PRIMO PIANO
DISCUSSIONI
Una poesia
‘esodante’
per ripensare
l’orrore del mondo
e della storia.


      
Ecco il partecipe commento critico ad un concetto di teoria e pratica poetica espresso e articolato in un recente dialogo-intervista tra il poeta Ennio Abate e il filosofo Ezio Partesana, pubblicato in rete da poesia2punto0. L’idea dell’esodo è tutt’altro che quella di una fuga, semmai di un andare dentro le molteplici contraddizioni e dinamiche del processo storico onde maturare una coscienza di scrittura profondamente avvertita e nel segno di un impegno civile, come quella a suo tempo sviluppata dagli autori di “Officina” e in particolare da Franco Fortini.
      



      

di Domenico Donatone

 

 

«Se, dunque, la poesia diventasse esodante, se quella tessera si staccasse dal resto, se cominciasse a cambiare colore, se - invece di stimolare atmosfere sognanti, abbandoni panici o mistici, elucubrazioni solipsistiche orgogliose o disperate - inducesse la gente comune a fissare l’orrore della storia non con l’occhio paralizzato e compiacente predisposto dalla TV e dai mass media, se allenasse i lettori a ragionamenti meno aridi di quelli fatti da troppi politici, filosofi, scienziati, economisti, si ricostituirebbe un noi non più costretto a nuotare solo sott’acqua, ma capace di arrivare in superficie, dove forse ci sono cieli più azzurri, venti più respirabili, e ci si potrebbe orientare verso qualche meta.»

(«Sulla poesia esodante. Intervista di Ezio Partesana a Ennio Abate»:

 http://www.poesia2punto0.com/2013/08/03/sulla-poesia-esodante-intervista-di-ezio-partesana-a-ennio-abate/)

 

 

Interessante, efficace, esodante. Sono i tre aggettivi che suscita la bella intervista curata da Ezio Partesana a Ennio Abate. Il primo è nato a Milano nel 1963. Laureato in filosofia con una tesi su Adorno, vive tra la sua città e Venezia e lavora come traduttore e autore di testi per il teatro. Tra le sue pubblicazioni più importanti si indica «Critica del non vero» (La Nuova Italia, 1995). Il secondo vive a Milano dal ’62 e ha insegnato nelle scuole superiori. Finalista al Premio di poesia Laura Nobile dell’Università di Siena nel 1991, presieduto da Franco Fortini, ha pubblicato cinque raccolte di poesia: Salernitudine (Ripostes, Salerno 2003), Prof Samizdat (E-book edizioni Biagio Cepollaro 2006), Donne seni petrosi (Fare Poesia 2010), Immigratorio (CFR 2011), La polìs che non c’è (CFR 2013). Ha tradotto dal francese e curato manuali scolastici sulla Commedia di Dante. È coautore con Pietro Cataldi ed altri del testo Di fronte alla Storia (Palumbo 2009). Collabora con varie riviste, tra cui Allegoria, Hortus Musicus, Inoltre, Il Monte Analogo, La ginestra. Dal 2006 al 2012, all’interno delle iniziative della Casa della Poesia di Milano, presieduta da Giancarlo Majorino, ha condotto il Laboratorio Moltinpoesia. Condirige con altri la rivista Poliscritture (www.poliscritture.it) e cura il blog Poesia e Moltinpoesia (http://moltinpoesia.wordpress.com/).

Accogliere l’intervista sulle pagine della web-review Le reti di Dedalus è un motivo non solo di ulteriore diffusione del pensiero critico, ma ragione convinta di accrescimento delle questioni in essa inerenti, del fitto dialogo tra Partesana e Abate. L’intervista si sviluppa da un testo di Ennio Abate, dal titolo «Appunti. Per una poesia esodante. Sulla ex-piccola borghesia o ceto medio in poesia», pubblicato on-line su questa traccia: http:// www.poesia2punto0.com/2012/09/25/appunti-per-una-poesia-esodantesulla-ex-piccola-borghesia-o-ceto-medio-in-poesia-di-ennio-abate/.

Prima di evidenziare il punto saliente del confronto tra Partesana e Abate, è necessario un preambolo al brano per agevolare il chiarimento di alcune posizioni che, come critico, mi saranno consentite. Posizioni che in qualche modo intercettano quelle sostenute da Ennio Abate.

Teorie critiche sulla poesia sono state scritte e continueranno ad essere scritte. Si può teorizzare di tutto. Le avanguardie storiche lo confermano: Marinetti teorizzava “la guerra come sola igiene del mondo”, Palazzeschi il controdolore, per cui “si può ridere di tutto, anche dei funerali.” Ennio Abate teorizza la “poesia esodante”. Una teoria poetico-politica formulata dallo stesso autore, non diversamente da come fecero Marinetti, Palazzeschi, Breton, Tzara. Che lo faccia anche Ennio Abate non sorprende. Sorprende maggiormente la sua teoria: poesia esodante. Poesia che tende alla fuga, all’esodo. Una fuga da cosa e da chi? Per capirlo procederemo con ordine.

Più che un’intervista, trattasi di un vero e proprio dialogo, un vero e proprio confronto sulla linea di quelli che non si è più abituati a ricevere. Qualcosa che in sé ricorda i tempi d’oro di fervente polemica tra Pasolini e Fortini. Il tempo dei poeti di Officina, che possono essere considerati gli ultimi veri poeti d’Italia del secondo Novecento. Il tema che regge il confronto è il seguente: poesia esodante. Cosa vorrà dire? Bene, dalle domande di Partesana ad Abate, che risponde non in qualità di critico letterario, di esperto tecnico, ma in qualità di poeta-critico, perché è la stessa scrittura poetica un atto critico, di interrogazione su un tema, si evince chiaramene il pensiero di Ennio Abate. Un pensiero di nobile levatura. Un pensiero la cui cifra semantica ricade sul lettore come ulteriore possibilità di capire e stabilire l’efficacia perdurante dell’azione critica. Prima di specificare cos’è e cosa s’intende per “poesia esodante”, Ennio Abate specifica quali propositi, quindi quali “legami culturali” danno vita al concetto di poesia esodante.





Oronzo Liuzzi, Meteorite di poesia (035), 2013


Abate afferma: «Per “legami espliciti” tra poesia e storia intendo in primo luogo quelli che la poesia intrattiene con tutto il sistema dei saperi umanistico-scientifici. E poi quelli con tutti i linguaggi (gestuali, visivi, simbolici, astratti) che sono delle vere e proprie correnti oceaniche. Ma non basta. La poesia è legata ai corpi. I poeti stessi sono corpi che interagiscono con altri corpi (di singoli, di gruppi, di folle; e ci metterei persino i corpi “istituzionali”…). E poi non ha forse legami col tempo? Con gli anni in cui quel determinato poeta vive, ma pure con gli anni o i secoli che il poeta riesce a riassumere in sé, quando accoglie ora una tradizione durata a lungo o ora solo pochi anni “rivoluzionari”? Quindi la mappa dei “legami espliciti” potrebbe essere cercata in un conglomerato che potrei chiamare: poesia-saperi-linguaggi-corpi-tempo (esistenziale, storico). Tali legami, però, diventano “impliciti”, se occultati, velati, ridimensionati, trascurati da quanti pensano la poesia come fosse o dovesse essere la negazione della storia o del “reale” […]».

La domanda che segue meglio evidenzia i contenuti socio-culturali e anche politici di questo tipo specifico di poesia. Infatti, Enzio Partesana chiede: «Vorrei allora chiederti quali siano gli strumenti di chiarificazione o, detto altrimenti, se tu scrivi che: “La poesia esodante è il tentativo di rompere gli steccati [...] in cui oggi sta una certa poesia”; vorrei tu indicassi in primo luogo quale sia la necessità (anche politica, naturalmente) di questa rottura e, in secondo luogo, quali siano gli strumenti attraverso i quali questa rottura dovrebbe consumarsi».

Abate risponde: «Non ho indicato “gli eventuali ‘strumenti’ di una rottura” perché, nella confusa crisi che viviamo dopo l’eclisse di qualsiasi progetto “forte”, evocare o auspicare genericamente delle rotture in assenza di soggetti chiari e affidabili mi pare un azzardo. Se ci troviamo al buio, meglio non agitarsi. Tanto più nel campo della poesia. Anche qui le conclusioni di certe rotture “rivoluzionarie” (ancora la neoavanguardia!) le abbiamo pur viste. Si sono avute mere spartizioni, del tutto “endo-accademiche”, del potere culturale: al tradizionale baronato universitario s’è associata una quota di nuovi baroncini (anche sessantottini), tra i più svelti a legarsi, qui in Italia, prima all’industria culturale e poi a quella dello spettacolo. E oggi la sfera del “consumo di poesia” è del tutto congeniale a un “momento produttivo” sì, ma direi di poesia “per universitari”.[…] Non vedo quasi più punti d’appoggio per un intervento di gruppo. Perché – ripeto – soggetti, capaci non di consumare ma di usare/riusare criticamente la poesia (passata e presente) in vista di un possibile nuovo progetto, non se ne vedono.»

Lo scenario che descrive Ennio Abate è intellettualmente fermo e decisamente preciso sulla condizione cultural-politica dell’Italia. Possibilità per sollevarsi dalla crisi, usando la metafora della poesia e usando, in sostanza, la poesia stessa, non ci sono. Non è Abate ad essere eccessivamente pessimista, è il mondo che è cambiato drasticamente. L’esigenza che si pone è, appunto, quella dell’esodo. La fuga! Un punto interessante quanto ordinario, che sembrerebbe così legarsi ad un sentimento abbastanza diffuso in caso di incendio politico-culturale. Se la casa brucia, bisogna fuggire. L’Italia è in fiamme, molti si danno alla fuga. Sul termine “esodo” sia Partersana che Abate si stimolano a vicenda, ripercorrono storie e vicende della cultura letteraria più recente senza porsi limiti e pregiudizi. Partersana è subito aperto al dialogo, lo intercetta non solo come possibilità di confronto ma come esigenza sia interna che esterna al luogo del tema affrontato. «Capisco... è per questo allora che hai scelto il termine “esodo”? Se la risposta è affermativa mi rimane però un dubbio che la derivazione filosofica della parola da te usata da, diciamo, Toni Negri, non chiarisce: la fuoriuscita è solo dalle istituzioni poetiche, quella che potremmo chiamare la sfera della circolazione della merce-poesia, o anche dalla poesia in quanto tale? Ti domando, insomma, se credi si debba uscire dalle contraddizioni della poesia verso qualche cosa d'altro, e se sì, cosa?».

La risposta di Abate è decisamente interessante: «La parola ‘esodo’ ha un affascinante alone, soprattutto biblico e più recentemente politico-filosofico (Walzer soprattutto; e poi da noi Negri, Virno ed altri).» C’è un’immagine, però, che meglio qualifica l’esodo: la gabbia. Ennio Abate riproduce un suo testo poetico, ascrivibile all’idealità di Pasolini e di Roversi, efficacissimo sul piano della comunicazione intellettuale e filosofica.

 

Esodo

 

Nell’esodo dunque.

La tana di sempre sfondata.

La gabbia approntata da secoli

aperta, finalmente deserta…





Giuliana Laportella, Senza titolo, 2012


«Non li commento o spiego.», dice Abate riferendosi ai versi sopra citati, «M’interessa quella immagine della gabbia. In essa vedo adagiata anche una certa poesia: quella cortigiana che produce la merce-poesia, mentre la poesia più inquieta – romantica o critica – ha tentato sempre di  uscirne.» L’intento del poeta è di riprodurre l’efficacia dei versi, il senso pragmatico della poesia, intesa non più come astrazione scolastica, per cui letta e in parte vissuta nelle aule, la poesia torna ad essere l’eterna assente nella vita delle persone. C’è uno scopo da perseguire. Lo scopo è teorizzare una diffusa sistemazione politica e letteraria della poesia. Abbracciare la storia: è questo quello che vuole la poesia esodante. Consentire non le solite spartizioni del potere editoriale e universitario, ma superarli, andare oltre quella gabbia di successo borghese e far sì che si possa respirare un modo di fare poesia davvero libero, serio, decisamente saldo ad uno schema di relazione e di valori socio-politici e culturali pronti a fare distinzione tra poesia e poesia, non come lo faceva Croce, ovvero sulla base di un idealismo troppo a lungo abusato, ma su una base concreta di relazione poesia-storia, poesia-linguaggio. Messo dinanzi all’incalzare delle domande di Partesana, su modelli di poesia-esodante, Abate espone in 14 punti, tratti dal libro Per una poesia esodante, la sua tesi. La poesia esodante deve, in sostanza, corrispondere a questi obbiettivi:

 

·               attenzione vigile a «pensare l’orrore del mondo e della storia» che viviamo e subiamo, ma allo stesso tempo convinzione che «pensare in poesia l’orrore del mondo non può significare cedere a tale orrore, al Niente».

·               sforzo di destarsi dal «sogno della poesia» (non esiste in questi versi nessun abbandono all’«oasi di piacere-libertà-bellezza della Poesia». Piuttosto piena consapevolezza che la poesia, di per sé, non è libertà. Eaggiungereiche i poeti esodanti «sanno di non essere liberi». E che, quindi, devono anche “uscire dalla poesia” (se questa finisce per combaciare con la gabbia di cui dicevo prima); ed essere, in altri termini, poeti-critici, evitando la dissociazione impostasi direi dopo gli anni Settanta del Novecento - tra poesia e critica;

·               tenacia nello stare addosso alla realtà e ai conflitti sociali (La sola cosa che importa è / il movimento reale che abolisce / lo stato di cose presente); il che non comporta una ottimistica o volontaristica «ripresa dell’impegno (etico, politico) in poesia». In questi versi, anzi, si insiste sia sulla necessità destruens (Nulla che prima non sia perduto ci serve) sia sulla modestia e l’assenza di tronfiezza e sicumera nel lottare: Non sapremo se avremo avuto ragione»;

·               la capacità di «maneggiare la politicità del linguaggio» mira interamente a un dialogo, a un discorso persuasivo e problematico, da condurre tra persone che agiscono nella storia e hanno problemi da affrontare in comune; da qui un lessico concreto, la solida sintassi, la coincidenza tra metrica del singolo verso e frase compiuta nei versi più asseverativi: I presupposti da cui moviamo non sono arbitrari; tutto è divenuto gravemente oscuro; La verità cade fuori della coscienza);





Juan Fernando Herràn, Senza titolo, Colombia 2010


·               la scelta di muoversi in una zona lirico-politica, che io chiamerei dell’«io/noi», evitando sia il puro lirismo, sia il discorso politico diretto; anche perché questo poeta «sa che la realtà sfugge alla forma»; e lo ricorda qui nel verso: La verità cade fuori della coscienza.

 

Il testo al quale Abate fa riferimento è un testo poetico di Franco Fortini[i] dal titolo Gli ospiti. Una poesia la cui forza espressiva, dialettica, assertiva, semantica e politica, difende il tracciato dell’esodo. Si tratta non di fuga, come il termine potrebbe più semplicemente far intendere, ma di fuga-politica, quindi di “resistenza”: stare al centro del dibattito ma dall’esterno. Idea non così strana perché evidente nel fatto che molti luoghi deputati alla critica, alla poesia, così come alla stessa politica – si pensi al Parlamento – sono scevri di sostanza. Il Parlamento non dispone più del rispetto e della stima dei cittadini, così come le università, e bene fa Abate a ribadirlo, sono ormai luoghi in cui i “baroncini” esercitano il loro potere accademico. Luoghi in cui si diventa docenti, assistenti o ricercatori, solo dopo che si è portato ai professori per una vita la borsa.

Il concetto-guida di poesia esodante è di immersione nella storia, di ricerca attenta al rigore semantico della poesia civile (impegno, indagine, azione politica;) e impiego concreto dei significati migliori della sperimentazione, non per forza neoavanguardistica ma più semplicemente di tradizione del nuovo (pluralità semantica, differenziazione dal contesto lirico, eliminazione del contesto sognante;). In questa poesia non deve esserci utopia, sogno, libertà, intesi come espressioni dozzinali di una ricerca meramente idealistica, ma capacità di formare nuovamente un tracciato semantico e lessicale autentico, capace di agitare un dibattito poetico e di determinare in coloro che hanno perseguito la poesia da epigoni, un’improvvisa presa di coscienza della possibilità fattuale di determinare un “io/noi” capace di evidenziare il tessuto culturale e politico della storia attuale. Ennio Abate, pur non volendo, si lega ad un progetto ideato da Antonino Contiliano ed altri poeti-critici, che si chiama “Noi Rebeldìa 2010 - We are winning wing” (Noi rivoltosi 2010-Noi siamo l’ala della vittoria), rintracciabile sulle pagine de Le reti di Dedalus. Un progetto che potrà meglio condurre ad una riflessione che qui si lancia come “ponte critico”: la poesia vuole stare al centro o fuori dalla società futura? Sarà esodante oppure collettiva? Ad Ennio Abate e all’amico Antonino Contiliano si dà la possibilità di confrontarsi sulla pagina on-line di Dedalus e di giungere ad una risposta-soluzione, dopo essersi immersi nuovamente nei loro rispettivi progetti-regia di poesia contemporanea.

 



[i]Gli ospiti: «I presupposti da cui moviamo non sono arbitrari. | La sola cosa che importa è | il movimento reale che abolisce | lo stato di cose presente. | Tutto è divenuto gravemente oscuro. | Nulla che prima non sia perduto ci serve. | La verità cade fuori della coscienza. | Non sapremo se avremo avuto ragione. | Ma guarda come già stendono le loro stuoie | attraverso la tua stanza. | Come distribuiscono le loro masserizie, | come spartiscono il loro bene, come | fra poco mangeranno la nostra verità! | Di noi spiriti curiosi in ascolto | prima del sonno parleranno. ||»

 




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