SPAZIO LIBERO
A. B. SPELLMAN
Le trasformazioni
del Bebop
tra rivolta
e business


      
Pubblicato in Italia da minimum fax “Quattro vite jazz”, traduzione di un libro del 1966 che si applicava allo studio di quattro importanti musicisti: Cecil Taylor, Herbie Nichols, Ornette Coleman e Jackie McLean. I loro percorsi creativi hanno nel complesso segnato una svolta nella musica afroamericana che, come dice il poeta Langston Hughes, nasceva anche dalla ribellione dei neri dei ghetti contro la repressione poliziesca e hanno fatto di questa musica la sola forma d’arte originale nata in America nel corso del XX secolo.
      



      

di Cosimo Ruggieri

 

 

O, Jim Crow’s come to town , as you all must now ,

An’  he wheel about, he turn  about, he do jiis so,

An’ every time he wheel  about he jump Jim Crow

 

Thomas Dartmouth – Daddy-Rice

 

 

Nel 1966 usci il libro di A. B. Spellman intitolato Four Lives in the Bebop Business (in italiano “Quattro vite jazz”) è un libro di case studies su quattro musicisti jazz: Cecil Taylor, Herbie Nichols, Ornette Coleman, Jackie McLean. Il suo autore Spellman lo intitolò così perché lo trovava moderno  e molto jazzistico e non privo di un’ironia sottile. Non lo capirono in molti e lasciò molti musicisti confusi; addirittura Ornette Coleman disse che non si era mai accorto di essere nel business del bebop. Ma  il suo autore con questo titolo intendeva dire che il bebop trasformò il jazz da musica orchestrale a musica per piccoli complessi e si passò dalle grandi  sale da ballo a piccoli locali notturni.

 

Nel libro di Philippe Carles e Jean Louis Comolli intitolato Free Jazz-Black Power, gli anni Quaranta vengono descritti come anni di grandi rivolte e grandi rivoluzioni e  mentre la sommossa prendeva piede in molte città degli Stati uniti, ad Harlem covava un’altra ‘rivolta’,  si preparavano  in semiclandestinità riunioni ‘after hours’ dopo le ore di lavoro nelle grandi orchestre e negli intervalli tra le quinte dei teatri e nei cabaret. Un club di Harlem, il Minton’s, è uno di questi ritrovi dove i musicisti jazz possono suonare e improvvisare e sperimentare per un pubblico fatto essenzialmente di altri musicisti jazz. I motivi di moda vengono resi irriconoscibili e privati del loro fascino, le canzoni, gli standard e le canzonette vengono triturate, demolite e riscritte: è la nascita del bop. I boppers erano riusciti a sovvertire lo schema razzista: l’immagine del Nero stupido ingenuo (involontariamente buffone) cede il passo invece a quella dell’artista anticonformista misterioso e folle.

 

Nascono anche  le prime diatribe tra  critici anziani e moderni, ‘moldy figs’ e ‘sour grapes’, jazz contro non-jazz, progressisti contro puristi, André Holdeir contro Hugues Parnassié. La diatriba  fu alimentata dal critico Rudi Blesh che difendeva gli stili più tradizionali  e  da Barry Ulanov  della rivista “Metronome” a favore delle tendenze più moderne. Fu una guerra che venne lanciata anche  per radio in una serie di trasmissioni chiamate Bands for Bonds, che si trasformarono poi  in un acceso dibattito sulle riviste specializzate istigate dall’articolo di Ulanov sul numero di  Metronome” del novembre del 1947 intitolato Moldy Figs vs. Moderns (Fichi ammuffiti contro moderni). Secondo il poeta afroamericano Langston Hughes: “Un uomo dalla pelle scura può conoscere soltanto giorni scuri, il bop è la conseguenza di giorni scuri”. La descrizione che fa Langston Hughes del bebop attraverso Jess B. Simple (caricatura dell’abitante di Harlem da lui inventato che  si interessa di Jazz) è un’analisi che non ha nulla a che fare con lo studio della musica, le prime registrazioni bop potrebbero rappresentare il rendiconto – musicale alla maniera dei racconti blues – delle sommosse del 1943 ad Harlem : “è la polizia che picchia sulla testa dei Neri che ha ispirato il bop. Ogni qualvolta uno sbirro  colpisce un nero questo maledetto bastone fa: ‘Bop Bop! … Be Bop!.. Mop!’ e il Nero urla: ‘Ooooo! Ya Kooo! Ou-o-o!’ e il maledetto poliziotto ne approfitta per continuare a picchiare  Mop ! Mop ! Be Bop! Mop ! Tale è l’origine del Be-Bop; il ritmo dei colpi sulla testa del Nero è passato direttamente nell’interpretazione che danno del Be-Bop trombe, sassofoni, chitarre e pianoforti.





Le innovazioni  portate dal Be-Bop trasformarono il Jazz dal punto di vista ritmico, armonico e melodico. Fu anche una rottura verso la musica industrializzata quale era diventato lo swing come lo suonavano le orchestre più popolari d’America  soprattutto quelle  bianche. Il bop non voleva essere una musica da ballo voleva essere musica “pura” da ascoltare e  fu intrinsecamente  negra. I quattro jazzmen raccolti in questo libro appunto sono tra gli eredi di questa scena. Il libro è stato tradotto da Marco Bertoli (lo stesso che aveva tradotto la autobiografia di Thelonious Monk di  Robin D.G Kelley) nel 2013 ed edito da Minimum Fax (pp. 267, € 16,00).

 

Il libro ripercorre la vita di questi quattro musicisti non solo dal punto di vista biografico ma soprattutto nella loro esistenza da musicisti, ora i musicisti fanno una vita più equilibrata, ad esempio un pianista professionista oggi dispone di veri pianoforti e non dei rumorosi catorci che vengono raccontati da Cecil Taylor ma anche da Thelonious Monk. I jazz club offrono oggi  un ambiente salubre e non infestato di fumo e di spacciatori di eroina nei bagni. Spellman nella prefazione alla prima edizione fa una interessante riflessione ovvero rileva che l’America è indifferente agli aspetti della cultura afroamericana che non rientri nel semplice entertainment, l’interesse è calato quando gli artisti neri si sono spostati dall’ambito dell’arte popolare per attingere a quello dell’arte alta.

 

In questo libro le case discografiche e i proprietari dei locali vengono dipinti come cattivi perché prima di tutto sono degli uomini d’affari e guardano al profitto. Nel business del bebop comanda il dollaro come in ogni altro business. Questo libro  testimonia, attraverso le vite dei quattro artisti, come il jazz sia la sola forma d’arte originale nata in America, non la musica classica né altre forme d’arte, ma Jazz e quindi al jazz spetterebbe un posto più importante nella vita e negli investimenti culturali degli USA.

 

 

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COLONNA SONORA

 

John Coltrane - The Classic Quartet: Complete Impulse!

Charles Mingus: Mingus Ah Um 

Horace Silver: Safari

Horace Silver: Song For My Father

Kenny Dorham Quartet: Quiet Kenny

Kenny Dorham: Kenny Dorham Quintet

Kenny Dorham And Cannonball Adderley: Blue Spring

Bill Evans: The Complete Riverside Recordings

                                                                                                                     




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