TEATRICA
INEDITI

“D’amore
e di libertà”


      
Pubblichiamo il testo scritto dal poeta piacentino per uno spettacolo di teatro-danza interpretato e coreografato da Maria Borgese e andato in scena lo scorso agosto. Quasi un libretto d’opera che reca come sottotitolo “(ritratto frammentario della brigantessa Maria Elisabetta Rita di Giuliano)”, una sorta di donna fuorilegge e poetessa, di stregona conoscitrice di erbe e stagioni, stratega e capace di amare senza maschere. L’ambientazione dell’azione scenica sono i Monti Lepini dove ha vissuto e operato. In coda gli “Appunti di coreografia” della danzatrice.
      




      

di Antonio Veneziani

 

Premessa

D’amore e di libertà è un ritratto immaginario, ma non troppo della brigantessa Maria Elisabetta, compagna del brigante Giovanni Rita di Giuliano che agiva nei monti Lepini. Questi per salvarle la vita si fece tagliare la gola.

Ma D’amore e di libertà è anche il ritratto di Maria Concetta, danzatrice e attrice, che vuol far rivivere la bella Elisabetta duecento anni dopo.

Maria confonde e sovrappone la sua vita con quella di Elisabetta parlando e danzando l’amore, la natura, il dio della piccole cose, i rimedi naturali, la magia, la libertà, la povertà, i sogni di una donna. Tutto ovviamente per “schegge poetiche”, per passi di danza, per stille di sudore e sangue.

 

Nota in calce

Lo spettacolo, in dieci quadri, è una sacra rappresentazione, ma assolutamente laica e carnale.

 

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I QUADRO

 

La protagonista sta disponendo in scena alcuni oggetti: un panchetto di legno, un cesto, una bambola di pezza e un fucile giocattolo. Nel cesto appoggia un paio di libri, un quadernetto per gli appunti, alcune matite, una treccia finta, spazzole e pettini per capelli.

Non mancano ovviamente alcune maschere.

In scena troneggia, un vestito, in piedi, dell’ottocento.

Fuori campo un cantastorie presenta la brigantessa Maria Elisabetta

 

“Il 28 agosto del 1809 la forza pubblica riuscì ad assediare Giovanni Rita di Giuliano in un bosco delle montagne di Sezze, dove, per precauzione, in una grotta stava nascosta la sua amante, che era molto bella e che lui amava teneramente.

La forza armata guidata dal prevosto Cappucci era numerosa assai.

Il capo degli sbirri era Bargello.

Dopo essersi battuto a lungo e coraggiosamente insieme ai suoi compagni, benché circondato da tutte le parti, il brigante riuscì finalmente ad aprirsi un passaggio. Ma mentre fuggiva udì la voce della sua donna che dal bosco gli gridava: ‘Giovanni, amor mio, abbi pietà di me. Non abbandonarmi nelle mani di questi cani!’

Il brigante commosso tornò indietro. Riuscì, nonostante tutti quei soldati, ad entrare nella caverna dove stava Maria Elisabetta. Si piazzò all’entrata e cominciò a sparare forsennatamente. Nessuno osò avvicinarsi. Aveva già ucciso diciotto soldati, quando una pallottola gli sfracellò la coscia sinistra. Allora i soldati gli piombarono addosso. Riuscirono a fatica a sovrastarlo e gli mozzarono di netto la testa.

Il prevosto si avvicinò alla donna, e visto che Giovanni Rita portava una lunga treccia, la obbligò a pettinarla.

Maria Elisabettta coraggiosamente si mise ad accarezzare il volto e i capelli del suo uomo dicendo: “Renderò questo onore a mio marito con tutto il cuore. Sappiate però che voi non potete vantarvi di averlo ucciso. E se vi metteste a contare le vostre pecore, vi rendereste conto di averne perdute parecchie”.

 

 

II QUADRO

 

Il mio quaderno,

in questo torrido agosto,

racconterà di Maria Elisabetta:

briganta, donna libera,

conoscitrice di bardana e rosmarino,

d’estragone e narciso, di erica e mentuccia,

ma anche

della cimice d’acqua innamorata.

 

 

III QUADRO

 

Non sono come voi credete.

Non sono quella che tutti pensano.

Neppure io so come sono.

Neppure io so chi sono.

 

Eppure vedo spetalarsi la rosa,

morire lentamente il fiordaliso.

Eppure mi screpolo e mi sbreccio

incapace di farmi compagnia.

Eppure scompaio in continuazione

in cerca dell’abbraccio della libertà.

Eppure raccolgo frammenti d’amore:

zeppi di addii. Farfalle sugli spilli.

 

Non è un cielo di bambagia, non è baciarti la bocca,

le mani, non è lo strascico del parlottio, non è

essere donna e briganta che mi fa paura,

è l’ossessione patetica del potere per il diverso.

 

 

IV QUADRO

 

I miei piedi e i suoi piedi

eran sospesi sulla stessa soglia.

 

L’amore è una vena pulsante,

il blu intenso del mare,

una spiga mietuta verde

e conservata per osare.

 

I miei piedi e i suoi piedi

eran sospesi sulla stessa soglia.

 

L’amore è la vorace danza

di nudi corpi, fino all’alba;

l’amore è carte di un naufragio,

è timidi fiori di ginepro.

 

I miei piedi e i suoi piedi

eran sospesi sulla stessa soglia.

 

 

V QUADRO

 

Cresce un dente di leone

segreto

e mi raggomitolo sulla soglia

dell’io.


 

VI QUADRO

 

Il contadino non ha casa, non ha campo,

non ha vigna, non ha prato, non ha bosco,

non ha armento….

non possiede che un metro di terra

comune al campo santo. Non ha letto,

non ha vestiti, non ha cibo d’uomo,

non ha farmachi. Il contadino non conosce

pan di grano, né vivande di carne.*

 

Dovremo attraversare la vita in silenzio,

dimenticare gli occhi color ruggine,

di certi uccelli da preda,

solo perché dio è un ingrato?

 

Il contadino non ha casa, non ha campo,

non ha vigna, non ha prato, non ha bosco,

non ha armento……

( a sfumare ).

 

*  Francesco Saverio Speri da Lettera ai censuari del Tavoliere.


 

VII QUADRO

 

Apodittica notte che prometti sinfonie di vento

e duetti di ghirlandaie, aiutami a leggere

il sogno delle teste mozzate, del sangue rappreso,

del guanto rovesciato, del margine crepàto.

 

 

VIII QUADRO

 

I toni del marrone della quercia

e del rosso del corallo confermano

che la mia felicità è anche:

silenzi e attese, maschere e stracci.

 

Amore e libertà

non prevedono risposte.

 

Coprirò lo specchio per depistare

l’infingarda morte che mai si smentisce.

Tra muschi e licheni danzerò

lo spazio vuoto di un grido.

 

Amore e libertà

non prevedono risposte.


 

IX QUADRO

 

Lungo la via della neve,

tenacemente, faremo scivolar via la paura.

Catalogheremo le nuvole.

Lentamente, ci sfioreremo la mano, appena.

 

 

X QUADRO

 

Maria danza e recita tutta la scena di spalle al pubblico. Scrive su una lavagna immaginaria, balla una taranta gioiosa e triste, ma liberatoria. Ogni tanto si blocca come un giocattolo a molla. Annusa un fiore immaginario, accarezza un frutto. Si tocca, si pettina, si aggiusta il vestito, si rifà il trucco. Esce trionfalmente di scena, non prima di aver mimato baci, battimani, inchini di ringraziamento. Appena Maria è uscita di scena con solo una debole luce sul vestito dell'ottocento il cantastorie:

 

“Il 30 agosto 1809, cioè 200 anni fa, un boscaiolo trovava il corpo di una bellissima donna che rispondeva al nome Maria Elisabetta Rita di Giuliano, era mollemente abbandonata sulla riva di un ruscello della Semprevisa. Il boscaiolo non poté leggerlo, era analfabeta, ma sulla polvere, imperlata di rugiada, c’era scritto:

vissi d’amore e di libertà;

di libertà e d’amore morii”.

 

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Maria Borgese:


 

 

 

III QUADRO

 

Conoscersi per essere forti e sapere

Il coraggio dell’ardente passione

La paura dell’innaturale

 

 

IV QUADRO

 

Danza del cercarsi

I piedi

La sospensione dell’amore

Il mare

La spiga

I corpi

 


 

 

 

 

 

 

VII QUADRO

 

Valzer popolare

pupi inceppati

 

VIII QUADRO

 

Vita esplosione incontenibile

Sospensione nel ricordo…



 

X QUADRO

 

Sepolcro di poesia e d’amore

 




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