SPAZIO LIBERO
VERSO IL CONGRESSO DEL SNS – INTERVENTI – 6
“Gli italiani
e la cultura:
un matrimonio
mai realmente
consumato”


      
Pubblichiamo il testo della relazione di apertura al Convegno di confronto politico-culturale organizzato dal Sindacato Scrittori lo scorso 22 ottobre a Roma, presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini.
      



      

di Mario Lunetta                      

 

 

 “Giudizio del De Sanctis: ‘Manca la fibra perché manca la fede.

E manca la fede perché manca la cultura’.

Ma cosa significa ‘cultura’ in questo caso?

 Significa indubbiamente una coerente e unitaria,

e di diffusione nazionale, ‘concezione della vita e dell’uomo’,

cioè una ‘filosofia’ ma diventata appunto ‘cultura’,

cioè che ha generato un’etica, un modo di vivere,

una condotta civile e individuale”.

                                                               ANTONIO GRAMSCI, Quaderni del carcere. III

 

 

Nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, scritto nel 1824 da un Leopardi ventiseienne per l’“Antologia” del Vieusseux, e mai pubblicato dalla rivista fiorentina perché il giovane autore vi avanzava analisi e proposte troppo al dilà della visione moderata del direttore e dei suoi amici, è già intuìta, con sbalorditiva precocità, la più vistosa delle anomalie italiane del tempo. L’Italia, vi si dice, non ha, a differenza di altre nazioni europee, una “società stretta” (cioè, una borghesia colta e responsabile del proprio ruolo). Centosei anni dopo, il Gramsci dei Quaderni del carcere parlerà di “borghesia primitiva”. “Gli italiani hanno piuttosto usanze e abitudini che costumi”, afferma senza ambagi Leopardi. Hanno cioè scarsa coscienza civica: per cui, “la disposizione, dico, la più ragionevole è quella di un pieno e continuo cinismo d’animo, di pensiero, di carattere, di costumi, d’opinione, di parole e d’azioni”. In conclusione, allora: “Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico de’ popolacci”. 

È già il testo di un grande moralista e di un critico affilato della società italiana, ancora per gran parte immersa nel feudalesimo. Si tratta insomma di un documento d’una franchezza terribile e di una lucidità incurante di ogni scandalizzato rifiuto, animato dalla fortissima tensione verso un futuro aperto al versante più positivo della civiltà moderna: e tanto è bastato perché rimanesse inedito fino al 1906. Centotrentaquattro anni dopo Giuseppe Tomasi di Lampedusa dev’essersene probabilmente ricordato, nell’impianto ottico del suo Gattopardo, pur così incline a un fatalismo cinico di tinta quasi islamica.    

Com’è noto, un poligrafo moderato e di spiriti decisamente avversi al movimento realistico coevo come Ruggero Bonghi, i cui successivi sviluppi lo avrebbero consacrato come un leader della cultura conservatrice umbertina, pubblicò nel 1855 le sue celebri lettere sul Perché la letteratura italiana non sia popolare in Italia. Undici anni dopo, una risposta per così dire “generalista” alle dolenti preoccupazioni del Bonghi, troppo astrattamente spiritualistiche e troppo poco fondate su un’analisi concreta della società italiana preunitaria, sembra fornirla uno scritto di Pasquale Villari che è del tutto privo della retorica patriottica dell’autore delle Lettere, nonché di tanti altri intellettuali di varia obbedienza manzoniana, e si direbbe connotato da una crudeltà civile semplicemente ammirevole: “Se voi pigliate uno ad uno tutti i tratti della civiltà umana, l’italiano vi consente che in ciascuno di essi noi siamo inferiori a tutte le nazioni civili. Niuno vi pone in dubbio che le scienze, le lettere, l’industria, il commercio, l’istruzione, la disciplina, l’energia nel lavoro sieno in Italia assai inferiori a quel che sono in Francia, in Germania, in Inghilterra, nella Svizzera, nel Belgio, l’Olanda, l’America. Ma quando poi si viene a tirare la somma, v’è sempre una certa cosa, per cui vogliamo persuaderci di essere superiori agli altri.

Ebbene questa certa cosa o non c’è, o bisogna dimostrarla coi fatti, se vogliamo che il mondo ci creda, e che noi possiamo risentirne i vantaggi. Se poi dovesse solo servirci di pretesto per non fare gli sforzi infiniti, e durare le grandi fatiche che le altre nazioni durarono per rendersi civili; allora sarebbe meglio non aver questo dono funesto e misterioso”.

Sono considerazioni che – aggiornati i dati specifici e quelli generali – fanno rabbrividire, perché sembrano scritte oggi, per questo nostro paese che conta nove milioni e mezzo di poveri, un tasso di crescita prossimo allo zero, una disoccupazione che attanaglia un terzo delle fasce giovanili, un’emigrazione soprattutto intellettuale che dirotta energie verso una serie di altrove molto lontani dal triste modello Italia. Con un primato che fa di questo paese il crocevia dell’intreccio perverso di malavita organizzata e corruzione, aggravato dalle dinamiche in buona parte selvagge (ma sapientemente organizzate) della globalizzazione.

 

L’Italia odierna, che sta declinando sempre più come potenza industriale grazie all’immobilismo dei governi e del management degli ultimi trent’anni, sembra diventato un paese di economisti, commentatori o chiosatori a tempo pieno della cosiddetta crisi: ma questo bagno nell’economia mediatica è privo della componente “politica”, che fino a una trentina di anni fa caratterizzava la disciplina almeno in ambito accademico: il che vuol dire, senza esagerazione, che – quasi a rifare il verso allo slogan sessantottesco che suonava “Tutto, anche il privato è politico”- ormai Tutto, anche il privato, è economico.

Qualcosa di risibile. Qualcosa di simile a un incosciente macrogioco di società giocato da una dissocietà estenuata e disgregata, che sembra soffrire le proprie enormi carenze senza vederle, e nella quale chi realmente fa carte continua in questo modo a costruirsi i propri alibi.





Carlo Bernardini, Luci d'artista, 2009


È questa la ragione primaria per cui questo flusso pan-economicistico che opera in verticale e in orizzontale resta pervicacemente autoreferenziale. Dalla sua ottica sono esclusi due elementi fondamentali, la cui dimensione è al contrario connessa in modo assolutamente pervasivo alla categoria economica: la cultura, che alcune allegre considerazioni di qualche tempo fa uscite dalla bocca di un ministro dell’Economia, appunto, hanno preteso di destituire di qualsiasi legittimità produttiva, e al quale pare giusto dedicare il feroce sonetto di Giuseppe Gioachino Belli intitolato “Er mercato de piazza Navona”, che ringhia: “Ch’er mercordì a mercato, gente mie, / ce siino ferravecchi e scatolari, / rigattieri, spazzini, bicchierari, / stracciaroli e tant’antre marcanzie, / nun c’è gnente da dì. Ma ste scanzìe / da libbri, e sti libbracci, e sti libbrari, /  che ce vienghen’ a fa? cosa c’impari / da tanti libbri e tante libbrarìe? / Tu pija un libbro a panza vòta, e doppo / che l’hai tienuto pe quarch’ora in mano, / dimme s’hai fame o s’hai magnato troppo. / / Che predicava a la Missione er prete? / ‘Li libbri nun so’ robba da cristiano: / fiji, pe carità, nu li leggete’”. 

Già; la cultura, il sapere, insomma la coscienza critica, che i poteri governativi repubblicani hanno sistematicamente considerato alla stregua dell’elemento di una diatriba tra il futile e l’eversivo, assegnando ai comparti di competenza risorse di vera e propria taccagneria di principio, in percentuali imparagonabili a quelle impegnate per la cultura e lo sviluppo intellettuale da tutti gli altri paesi europei – con le conseguenze rovinose che ogni giorno tocchiamo con mano.

Scrive Gramsci nelle “Noterelle sul Machiavelli” (Quaderni del carcere, III, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi 1975: “Il ‘troppo’ (e quindi superficiale e meccanico) realismo politico porta spesso ad affermare che l’uomo di Stato deve operare solo nell’ambito della ‘realtà effettuale’, non interessarsi del ‘dover essere’, ma solo dell’‘essere’. Ciò significherebbe che l’uomo di Stato non deve avere prospettive oltre la lunghezza del proprio naso”: quindi, che gli è sufficiente una cultura che non esorbiti dall’ambito del suo specifico: il che vuol dire chiusa nell’angolo visuale dei propri tecnicismi e di interessi di parte che non tengono nel dovuto conto gli interessi della collettività. Lo vediamo oggi, in Italia, nei comportamenti della cosiddetta “casta”, che si riflettono inevitabilmente – com’è proprio dei modelli fortemente visibili – nel modo di essere e di agire dell’intero tessuto sociale nazionale. Una classe politica, una classe dirigente incapaci di mettersi in gioco sulla scorta di una cultura articolata, in grado insomma di cogliere le differenze per approntare le necessarie connessioni tra i vari comparti di una società complessa, sono condannate a ripetere se stesse, le proprie carenze e i propri vizi.  

    

In uno dei suoi velocissimi e puntuti Scribilli datato 1980, Edoardo Sanguineti scrive: “Mi è tornato alla mente, in questi giorni di dolore e di rabbia, un articolo di Salvemini del ’47, dove si discuteva dell’idea di responsabilità sociale, collettiva, politica e morale. Vi era illustrata e argomentata un’idea che dovrebbe essere abbastanza pacifica, ma che, a leggere tanti giornali d’oggi, si rivela non essere affatto tale. Certamente, scriveva Salvemini, tutti siamo responsabili, in qualche modo, di quanto avviene nel paese. Purché questo non voglia significare, però, che ‘poiché tutti siamo responsabili, nessuno è responsabile’. Significa, piuttosto, che se ‘tutti siamo responsabili, ciascuno è responsabile per la parte che gli spetta, in proporzione della sua capacità a fare il bene o a fare il male, e in proporzione del male che ha realmente fatto e che non ha cercato di impedire’. Calcolando con cifre d’epoca, Salvemini concludeva: ‘Un contadino sardo è anche lui responsabile per la sua quarantacinquemilionesima parte di quanto avviene oggi in Italia. Ma un ministro che sta a Roma è infinitamente più responsabile che un contadino sardo per quel che avviene col suo consenso, o per suo ordine, o colla sua complice passività’”.

    

Erano ancora, in fatto di nefandezze e di malaffare tra politica e criminalità ben connesse, i “tranquilli” tardi anni ’40, poco di poi dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla caduta del fascismo. Oggi, probabilmente, Salvemini non avrebbe vergato quelle sacrosantamente indignate parole, perché un collasso glielo avrebbe impedito. Sanguineti non c’è più neanche lui, purtroppo: e non ha fatto in tempo ad assistere, con dolore e rabbia, alle più recenti sequenze della sconcia commedia italiota che segna i nostri giorni, anche in tema di intrecci affettuosissimi fra politica, affari e criminalità: insomma, il pianeta, che sembra sconfinato, e che, con linguaggio alquanto tranquillizzante,  si denomina Corruzione.      

 

Un secondo dato, che è in realtà il prius senza partire dall’esame del quale ogni altra costruzione rischia immediatamente di ridursi a una serie di apparati di aria fritta: come dire, la fisionomia sociale di questo paese che storicamente, a partire dall’Unità, non si è mai identificato con la propria cultura, ma piuttosto, verrebbe da dire, con una diffusa e pervicace indifferenza nei confronti di essa. Da troppo tempo ormai, malgrado il soddisfatto ottimismo di certi linguisti, si è tristemente registrato che l’identità culturale in linea orizzontale della penisola il cui merito è stato con troppa leggerezza attribuito fin dai tardi anni Sessanta del secolo scorso alla televisione, si è risolta in realtà in un appiattimento della coscienza critica di cui sopra, un macrobagno di conformismo e di banalizzazione di tutte le contraddizioni, che non ha certo contribuito a far crescere la maturità degli italiani. L’equivoco, assolutamente miope, è stato scambiare le potenzialità tecniche del mezzo elettronico con l’uso che gli apparati di potere ne hanno sempre fatto: censura, reticenze, varia ipocrisia, sottile ambiguità bagnata di bave demagogiche.

          

Questa disaffezione degli italiani a ciò che produce la varietà degli ingegni nazionali (quindi non soltanto la letteratura, ma le arti visivo-plastiche, l’architettura, la musica, la scienza, il teatro, il cinema, la ricerca critico-teorica) non è un dato atavico, un marker bio-etnico: è principalmente la conseguenza di tutta una serie di carenze nelle quali le classi dirigenti del Paese si sono volentieri intestardite mancando così di approntare – a differenza di altri Stati, non solo del continente – le strutture e i canali (scuola, enti di ricerca tecno-scientifica, musei, laboratori artigiani ecc.) che potessero raccogliere le sfide della modernità (e della postmodernità).  

L’istruzione è oggi da noi un corpo malato. Il 70% degli edifici scolastici è fuori norma: e questo dato sembra la dura metafora materiale di una situazione in cui i processi istruttivi della scuola pubblica sono progressivamente peggiorati nei decenni, quasi a salvaguardia di un privilegio della privata. Gli abbandoni dello studio, fin dalla scuola dell’obbligo, soprattutto nel Meridione, contribuiscono in misura preoccupante a un flusso di incremento della malavita organizzata. A causa della carenza delle risorse, in ogni ordine e grado di studi l’impiego delle tecnologie avanzate risulta continuamente inceppato. Si aggiunga a tutto questo, oltre all’incompetenza e allo scarso impegno di svariati responsabili del dicastero della Pubblica Istruzione, e al disastro di certe controriforme varate con ipocrita facciatosta in obbedienza a una concezione dello studio esemplata su parametri aziendalistici, il fenomeno delle università di matrice, per così dire, elettoralistica, particolarmente pimpante negli anni Ottanta. Secondo l’Academic Ranking of World Universities elaborato dalla Jiao Tong University di Shangai per il 2013, i nostri migliori atenei sono quello di Pisa e La Sapienza di Roma, che si posizionano tuttavia tra il 101° e il 150° posto al mondo. Tutto ciò, anche per il ricorso al numero chiuso, alla contrazione delle borse di studio e all’accorpamento delle facoltà, con la solita giustificazione dei tagli alle risorse praticati dai diversi governi. Il risultato è stato l’ovvio incremento delle disfunzioni che sono storica eredità del nostro sistema accademico.





Mario Loprete, Fatto solo con 11.628 semplici pennellate, 2009, olio su tavola, cm 35x45


Nella scuola italiana sono ancora troppo pochi i docenti impegnati ad offrire un metodo valido per fare amare ai discenti l’avventura intellettuale. Le varie riforme (lèggasi controriforme) l’hanno resa sempre più vecchia, sempre più in ritardo malgrado le verniciature “à la mode”. La matematica è (ancora) “naturalmente” incomprensibile. Dante è (naturalmente) astruso. Manzoni è (naturalmente) noioso. Il fatto è che – anche per quanto attiene alla letteratura italiana – gli autori imposti nelle scuole secondarie superiori sono immortali non per la loro grandezza ma per la loro inamovibilità. Non immortali, quindi, ma eterni – per cui, lontanissimi dagli studenti, che li sentono come strumenti di tortura, non come carne ancora viva del nostro pensare e del nostro essere. La Grammatica della fantasia di cui diceva Rodari è esclusa dalle preoccupazioni dei nostri responsabili della Pubblica Istruzione.   

La verità è che nel nostro paese, e ovviamente non solo per quanto attiene al terreno dell’istruzione e della cultura in generale, si è sempre preferito imboccare la strada della semplificazione contro quella della complessità. La cultura, anche in ragione di divisioni storiche mai seriamente affrontate dall’Unità (realizzatasi nei modi sbrigativi che sappiamo, e non di rado manu militari), non è mai stata vissuta come patrimonio collettivo, ricchezza da sviluppare e incrementare senza tregua, bene comune imprescindibile di un’autentica identità nazionale.

 

Un altro indice seccamente negativo di questa abitudine al disimpegno intellettuale e alla libertà dell’immaginazione lo si vede nella piaga (storica anch’essa) della scarsa frequentazione della carta stampata, quindi del pensiero formalizzato, che io non credo possa avvalersi efficacemente soltanto del “contributo” del web, in quanto si tratta di due modi di rapportarsi al logos: articolato nel primo, binario nel secondo. Si sa quanto fatichino i nostri studenti, quotidianamente immersi in un bagno di internet, e quindi portatori di una piegatura mentale su di esso praticata fisiologicamente, a rapportarsi a modalità di pensiero “astratto” costruito su una dimensione dialettica. Si dice affrettatamente che si tratti di un segno dei tempi, e per ciò stesso ineluttabile: ma io insisto a credere che un’interazione dei due universi continui ad essere più produttivamente concreta di un’assolutizzazione tecnologica pretesa sostitutiva in toto di un’eredità dura a morire perché non può morire.

Secondo il rapporto Istat su “La produzione e la lettura dei libri in Italia, anni 2011 e 2012”, nel 2011 sono stati pubblicati 59.000 titoli (per un fatturato di 3,3 miliardi di euro). Nell’anno successivo la produzione si è ridotta del 9,4%. Nel 2012 il 46% degli italiani sopra i sei anni ha dichiarato di aver letto “almeno un libro in un anno” (contro il 61,4% in Spagna, il 70% in Francia e l’82% in Germania). Al Nord il 52,2% della popolazione ha letto almeno un libro in un anno, dato che precipita al 34,2% nel Sud (49,7% al centro e 36% nelle isole). Il 14,5% del totale dei lettori ha dichiarato di leggere almeno un libro al mese (“lettori forti”, come si dice). Per quanto riguarda le percentuali tra i due sessi, risulta che le donne che hanno letto almeno un libro nel 2012 sono il 51,9% , i maschi il 39,7%: un dato che ribadisce come nel nostro paese le donne siano da sempre lettrici più assidue degli uomini – e anche qui, continua a giocare la divisione del lavoro (con l’uomo che lavora per la famiglia e la donna che accudisce alla famiglia) secondo un cànone ancora patriarcale duro a morire per la carenza di lavoro che colpisce, specialmente nel meridione, le donne e i giovani.

    

La maggior parte dei partecipanti a questo convegno sono lavoratori della parola, costruttori di senso letterario, e conoscono perciò le osservazioni che Gramsci fa a varie riprese sul tema del Carattere non nazionale-popolare della letteratura italiana.

A me, al dilà dei rilievi cui la formula gramsciana si presta, se considerata esclusivamente in termini normativi, piace premere non sul pedale sociologico ma su quello della necessità di una letteratura che sappia essere sempre, al contempo, inventiva e critica, e che veda la propria ragione nella sua intrinseca politicità. Una letteratura degna del nome non è mai neutrale, perché la parola non è mai neutrale, non è mai innocente. La scrittura letteraria, quando è fondata sulla ricerca, lavora spregiudicatamente sul linguaggio come prius della coscienza e dell’espressione. Il linguaggio è, quindi, sempre protagonista, e non consente trucchi. È una macchina che agisce comunque allo scoperto, anche quando mascherata degli ingredienti seduttivi che dagli anni Settanta del secolo scorso, e con sempre più avvilente potenza di pressione, la macroindustria culturale e il sistema dei media hanno messo in atto a fini ormai esclusivamente di mercato e di profitto. Ogni forma che non privilegi i famosi contenuti e si annulli in essi non ha, nelle patrie lettere, diritto di cittadinanza. Per questo, detto alla grossa, la formula gramsciana, che non poteva certo prevedere gli sviluppi di una situazione sempre più insostenibile, andrebbe forse modificata in un auspicabile “Carattere non descrittivo ma interrogativo-allegorico di un’autentica letteratura, oggi”.         

La diseducativa educazione delle masse si compie da vari decenni in Italia attraverso i programmi televisivi più commestibili. Gli spazi dedicati a una cultura di ricerca (per quanto purgata dei suoi tratti più radicali) si sono progressivamente ridotti. Gli italiani appaiono, quindi, per dirla con Heiner Muller, una “massa domata” di consumatori passivi, che hanno in larghissima misura rinunciato a elaborare punti di vista non autorizzati, pensiero capace di analisi, opinioni non raccogliticce. Anche la più parte dei giovani, grandi frequentatori del web, sembra incapace di coniugare le straordinarie opportunità offerte dalle nuove tecnologie comunicazionali con una visione del mondo che li spinga in qualche modo a provarsi a cambiare ciò che di questo mondo è palesemente, spesso scandalosamente negativo. C’è, insomma, una sorta di soddisfazione tecnologica che tende a esaurirsi in se stessa. 

Il fatto è, si direbbe, che anche in questo caso il pesce puzza dalla testa. Resta un mistero, per esempio, ciò che intendano i nostri poteri politici e amministrativi per una categoria fondamentale come la Cultura, il cui nome non hanno mai pronunciato, dal momento che la loro “cultura” – appunto – la esclude dai loro interessi. Non si tratta, sono portato a supporre, di cattiva volontà, o di avversione, o di disprezzo. Si tratta, più probabilmente, di incoscienza nei confronti di una dimensione di cui non riescono a percepire il senso profondo e l’importanza decisiva per il popolo di cui sono i rappresentanti, perché si tratta, alla fine, di una dimensione della socialità che essi considerano – al massimo – come una sovrastruttura che ha un rilievo soltanto astratto. Perché indossare una pelliccia di opossum quando è più comodo indossare un loden?





Clara Brasca, Spazio pittorico, 2013


A quasi tutti i nostri rappresentanti sfugge così non soltanto il valore estetico-intellettuale della cultura e dell’arte come motori di crescita dei loro concittadini, ma perfino lo stesso enorme valore che in termini di business esse incarnano. Non si fa che gonfiarsi le gote, troppo spesso visibilmente, della necessità di tenere alto l’orgoglio nazionale, e al contempo, quasi quotidianamente, dobbiamo assistere all’incuria, al degrado o alla distruzione di pezzi più o meno importanti di quelli che pomposamente (e in via puramente accademica) vengono definiti Beni Culturali, e che vengono trattati in realtà come Seccature Culturali dalle autorità che dovrebbero averne la cura primaria. Sfugge ai nostri poteri politici e amministrativi perfino la valenza economica di quei Beni, il loro essere la nostra più formidabile riserva di ricchezza: perché, come si va ogni giorno cianciando senza peraltro muovere un’unghia, nessun paese al mondo possiede una quantità di bellezze storico-artistiche paragonabile a quella dell’Italia. Una conservazione più saggia di esse, una più razionale organizzazione turistica, un più forte rapporto dei cittadini con questo patrimonio inestimabile farebbero anche al pil un immenso bene. Ovviamente, il discorso è da allargare al paesaggio, all’ambiente, alle acque, alla manutenzione urbana, e via e via, in un itinerario verso la civiltà per cui le gambe dell’Italia sembrano ancora troppo deboli e troppo pigre. Tutto ciò, tra l’altro, creerebbe lavoro e occupazione: come dire, ricchezza. Ecco così che la cultura, l’arte, i beni culturali possono correttamente saldarsi con l’economia e con la consapevolezza, che a me pare sia ben più importante di quel famoso orgoglio nazionale puramente retorico di cui sopra, come pure di quel pan-economicismo che ha assunto ormai tratti onninvasivi da feticcio indiscutibile. “Ciò che è reale è razionale” affermava con un crudele paradosso il vecchio Hegel. La proposizione, con tante scuse al Fenomenologo Primario, potrebbe curvarsi ai nostri giorni in questi termini: “Ciò che è reale è ovvio, quindi giusto”, naturalmente mettendo in frigo tutta l’irrealtà feroce di questo “reale”.

 

C’è da sospettare che gli italiani abbiano uno scarso senso di appartenenza alla loro stessa civiltà, plasmata attraverso la storia da una grande diversità di esperienze e in modi assai contraddittori. In questa storia spesso oscura, eppure per certi tratti grandiosa, la cultura della Chiesa è stato un elemento fondamentale. Questa cultura si fonda sulla categoria dell’assoluto indimostrabile mentre la cultura laica si fonda sulla categoria del probante relativo. Questa elementare constatazione basta a far capire come ancor oggi il confronto tra le due visioni non sia facile. Ma, aggiungo, un pensiero laico consapevole deve in tutti i modi trovare la forza di affermare le proprie ragioni soprattutto attraverso quella tavola di valori che chiamiamo democrazia, contro ogni forma di assolutismo e di dogmatismo. La nostra cultura non ha bisogno di chiusure; ha bisogno di aperture continuamente rinnovate e sorrette da risorse concrete. Ne  hanno bisogno la nostra letteratura, il nostro teatro, il nostro cinema, la nostra musica, il nostro comparto visivo, la nostra scienza, la nostra tecnologia. E ne hanno bisogno nella dimensione di un confronto con le altre culture del continente, nel quale appare sempre più necessaria un’integrazione non solo formale, un’unità non più finalmente giocata sul filo di interessi separati e alla fine egoistici.

 

È difficile, in questi anni di depressione economica, politica e culturale, appassionarsi a proposte o opere davvero eccitanti sul piano estetico-intellettuale. Anche la letteratura ha un’aria stanca, a corto di idee e di soluzioni espressive che davvero mettano in crisi il fruitore, come io continuo a credere sia la sua principale ragione di persistenza. Nell’immane deposito della rete può anche capitare d’imbattersi di tanto in tanto in qualche lampo di scrittura-pensiero-immagine meno scontato di quel che offre la carta stampata, ma è come aggirarsi per una foresta senza bussola. La cultura che fa aggio praticamente sull’intero territorio dell’invenzione è quella del consumo. Per musica si intende in pratica soprattutto la canzonetta o i concerti rock, senza nulla togliere da parte nostra alla dignità estetica e all’intelligenza che in certi rari casi questi fenomeni hanno. Per letteratura si intende il romanzo coronato dall’ultimo premio. L’industria culturale gioca sull’effimero o sulla riproposta della cronaca preferibilmente scandalistico-criminale: ovverosia, come dicevo poco sopra, sugli effetti contenutistici bruti. Ma noi sappiamo che la forma contiene in sé i “contenuti”, quando contiene se stessa.

     Tra parentesi, e nei termini di una più spicciola cronaca culturale che non voglia continuare a fingere che sul terreno della cultura, appunto, siano totalmente estranei i rapporti di classe che regolano la nostra società nella sua interezza, è bene ricordare – considerando gli autori come produttori di beni mentali, cioè di senso e di sensibilità – che la legge che regola il rapporto fra autore e controparte è ancora – risibile e indecente paradosso – quella fascista del 1941. Quando nel remoto 1930 un pensatore della lucidità di Walter Benjamin poneva il problema dell’“autore come produttore”, spostava perentoriamente l’asse dei giochi tra cultura e società. Oggi, in un mondo assai più complesso e complicato, e ovviamente tenendo conto di ciò che anche su questo terreno significa la presenza sconfinata della rete, è urgente che non solo i produttori di cultura, ma tutte le forze di progresso diano segnali convincenti di un rinnovamento che non può più attendere. Se il nostro lavoro di produttori di beni mentali vuole essere davvero libero non può che insistere sull’interrogazione della realtà (e dell’irreale) attraverso forme che non ripetano pigramente il senso comune dominante. Anche per questo non può cessare di attendere le risposte più consapevoli da una collettività disorientata, che abbia ancora tuttavia la volontà di costruirsi da protagonista un profilo non plasmato da altri sui parametri di un format che prevede esclusivamente le categorie del profitto e della sottrazione di coscienza critica.       

                                                                                               




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