LETTURE
DAVIDE CORTESE
      

Madreperla

 

LietoColle, Faloppio (Co), 2013, pp. 58, 13,00

    

      


di Marco Palladini

 

 

Nomen omen. È una poesia ‘cortese’ quella di Davide Cortese, siciliano proveniente dall’isola di Lipari. Come dire un isolano al quadrato, epperò da alcuni anni trapiantato a Roma, dove insegna. I suoi versi hanno un tocco garbato, gentile che mi ha ricordato il film di un suo conterraneo, il regista messinese Francesco Calogero, che nel 1987 debuttava al cinema con La gentilezza del tocco, una deliziosa pellicola che ricamava sui casi e i lapsus che disarticolano la trama della vita quotidiana, in una atmosfera tra Fernando Pessoa e Eric Rohmer.

Qui la radice è diversa. Il ‘gentle touch’ di Cortese ha a che fare con la orgogliosa e tenace ricerca della conservazione di uno sguardo ‘bambino’ sul mondo e i suoi eventi. Cortese ne fa il perno della sua esistenza: “Vivo. / Con una parola nel pugno. / Segreta. / Viva. / Ancora qui, io. / Ancora io, qui. / Io, vecchio bimbo. / Io, / mai morto. / Io, / sempre mio. / Vivo”. È questo sguardo di ‘vecchio bimbo’ che traluce anche dai suoi poetici video, dove la natura, agreste o marina, è riguardata con meraviglia, con senso di scoperta, con magica apprensione.

Cortese, quasi quarantenne, ha debuttato letterariamente nel 1998 con la silloge intitolata ES, dunque un preciso richiamo all’inconscio, all’attività pre-razionale della mente, quella dove il nostro sentire si connette con le energie misteriose dell’essere. è qui la scaturigine di uno sguardo poetico bambino che si riempie di stupori, di incanti, di sorprese. Da qui discende una scrittura permeata di un lirismo essenziale, quasi minimale, che in Madreperla circoscrive l’immaginario  di un mondo creaturale che coincide mitopoieticamente con la terra madre, le Isole Eolie, a cui Cortese dedicò la sua tesi di laurea: “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Un tale input dà ai suoi testi, talora, una dimensione fiabesca, ma senza eccessi o accessi visionari.

Quello che convince è che di libro in libro (Madreperla è la sua sesta raccolta) Cortese si è conquistato una sua precisa voce poetica, una voce quieta, pacata, leggera, ma mai superficiale, una voce sorridente, pur con talune ombre affioranti qui e là, che aspira ad una purezza del quotidiano, a una trasparenza della vita familiare, della cerchia degli affetti parentali.

La natura qui è il mare, il mare Mediterraneo, di cui quasi si sente l’odore di salsedine e il rumore della risacca, un mare pullulante di meduse, poi ci sono le piante, le farfalle, il profumo di salvia e di muschio che sale per le narici. Nell’immaginario di Cortese il mondo urbano quasi non c’è, così come l’habitat post-techno-moderno con le sue contraddizioni non trova posto nei suoi versi.

La poesia di Cortese abita presso di sé, quasi autoconclusa, in una zona percettiva invasa da una luce, appunto, madreperlacea, una luce diversa da quella violenta, contrastata, drammatica, sovraesposta dell’abituale paesaggio siciliano e isolano. La luce medusea di Cortese rimanda a una chiarezza opaca, ovattata, non accecante, è una luce intermedia che è, innanzitutto, una luce interiore, una luce d’anima che accoglie e illumina tenuemente gli accadimenti del soggetto: “… papà e mamma pescavano felici / e io e la piccola Katia / ci sporgevamo a guardare / il rosso lucente delle meduse / nel mare nero che ci cullava. / Poi alzavamo lo sguardo / e nella notte d’ossidiana / salutavamo con un sorriso / la nostra luna di pomice”.

Vorrei, da ultimo, dire che dei poeti a me piacciono però soprattutto gli ‘hapax’, cioè quei testi in cui essi si smarcano da sé, in cui non si fanno trovare dove li aspetti, in cui in un certo senso si autosmentiscono. E anche Cortese in questa raccolta ha il suo ‘hapax’, la poesia Gothic City che subito mi ha rimandato alla Gotham City del Batman fumettistico e filmico, e in particolare al Batman più noir e grottesco, quello ritratto dal regista Tim Burton in una pellicola del 1989. In questo testo di Cortese irrompe improvvisamente un immaginario metropolitano perturbato ed ansiogeno, un immaginario notturno e piovorno dove aggallano angoscia e palpiti d’amore, allucinazioni e sogni, antichi splendori e vibrazioni di minaccia. Cortese qui si cala in un’atmosfera visionaria e in un orizzonte mitico inquietante e non acquietato: “Le nubi di Gothic City / ci fanno male addosso, / ma noi, / io e te, / noi ancora non lo sappiamo / e facciamo l’amore, / pioggia dentro e fuori di noi”.

Sotto questa ininterrotta pioggia che mi richiama due celebri film di Ridley Scott – Blade Runner (1982) e Black Rain (1989) – la luce medusea/madreperlacea diventa una luce nero seppia. Quella che piange un mondo di tenebra.                         

 

 




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