SPAZIO LIBERO
VERSO IL CONGRESSO DEL SNS – INTERVENTI – 5
La cultura
come risorsa
e come finalità



      

di Corrado Morgia *

 

Nell’intervento che apre il dibattito in vista del prossimo congresso del Sindacato Nazionale  Scrittori, Mario Quattrucci propone un’analisi che inizia con una forte denuncia della scarsità degli investimenti per la cultura in Italia, tendenza certo non invertita dagli ultimissimi interventi del governo Letta, per sviluppare poi un discorso che termina con l’invocazione di aprire finalmente una stagione di rinnovamento nei vari settori in cui si articola il comparto cultura. Il tutto nell’ambito di una più complessiva, e gramsciana, “riforma intellettuale e morale”, tanto più necessaria oggi, affermo io, dopo gli anni di imbarbarimento e di “egemonia sottoculturale”,  dominati da Berlusconi e dalle sue televisioni.

Io vorrei riprendere il ragionamento di Quattrucci, che condivido, partendo ancora dalla valutazione delle quantità, perché le cifre non possono ingannare e sono particolarmente indicative.

Assumendo allora, come punto di riferimento, gli ultimi dati a mia disposizione, forniti da Eurostat per il 2011, si ha un’inoppugnabile conferma della denuncia di Quattrucci. Il nostro paese, anche se custodisce, o dovrebbe farlo, il più alto numero di beni culturali al mondo, vantando quindi una delle più importanti tradizioni culturali del pianeta, spende in questo settore appena l’1,1% del Pil., di fronte alla media del 2,2 dell’Unione Europea e l’1,2 della disastrata Grecia, collocandosi in tal modo all’ultimo posto.

Siamo invece al penultimo, questa volta prima della Grecia, nella spesa per l’istruzione, l’8,5 contro il 10,9 dell’UE.

Più dettagliatamente per la cultura, gli stati con i quali ci dobbiamo confrontare, spendono tutti più di noi: la Francia il 2,5; il Regno Unito il 2,1 e la Germania l’1,8.  Inoltre, tanto per continuare a fare degli esempi che testimoniano la pervicace sottovalutazione del tema da parte delle nostre classi dirigenti, rilevo che a Roma, nel quinquennio del sindaco Alemanno sono stati tagliati ben 15 milioni dal bilancio dell’assessorato alla cultura con un danno, sia nella produzione che nella fruizione, che si può immediatamente verificare, visto che nello stesso 2011 i primi 5 musei di Roma hanno totalizzato 3,6 milioni di visitatori, mentre sono stati 25 milioni a Londra, 23 a Parigi e 15 a New York.

Ciò accade in una città, e in un paese, in cui l’attenzione per il turismo culturale, con tutte le ricadute economiche e occupazionali che esso comporta, dovrebbe essere ai primi posti nella cura di chi governa e amministra!

Proseguendo in questo rapido, ma ovviamente incompleto excursus, deve essere ancora sottolineato che in Italia l’insieme della filiera della cultura, scuola, università e ricerca, industrie e attività creative, patrimonio storico, artistico e architettonico, performing arts e arti visive, contribuisce per circa il 15% alla produzione nazionale della ricchezza e impiega più di 4 milioni e mezzo di persone, pari al 18% del totale degli occupati.

Infine ancora un dato, a conclusione di questo esame, può illustrare la condizione del paese in cui operiamo; la penisola, infatti, è al primo posto mondiale per il possesso di siti Unesco dichiarati patrimoni dell’umanità, 47 complessivamente, il 4,8% del totale, ma ciò sembra essere vissuto più come un peso, vedi il caso dei crolli di Pompei, che come un valore, come una opportunità e soprattutto come una risorsa.





Michele De Luca, Al di là di ogni luce, 2012


Se tutto quello che ho cercato di ricordare è vero, ma le cifre sono quelle e non si possono smentire, è evidente che deve essere urgentemente capovolta la tendenza, che vanno quindi impostate politiche nazionali del tutto nuove, ripristinando anzitutto una funzione di indirizzo e di coordinamento dello stato centrale contro forme sciagurate e controproducenti di cosiddetto federalismo, aumentando progressivamente gli stanziamenti e approvando nuove leggi, quando siano meditate, utili e necessarie e quindi possibilmente senza terremotare ancora situazioni, come quella della scuola, già compromesse da provvedimenti improvvisati e caotici.

Prima di ogni altro intervento, tuttavia, è necessario, come hanno fatto i nostri Padri costituenti, tornare a concepire e a vedere nella cultura, sia nel suo insieme sia nelle sue varie modalità organizzative, non solo la nostra ricchezza principale, ma anche la finalità decisiva per perseguire un nuovo modello di sviluppo.

C’è una considerazione da riprendere subito, a questo proposito, numerosi studiosi, italiani e stranieri, con l’aggiunta di approfondite indagini della Banca d’Italia, hanno messo negli ultimi tempi in evidenza le potenzialità crescenti della cultura come impresa e il ruolo insostituibile che essa sta assumendo nelle società contemporanee.

In altri termini, in barba a chi incautamente ha affermato che “con la cultura non si mangia”, è dimostrato che in economie mature come la nostra, alla disperata ricerca della mitica ripresa, il ruolo della cultura come strumento per lo sviluppo e per l’occupazione, e in particolare per uno sviluppo sostenibile, sembra essere decisivo.

Se la crisi dunque ha costretto tutta l’Europa a discutibili politiche di austerità, va citato il caso della Germania, dove, contrariamente all’Italia, la signora Merkel ha “stretto la cinghia per tutti, tranne che per formazione e ricerca”, tenendo ben presente il ruolo strategico di questi settori.

Come diceva la nostra Margherita Hack, infatti, “un paese senza ricerca e senza cultura è destinato a diventare un paese sottosviluppato”.

Ma come è evidente il discorso sulla vita e l’organizzazione della cultura non può riguardare solo i dati numerici. Certamente, di fronte al dramma della mancanza di lavoro, specialmente tra i giovani, diventa un obiettivo primario aumentare il numero degli insegnanti, dei ricercatori, degli addetti ai beni culturali e ancora sostenere la produzione audiovisiva e cinematografica, incrementare il numero dei teatri e delle orchestre, sostenere insomma, tutto l’insieme della nostra produzione culturale, in un paese che, nonostante tutto, mostra di possedere ancora vivacità, intelligenza, fantasia, ma anche una domanda, che, pur se in calo, rimane rilevante.

In questo quadro tuttavia, insisto, la cultura, deve essere vista anche come l’obiettivo da porre a uno sviluppo di tipo nuovo, per aprire, secondo la distinzione che faceva Pasolini tra i due concetti, negativo il primo, il solo sviluppo ma positivo il secondo, e cioè il progresso, una nuova fase, appunto, di equilibrato miglioramento per tutta la nostra società, in una situazione in cui non sia la sola economia, come, in effetti, oggi accade, a dettare tempi e forme di intervento, secondo le sue esclusive scadenze.

Allora il Pil non può più essere calcolato solo in termini di crude cifre, ma anche con riferimento alla qualità della vita e alla più complessiva crescita e maturazione intellettuale e morale del paese.

Qualcuno ha proposto di cominciare a parlare di Bil, Benessere Interno Lordo, considerando dunque tutto ciò che può contribuire a migliorare la qualità delle nostre esistenze, l’ascolto di un concerto, la visita a un museo, la lettura di un libro, come anche la tutela dell’ambiente, la protezione dei beni storico artistici, la manutenzione di una scuola e via elencando.

Tutto ciò sarebbe tanto più importante in una realtà come la nostra, dove la crisi, avendo determinato comunque l’ulteriore diminuzione dei consumi culturali, ha messo in luce pericolosi livelli di degrado umano e sociale, che si manifestano in clamorose forme di violenza, di razzismo, di sopraffazione, vedi il gravissimo fenomeno del femminicidio, di regressione in genere.

Ho accennato poc’anzi all’affermazione di una “egemonia sottoculturale” stabilitasi negli ultimi anni.

Non si tratta solo della diminuzione del numero degli spettatori o dei lettori, ma del ritorno di forme di vero e proprio analfabetismo, che stando alle ricerche di Tullio De Mauro, il quale parla addirittura di un “66 per cento di persone con una insufficiente competenza alfabetica e aritmetica funzionale”,  torna ad essere nel nostro paese un fenomeno assai allarmante, anche fra i giovani, per cui ancora una volta siamo distanti dall’Europa, in cui la media sta intorno al  50%.

Siamo dunque un paese che dovrebbe guardare meglio dentro di sé, per capire finalmente che i nostri permanenti problemi economici sono strettamente collegati ad una involuzione nel campo dell’istruzione e più complessivamente dell’incivilimento di massa.

E a questo punto vorrei fare le ultime osservazioni.

Il nostro è un paese in cui si legge poco, lo ricordava anche Quattrucci, dunque il rafforzamento e lo sviluppo di una rete di biblioteche pubbliche, pure nell’era del computer, mi pare un obiettivo da perseguire, naturalmente all’insegna della multimedialità, ma senza trascurare l’importanza insostituibile della scrittura e della lettura e pertanto del ruolo permanente del libro nella formazione dell’uomo e del cittadino.





Fioriscano cento fiori, 2009


Penso conseguentemente che tra le riforme auspicate debba esserci quella dell’editoria, con un sostegno alla produzione e diffusione del vecchio, caro libro nelle scuole, nei quartieri, nei piccoli comuni e soprattutto, com’è ovvio che sia, tra i giovani e anche con un aiuto tangibile a tante benemerite iniziative che tengono in vita la produzione e la diffusione del libro stesso.

Su questo tema c’è spazio per una azione non corporativa proprio del SNS, che in un contesto confederale, può aprire una vertenza, nazionale e locale, su simili temi.  Ben vengano, infatti, tutte le innovazioni tecnologiche possibili, sapendo però che la cultura scritta rimane il veicolo fondamentale per favorire quella mai troppo poco auspicata riforma intellettuale e morale, per realizzare la quale occorre mobilitare il massimo delle forze e delle energie.

Infine si può concludere con un’altra riflessione essenziale.

Io credo che dobbiamo considerare di più la nostra storia e valorizzare meglio la nostra identità nazionale, dal punto di vista di ciò che l’Italia ha dato al mondo in termini di arte, poesia, musica, scienza, cultura in genere.

Questo non in termini di boria sciovinista, ma come consapevolezza che, come diceva Tucidide, si deve studiare il passato per conoscere il presente e progettare il futuro, per cui questo passato deve vivere in noi, essere criticamente assunto per dare nuovi frutti.

La nostra eredità dunque non solo va meglio tutelata, ma deve essere più conosciuta, attraverso la scuola anzitutto, ma anche tramite tutte le possibili iniziative di divulgazione.

Ricordo Ugo Foscolo e il suo pressante invito: “o italiani vi esorto alle storie!”, una sollecitazione di grande attualità, per evitare di galleggiare in un presente senza tempo e dunque anche senza prospettive.

Prendiamo l’esempio che ci viene da altri grandi paesi europei, la Francia in testa, che difendono accanitamente la loro identità culturale nazionale e la loro storia; cerchiamo di farlo anche noi con un senso di accoglienza e di rispetto per tutte le altre culture con cui entriamo in relazione, ma provando anche a trasmettere di più e meglio determinati valori che ci vengono dalla cultura che siamo stati capaci di accumulare nei secoli.

Sono i valori del cosmopolitismo, i valori del nostro Rinascimento, il trionfo di un umanesimo universalmente declinato e rappresentato da una altissima e tuttora valida produzione artistica. Nel modo di oggi, multietnico e multiculturale, una tale concezione universale dell’uomo, dell’umanità in genere può essere di particolare attualità.

Non siamo solo il paese di Raffaello e Michelangelo, ma anche quello di Leonardo e Giordano Bruno, di Ludovico Ariosto e Torquato Tasso e di tanti immortali musicisti.

Far vivere questa storia vuol dire immettere nella nostra circolazione sanguigna energie inesauribili, tali da consentirci di guardare con maggiore ottimismo alle sfide del presente e ai traguardi del futuro.

 

 

*  Scrittore; saggista; pubblicista; già vice presidente dell’Ente Autonomo Teatro dell’Opera di Roma; già vice presidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia; già responsabile editoria della Fondazione Musica per Roma. 

 




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