti diversi, a chi mi legge (io non sono sicuro che chi mi legge ci sia, qui manca il mare e manca la bottiglia). In fondo, non sarebbe impossibile mettervi riparo; tiro tutto di sotto, metto un paio di tavole da un capo all’altro della stanza, vi colloco provvisoriamente libro per libro, senza stare troppo a sottilizzare, lascio che il mio lettore di compact novissimo vada a manetta (mai troppo alto, nemmeno però da somigliare una inane muzak di fondo; la mia tecnica è girare all’insù la manopola del volume fino a che i piani abbiano una loro netta, non prepotente audibilità, poi i livelli si fisseranno da soli), in una settimana c’è il ritorno all’ordine. Forse è per questo che non mi decido.

 

Sento i libri come persone vive, magari si sgomitano, come all’uscita dallo stadio, o si accapigliano, altri si rimbusecchiano e non sai più dove sono finiti. Quando la mia gattina Schizzo decide di non farsi trovare ho voglia di mettere a soqquadro tutte le stanze della casa; cresce poi l’ansia, apro scarpiere, armadi, casomai ci si fosse chiusa dentro. A volte accadde. Quanto mi specchio nella sua bizzarria.

 

Il bello del disordine sono le repentine riapparizioni. Oggi, frugando per altro, mette fuori il capino un libriccino prezioso nella sua modestia (“stampa alternativa”) che otto anni fa mi fece avere in dono Antonello Ricci. V’è ancora il suo bigliettino, tenuto da un gancetto e scritto a lettere maiuscole: sono le lettere di Bianciardi a un amico grossetano (tipografo, pittore, narratore, e uomo di gran cuore), Mario Terrosi. Mi diceva Antonello: è un libro ‘da collezione’, perché per l’insorta opposizione della figlia di Bianciardi, una volta stampato non era potuto arrivare in libreria.

 

Ma se gli ‘eredi’ facessero quanto solo gli spetta e non rompessero i coglioni. Io tengo cari i due ‘antimeridiani’ bianciardeschi prodotti scrupolosamente dalla figlia del grande scrittore, ostinatamente tenuto nell’antinferno dalla critica che conta, ma mi chiedo che danno avrebbe potuto apportare il librino allestito da antonello. Non era certo edito per lucro, ma (citando per una volta un Prodi tornato, sai perché, di gran moda a questi chiari di luna finali) v’è una ragione nella stupidità. Un Prodi che parla di stupidi va ascoltato religiosissimamente, come uno struzzo che parla dell’uovo e delle pietre, od un pievano di funghi trifolato. Dal dì che nozze, e tribunali, e are... (dal dì che cozze, e offitïali, & lire...) Le leggi son? Poni le mani «a L».

 

In settanta paginette Bianciardi com’era (questo il titolo del libriccino silurato) teneva insieme una lieve e perfetta prefazione di Pino Corrias (La provincia, trappola e meraviglia), le memorie bianciardiane (col carteggio relativo) curate da Mario Terrosi, e due appendici, una due paginette di Bianciardi sull’amico scrittore e pittore, rimasto fedele a Maremma, l’altra la ripubblicazione di un magnifico intervento di Antonello Ricci, Bianciardi in provincia. La provincia in Bianciardi, da lui letto al Convegno internazionale di studî per l’ottantesimo (pensate!) della nascita dell’autore de La vita agra. Il tempo ci disfa: Bianciardi muore nel novembre del 1971 (mi ero da un anno trasferito a Parma, era stato come per Bianciardi ‘salire’ a Milano – e le speranze si erano sùbito rivelate in gran parte illusorie o malfondate, mi ci finii di ammalare e, per anni, divisi tesi di laurea a sacchi e pillole a camionate, consigli di facoltà ‘liberalizzati’ e la fiaschetta di whisky nascosta nella tasca della giubba), il convegno di cui sopra è del 2002 (editi gli atti dal fattivo editore Vecchiarelli), la soppressione in fasce del libretto di “stampa alternativa”, del 2006. Mario Terrosi morto senza vedere l’alba del nuovo millennio.

 

Il saggio di Antonello si apre con due esergo («... È finito il tempo delle pesche miracolose...» di Flaiano; «... Una mente dialettica vedrebbe i contrari, non i simili», dello stesso Bianciardi, Viaggio in Barberia) e con un invio folgorante;

 

«L’Italia è un paese con gravi disturbi della memoria».

 

L’Italia, vista da uno che, per essere, si è mimetizzato nel cantore, nel cronista, nella «fidanzata» di una Viterbo tanto vera da riuscire immaginaria come un’ossessione. E, in qualche pomeriggio inciprignito, magari l’ho preso sul serio.

 

Il tempo ci corrode e ci apre gli occhi. Troppa gente mi càpita fra i piedi che si scambia per Marinetti, per Ungaretti, per Tristan Tzara o per Federico Fellini. Troppa. E non saprebbero nemmeno pensare un passo come questo, luculentissimo, di una lettera a Mario, di Luciano (22 dicembre 1962):

 

«... Passerò il Natale in un paesino verso Varese. Qua stanno impazzendo: la città di notte sembra un Luna Park, hanno attaccato lumini anche alle palle di Sant’Ambrogio, e la folla compra, compra, compra. Figurati che comprano persino i libri...»

 

Non solo la folla aveva perso la testa. Il passo che, nella medesima lettera, segue mi conferma che non fu un mio errore (sono una miccia sorda, che d’un tratto avvampa e dà in esplosioni) quella di un allora lodato scrittore ‒ non certo Bianciardi ‒ che andava in giro «dicendo fregnacce grosse come case»:

 

«Gli dovrebbe essere proibito di prendere la parola in pubblico. Scriva i libri, se ne stia zitto, e non rompa i coglioni al prossimo [...]. Non si può dire in pubblico che nel nostro secolo, oltre a Carlo Cassola ci sono stati due soli scrittori degni di questo nome, e cioè Joyce (Ulisse escluso) e Pasternak...»

 

Al Gabinetto Vieusseux, stavo filandogli dritto addosso quando mi placcarono alcuni compagni del seminario Caretti. I fiorentini, ascoltavan beati, come le carte igieniche di un gabinetto d’indecenza.





Luciano Bianciardi


***

 

Non ho balaustrate a cui appoggiare la mia melanconia. Qualche vecchio caro film, magari; avevo dimenticato Il merlo maschio, di Festa Campanile, che fu una delle ultime soddisfazioni di Bianciardi («... È molto bello. Quello che nelle mie intenzioni era una storia grottesca, è diventata una poesia tragicomica [...] Vai a vederlo, perché è bellissimo. La moglie è Laura Antonelli, che vedrai nuda in tutte le posizioni»).

 

Scherzava? diceva serio? Intanto si andava ammazzando un bicchierino dietro l’altro.

 

 

***

 

L’Antonelli, quanto a lei, era ancora una bella, magari una bellissima ignuda marginale (notare che ho scritto ‘ignuda’ e non ‘nuda’, ignuda è un vocabolo specialistico degli storici dell’arte che si illudono così di metter le foglie di fico a quello che riesce tentatore), Luciano non fece a tempo a vederne il gran getto, come di geyser, che coincise con Malizia, due anni dopo. Lei sulla scala, io di sotto che la reggo... e tutto veggo (la canzonetta in appoggio alla Battaglia del Grano, le poppe ed i bicipiti del Duce e le mutandine, quando c’erano, della Bella Contadina).

 

 

***

 

Era il 1973 e, sul finire dell’anno prima, Brando aveva ballato (e chiamalo ballare, sia pure l’allusivo, allegorico Tango) con la piccola Schneider il suo tango di morte a Parigi. Nemico dei numeri, ho sempre fatto dei calcoli. Brando era esploso nel 1954, con The Wild One (Il selvaggio) «nel fulgore dionisiaco e tetro dei suoi trent’anni» («Il Morandini, offia le guagnele dei miopi assicurati»). Io mi ero ripetuto la mia seconda media, andavo scoprendo (da selvaggio senza motocicletta e senza giubbotto catrame) che il Manzoni era uno scrittore «barocco» (ignoravo questa brutta parola passepartout, ma avevo una specie di istinto per l’irregolare), detestavo (presago mio cuore) il Monti, irridevo al Pindemonte, adoravo Annibal Caro, avevo sposato l’Opera lirica perché mi piaceva cantarmela e sfidare mio fratello (vocalmente superdotato) nei duetti della Forza del destino, (e oggi, proprio via quei duetti, l’operone verdiano non si esegue ormai quasi più, in attesa di trascrizione per castrato e mezzosoprano delle parti leggendarie dei tenori Caruso e Martinelli, Lauri-Volpi e Del Monaco, e dei baritoni Titta Ruffo e De Luca, Gino Bechi ed Ettorre Bastianini), leggevo ancora “il Vittorioso” preferendolo alle strisce di Tex, e mi vedevo almeno un film al giorno. Pindemonte? «Non gli s’alzi da presso altro cacume». Ma Brando l’avevo scoperto almeno un anno prima, nel Giulio Cesare di Mankiewicz. L’orazione pel morto dittatore mi aveva mandato in delirio e, a non mollare l’osso, m’ero fatto fiorire un broncino da marcantonio sulla mia faccia di bimbo che pativa, pativa la crescita. Come Renzi per darsi l’illusione di essere come Mussolini; cresci, cresci.

 

Coi professori non mi trovavo; anonimi e burocratici. Coi compagni anche meno; tenevano comizî a pomeriggi interi sugli uccelli e le fiche e io, solo in disparte come il Saladino, non riuscivo a capire che cosa ci trovassero di tanto interessante.

 

Ero cattolico e dunque non credevo in Dio. La provvidenza mi mandò poi, compagno di classe, il vulcano Franco Cardini, che mi fece da fratello maggiore, e un pretino incantevole, insegnante provvisorio di religione, rapito dalla musica, dalla poesia e dalla santità. L’insegnante non provvisorio di religione era un energumeno di campagna che si rese immortale per un urlo abbaiato contro uno scolaro impreparato e timido: «Non bestemmiare porcamadonna!» Allibimmo; stanotte, del resto, in una delle notti eterne in cui non mi viene il sonno, ho scovato il Trattato breve in difesa della bestemmia, abbozzato dal nostro Bianciardi (ve l’ho detto che sto rileggendomelo) nei tempi brevi della sua vita di «normalista», a Pisa, (gennaio 1941), in ispirito di parodia: «... non si aborrisce od approva la bestemmia, ma solo il bestemmiatore. Il quale bestemmierà bene se saprà bestemmiare a tempo e luogo [...] e bestemmierà invece male se non saprà adeguarsi alle circostanze». Era fra poco mezzo secolo che i filosofi portavano nomi profumati come la violetta di Parma: Croce, Gentile, Spirito. E così si faceva filosofia.

 

Qui il lettore che sia anche felliniano si ricorda sempre, nell’«intermezzo scolastico» di Amarcord, la figura del professore meridionale, malvestito e malrasato, che tira la salciccia dell’etica dello stato fasista, andando insù e ingiù pel corridioio fra i banchi, in estasi paroliera, con gli scolari che gli vanno dietro come i vagoni a una locomotiva. In fondo il maggior merito di Amarcord è di avere aperto la strada a Pierino la peste. Alvaro Vitali se no sfioriva in un destino di comparsa. Chi me ne avrebbe mai consolato. Per me perfino Totò è troppo intellettuale.

 

 

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Antonello mi ha fatto scoprire un pezzullo del giovane Bianciardi, uscito su “Cinema nuovo” nel 1955. Correva sugli schermi, ancora, i Vitelloni, di due anni prima, girato in buona parte a Viterbo camuffata da Rimini (Ricci ne tocca in un suo libro, La zona grigia, del 1996). Due intellettuali di provincia, uno piccolo e uno alto, più Sussi & Biribissi che Bouvard et Pécuchet, escono dalla visione del film di Fellini, chiaro che vi si sono ritrovati; uno è Cassola, il piccolo, l’alto è Bianciardi, allora due anime in un nòcciolo. Cassola è scontento, per lui era la norma; del resto è già o si sente «scrittore». Anch’io raramente uscivo contento dal cine. Ancora mi rimorde il ricordo (dovevo essere in seconda o terza liceo) di mio padre, difficile ad aprirsi, che mi aveva regalato una serata in un costoso locale del centro, vi programmavano Sfida nella città morta di John Sturges. Un bellissimo film, oggi da me molto ammirato, di un regista che non mi vergogno di mettere sul piano (dall’altro versante del monte) di John Ford. Venni via mugugnoso, tagliando i capelli in 44. Mio padre, che pure mi conosceva, quella sera ci rimase male. Lo vedo ancora, mentre si spogliava in camera, con quelle sue dure maglie di lana scura, le mutande a calzoncino che non abbiamo indossato mai, noi fioriti nell’èra degli slip. Pareva disperato. Mi fa male ancora, quando ci penso. Che ritrovassi, anni dopo, qualcosa dei miei difetti nel bieco Cassola? Bianciardi è giornalista: fatterelli grossetani o riminesi è la stessa condanna. Passeggia e fuma una sigaretta; ah le suffragette. Han tolto di mano alle genti quella bianca cannuccia dal capino rosso-rosa. Dice che hanno sconfitto il cancro in realtà hanno tolto una consolazione solida ma illusoria alla pena del vivere. Fumare una sigaretta, si sa, era tutto un modo di comportarsi. Rimasti senza, le genti han ripiegato sulle droghe, prima leggère poi via via più pesanti, con vistoso vantaggio della salute pubblica. Ma vallo a spiegare alle suffragette. (Chi scrive queste parole, non ha mai fumato, nemmeno mezza cicca ‘per provare che cosa si sente’; il mio fumo è stata la musica).

 

 

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Io sono stato un bambino precoce e un adolescente tardivo. Mia moglie mi sposò con lo stato d’animo di chi adotta un bambino congolese. Ora è volato quasi mezzo secolo. Nel 1955 uscirono 536 film (almeno secondo gli elenchi di Google). Mi sconvolge rileggerne ora i titoli, accorgermi che nelle scaffalature del mio cervello essi posano in luoghi diversi e, a volte, lontani. Gioventù bruciata esce nello stesso tempo di Marcellino pane e vino! La crescita ha i suoi misteriosi rallentamenti, le sue segregate messe in sospensione. Esplodevano James Dean, la Super-Sophia, ma ricordo bene come, in famiglia (penso che seguissimo ancora per qualche anno i Festival di San Remo e, certo, il lunedì era sacro ai concerti Martini & Rossi, a volte con accoppiate strepitose come una soirée Gigli-Callas, vedicaso, dal salone del Festival, o uno stupendo concerto pucciniano nel centenario della nascita del grande musicista lucchese, con la Tebaldi, Di Stefano e Giuseppe Taddei), si fosse piuttosto assorbiti dal parteggiare per la Lollo, che cantava perfino delle arie d’opera ne La donna più bella del mondo, un ‘fumetto’ su Lina Cavalieri. La Cavalieri che, in un impeto amoroso e pubblicitario, aveva baciato sulle labbra Caruso, al finale del duettone della Fedora; ed era morta in guerra, nella sua villa fiesolana, sotto le bombe degli alleati. L’aveva detto Boecklin! a Fiesole è la porta del mondo infero. Il dischetto (45 giri, buono per il juke-box) con la Gina che canta, con voce stimbrata ma dolce, fu uno dei primi che entrarono in casa nostra. Ma lo sapeva Antonello Ricci che la splendida Lina era nata a Viterbo? In Italia il film ebbe più spettatori del kolossal Guerra e pace, pure girato in parte (dal co-regista Mario Soldati) in Italia e (vedi caso) sul Po di Rovigo, patria dell’unica altra cantante attrice, a mia conoscenza, che sia riuscita a pareggiare la magnifica Lina. Si chiama Katja Ricciarelli e avrebbe meritato una sua Cederna, un suo Scott Fitzgerald, una sua Luciana Peverelli.

 

 

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Uscirono quell’anno anche molti importanti western (il mio ‘genere’ preferito), tre Mann dei più classici (Terra lontana, L’uomo di Laramie, e L’ultima frontiera), un Walsh (Gli Implacabili, rifacimento in cinemascope del Fiume rosso di Hawks, le grandi migrazioni di bestiame), un Ray (All’ombra del patibolo, superbo), due Kirk Douglas (Cacciatore di indiani, di De Toth, con Elsa Martinelli che fa il bagno nel fiume, e L’uomo senza paura, di King Vidor), due Maté (I due capitani, Lewis & Clark, e Uomini violenti, come una novella naturalista, rusticana), un mitico Tourneur (Wichita), un singolare Ray Milland (l’unico film, credo, diretto da quell’eccellente attore di gialli), Gli ostaggi (allora celebrato un lunghissimo inizio silenzioso), un Dwan delirante di colori e mélo (La giungla dei temerari, protagonista Ronald Reagan), il panoramico La vergine della valle, che catturava a volo Debra Paget per darle di nuovo un ruolo di principessa delle praterie, dopo il successo de L’amante indiana di Daves, La meticcia di fuoco di Corman, c’è da salire a quota 47. Predilessi il trittico manniano, la Vergine della valle per la mitica carica suicida dei due pellirossa irriducibili contro un intero squadrone di cavalleria, e L’uomo senza paura, dispiacendomi per il suo finale che appare monco, frettoloso. Sarebbe stato il penultimo film di re Vidor. Il titolo ‘vero’ è Man without a star. Senza eroismi e atletismi, era un poco la sorte che mi attendeva. A Parma c’è qualcuno che se ne ricorda ancora.





Una scena di I vitelloni (1953) di Federico Fellini


I Vitelloni, comunque, erano già del 1953. Il 1955 felliniano si rivolse al Bidone e dei suoi primi film è quello che ancora preferisco. Fellini, in realtà cattivissimo come chiunque è tanto indulgente a se stesso, preferiva farsi veder ‘buono’. ‘Buono a puttana’, come diceva un mio stravagantissimo compagno di banco e di merende (honny soit) al liceo, cioè di quei buoni che non dicono mai di no. Maniaco (l’amico, e sull’atlante o perfino sui francobolli) dei viaggi possibili (possibilmente avventurosi), andò in India e se ne perdette ogni traccia. Riapparve, smagrito, dopo molti mesi; una batosta solare lo aveva portato alle soglie della morte nel deserto, lo salvarono i frati della Tebaide (...). Sul punto di reimbarcarsi per l’Italia, riuscì finalmente a... a spulzellarsi con una sgualdrinella luridissima, onde, beato e rinsavito, gli prese il tócco d’essersi beccato una malattia venereo-tropicale. Dovemmo fare una colletta per spedirlo dallo specialista che «ci» rassicurò.

 

Ecco, lui poteva magari schiacciare una notte brava coi vitelloni, mentre passavano tutti i treni persi.

 

Debbo essere chiaro fino all’autolesionismo: io non mi aspettavo da Fellini il poema cinematografico della Dolce vita. Dopo che lo ebbi guardato «con meraviglia» una prima volta (mi ci spedì mio padre, preoccupato di vedermi crescere, dandomi in mano il denaro cartaceo che occorreva, essendosi lui entusiasmato del film visto la sera prima), presi l’abitudine di alzarmi dal seggiolino, e uscire senza guardarmi indietro, dopo l’orgia nella villa, con lo spogliarello (ahimè troppo presto interrotto, con una mano si dava, eh, e con l’altra, ehm, si toglieva) della mi sbaglio?, polposa e appetitosa molto Nadia Gray. Certo di lei ricordo bene il resto. Ricordo anche il sorriso da prima comunione della piccola Ciangottini e il solito gestucchiare di Mastrojanni, il simbolismo del mostro marino arenato sulla spiaggia era troppo simile a quello della ‘piovra’ nell’Iris di Mascagni, ‘dolce vita’ giapponese del... 1898 (Roma, Teatro Costanzi, da sempre roccaforte mascagnana). L’‘aria della piovra’ non faceva prigionieri, negli anni 50: la si ascoltava alla radio non meno di due volte alla settimana, insieme con la ‘nenia di Margherita’ dal Mefistofele e con la  ‘Mamma morta’ (participio passato, significa: ‘ammazzata’) dell’Andrea Chénier. La bambina pedofilizzata, la brava ragazza sedotta che ha lasciato morti per casa, la signora dell’aristocrazia rovinata dalla Rivoluzione. Quale non importa; importa invece che ti rovina.

 

Però non avevo mai visto così liricamente conciliati la vasta arcata dell’epica e il retaggio di un neo-realismo che andava ora scalando le classi. Via Veneto era la vera ‘via di conciliazione’. Nell’autunno del ’60 entravo all’università, con entusiasmo di attese vaghe (non professionali, l’avevano scritto le stelle che sarei un giorno diventato professore d’università, senza chiedere il mio consenso, e del resto lo sanno i miei colleghi veramente universitarii, e quei poeti, artisti o letterati che, periodicamente, mi chiedono di scrivere qualche pagina su di loro e, puntualmente, si manifestano poi insoddisfatti od offesi, perché si fa prima a chiedere che a leggere, uno come me poi, e senza avermi letto non si vuol credere che io sapevo insegnare a fare una tesi di laurea ma io, ma io, per me, non l’ho saputa fare bene mai), e tutto il mio bagaglio di conoscenze, rivelatosi impari alle esigenze degli studî ‘superiori’, e di convinzioni, quelle almeno vissute e rimeditate nel fondo, andò a soqquadro alle prime lezioni di Eugenio Garin, di Ernesto Sestan, di Giovanni Pugliese Carratelli ed Alessandro Ronconi (il buffissimo e forse matto allievo del senza forse matto Pasquali, cui dovetti ‒ al Ronconi ‒ la scoperta di Ovidio – ne era appena trascorso un anniversario solenne, da cui partì la poi non più tradita novissima fortuna del grande poeta latino ‒ da cui sarebbe iniziata in me la volontà di riabilitare in terre italianistiche la poesia di un Ovidio moderno, il Cavalier Marino). Mi delusero Longhi e Contini, ebbi l’amicizia paziente e sollecita di docenti allora giovani come Mina Gregori, Giuliano Innamorati, Riccardo Scrivano. Per una partita di caccia partita così male, posso ben ritenermi fortunato.

 

 

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A precedere il boom era stata la fondazione del Saggiatore da parte di Alberto Mondadori. Due figli di famiglia miliardarî, Alberto e Gian Giacomo Feltrinelli (la bestia nera del nostro Bianciardi, che lo trovava greve), furono più pronti dei politici. Meno, però, avveduti, finirono ambedue sconfitti senza speranza di resurrezione; fulminato il primo aspettando un vaporetto a Venezia (stroncato dal clamoroso fallimento della sua gloriosa avventura editoriale), l’altro fatto esplodere mentre cercava di essere alla pari mica del Che, come dicono, ma del Robert Jordan di Per chi suona la campana (1940 il romanzo ‒ dunque mio coetaneo ‒, 1943 il film, che si vide in Italia mi pare non prima del ‘democratico’ Quarantotto – lo vidi, piccoletto, coi miei, in un cinema così affollato che trovammo due posti di fortuna sulla immediata destra dello schermo, a ridosso di quei giganteschi faccioni distorti, mia madre non si sarebbe più dimenticata di quell’esperienza anamorfica prebaltrušaitisiana, né io, che ovviamente non avevo capito nulla né del film né della guerra di Spagna né del perché la Ingrid ci avesse i capelli rasati da maschietta, del finale con Gary alla mitraglia e la campana che rintolla). Nelle memorabili Silerchie, la collezione affidata da Alberto a Giacomino Debenedetti, nostra felicità di quegli anni da guardare in vetrina (la bohème degli studenti era un dato di fatto anche allora, ma la compensava il desiderio, l’acquolina in bocca, il presentimento di cieli diversi), apparve fin dall’anno 60 la messa a punto storico-filmica di Guido Aristarco. Il più viscontiano dei critici mise al mondo la terna dei Magnifici 3, Luchino Federico e Michelangelo (Antonioni), ed era così ovvia che si fece sùbito universale come un patto di fede. Aristarco, del resto, veniva da una combattiva militanza di cattolico. Chissà se si era formato sul Vittorioso bartaliano, già foglio combattivo e pitturatissimo del cattolicismo pacellian-fascista.

 

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Quel cattolicismo che Fellini avrebbe messo in caricatura nel suo capolavoro visionario, Roma. La sfilata di moda per cardinali... Requiem per un papa non più beatificato. Il Vicario di Hochhut è 1963.

 

 

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Io stavo per Fellini. Da Antonioni (oggi lo metto al di sopra e al di fuori della aristerna, o trinità aristarchiana) mi avevano deviato le meraviglie critiche per L’avventura, il cui finale aperto mi pareva una carta troppo sicura. Se ne erano viste perfino su «L’Intrepido», il fortunato concorrente laico del Vittorioso. Il terzo fra cotanto senno avrebbe voluto essere «Il Pioniere» della gioventù comunista ma, in rei veritate, non entrò mai in gara. Culturalmente miope per nascita in una classe dignitosa ed attiva ma diseredata, reso quasi affatto cieco dagli studî regolari, avevo la prontezza di mente tipica degli autodidatti. Visconti era magnifico ma eloquente e se riempiva gli occhi lasciava mute le coscienze. Senso era un bellissimo melodramma  (come sarebbe stato poi il Gattopardo) ma in America avevano un Douglas Sirk un Minnelli un Ray uno Stevens che non gli cedevano, anzi. Aristarco pareva uno che giocasse (e vincesse) solo in casa, come nei territorî della musica il donchisciottesco Pestalossa.

 

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Oggi (e da quanto tempo) la mia scala di valori è sovvertita. Scopersi Visconti da Vaghe stelle dell’Orsa in poi. Era tempo di titoli o ritagli leopardiani, non so se tutti e tutto per il verso del pelo. Lo stesso anno usciva il film d’esordio di Bellocchio, I pugni in tasca. Il titolo vien da Rimbaud ma Lou Castel, a un tratto del film, recita anch’egli versi del Gobbo di Recanati. Ad aprirmi a Antonioni furono le tre paginette da lui fornite come introduzione al volume einaudiano delle sue sceneggiature, che doveva essere uscito nel ’68. Con Antonioni la mia vicenda è andata in crescita; nel primo del cammin di questa vita ora ben di là da una durata che importi, ne ignoravo il nome ma era il fabbriciere di quell’incubo delle sale cinematografiche italiane che fu a lungo il documentario Gente del Po. Allora un documentario si doveva vedere in combinato col film ‘per legge’. Mai una legge vi guidasse a più lieti cammini. Vedo ora (su Wikipedia) che il poemetto padano non è del dopoguerra come avevo sempre creduto (1947 fu la data di uscita nelle sale), ma concepito nel 1939 e fu girato nel 1943, lo stesso anno del valoroso ma rugosissimo Ossessione. Erano andati a scuola dal figliolo cinefilo di Mussolini e potremmo dire che, come Carlo Magno, il duce almeno i figli li aveva cresciuti bene. Il documentario sul gran padre dei fiumi era azzoppato dalla noiosa e ‘sublime’ cadenza di uno speaker che non mi riesce identificare, ma assomiglia più a quello di Scipione l’Africano che a quelli che ci siamo avvezzati a tollerare come impersonali. Sia detto chiaro: manderei tutti gli speakers in gulag e chiuderei in manicomio i fautori e ‘artisti’ del doppiaggio. Rinasco, rinasco del 1940! (intendo del trentennio staliniano). Meglio l’intolleranza del silenzio. Meglio il silenzio del comentatür.

 

 

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Certo i film del grande documentarista rooseveltiano e poi bellico, Pare Lorentz, con le musiche bellissime di Virgil Thomson, erano altra cosa. The River è del 1938. Ma, anche per guardare solo a Thomson, dietro ci stava la Parigi di Cocteau e di Strawinsky, della grande Nadia (Boulanger) e della anche oggi più moderna degli scrittori-donna, la picassesca Stein. Il Po di Antonioni durava 10  minuti ed era da patire come l’eternità.





David Hemmings e Verushka in Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni


Il film dal quale venne il mio primo trasporto per Antonioni fu Blow-Up. A quella Londra si poteva arrivare con un volo d’aeroplano (vedi Fumo di Londra di Sordi, 1966, greve per mano registica, tuttavia con battute o sequenze epocali – «coza ne penza de kwesto papa che va tanti fiaggi...» «sorry... sono cattolico») ma poi scoprivi che quella cui era approdato Antonioni era una Londra più segreta, meno raggiungibile con dei mezzi o coi piedi calcanti. Capisci come il ‘giapponese’ Barthes fosse tra i massimi ammiratori del nostro cineasta. Mi parve che il biondo Hemmings (ex-bambino prodigio, già stato nelle grazie di Ben Britten) fosse un Adone dei tempi nuovi, non per adattabilità amorosa ma perché ogni esperienza gli si asciugava addosso come l’acqua sui corpi marmorei di una fontana monumentale.

 

Fioriscono le pistole: quella forse solo nata da un inganno visivo in Blow-Up, quella (nel ’68) di Monica Vitti ‘ragazza con la pistola’, offia La Sedotta Siciliana in Londra, per castigatione del Seduttore. Blow-Up in caricatura? è sempre buon segno. Un rossiniano Monicelli aiutò la Vitti a entrare nella sua vita seconda. Del resto galeotto era stato Il deserto rosso, del 1964, ultimo pezzo della Tetralogia della Incomunicabilità (Antonioni-Vitti) e inizio del rapporto fra l’attrice e l’operatore Di Palma, suo secondo legame sentimentale. Par che si dica così. Altre fiorirono pistole, in pugno alla diffusa ma sospetta foto ‘in posa’ di un contestatore che spiana l’arma come un Kid del Texas, quando la rabbia sessantottina si stava incuneando nel disperato terrorismo armato.

 

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Fui allergico a quella prima antonioniana incomunicabilità; mi pareva, anche oggi mi pare, una degustata affiliazione alla cultura dell’Espresso. Dico il giornale, non la tazzina da bar. Mentre, però, Visconti, pagato il suo debito al legame poco dialettico fra narrativa ottocentesca e melodramma lombardo (arriverà a Wagner con la Caduta degli dèi e con Ludwig, in maniera così vistosa da restare sospetta), si trova a conto di proprî vitali argomenti, ritrovando il se stesso più a nudo delle Vaghe stelle nel suo capolavoro finale, Gruppo di famiglia in un interno (l’Innocente fu una innocua postilla), e Fellini, avviata la vacanza funeraria introdotta dal mancato Viaggio di G. Mastorna, ‒ intendo per funere i sette film venuti dopo il ’73 (Amarcord) ma con l’infrazione alla regola del favoloso (anch’esso infernale, petroniano e giovenalesco) La città delle donne —, si adagia nel finale quindicennio di ormai narcissica ripetitività; Antonioni cambia di marcia e manda in orbita il suo perfetto razzo. Si può parlare di una tetralogia selenita? Blow-Up, Zabriskie Point, Professione Reporter, Identificazione di una donna (1966-1982). La luna era stata violata dal 1969. Unico passo falso, Il mistero di Oberwald, concepito per la televisione e che guarda all’indietro (Cocteau, il richiamo in servizio della Vitti) al riparo di una di quelle operazioni tecnologiche mai riuscite, a Antonioni, proprio bene (il colore del Deserto rosso, o non so più che armamentarìo avveniristico, dunque scontato, in Oberwald). L’ictus del 1982 inaugura per lui 25 anni di quasi morto-vivente. Ma quando, con l’amoroso dono della collaborazione del grande Wim Wenders (per i tedeschi, il Fellini, ripeto: il Fellini, non è un lapsus!, della Germania), aggiunge al medagliere dell’opera sua quell’Al di là delle nuvole (1995) ispirato ad  alcuni dei 33 racconti del Bowling sul Tevere (Einaudi 1983), il film a quattro mani ha un fascino che lascia sbalorditi. Si dice che dall’occhio si va dritti al cervello, invece Al di là delle nuvole colpisce nel midollo della vita. Arriveresti a dire che solo Antonioni sa fotografare una donna nuda, senza estetismo e senza pornografia. Ecco: Luchino regista e gran lettore, Federico fumettista, Antonioni scrittore. Luchino sa fotografare un uomo nudo come fosse il più splendido dei mobili nella praziana casa della vita, Federico una sgualdrinella impellicciata o un mostro, Antonioni la donna che vede. Luchino è in un interno (il passato), Federico in un bordello (ma vi fa solo flanella, mentre lascia che salgano dalle donnine gli amici, spenta nervosamente la sigaretta). Antonioni ‘vede’. Vede e ascolta il silenzio, come nel finale di Professione: reporter.

 

 

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Da tempo immemorabile non entro in un cinematografo. Non esco volentieri la sera, né ceno prima delle dieci, delle undici. A quel punto non resta che la tv. L’accendo per un atto di speranza (la notizia della caduta di Berlusconi, di Monti, di Letta, di Renzi, di Merkel, della defenestrazione del Moretto di Washington, della soppressione dei salottini televisivi, della chiusura della Adelphi, e di quella che per me sarebbe anche più bella e clamorosa che un inizio della guerra finale: la chiusura delle scuole, dall’asilo al post-dottoratume) e poi atterro su un film, così a caso, quando è già cominciato e non so bene che film sia, se appartenga a quelli girati negli ultimi venti anni, in tempi di diserzione. Ho l’occhio pronto: resto a guardare solo se scorgo segni di una vivezza, di una singolarità. Va così che in due giorni di séguito ho scoperto un Wenders del quale ignoravo l’esistenza, s’intitola Crimini invisibili, ossia The end of violence, così bello che «il Morandini»  s’incazza e tocca il culo al concettismo: ‘non è… cattivo’. Vedo che quell’anno (il 1997) lo presentarono a Cannes, ma evito queste passerelle, dal Nobel al Leon d’Oro al Golden Globe &c., viziate di presenzialismo, universalità e diplomazia. Lo scopro con un ritardo di 17 anni, non lo vo’ più abbandonare. Sta con Welles, con Kazan, con Lynch, con Huston, con l’estremo Kubrick, con Cimino.

 

Siamo, davvero, ‘all’estero’, gli italiani di Ladri di biciclette, la Dolce vita, la Vita è bella, e ora il detestabile La grande bellezza? Lo vidi, di sorpresa, in tv, il giorno prima del film di Wenders. In questo fa brevi comparse un Sam Fuller con tutti e due i piedi dentro la morte; non vide la fine di quell’anno. Pensavo, un tempo, ammesso sia pensiero l’illusione, che un giorno si sarebbe arrivati a preferire Ho ucciso Jesse il bandito (esordio di Fuller) ai ladri di De Sica & Zavattini, idoli per me incomprensibili della ventura filmica (in realtà ideologica) italiana, Splendore nell’erba (Kazan) alla dolce vita, la Croce di ferro (Peckinpah) alla vita è bella, e magari, se proprio il premio doveva toccare alla coppia Sorrentino-Colanillo... mi correggo, Servillo..., era meglio anticipare e dare ogni onore al Divo. Anche perché il mistero di Andreotti è nel portare immutabile maschera, pari pari come Servillo. Ma poi vi senti dietro una passione intera, nutrita di letture (da Shakespeare ad Enzo Biagi, la cui intervista ad Andreotti, vista in televisione nel 1980, non so se sia passata in un libro), di spostamenti della attenzione sull’onda anche, e che male c’è, di una emotività talora pubblica, talora anche molto privata. Questo è testimoniare. Ma il Divo è altro che testimonianza. Giulio non vi è né Jago né Nerone, a volte son costretto a pensarlo come un tragico (e insieme grottesco, ovvero tragicomico)  ... Ci sarebbe voluto forse un Corman. Biagi intitolò La bella vita un libro-intervista (1996) a Marcello Mastrojanni, attore felliniano per eccellenza. Benigni si immolò all’Oscar de La vita è bella come il tenore rossiniano Nourrit quando ingrossò la voce e tentò di reinventarsi tenore di forza donizettiano. Andò a scuola da Donizetti, perse anche il poco di voce che gli restava e si lasciò cadere da una finestra sulle lance puntute di un cancello napolitano.

 

Dio ne invogliasse altri Napolitani.

 

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E qui volevo chiudere. Ieri sull’ora di cena ricevo da Nanni Cagnone, via e-mail, il suo novissimo libro di poesie. Già impaginato per la stampa che – un editore è un editore – tarda. Non ho mai nascosto la mia ammirazione per Nanni. Perduta comodità del mondo è il titolo e, in mia mente, il più bel titolo di poesia dopo L’aspetto occidentale del vestito, del suo  alter-ego lombardo (Cagnone viene invece di Liguria) Giampiero Neri. Per meraviglie siffatte devi sennò spostarti nell’area di certi cd dei migliori cantautori italiani o foresti. La poesia, non me lo sono mai nascosto, è in ritirata, nicchia sia o sia manìa che uno si porta addosso dalla scuola, o rivistina (una via l’altra e troppo uguali fra loro) da farne carte da culo, anche, e troppo spesso. Ma non lo si risappia. (E quanti sono i culi per tanta carta da spendervi?) Nanni ci restituisce la grande poesia, quella dove il minimo spazio o segno è interamente significante. Fra una sillaba e l’altra si aprono valloni come secoli. Non lo credevo più possibile, in una lingua stracca come quella italiana. È appena mancato, novantenne, Ezio Raimondi, che ai tempi della mia giovinezza era l’unico degli italianisti che sapeva inventare sul barocco. Ma da forse tre decennii aveva lasciate sgombre anche lui le trincee del Seicento. Se a ridare le ali al Cavaliere (Marino, non, e da ieri non più, Berlusconi), se a rimettere agli onori Malvezzi, Loredano, Bracciolini, Manzini, Brignole Sale o Pace Pasini non c’era riuscito lui! la palla ora in mano di una diversa generazione di più liberi giovani,  cresciuti barocchi (ma fuori dai libri) senza saperlo. Io stesso ho dovuto rimettere in disordine Giordano Bruno, dopo che altri editori, più illustri e universali di me, lo avevano rilisciato per il verso del pelo. E poi la chiamano filologia. Filologia dell’ordine, filologia del katzo.

 

Nanni intitola l’allegato “ultimo libro” e  fra noi, coetanei ed ultrasettantenni, non c’è molto da aggiungere. Ma io intendo ultimo nella serie, ultimo del passato. Incipit vita nova. Mai dire per sempre, ma so che a lungo non potrò leggere altro. È la maggiore esperienza d’arte che faccio di questi giorni, insieme col film di Wenders e con la Sonata DSCH, in onore di Dmitrij Shostakovic, di Ronald Stevenson, prodotta (con l’autore al pianoforte) in 100 copie numerate nel 1964. Oggi recuperata come nuova dalla casa discografica Appian. Non aspettate che si esaurisca.

 




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