LUOGO COMUNE
GIUSEPPE MAROTTA
(1902-1963)
“L’oro di Napoli”
di uno strano
Novecentista


      
Un ricordo critico dello scrittore partenopeo morto a 61 anni poco più di mezzo secolo fa. Prolifico e significativo autore di oltre una ventina di libri narrativi, di volumi di saggistica, di svariate sceneggiature cinematografiche e adattamenti teatrali e di una vastissima produzione di articoli pubblicati su decine di riviste e giornali, in primis ‘Il Corriere della Sera’. Il successo lo raggiunse con la raccolta di racconti pubblicata nel 1947, che poi divenne nel 1954 un omonimo, apprezzato film in sei episodi, diretto da Vittorio De Sica.
      



      

di Sergio D’Amaro

 

  

Il percorso biografico di Giuseppe Marotta, morto giusto mezzo secolo fa a 61 anni, somiglia da vicino a molti altri suoi colleghi e contemporanei decisi a procacciarsi il pane con il giornalismo. E come spesso può accadere per altri, la sua sovrabbondante destrezza nel preparare articoli e nell’adattarsi alle più diverse temperature degli organi di stampa gli spianò il passaggio alla narrativa. Marotta, ritrovatosi ben presto a crescere senza padre e in una famiglia con difficoltà economiche, sentì fin da ragazzo urgergli la vocazione al racconto come se un magma incandescente chiedesse di uscire senza permesso. Accettò così non solo di nascere napoletano, ma di diventarlo ogni giorno di più, anche se la vita poi lo portò lontano, prima a Milano e quindi a Roma.

  

Una giovinezza e una maturità, quella di Marotta, giocata tutta durante il ventennio dai destini inesorabili e preferibilmente imperniata sulla forma elastica e plastica dell’elzeviro, tra racconto, notazione anche risentita, riflessione morale, divertissement. Il suo retroterra rimase robustamente ancorato alle radici della tradizione meridionale, senza dimenticare mai che la resa veristica avrebbe saputo coniugarsi ad una non dissimulata vena liricheggiante e in fondo digiacomiana. Sta di fatto che certe basi ben fondate della ‘napoletanità’ (il fatalismo, l’irrazionalità e la propensione al fantastico, la pazienza congiunta al buon senso, il gusto del paradosso), gli risultarono preziose per intendere il mondo e per rappresentarlo alla luce di una superiore e ironica saggezza.





Giuseppe Marotta


La privata autobiografia e l’infinita biografia di Napoli saranno le gambe su cui camminerà tutta la sua intensa produzione di articoli, di racconti, di sceneggiature cinematografiche e di adattamenti teatrali. Dai trent’anni in poi (e siamo in piena epoca fascista) si guadagnò il pane come free lance, riconoscendosi legato alla grande scuola umoristica del Bertoldo e del Guerin Meschino, e collaborando poi a decine di riviste e giornali, primo fra tutti quel Corriere della Sera che gli avrebbe riscaldato i muscoli del successo. Il quale arrivò a guerra finita e dopo che proprio nel pieno della grande bufera aveva pubblicato ben cinque romanzi. Per Marotta l’uscita definitiva dal limbo si intitolò L’oro di Napoli, una raccolta di trentasei elzeviri pubblicati sul quotidiano di via Solferino e ospitati dall’editore Bompiani. Milano che incontra Napoli, Milano che chiama Napoli?

 

Proprio quest’ultimo verbo usò lo stesso Marotta affermando più distesamente: “Ho vissuto molti anni lontano dal mio paese, d’improvviso Napoli e la mia giovinezza e persone e vicende che la abitarono o che si affacciarono appena si sono messi a chiamarmi”. Fu allora che Marotta, giunto al culmine di un lungo mestiere, poté esibire della sua città la qualità principe del suo genio, ovvero la pazienza, la lunga pazienza che pure s’era saputa interrompere eroicamente pochi anni prima nella resistenza al nazismo. Pazienza che non era, beninteso, rassegnazione, ma grande capacità di adattamento, lenta macerazione di un qualcosa che poi si sarebbe modificato e ricomposto in obbedienza ad un grande, basilare amore per la vita.

  

È la forza generale di un messaggio che trapassa anche nel film omonimo di De Sica (giudicato uno dei cento in assoluto da salvare) e che ancora incanta per la perfetta tenuta narrativa e la splendida recitazione. Il Conte Prospero (De Sica), don Pasquale Esposito (Eduardo), Sofia Pugliese (la Loren), don Saverio Petrillo (Totò), Teresa (la Mangano), ritagliano esemplari umani, insieme agli altri personaggi di contorno, capaci di imprimersi nella memoria collettiva. È molto probabile che lo sguardo di Marotta non avrebbe avuto l’accondiscendenza di una Annamaria Ortese, impegnata a rilevare di Napoli ben altro carattere. Certo è che “questo strano Novecentista”, così come lo ritrasse il critico Enrico Falqui, si applicò altrettanto bene anche alla critica cinematografica, importandovi la sua impareggiabile arte dell’elzeviro, divagando, raccontando e arrivando ad un giudizio di buon calibro.





Giacomo Furia e Sophia Loren in L'oro di Napoli, regia di Vittorio De Sica





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