SPAZIO LIBERO
VERSO IL CONGRESSO DEL SNS – INTERVENTI – 4
Occorre ripensare
la progettualità
e l’organizzazione
del teatro pubblico
in Italia



      

di Maurizio Barletta *

 

Aderendo completamente all’analisi e alle considerazioni svolte da Mario Quattrucci su “Le reti di Dedalus” in apertura del Forum indetto dal SNS, mi limito a sottoporre all’attenzione degli scrittori e di tutti gli operatori alcuni appunti relativi alla situazione del Teatro italiano.

 

 

1)      è rispettabile, ma non evidentemente robusto e dinamico, un ragionamento sul nostro teatro, teso a indicare le difficoltà del settore soltanto nell’esiguità delle risorse disponibili. È fin troppo ovvio che nessuna strategia di rinnovamento è in grado di decollare senza un innalzamento e senza una previsione triennale dei finanziamenti alla prosa. Tuttavia è necessario prendere atto che la crisi del sistema-teatro in Italia è di genere strutturale da almeno un decennio. In sostanza: il lodevole proposito di battersi strenuamente per il finanziamento, accompagnato dalla consueta e sconfortante fotografia dell’esistente, finirebbe, ancora una volta, per deludere e mortificare le aspettative di un settore della cultura italiana che, spesso, anche dalle forze politiche della sinistra, tanto più nelle loro esperienze di governo, è stato interpretato e tollerato come una residualità. È quindi necessario, in questa sede, far maturare una condivisa ispirazione di fondo sostanzialmente rinnovatrice.

 

2)      Predomina nel teatro italiano un tacito e condiviso conservatorismo che, davanti a punti cruciali di discussione e riflessione, ben diversamente affrontati in altre situazioni europee, ripropone accenti e formulazioni presenti nel  confronto degli anni Ottanta. Un sistema che è quindi invecchiato, evidentemente garantito dalla scarsa duttilità e lungimiranza dei governi che hanno preferito la discontinuità dell’erogazione e la pratica delle circolari, piuttosto che aprire un grande confronto capace di condurre a più serie iniziative di legge. Già negli anni Ottanta, per esempio, sarebbe stato opportuno aprire una riflessione e un dibattito sulle ragioni del teatro pubblico, nel momento cioè in cui l’ispirazione iniziale, assolutamente fondamentale per la crescita culturale e civile del paese, rivelava segni evidenti di appannamento e di scarso riferimento con l’evoluzione drammaturgica che stava accompagnando la fine di un secolo e l’inizio di un millennio. È incredibile che tanti osservatori si accorgano soltanto oggi, (ma ciò è la dimostrazione della vocazione del sistema a riprodurre se stesso), che i Teatri stabili siano addirittura diciassette.

 

3)      Una significativa riduzione deve però essere accompagnata da argomentazioni forti. Anche perché una seria riflessione sul teatro pubblico può essere illuminante per offrire una coerenza progettuale al nostro discorso in termini più generali. Assolutamente velleitaria, oltre che culturalmente erronea, quasi di tono prefettizio , per esempio, mi sembra l’idea di ridurre a due il numero degli Stabili. Molto più realistico (anche perché l’involuzione, senza dubbio generale del teatro pubblico, si è manifestata in tempi e termini diversi da situazione a situazione, seguendo il percorso di storie e vocazioni iniziali tra loro evidentemente incomparabili) è immaginare una riduzione che si attesti a sei o sette Stabili. Fondamentale è, piuttosto, e da qui la necessità di una discussione infine franca, cercare di definire le cause di un’involuzione che, comunque, per rispetto della verità, non ha risparmiato (con patologie evidentemente diverse) nessuno dei nostri diciassette Teatri Stabili.





Massimo De Francovich e Massimo Popolizio in Inventato di sana pianta (ovvero gli affari del barone Laborde) di Hermann Broch, regia di Luca Ronconi, prodotto dal Teatro Piccolo di Milano (ph. Norberth, 2007)


4)       Senza la presenza dei Teatri Stabili e dei loro padri fondatori, dobbiamo  sapere che non sarebbe stato possibile pervenire in Italia, in termini solleciti e artisticamente inconfutabili, alla scoperta del grande teatro di regia sul quale si muovevano dai primi anni del Novecento le altre culture europee. Nel vivo e nel fervore di quella stagione i padri fondatori del Teatro pubblico (più Grassi di Strehler, se vogliamo dirla tutta) pensarono che lo slancio da loro promosso poteva essere salvaguardato, e anzi irrobustito, costruendo una galassia di teatri pubblici capaci di radicare, nella loro indipendenza  culturale, la funzione civile della prosa nel nuovo assetto democratico del Paese. Un’idea  condivisa nello slancio costituente dalle forze politiche dell’epoca e che immaginava gli Stabili come istituzioni culturali di alto profilo con una missione ideale  da adempiere, organicamente sostenuti dallo Stato, in virtù del loro scopo, ma tuttavia in un persistente rapporto di autonomia dialettica con il sistema politico repubblicano.

 

5)      Se si considera con attenzione la diversa parabola storica dei Teatri Stabili pubblici italiani si può giungere a una precisa conclusione: non più di sei o sette (pur con  gli appannamenti riscontrabili nel loro percorso) sono restati fedeli alla  missione originaria loro affidata. Questi sei o sette Teatri pubblici, che francamente non è difficile individuare, vanno conservati nella loro funzione.

 

6)      In un contesto storico profondamente diverso da quello delle origini il teatro pubblico ha quindi la possibilità di svolgere una grande funzione, ma è pur vero che certe difficoltà produttive, in particolare se si procede a un confronto su scala europea, sono il risultato di una serie di omissioni e di resistenze. Mi riferisco alla difficoltà del ricambio generazionale nella direzione artistica dei teatri a gestione pubblica. Si alternano situazioni nelle quali un teatro non ha un ricambio nella direzione artistica da un ventennio, quando non da un trentennio, ad altre dove le scadenze elettorali provocano insensate defenestrazioni o stravaganti scelte che determinano una sarabanda senza principi che mortifica sistematicamente l’idea di un progetto e di un percorso creativo credibile. Il teatro pubblico  italiano ha cioè una ragion d’essere, ma nel contempo non ha un progetto in grado di aggiornarne l’identità. Un teatro pubblico, per fare soltanto un esempio, che non ha una sua compagnia stabile (quando poi sarebbe addirittura necessario avere una seconda compagnia di giovani continuamente aggiornata ) non è un riferimento attendibile, sia perché non interviene autorevolmente nella circolazione artistica e nell’intreccio generazionale, ma  anche perchè il teatro straniero  dimostra che la contrattualizzazione degli attori sulla scorta di progetti pluriennali determina economie sostanziali.





Una serata-omaggio per Harold Pinter organizzata dal Teatro Stabile di Roma (2009)


7)      Si potrebbero fare altri esempi. Si potrebbe sottolineare ancora la non plausibile assenza (particolarmente in una fase di grande evoluzione della scrittura) della figura del dramaturg nei nostri teatri pubblici. Ho citato schematicamente soltanto due o tre aspetti che forse contribuiscono a rendere rigido un sistema che proprio per la sua funzione pubblica dovrebbe avere ben altra agilità. Volevo soltanto indicare la necessità di aprire una riflessione pacata, ma essenziale, sulla questione della direzione artistica dei Teatri stabili.

 

8)      Mi chiedo se non sia opportuno riprendere in considerazione, senza incorrere in precedenti errori, quell’idea  delle residenze teatrali che qualche anno fa fu formulata, apprezzata e, con altrettanta sollecitudine, abbandonata. Si tratta di un’idea davvero forte, che conferirebbe una dinamica da non sottovalutare in un teatro nel quale il problema dei problemi è rappresentato da un sistematico scarto tra potenzialità produttive e qualità nel nesso che intercorre tra distribuzione e formazione del pubblico. Il problema del territorio è quindi un capitolo che è destinato ad assumere un grande rilievo nella riflessione sui percorsi immaginabili per il teatro. Le residenze teatrali possono rappresentare una chiave decisiva in questa direzione. È un progetto che mi sembra opportuno riprendere e  approfondire.

 

 

 

*  Scrittore, critico teatrale, già A D del Teatro di Roma, già Consigliere dell’Ass. Prov. Vincenzo Vita.

 

 

                                                     




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