LETTERATURE MONDO
JAMES JOYCE
“Finn’s Hotel”:
un libro al centro
delle controversie

      
L’editore Gallucci ha pubblicato anche in Italia un volume curato da Denis Rose che si presenta come una sensazionale ‘scoperta letteraria’. Ma la critica joyciana più accreditata contesta duramente che esso sia un’opera autonoma dello scrittore irlandese che aiuterebbe a illuminare le oscurità del “Finnegans Wake”. Questi dieci racconti sembrano più verosimilmente degli abbozzi, delle ‘brutte copie’ che l’autore non avrebbe mai desiderato pubblicare e che qui, comunque, sono stati ottimamente tradotti dal veterano Ottavio Fatica.
      




   

 

di Simone Rebora

 

 

Pubblicato in Italia nel novembre 2013 dall’editore Gallucci, Finn’s Hotel (Roma, 2013, pp. 125, € 13,00) si presenta da subito come (cito dalla quarta di copertina) «una delle più significative scoperte letterarie del secolo»: un inedito di uno dei più grandi scrittori della modernità, James Joyce. Ed è vero che, se così stessero le cose, i canti di giubilo di tutti i joyciani del pianeta (non troppi si dirà, ma certo sanguignamente chiassosi…) si sarebbero già fatti sentire da molto tempo attraverso le nostre finestre. E invece, perché questo gelido silenzio?

La “scoperta”, se così si può chiamare, data addirittura al 1992. Per anni il curatore Denis Rose l’aveva tenuta nel cassetto, impedito nella pubblicazione dal Joyce Estate. Ma ecco che, con il venir meno dei diritti d’autore, il libro può finalmente trovare la sua strada: a metterci la carta ci pensa l’editore Ithys Press, nel giugno del 2013. Finn’s Hotel si presenta così come una raccolta di dieci epiclets, brevi racconti di carattere tra il satirico e il mitologico, al cui centro si colloca (inevitabilmente) la storia d’Irlanda. Nelle date di stesura, questi racconti si situerebbero subito dopo la pubblicazione di Ulysses, divenendo quindi una sorta di ur-testo per il babelico e impenetrabile Finnegans Wake. Eppure, come già detto, la comunità joyciana li ha accolti con freddezza, se non proprio con vero fastidio. Primo fra tutti, Derek Attridge ha messo in guardia da questo tentativo di «foisting a ‘newly discovered’ work by Joyce on an unsuspecting public». Un libro, insomma, che si presenta come un pericolo per l’integrità del corpus letterario dello scrittore irlandese.







Ma prima di addentrarsi nell’analisi del testo, una breve ricognizione sulla storia del suo curatore può aiutare a chiarire la natura di questa operazione. Denis Rose si afferma nell’ambito della critica joyciana già a partire dagli anni ’70, quando è annoverato tra i curatori di una edizione critica e genetica della Wake: un progetto titanico, che avrebbe dovuto ricostruire filologicamente il work in progress dell’ultima grande opera joyciana, basandosi principalmente sul materiale manoscritto lasciato dall’autore (caotico, magmatico e spesso quasi del tutto illeggibile). Ancora nel 1996, Hans Walter Gabler (non un autore qualunque, ma il curatore dell’edizione critica dello Ulysses) descriveva Rose come una persona «sober in fact and critically down-to-hearth – that is, down to text», il cui lavoro «is likely to provide important incentives for future Wake scholarship» («James Joyce Quarterly», 33.4 (Summer 1996), p. 623). Più avanti Gabler citava anche – mettendo però subito le mani avanti – il presunto “inedito” Finn’s Hotel, «the autonomy of which within the Joycean oeuvre we are challenged to accept on faith in advance of the four-volume critical edition by which that autonomy stands to be substantiated» (ivi, 624). Questa “edizione critica in quattro volumi” vedrà la luce solo nel 2012, ridimensionata nelle 544 pagine di un quanto mai discutibile The Restored Finnegans Wake (un testo sulla cui logica pressoché delirante ci sarebbe molto da dire, ma non è questa l’occasione). Già nel 1997 Rose aveva infatti lanciato la sua prima “bomba” al centro della comunità joyciana: una Reader’s Edition dell’altro capolavoro dello scrittore irlandese, Ulysses. Caratteristica principale di questa edizione, era un intervento di emendazione del testo, in base a un esercizio di proof-reading che avrebbe dovuto “divinare” le intenzioni dell’autore, anche volgendosi contro alle evidenze testuali. È chiaro che le reazioni della critica più “ortodossa” (e più seriamente professionale) non furono affatto lusinghiere. Fritz Senn notò ironicamente: «If they should exist, I still prefer Joyce’s textual faults to any editor’s autonomous, faultless judgment» («James Joyce Quarterly», 34.4 (Summer 1997), p. 583). Sidney Feshbach calcò ancora di più la mano, accusando Rose di avere seguito puri interessi commerciali per la sua «ridicolous edition of Ulysses», un’edizione che risulta come una parodia, «self-contradictory, and irrelevant» («James Joyce Quarterly», 35.4 (Summer 1998), p. 827).

È proprio da questo background che scaturisce il progetto di Finn’s Hotel. Non si tratta, in tal caso, di una gratuita reinvenzione del testo joyciano (almeno lo speriamo, perché Rose non ci fornisce informazioni in merito), ma della vera e propria “invenzione” di un libro che, probabilmente, Joyce non avrebbe mai voluto pubblicare. Perché proprio qui si situa il nodo della questione. Sulla paternità del testo (ricavato dai manoscritti su cui Rose ha lavorato per decenni) non c’è controversia; sul fatto che questo possa essere presentato come un volume a sé stante, invece, i dubbi s’infittiscono non poco. Gli esperti joyciani, oltretutto, si erano già confrontati con buona parte di questi brani, inclusi nel 1963 da David Hayman nella sua First-draft version of ‘Finnegans Wake’, che raccoglieva appunto gli abbozzi, le “brutte copie” del grande libro. Presentare Finn’s Hotel come un’opera autonoma, insomma, senza neppure fornire le necessarie prove a sostegno di questa ipotesi, non può che apparire come una semplice (e alquanto furbesca) operazione commerciale. Ad avvalorare l’ipotesi, ci sono le passate esperienze del curatore, oltre all’imbarazzante prezzo dell’edizione in lingua inglese (che, nella versione Deluxe, arriva a toccare i 2.500 euro).





La statua di James Joyce a Dublino, la sua città


In Italia, almeno, l’editore Gallucci ha prestato orecchio agli attuali venti di crisi, proponendo una versione molto più “abbordabile”, tradotta dall’ormai veterano (nonché poeta) Ottavio Fatica. L’oggetto, occorre dirlo, si presenta davvero sfizioso, in una veste grafica piacevole e ironica, con all’interno le illustrazioni di Casey Sorrow. La prefazione di Denis Rose è dopotutto godibile, pure quando, con malcelata tracotanza, ci presenta Finn’s Hotel «come una specie di stele di Rosetta, una nuova lente attraverso la quale osservare le zone oscure del libro dei sogni» (p. 13). A chiudere il tutto, c’è pure una postfazione di Seamus Deane, che tenta di ricondurre a unità l’insieme dei racconti. Tra gli appunti critici più significativi, la constatazione che il panorama è ancora tutto ristretto alla storia d’Irlanda: un rilievo utile certo per l’esegesi della Wake, ma non per avvalorare l’autonomia di Finn’s Hotel.

Ma il contributo migliore al libro (dopo quello di Joyce, s’intende!) è la nota del traduttore, quanto mai sornione nel non addentrarsi nel dibattito attributivo-filologico, scegliendo invece di godersi appieno il piacere di questo esercizio di traduzione, su un testo che non è ancora asfissiante come la Wake, ma che presenta già tutti gli ingredienti della sfida: «Granchi, grilli, castronerie, capricci, ghiribizzi o bizze e altri animali selvatici vaganti o immaginari vanno ascritti come sempre al traduttore, all’autore come sempre attenersi al ruolo, bontà sua, di prestanome» (p. 32).

Per giungere finalmente alla lettura dei dieci epiclets, e al piacere della loro lettura, occorre tenere presenti tutte le premesse fin qui esposte. Non li si leggano insomma come il risultato di una ricerca, ma piuttosto come lo stimolo per imbarcarsi in una nuova e interminabile avventura, quella appunto del “libro notturno” per eccellenza, Finnegans Wake. Di esso si potranno ritrovare i personaggi, alcune delle vicende e delle atmosfere, oltre a un primissimo immaturo abbozzo della complessa elaborazione linguistica. Si riconosceranno già Humphrey Chimpden Earwicker, la sua consorte Anna Livia Plurabelle, oltre alla lettera di quest’ultima per difendere l’amato marito dall’innominabile colpa. Si scopriranno pure, nella loro forma già compiuta, i quark della fisica subnucleare. E tutte le polemiche, tutte le contese attributive che li hanno accompagnati, avrebbero forse soltanto rallegrato il buon vecchio James Joyce, l’autore che avrebbe voluto i critici impegnati per secoli nell’interpretazione dei suoi testi. E se oltre alle traduzioni impossibili e alle esegesi interminabili si aggiungono pure le versioni apocrife, il mistero della Wake è quanto mai vivo e palpitante, nella sua impenetrabile oscurità.




Scarica in formato pdf  


   
Sommario
Letterature Mondo

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006