LE VIE DEL RACCONTO
STEFANO LANUZZA -
ALBERTO SCARPONI
 

Lettere al Lupo

 

Caro Lupo,

   chi non da molto lontano Le scrive (contro l’inflazionato ‘tu’, uso il ‘Lei’: è più confidenziale), chi per affinità La ricorda è il Suo antico sodale Lupo Mannaro (o Lupo Man; nonché, talora, se vuoLeLupus in fabula e Lupus in sermone).

   Ora, da un po’ di tempo, affidandomi a ingannevoli metamorfosi (perché Lupus pilum mutat, non mentem), quasi non c’è sera che io non visiti la solitaria casa posta ai margini del bosco dove, a volte, accadeva d’incontrarci.

   Una casa – ricorda? – dalle luci sempre accese, tanto da sembrare trasparente, abitata da una sfuggente figuretta di sembianze lupesche...   

   Lei, figlio dello spavento e simbolo dell’inquietudine, lasciava il branco, il Suo ‘popolo libero’, e, dopo essersi sfamato con un fagiano sorpreso dentro un cespuglio o con un coniglio colto all’imbocco della tana, cadenzando il passo leggerissimo che sfiorava appena il terreno veniva a dissetarsi presso il ruscello davanti al quale io solevo indugiare ascoltando i richiami, ora labili ora stentorei, delle creature del buio.

   Insieme, seppure a distanza l’uno dall’altro, facendo silenzio dentro di noi restavamo a contemplare perdutamente la luna: io sgranando i miei occhi opachi di licantropo, Lei lampeggiando con le fessure del Suo sguardo sottile, acceso da un fuoco inestinguibile.

   Certo ci affratellava quel ‘male della luna’, male d’un saturnino ‘sole nero’ che altro non è se non insonnia vigile, energia raffrenata, erranza senza vere mete, soprattutto malinconia, l’umbratile, iniziatico stato d’animo che gli ignari, con garrula superficialità, assimilerebbero all’apatia, all’accidia, all’angoscia, a tortuosi pensieri di morte, a una forma di follia chiamata depressione.

   Ma c’erano invece, nella nostra imperscrutabile malinconia, un puro sentimento critico, una muta sfida alla tirannide della realtà e alla pesantezza dell’esistere che discoprivano umori sepolti, pulviscoli di desideri, fantasime lusinghiere, progetti, azioni o tentativi, l’effimera bellezza, i lutti irrimediabili, il dolore e il piacere dai mille nomi, l’ira sorella della ferocia (perciò: Homo homini lupus)…

   Rimuginava, la nostra malinconia: carezzava gli enigmi della natura dintorno, c’interrogava sul senso e sullo scopo d’ogni cosa, sul finito e l’infinito, sull’incessante fluire della vita nell’equilibrio instabile dell’universo, infine sull’inanità e fugacità d’ogni conoscenza.

   Poi restava nell’aria il Suo verso di congedo; non un ululato, piuttosto un guaito come un evanescente risolino: simile a un gentile addio.

Lupo Man

 

 

Stefano Lanuzza

 

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Caro lupo,

strano incontrarti soltanto per suggerimento di altri. E con grande sorpresa scoprire poi che: sei sempre stato con me! Mi viene in mente colui che da anni scriveva in prosa senza saperlo, allo stesso modo io finora sono vissuto con un lupo e non l’ho mai saputo. Davvero tanto strano.

Beh, più che strano, addirittura sbalorditivo è accorgersi, a questo punto, che nientemeno tu sei me... Oddio, per essere più precisi, tu sei l’altro me, colui con cui da sempre m’accompagno addossandogli gli addebiti che io non mi faccio, i difetti che non ho, le scelte da me compiute ma, insomma, diciamolo, in realtà accadute per caso. Ed ecco che, finalmente, la tua presenza, a me carissima, chiarisce come io, in realtà, non avrei mai voluto quello che ho voluto, quello che poi è accaduto, tu ora chiarisci come a seguire quelle strade non sia stato io, ma tu...

Vero che questa cosa la capisco, o almeno la registro, solo adesso, adesso quando ci rifletto sopra, quando, di rado, mi fermo a riflettere su come io sia un altro da quel che pare...

Naturalmente non intendo che sono un altro rispetto a te, con cui appunto mi accompagno, – da questo fatto, che sono tuo compagno, senza dubbio anche nel passato avrei sempre potuto produrre, così, con semplicità, la mia immagine di individuo distinto da chiunque altro, se mi fosse occorso di pensarvi... posso dirlo in sereno spirito di verità perché ciò è stato finora il fondamento di ogni mia certezza, – no, invece lo sono, un altro, nel senso che, con te, io sono me stesso davvero e quindi, come nessuno mai ha potuto dire, un altro è accanto a te, io.

Dirò così, mio fido compagno, io è altro dal lupo che egli è accompagnandosi con te, lupo, per lo spavento, dunque scegliendo di restare tra gli esseri che non sono, tra i non nati, tra le ombre che solo potrebbero essere. Tu lupo, bello e coraggioso, buono e generoso, sei io che vive puro e innocente la vita della sua assenza.

Questo, diciamolo, non avrebbe saputo dirlo nessuno prima... Per dirlo avrebbe dovuto essere un rivoluzionario... e chi sarà mai rivoluzionario a questo mondo? forse un poeta... in un momento di santità...

Lupo carissimo, ora che ti so, non sparire di nuovo, non dimenticarmi. Al più presto

tuo io a.

 

Alberto Scarponi

Roma, VI.2013

 

*  Testi scritti in occasione della manifestazione “Nella tana del lupo” in cui Giuliano Scabia ha letto le Lettere a un lupo di vari autori. Libreria Einaudi, Firenze, 21 giugno 2013.  

 




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