LUOGO COMUNE
VISIONI DI WALTER SITI
Intellettuali:
ieri, oggi
(e domani?)


      
In un dibattito al Macro di Roma è intervenuto l’autore di “Resistere non serve a niente”. Il tema era quali possibilità ha l’intellettualità culturale e letteraria di sopravvivere nel caos informe della contemporaneità e nell’epoca dei new media onnivadenti. Il vincitore dell’ultimo Premio Strega è sembrato non concedere più alcuna chance all’uomo che pensa travolto dal rumore di fondo, dal chiacchiericcio no stop diffuso in rete. Però, oggi più che lamentarsi, servirebbe capire quali strumenti di analisi abbiamo per interrogarci sul mondo e il suo divenire. Per mettere a fuoco più che il sentimento del tempo, il sentimento della banalità.
      



      

di Francesca Fiorletta

 

Qualche settimana fa, al Macro del quartiere Testaccio di Roma,  mi è capitato di assistere a un dibattito con Walter Siti sulla sempre discussa figura dell’intellettuale. Si parlava, in particolare, delle reali possibilità che hanno gli intellettuali – presupponendo che ne esistano ancora, certamente – di sopravvivere al caos informe della contemporaneità.

Siti argomentava le sue ben note posizioni, etiche e pragmatiche, con la consueta pacatezza che lo contraddistingue, una pacatezza direi quasi raggelante, dato il certo atteggiamento fatalista e assertivo che ben poco spazio usa concedere, invero, al disaccordo. Quantomeno al disaccordo estemporaneo, quello più diretto, immediato. 

Proprio l’immediatezza, in effetti, è stato uno dei punti nodali della sua retorica, che ha fatto virare ben presto l’intero discorso, pure inaugurato sotto l’egida di Leopardi, Manzoni, Pasolini e Galileo Galilei, sull’esperienza dei cosiddetti lit-blog, i blog letterari appunto, sull’uso smodato dei social network, che sempre più imperano dentro e fuori la rete (vedi: facebook, twitter, ecc., dove soprattutto a imperare è lo spazio che questi social network hanno acquisito, via via, nella vita quotidiana di ciascuno di noi, seppure in differenti misure e termini) e, più in generale, sulla deriva patologica che ha coinvolto tutti i media, dalla televisione alla carta stampata (sì, per chi se lo stesse chiedendo: esiste ancora la carta stampata!).

Insomma, come a dire: nessuno si senta escluso. Secondo Siti, infatti, siamo tutti costantemente, ineluttabilmente, avvolti e sconquassati da un ormai perenne e anestetico rumore di fondo, un rumore che, a seconda delle circostanze e delle relative – mi si conceda il mot d’esprit – “variazioni belliche”, passa dal chiacchiericcio più apatico e assonnato fino ad arrivare agli strepiti senza senno delle scimmie – potrei azzardare – meno ammaestrate e con certamente più vivace voglia di apparire e farsi notare, fra le prime file di un palcoscenico (mediatico, appunto, ben prima che lontanamente intellettuale) ormai sovraffollato.

Ma dicevamo dell’immediatezza: questo meccanismo di domanda-offerta così celermente soddisfatto, questo (sempre secondo Siti) poco sano ardimento del post-commento al post, dinamiche appunto tutte riscontrabili con estrema facilità navigando fra i moltissimi blog letterari sempre attivi nella rete, o anche solo visitando le pagine facebook o i profili twitter di moltissimi scrittori, giornalisti, persino filosofi e accademici ultra-moderni, bene, questo velocissimo e assolutamente poco mediato (e meditato) scambio o sproporzione o equiparazione, che dir si voglia, di informazione, idee, pareri, suggestioni, riflessioni, personali e non, esattamente questo è il rumore su cui si fonda e al contempo da cui è infestata, oggi, la nostra società (culturale).

È così che quelli che un tempo erano i ruoli diversissimi, ricoperti, secondo i canoni e le tipologie appositamente preconfezionate, dalle figure più attive nel panorama intellettuale italiano e non solo, oggi vengono inderogabilmente sfaldati, i rapporti di forza si frantumano e decontestualizzano, i canali di comunicazione inevitabilmente collassano, e, insieme ad essi, secondo Walter, collassa anche lo spazio deputato al ragionamento più puro, alla riflessione veramente seria, insomma a tutto quel complesso di attività cerebrali che ha contraddistinto, finora, l’intellettuale verace dal pensatore (banalotto?) della porta accanto.

Ancora, mi pare, poco da eccepire, se non per una certa e malcelata pretesa di classificazione dogmatica fra intellettuale/non intellettuale, questa sorta di manicheismo del giusto/sbagliato che oggi, appunto, ben lungi dal voler sostenere e riproporre gli schemi più facili del populismo arrivista e del furor qualunquista e piazzaiolo che davvero dilaga in modi poco sopportabili, oggi, dicevo, mi pare comunque un modo largamente riduttivo di voler inquadrare la faccenda letteraria e culturale tutta.





Paolo Collini, Oltre le nuvole, 2010, tecnica mista, cm 210x210


Siamo ancora qui a chiederci chi ha dato la patente a chi per esprimere che cosa? Da un uomo colto come Siti ci si aspetterebbe qualcosa in più, e in effetti quel qualcosa arriva, ma forse sto sovra interpretando, quando lui stesso ammette: “ci vuole tempo”. Ecco, dunque, il vero quid: il tempo. Tempo della riflessione, tempo del digerimento e ricomprensione di pensieri e idee, tempo di messa a fuoco sul reale odierno, tempo dell’espressione intellettuale, appunto.

Alla domanda diretta, quindi, su cosa dovrebbe o potrebbe fare l’intellettuale oggi per riconfermarsi a pieno titolo nel ruolo sociale del quale sembrerebbe (ma, attenzione, solo in apparenza!) essere stato defraudato dal “grande chiacchiericcio” contemporaneo (per citare un altro film che, su questi e altri temi, ha fatto recentemente discutere, ossia La grande bellezza, di Paolo Sorrentino), e cioè se continuare a esporsi in prima linea su web, televisioni e giornali, o restarsene in silenzio meditativo e intervenire solo a riflessione davvero compiuta,  Walter Siti risponde: “restare appartato”. Ovviamente. 

Il problema, però, a me non sembra l’esposizione o meno, la velocità di reazione o la pacatezza dell’approfondimento, e non mi sembra nemmeno tanto la pretesa deriva dell’epoca contemporanea. Penso che queste dinamiche siano sempre esistite, in quanto fortemente connaturate nell’animo umano, prima che negli schematismi sociali della cultura alta/bassa, elitaria/popolare, e via dicendo. Forse oggi è solamente più facile rendersene conto, vista la continua e imperitura sovraesposizione mediatica, appunto, alla quale siamo soggetti tutti, volenti o nolenti.

Il punto è: se un cosiddetto intellettuale non si sporca le mani con quello che lo circonda, se non interagisce a più livelli, se non si “piega” ai canali comunicativi e informativi del tempo in cui vive, allora di cosa si nutre, su cosa ragiona, o meglio, quanto i suoi ragionamenti potranno risultare davvero fondati e fondativi per la contemporaneità nella quale si impegna ad operare, pure con così tanto e tanto serio cipiglio?

Il punto è, a me pare, che bisogna cercare di capire e interpretare quanto più possibile quali possono essere gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi per diffondere, approfondire, ragionare e interrogarci sul mondo e sulle esperienze del sapere, senza farci intimidire né dal rumore né dal silenzio, e soprattutto senza cercare di attribuire e attribuirsi etichette, per forza. Che cos’è tutto questo bisogno di maestri, di fari nel buio a tutti i costi, che ancora non riusciamo a scrollarci di dosso? E chi lo dice che un maestro è maestro nel momento in cui sale in cattedra, o peggio ancora, nel momento in cui si chiude in casa a meditare, a prendersi il suo tempo, per carità, che non si alzi la voce.

È possibile che esista un mondo senza intellettuali? È ipotizzabile un futuro con o senza intellettuali? Io mi chiederei, piuttosto: ha avuto senso ieri, ha ancora senso oggi, e soprattutto avrà senso domani voler essere o non essere “un intellettuale”? Più che il sentimento del tempo, il sentimento della banalità.

 








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