TEATRICA
SAGGI

I folli luminosi (1)


      
Una lettura sotto il profilo della teoria e dell’azione performativa della figura di San Francesco d’Assisi e di quella di papa Francesco. Si coglie nell’apparizione di quest’ultimo, nelle sue parole, nei suoi gesti, nelle sue sintesi comunicative la sostanza di due metodiche che attengono alla performance d’attore e che oggi fanno riferimento a due modalità del fare teatro, forse le più note: ovvero quella (più innovativa) fondata sulle ‘strutture fisiche’ e sui ‘processi organici’; l’altra (più tradizionale) fondata sul verbo, sui testi, su un discorso logico-discorsivo e sui ‘processi di astrazione’.
      




      

di Alfio Petrini

 

Prima parte

Il fare e il dire.

 

I “santi folli” come Francesco d’Assisi non sono presenti nella storiografia, scrive Antonio Attisani nel libro Le logiche della performance - Dalla singolarità francescana alla nuova mimesi (aAccademia università press  2012, ebook wwwaaccademia.it /performance) “perché non si sono occupati di fissare le proprie gesta e ordinare una dottrina”. Sono “poeti e rivoluzionari”, aggiunge, che “lottavano per cambiare se stessi e il mondo, per trovare una con-sonanza tra tutti gli esseri umani e la natura”. E continua, dicendo: “Il loro modo di intendere la vita e la poesia metteva in secondo piano la scrittura, convinti com’erano che l’essenziale si potesse trasmettere soltanto nella relazione individuale e comunitaria, al presente. Perciò non restano scritti che li rappresentino appieno e, quando si tratti di canti, ne possediamo a volte le descrizioni o i testi, ma poco o nulla si sa delle melodie, dei ritmi e delle coreografie corrispondenti, ossia di ciò che conta davvero, vale a dire il ‘teatro’ in cui si realizzavano. Oggi possiamo affermare che la cultura e il teatro dell’Occidente non sarebbero ciò che sono se Francesco d’Assisi fosse stato considerato davvero parte della ‘nostra’ storia, come è accaduto per esempio in Tibet con il nyonpa e fondatore del teatro Thangtong Gyalpo. Tuttavia, se è vero che applicarsi a tracciare una storia ipotetica è un’impresa vana, il fatto di orientare l’attenzione verso l’originaria idea francescana di teatro, o meglio – come si vedrà – di azione poetica, o meglio ancora: performance, aiuta a comprendere come in Francesco si incarnasse una concezione della teatralità non fondata sulla illustrazione ideologica di concetti o testi, ossia sull’articolazione discorsiva, e nemmeno riducibile alla successiva predicazione tramite exempla”.

 

La teatralità Francescana era estranea al sistema della rappresentazione intesa come produzione di forme. Si manifestava come “un’attività filosofica e cognitiva, una ontologia e una gnoseologia fisiche, come gioco e insegnamento” dove ciò che contava non erano “le forme intese come prodotto e modello (immagine), ma un’azione strutturata, un processo destinato a trasformare il corpo-mente di attori e spettatori”.

 

Francesco c’invita oggi a considerare la teatralità come assunzione di un comportamento poetico che si manifesta attraverso la organizzazione di strutture fisiche, ovvero la combinazione sapiente di azioni in funzione di processi organici in cui l’uomo è concepito nella sua interezza (materiale e immateriale) e in cui il movimento della creazione che va dal fare al dire, dalla cosa al come, dal materiale all’immateriale. Si tratta di processi che determinano, come sappiamo, la dilatazione del corpo e della mente del performer che, di rimbalzo, genera la dilatazione del corpo e della mente del referente che partecipa al rituale della performance. Il fascino, la credibilità, la condivisione dell’atto performativo come “relazione” non sono cose di poco conto. Fanno la differenza. 

 

Non sono un teologo o un esperto vaticanista. Non voglio affrontare questioni che non conosco e che non saprei trattare. Ho invece interesse ad abbozzare un ragionamento sulle modalità e sugli strumenti messi in campo, in diversi momenti storici, da due personaggi straordinari come Francesco d’Assisi e  Papa Francesco. Li metto in parallelo con riferimento alla performance. Perché lo strumento della performance? Perché, come sostiene Attisani, è necessario condurre “una ‘guerra santa’ contro se stessi, ossia contro il potentissimo istinto di adattarsi al mondo com’è o come appare”. 

Il carattere che ha contraddistinto l’azione del grande assisano è stata dunque la “primarietà dell’elemento fisico”, la creazione di forme vive di comunicazione,  l’applicazione del principio di relazione con l’uomo, la realizzazione di una esperienza condivisa che potesse incidere sul suo modo di pensare e di agire. Maestro della comunicazione a matrice fisica, è stato capace di forarla magnificamente con atti di comportamento poetico esenti da spiegazioni  o da descrizioni pleonastiche. In Francesco s’incarnava, come si è detto, “una concezione della teatralità non fondata sulla illustrazione ideologica di concetti o testi”. In mezzo ai concittadini che lo deridevano si è denudato e ha lasciato cadere gli abiti ai piedi del padre, suscitando un putiferio. Nasce una domanda: ci può essere verità senza meraviglia e senza scandalo? In questo caso lo scandalo derivante dalla rinuncia dei beni terreni, della ricchezza e della famiglia, a fronte di una attrazione esercitata dalla conquista di beni di natura spirituale e dalla costituzione di una nuova famiglia, quella dei fraticelli, uniti nella fede,  nella carità e nella povertà. Si è trattato indubbiamente di un fatto eclatante che non ha avuto bisogno di essere accompagnato dalle spiegazioni degli obiettivi della fede e degli strumenti che servivano per raggiungerla. L’azione ha parlato da sola. Ha comunicato. Ha conquistato il cuore e la mente dei giovani assisani che si sono poi uniti a lui.  L’azione performativa del disvelamento è, dunque, legato all’offerta rituale di un comportamento poetico trasmesso attraverso un’azione fisica scandalosa  che il partecipante vive come  esperienza condivisa. L’esperienza cambia la vita. Solo l’esperienza è in grado di cambiare la vita.





Akram Khan Dance Company, Vertical Road, London 2010 (ph. Laurent Ziegler)


Se Francesco d’Assisi non contava sulla “illustrazione ideologica di concetti o testi”, mi sembra di poter dire che Papa Francesco, oggi, punti fondamentalmente sul valore cognitivo della frase, sulla sua articolazione logico-discorsiva dell’azione performativa che tiene conto, anch’essa, del fondamentale principio di relazione. Presentatosi subito come uno dei grandi protagonisti delle moderne comunicazioni di massa, adopera essenzialmente la parola come concetto e come modello d’immagine in funzione della predicazione, dell’insegnamento, della educazione al bene delle gente, di certo in una prospettiva di forte innovazione rispetto alla tradizione immobile della religione cristiana.

Papa Francesco è un uomo eccezionale. Sa comunicare,  catturare l’attenzione degli interlocutori, suscitare fascino. Assumendo il nome di Francesco si è caricato di una forte responsabilità, rivelando una forte dose di coraggio e d’intraprendenza. Gode della simpatia dei credenti e dei non credenti, perché ha un modo di fare e di parlare ricco di umanità. È candido e determinato allo stesso tempo. Suscita devozione o ammirazione in tutti coloro che hanno l’occasione d’incontrarlo. Del resto i desideri degli uomini – cattolici o laici che siano – si somigliano, direi che sono essenzialmente uguali. Gli uomini e le donne di questo mondo hanno bisogno di cose semplici, di azioni rispondenti ai loro bisogni primari – materiali e immateriali –, e di comportamenti credibili da parte dei ministri della politica e della religione cristiana. Purtroppo nel mondo contemporaneo la credibilità e l’affidabilità sono diventate merce rara.

Come può non piacere lo stile energico e innovativo delle parole di Papa Francesco? Come può sfuggire il tono forte e deciso, duro e tenero allo stesso tempo del rivoluzionario che non ha timore di lanciare strali contro gli errori e gli orrori umani? Come può sfuggire l’atteggiamento disubbidiente nei confronti dei cerimonieri della Curia Romana? Ma soprattutto, come può non essere apprezzata la pratica del dialogo costante con  la folla, il concetto di Chiesa come “popolo di Dio” non legato alla liturgia, il disegno di un rapporto con i laici lontani dalla vita religiosa e con le donne che sono ancora ai margini della società? E il richiamo al  dialogo capace di accogliere tutti gli uomini, quindi anche  i divorziati, gli irregolari, gli emarginati, i discriminati per religione, razza, pratica sessuale, fede politica o religiosa, non può non suscitare l’attenzione dello stesso “popolo di Dio”. E ancora, come può non piacere il forte richiamo alla misericordia – prima la misericordia e poi il giudizio –, ma anche la corretta gestione delle risorse finanziarie del Vaticano, la collegialità delle decisioni, la condanna del carrierismo, del consumismo, del liberalismo selvaggio e del capitalismo senza regole? Anche i dettagli contano. Per esempio la scelta dei chierichetti tra i frati francescani della Verna, l’omelia pronunciata dall’ambone invece che dallo scranno papale come volevano i liturgisti, oppure il rifiuto di alcuni paramenti. Ma il gesto più eclatante è stato quello di salire sull’aereo stringendo la borsa con la mano sinistra, come un viaggiatore qualunque. Un gesto che ha mandato in visibilio gli osservatori fino ad indurli al pettegolezzo, ipotizzando che il Papa avesse timore di affidare documenti riservati agli uomini del suo seguito.

Non volendo ragionare sul valore religioso delle parole e dei gesti di Papa Francesco, desidero fare alcune considerazioni inconcludenti su due metodiche che attengono alla performance d’attore e che oggi fanno riferimento a due modalità del fare teatro, forse le più note: tanto per capirci, una (più innovativa) fondata sulle strutture fisiche  e sui processi organici; l’altra (più tradizionale) fondata sulla parola, sui testi, su un discorso logico-discorsivo e sui processi di astrazione.  

Si può dire che una metodica batte l’altra in modernità? No, non penso che una metodica sia migliore dell’altra. Si tratta di metodiche diverse, che usano diversi strumenti di comunicazione e che conseguono diversi risultati, ma che sono entrambe legittime, oltre che utili, ampiamente praticate e in perfetta coerenza con il già indicato principio di relazione.

C’è infatti un punto di contatto tra le due strategie di azione performativa. Il punto contatto è l’uomo. In entrambe le pratiche è posto al centro di ogni pensiero e di ogni considerazione umana: al centro dell’amore dell’uomo e/o di Dio. In tal senso i cristiani possono affermare che il cielo non è vuoto, perché se l’uomo è capace di vedere l’uomo è anche capace di vedere Dio. E allora i laici possono sostenere che dio sta dentro di loro, e che il bene e il male sono inscindibili. E ancora, che troppa luce abbaglia: non consente di vedere la realtà, non consente di  scoprire la verità. Che il dio che sta nel loro cuore e nella loro mente è fatto di luce e di ombra. Che la verità  quindi risiede nella luce umbratile dell’uomo a due dimensioni. Che la luce dell’ombra è l’alternativa alla metafisica della luce.





Papa Francesco si imbarca per il Brasile, 2013


Al di là della diversità dei punti di vista, l’uomo resta dunque al centro delle attenzioni dell’uomo. L’uomo, come ho detto, concepito nella sua interezza. L’uomo totale. Corpo e mente. Corpo e anima. Quell’anima, disattesa e oscurata dalla barbarie dilagante. Se da una parte si può affermare che è un bene predicare il bene contro il male e che sarebbe una insensatezza pretendere che la Chiesa e suoi ministri di fede – paradossalmente – sparino contro la desacralizzazione della religione, confermando la tesi nietzschiana della morte di Dio, sull’altro versante si può affermare che la strada migliore  per combattere la barbarie sia l’attraversamento dei campi barbarici,  nel presupposto fondamentale che la barbarie stia dentro di noi. Insomma, i barbari siamo noi, anche se non abbiamo mai compiuto atti barbarici. Una regola preziosa per vivere bene le relazioni sociali, per produrre qualunque tipo di azione performativa di natura poetica,  per attivare quella “guerra santa” contro noi stessi che può prendere, come ho accennato, due direzioni: o quella del processo organico o quella del processo di astrazione, applicandoli con diversi risultati alla performance d’attore.

Le aspettative sono molte, molte le cose sulle quali indagare, molte le sperimentazioni da finalizzare al cambiamento reale. È fortissima la necessità di folli luminosi su questa terra. Credenti e non credenti l’aspettano. Aspettano di conoscere i protagonisti di azioni semplici e concrete, accompagnate da parole o da silenzi riempiti di senso: capaci di proporre azioni performative rivoluzionarie e scandalose, perciò innovative, e di  coinvolgerli in esperienze di vita.

Si è  riformatori, se si è rivoluzionari. Si è rivoluzionari, se si è folli luminosi. Si è folli luminosi, se si risponde  in modo rigoroso al principio di relazione con l’uomo tenendo in buona considerazione i suoi bisogni primari. Il popolo di Dio non crede che il cielo sia vuoto e si aspetta – diciamolo con franchezza – di ritrovare nell’azione performativa di Papa Francesco lo spirito – anche se non le modalità – della performance francescana. Ma in un momento storico in cui la inettitudine della politica è contraria agli interessi della polis, Papa Francesco appare (paradossalmente?) come la figura carismatica capace d’incarnare la speranza di tutti gli esseri umani, anche quella che i laici coltivano nel cuore e nella mente da molti  anni senza trovare punti di riferimento credibili.

Colpa, redenzione e salvezza: una triade di valori che costituisce l’asse portante della scienza (passato: l’ignoranza; presente: la ricerca; futuro: il progresso), della sociologia (passato: l’ingiustizia; presente: la riforma; futuro: la giustizia sulla terra), della psicologia (passato: l’insorgenza della nevrosi; presente: la terapia; futuro: la guarigione). Si tratta di una triade che sta alla base della concezione della vita, secondo una visione che alcuni definiscono ottimistica. Se tuttavia consideriamo che, nelle società in cui alberga la tecnica e lo sviluppo della tecnica, manca spesso la relazione con l’uomo  così da non far coincidere lo sviluppo con il reale progresso umano, lo sguardo ottimistico si rovescia in uno sguardo pessimistico verso il futuro.

Chi compirà l’azione (apparentemente impossibile) d’incarnare la speranza? Chi saprà ridestarla? Che cambiamento potrà portare la riforma possibile che lascia sostanzialmente le cose come stanno?

Una sola cosa è certa: il bisogno di  folli luminosi: interpreti dello spirito del vangelo, che è in definitiva lo spirito dell’uomo, capaci di agire nell’autenticità, nella credibilità, nella concretezza del fare. Un fare che, come figura nella Genesi, ha bisogno della elaborazione, cioè di quel perfezionamento delle specificazioni di qualità (o circostanze date) che  si rende necessario prima che il fare della creazione/comunicazione sia completato. 




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