LE VIE DEL RACCONTO
GIUSEPPE NERI
 

 

 

La bella Napoli

 

Da molti anni, l’estate, Giacomo Nervini si trova a vivere in un rione di Napoli. Non è che sia lui ad andare, per eccentriche e imperiose necessità o per stravaganti trasporti estivi, in uno dei pittoreschi e vocianti quartieri di quella città. Sono invece gli abitanti della Pignasecca, dei Quartieri Spagnoli, della Sanità a trasferirsi, per villeggiare, lungo il litorale formiano, dove il mare lambisce la campagna ed evoca ancora miti, gesta, memorabili imprese di dèi ed eroi di tempi favolosi e remoti.

Confluiscono in questi borghi a gruppi, a grappoli, famiglie allargate a tutto il parentado, con nonni, zii, cugini e una brigata di frignanti piccirilli e si installano, in straripanti ammucchiate, in minivillette, in appartamenti, in mansarde, anche per far fronte a fitti esorbitanti.

Portano, in questi luoghi, le loro abitudini, le loro costumanze, ricreano insomma le condizioni e il clima di un autentico rione della bella Napoli.

I primi anni Giacomo Nervini, che pure non ignorava la lingua plebea, fonda, vagamente tenebrosa che fa pensare al buio dei bassi più che al sole di Mergellina, usata dai personaggi di Viviani, né quella ripulita, aggraziata dei piccoli-borghesi che popolano il teatro di Eduardo, era attratto e incuriosito dal loro modo di parlare, da quella catena di suoni, da quello sgranarsi inesplicabile di fonemi in cui prevalevano le vocali scure, prolungate in una strascicata cadenza. Era come se quelle sequenze di parole, partendo dalle viscere, arrivassero incupite alle labbra e conservassero traccia di un disagio primigenio.

Sembrava a Giacomo Nervini che ci fosse qualcosa di oscuro e di drammatico, o meglio di oscuramente drammatico, in quella ragnatela linguistica, in quel reticolo di borborigmi che, nel marcato contrasto di vocali aperte e chiuse, negli urti delle gutturali, nella contrazione di certi vocaboli, formavano una sorta di frastagliato diagramma sonoro.

Questa lingua corporale e tosta, che pure sapeva piegarsi a dolcezze improvvise e conosceva sottili sfumature, quanto era lontana ed estranea dai languidi lirismi, dagli struggimenti melodiosi di una certa tradizione canora che avvolge Napoli in una melopea corriva e stucchevole.

Né smentivano, questi avventizi compagni di villeggiatura, alcuni topoi dell’abusata, eppur vera, mitologia che li accompagna. In breve, il villaggio che li ospitava, si trasformava in una gigantesca scenografia neorealista: i balconi, i terrazzi, le altane venivano pavesate di lenzuola, di tovaglie, di gonne, di costumi, di brache, di camicie tesi ad asciugare e che la brezza marina gonfiava come vele.

Ma era la sera che il folclore si dispiegava nel suo trionfante clamore. Lunghe tavolate venivano apparecchiate sotto i porticati, nei minuscoli giardini, lungo i vialetti e ben presto venivano occupate da schiere di uomini scamiciati, affamati, bruciati dal sole, da frotte di piccirilli urlanti, di signorinelle ancora in costume, di nonni in canotta e tutti aspettavano e nell’attesa cianciavano in quel loro modo fitto, serrato, agglutinando le parole in suoni spesso inesplicabili ad un orecchio poco esercitato.

Dalle cucine intanto arrivava l’afrore di fritture e il concitato vocio delle donne che si affaccendavano davanti ai fornelli. Se l’attesa si prolungava, si levava imperiosa dalla tavolata qualche voce a sollecitare: ‒ Carmela, ma non ci fai mangiare stasera?

Poi finalmente compariva Carmela con una spasa di cozze, lucenti di olio e profumate di pepe, e l’affamata brigata incominciava a placare i brontolii dello stomaco. Subito dopo la donna portava in  tavola una zuppiera di fumanti vermicelli di Gragnano alle vongole veraci, coronata da ciuffi di prezzemolo e da cornetti fiammeggianti di peperoncino che sembravano granate di corallo. Nello scodellarli, i vermicelli guizzavano nei piatti come qualcosa di vivo e sollecitavano, anche se non ce n’era bisogno, l’appetito dei commensali, i quali inforchettando e attorcinandoli in piccole matasse, se li portavano alla bocca con rapidi e avidi movimenti. La sapidità dei bocconi e il fuoco del peperoncino reclamavano un immediato refrigerio.

Carmelì, core mio, ‘o vino, t’ si scurdate ‘o vino! ‒ urlava la solita voce.

E dalla cucina, annebbiata dai vapori, usciva Carmelina in una striminzita vestaglia che faticava a contenere le sue rotondità, con un boccione di vino bianco che trasudava (di) frescura.

‒ Vieni accà, siediti nu poco cu nui – la invogliava la solita voce.

‒ Dopo, àggia ancora friggere! ‒ E mentre Carmela scompariva di nuovo in cucina dove l’aspettava una canestra di totani, calamaretti e gamberi, la tavolata si rianimava di nuova allegrezza. Il vino smorzava i pizzicori del peperoncino e accendeva le favelle. Il tono delle voci si faceva più alto e il ritmo più veloce. Quell’intrecciarsi accelerato di parole, quell’incrociarsi disordinato di fonemi si fondevano in suoni spesso aspri, opachi o si dilatavano in una sorta di onomatopeica cantilena, la cui interpretazione restava tuttavia abbastanza ardua. Più che un linguaggio, a Giacomo Nervini quelle volte che, passando, si fermava ad ascoltare, sembrava una musica, una musica criptica, forse arcaica, che celava, nella sua apparente indecifrabilità, le antiche stimmate di una storia fraudolenta e nemica.

Intanto un afrore intenso di frittura, dalla cucina, si insinuava sotto il porticato e da qui si diffondeva, in fluttuanti ondate, per tutto il vicinato. Poco dopo compariva nuovamente Carmela con una spasella ricolma – un vero trionfo ‒ di dorati anelli di totani, di croccanti ciuffi di calamaretti, di rossi e fragranti gamberi, guarnita tutt’intorno di fettine di limone.

A quell’apparizione si levò un coro di entusiastiche esclamazioni e allora la donna, accaldata e con il volto lucido di sudore, depose sulla tavola, con evidente soddisfazione, come se si trattasse di un ambito trofeo, quella fiamminga traboccante di sapide prelibatezze.

‒ Mo’ finalmente ti puoi accomodare con nui – disse l’uomo che doveva essere il marito e le fece spazio accanto a sé. Ma proprio in quel momento notarono che dalla tavola si erano allontanati alcuni piccirilli.

‒ Ciro, Assuntina, Nunziatella – si levò stentorea la voce dell’uomo. – Mannaggia a vui, arriturnate an prest. ‒

Il nonno fece l’atto di alzarsi per andare a cercarli, ma fu trattenuto da un nuovo richiamo del padre che echeggiò lungo le siepi di pitosforo del viale.

‒ Nunziatella, Ciro, Assuntinaaa! Turnate accà primme e mo’. ‒

Intimoriti dalla perentorietà della voce, i piccirilli si precipitarono a rientrare e per evitare qualche squillante pacchero in faccia, andarono a sedersi all’estremità del tavolo.

Stateme bene a sentì: la prossima volta che vi allontanate senza permesso so’ mazzate, m’avete capito?

Certo che avevano capito e per dimostrare che erano anche pentiti, chinarono il capo sulla tavola e fecero la faccia addolorata.

‒ La frittura si raffredda – esclamò Carmela e iniziò a versare nei piatti tondini, gamberetti, calamari, triglie, merluzzetti e via via che procedeva nella distribuzione un’intensa e soave fragranza si diffondeva nell’aria ancora afosa della sera.

Si mangiava, si beveva e si parlava e spesso erano storie in cui comparivano compari e cummarelle, vicende di vicoli e di bassi, di prodezze di guappi o, più semplicemente, episodi di ordinaria quotidianità, ma raccontati con naturale piglio teatrale, con un istintivo senso dell’affabulazione e di frequente il racconto era interrotto da sogghigni o da lunghe e sgangherate risate.

Ad una certa ora i guaglioni venivano mandati a cuccà, mentre loro, i grandi, andavano avanti fino a notte fonda e quelle voci, quelle risate, dilatate dal silenzio circostante, si perdevano nell’oscurità.

Se gli uomini tiravano a fare l’alba col pretesto di godersi la frescura notturna, le donne, all’alba, si alzavano e spesso capitava che Giacomo Nervini venisse svegliato dal loro vociare alto, da quel confabulare insistito e disteso che sfarfallava sul villaggio ancora assonnato. Si davano la voce da un balcone all’altro mentre si affaccendavano a raccogliere o a stendere panni alle ringhiere, ai davanzali, a trafficare con secchi, tinozze e bagnarole. Poi sparivano all’interno, continuando a trafficare per preparare frittate di maccheroni, panini e sanguicci che sarebbero stati divorati, sulla spiaggia, da grandi e piccirilli.

Già, la spiaggia.

Giacomo Nervini si rese conto ben presto che la spiaggia non era più un luogo di distensione e di rilassamento, ma era diventata un posto accidentato, dove potevano scattare agguati e perigli di ogni sorta. Accanto al suo ombrellone, a destra e a sinistra, bivaccavano nugoli di persone, uomini, donne, figli, nipoti, cugini, cognate, consanguinei, oltre naturalmente a uno stuolo, una schiera, un drappello di vocianti guaglioni e di frignanti piccirilli che non si limitavano solo a vociare e a frignare, ma si agitavano, si rincorrevano, si lanciavano polpette di sabbia, giocavano a racchettoni e a pallone, gareggiavano persino con le bocce.

Come poteva starsene tranquillo Giacomo Nervini, a sfogliare il giornale, a leggere un libro o semplicemente a prendere il sole? E difatti, nonché tranquillo, se ne stava guardingo, all’erta, pronto ad eludere l’eventuale minaccia, a schivare gli incombenti pericoli. E una volta che si arrischiò a lamentarsi per essere stato colpito, in pieno petto, forse per sbaglio o forse no, da una di quelle fottute polpette di sabbia, per poco non fu aggredito da tutto il parentado.

‒ E che vulite che sia nu poch’e sabbia! ‒ disse il nonno.

‒ So’ criature ‒ intervennero in coro gli altri familiari. ‒ E che: non vulimmo fa’ pazzià cchiù sti criature? ‒

Che replicare? E infatti Giacomo Nervini non replicò, anzi fu lui a chiedere scusa per il disturbo e da quel giorno cambiò orario per scendere in spiaggia. Quando la ciurma rientrava, lui, sotto una sferzante canicola, usciva di casa e si avviava verso il lido.

Le estati si susseguivano alle estati ed anche se i villeggianti si avvicendavano, i nuovi arrivati riuscivano pur sempre a ricreare le condizioni e il clima di un rione della bella Napoli. Ma col tempo Giacomo Nervini era riuscito a familiarizzare con l’ordito della loro parlata, ad apprezzarne l’icasticità espressiva, quella capacità di racchiudere in un sintagma una fulminante e inappellabile definizione. Certo, il variopinto sbandierare dei panni stesi ai balconi e ai terrazzi non era sparito e l’ammuina continuava a insidiare il silenzio delle calde serate di Agosto. Ma queste stonature, pur rimanendo tali, erano diventate ormai quasi degli elementi del paesaggio e dunque, se non proprio accettate, erano considerate tollerabili.

Ma qualcosa stava cambiando fra i villeggianti delle nuove generazioni che, d’estate, approdavano su questi lidi che conservano tracce di vetuste civiltà e dove Cicerone fu trafitto dal pugnale dei sicari.

Una mattina di qualche estate fa, Giacomo Nervini che se ne stava pigramente seduto sotto l’ombrello di un pruno che ombreggiava il suo giardino, sentì, al di là delle siepi di pitosforo e d’oleandri, grida festose di bambini che si rincorrevano e si chiamavano vicendevolmente. Forse giocavano ad acchiapparella o a nascondino. Giacomo non voleva credere alle proprie orecchie. Dapprima pensò che i nuovi vicini venissero dal Nord, da una di quelle regioni che guardano con sufficienza l’altra metà d’Italia, ma che poi, per rifarsi delle brume invernali, sono costretti a scendere nei villaggi dei litorali meridionali. No, non erano voci nordiche quelle che provenivano di là delle siepi. Ne riconobbe il suono, l’intonazione, la cadenza. Per questo non voleva credere alle proprie orecchie. Quei bimbi si chiamavano e avevano nomi che a Giacomo sembravano assurdi, incredibili, vagamente derisori.

Manù – gridava una bambina – Ti ho vista, Manù,  esci dal tuo nascondiglio ‒.

‒ Non è vero che mi hai vista. Sei una bugiarda, Deborah. ‒

‒ Azzurra, ho visto anche te. Esci da dietro quel cespuglio – gridò ancora Deborah.

‒ Tana per tutte – fu il grido trionfante di un’altra vocina e a quell’annuncio tutte le bambine che erano state “liberate”, esclamarono all’unisono: “Evviva Marlena”!

No, davvero non era possibile. Manù, Deborah, Marlena, Azzurra, ma anche Maristella, Gabri e persino Noemi, per non dire dei nomi dei maschietti, nomi doppi, ricercati, inusuali, che ricordavano quelli di certi personaggi di Totò nei ruoli del blasonato decaduto.

Giacomo Nervini non riusciva a capacitarsi. Dove erano finiti i nomi di tutti quei frignanti  piccirilli delle estati precedenti, Gennarino, Ciro, Pasquale, Immatella, Assuntina, Nunziatella, Concettina? Perché, nel giro di pochi anni, nei rioni napoletani, si era verificata questa mutazione onomastica? Scaturiva dal bisogno di scrollarsi di dosso, di liberarsi di uno stereotipo ossificato, di un radicato cliché che prevedeva l’imposizione soltanto di quei nomi, oppure – si chiedeva Nervini all’ombra del pruno – quella mutazione onomastica prefigurava un cambiamento più vasto? Era soltanto un effetto – quello più immediato ed epidermico – delle troppe telenovele trasmesse dalla televisione, oppure derivava dal fastidio, dall’uggia, dal disagio, avvertiti maggiormente dai più giovani, di essere considerati sempre e soltanto i figli di Pulcinella?

Ma a questo punto Giacomo Nervini realizzò che stava infilandosi in ragionamenti, in riflessioni incongrui e poco adatti con la calura di Agosto. Se ne restò ancora per un poco in giardino, all’ombra del pruno, ad ascoltare le voci di Manù, Deborah, Azzurra e Marlena che si rincorrevano al di là delle siepi.

 

 




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