PRIMO PIANO
GIUSEPPE BERTA
Metamorfosi
dei Padroni
del denaro
e del mondo


      
Una lettura ad ampio raggio del libro “L’ascesa della finanza internazionale” pubblicato da Feltrinelli. Un saggio di vasto impegno e di efficaci sintesi che analizza la nascita e lo storico sviluppo del capitalismo finanziario, a partire dai primi ‘merchant bankers’ nella City della Londra dell’800 sino al cybercapitalismo attuale. Formidabile strumento di narrazione delle trasformazioni dei Signori della Borsa sono tre basilari romanzi: “La vita oggi” di Anthony Trollope, “Il falò delle vanità” di Tom Wolfe e “Cosmopolis” di Don DeLillo.
      



      


di Fabio Mercanti

 

 

Ci siamo troppo abituati a considerare lo sviluppo del capitalismo come un processo tutt’altro che pacifico e il capitalismo finanziario come il principale istigatore di innumerevoli crimini coloniali e aggressioni espansionistiche[1].

 

Perfino Karl Polanyi, nel suo La grande trasformazione (pubblicato nel 1944 non certo a sostegno dell’economia di mercato), ci tiene a “liberare” il capitalismo finanziario dalle accuse di «crimini coloniali e aggressioni espansionistiche». Anzi, proprio durante il periodo che va dalla Restaurazione alla Prima Guerra Mondiale si visse in (relativa) pace. E proprio questo fu il momento storico in cui si sviluppò il capitalismo finanziario internazionale.

Anche John Maynard Keynes, con il primo conflitto mondiale alle porte, elogiò il periodo che si stava concludendo: «straordinario episodio del progresso economico dell’uomo»[2]. Il problema, semmai, era che questo progresso economico, questa ricchezza diffusa, non interessava la gran parte della popolazione (non diciamo mondiale, ma almeno dell’Europa che vedeva Keynes).

L’economista inglese notava però come tra la classe agiata londinese questo benessere fosse ritenuto uno stato di cose normale, una volta raggiunto il quale non si potesse più regredire. Un po’ quello che continua ad accadere oggi, quando ci stupiamo e ci indigniamo per le crisi economiche, dimenticando quelle delle generazioni precedenti e i momenti in cui i nostri investimenti hanno fruttificato.

 

[nel London Stock Exchange] si maneggiavano banconote a fasci, ricchezze di un intero paese[3].

 

Di questa età dell’oro e soprattutto della cultura che era alla base dell’alta finanza londinese e del suo valore internazionale ci parla il recente volume di Giuseppe Berta (docente di storia contemporanea all’Università Bocconi di Milano) intitolato L’ascesa della finanza internazionale[4].

Fu Londra il centro di questo grande sviluppo economico attraverso cui passavano le speranze e i vizi delle nazioni emergenti o che ambivano a emergere. Tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo spicchio del Novecento (precedente al primo conflitto mondiale) Londra crebbe in estensione e popolazione, nonché in ricchezza. E il suo cuore pulsante era la City, il centro finanziario della città, la banca del mondo. Tanto che il pittore pugliese Giuseppe De Nittis venne rapito dalla capitale londinese e proprio qui più che a Parigi riuscì a dipingere la modernità e il proprio tempo. A Londra de Nittis conobbe Kaye Knowles, banchiere della City e mecenate che lo introdurrà nell’ambiente finanziario e in un più felice mercato dell’arte, potendo così mantenersi agevolmente. Per De Nittis, Knowles è «informale e affettuoso» nella vita di tutti i giorni, freddo e impassibile nel lavoro, un vero gentleman che capì la sua arte, l’uomo più nobile che avesse mai conosciuto[5]. Caratteristiche che tornano spesso quando si parla di uomini dell’alta finanza.

De Nittis dipinse la Londra del potere economico, politico e culturale: la Bank of England, Westminster, la National Gallery, che acquisivano sempre più valore proprio per l’importanza della capitale inglese nel mondo economico e commerciale. Salvo soffersi anche sulla convivenza di due facce della città, come nell’olio dedicato alla National Gallery, con una mendicante e i suoi bambini che cammina tra la folla elegante e benestante, e i sandwich-man che vanno su e giù per la strada con i loro cartelli. Immagine tanto evocativa dell’epoca, della città e dell’arte di De Nittis da essere usata come copertina proprio del volume di Berta.

 

«C’è sempre un mancanza di carità» disse «nei confronti di chi ha avuto successo»[6].

Mr. Fisker risponde a Paul Montague che stava diffamando Mr. Melmotte





 

Da Parigi a Londra: il viaggio che ha portato la notorietà a De Nittis e la possibilità di guardare da vicino la modernità. Un po’ lo stesso viaggio che ha compiuto Auguste Melmotte il protagonista de La vita oggi[7] di Anthony Trollope, romanziere inglese dell’Ottocento, narratore vittoriano della sua Londra.

Il non meglio conosciuto Melmotte ha lasciato Parigi «dove ha la fama di essere un furfante»[8] per raggiungere la capitale inglese, dove «il nome di Mr Melmotte valeva qualsiasi cifra anche se la sua reputazione era, forse, di scarso valore»[9]. Origini dubbie, quindi, e poco apprezzate per uno degli uomini più ricchi e in vista di Londra. Lui che aveva bevuto il sangue di zingari e orfani, come si vocifera proprio tra quanti per un motivo o per l’altro hanno a che fare con lui, il quale vanta non meglio precisate origini ebraiche (citazioni che potrebbero essere utili per quanti studiano le origini dell’antisemitismo in Europa).

Chi diventa questo furfante parigino nella City? Un furfante ben più ricco e quindi con molte possibilità di organizzare imbrogli sopraffini. Non troppo diverso quindi, sembra voler precisare Trollope con il suo romanzo, dagli altri soggetti che gli girano intorno e che lo adulano fin tanto che possa dar loro vantaggi o speranze. Uno di questi è senza dubbio Felix Carbury, un baronetto sperperone senza né arte né parte che passa le giornate a giocare a whist.

Il giovanotto – con la madre che ambisce a guadagnar bene scrivendo libri – chiede la mano di Marie Melmotte, la giovane figlia del riccone, pronunciando qualche classico «ti amo», molto convinto più per la rendita della giovane che non dei propri sentimenti. Si rivelerà un amore decisamente sprovveduto quando trovandosi faccia a faccia con Mr. Melmotte non riuscirà a mettere insieme le proprie ricchezze nemmeno a parole: titolo di poco valore e nemmeno un fazzoletto di terra. Già, titolo e terra, ciò che Melmotte, uomo che si è fatto da solo (e qualcuno direbbe “non si sa come” oppure “chissà come li ha fatti i soldi”), uomo della finanza, uomo della City e quindi di tutto il mondo, non ha. 

 

Lo scopo che mi sono proposto consiste nell’illustrare il modello e l’esperienza di un tipo particolare di capitalismo, quello nato sulla scia dei grandi traffici mercantili e ramificatosi in seguito nelle attività di intermediazione finanziaria[10].

 

Trollope non sembra troppo interessato a come un Melmotte qualsiasi abbia conquistato la sua posizione, quali meccanismi politico-economici siano alla base del suo successo; piuttosto, da romanziere, mette in scena un grande spaccato di vita del proprio tempo, lascia che la gente agisca in tutto il suo torpore etico e lui pronto, è lì, a mostrarci con intelligenza la degenerazione. La narrazione pragmatica di Trollope è quindi votata a dimostrare come un uomo dell’alta finanza, per quanto ricco e potente, resta pur sempre un «gigante dai piedi d’argilla» che ci mette poco a cadere sotto il peso degli insuccessi, del brandy e delle pallottole. Il lavoro dello storico invece, chiaramente, è ben altro.

Il libro di Giuseppe Berta ci permette di capire tutto ciò che un romanzo non potrà mai dirci, usando elementi che vengono proprio dall’arte e dalla letteratura (De Nittis, Trollope, Verne, …) indagando sulle origini, la mentalità, la cultura e l’affermazione della classe finanziaria della City nel XIX secolo. Per poter poi aprire qualche finestra sul nostro tempo.

Merchant banker. Così si chiamano i futuri illustri rappresentanti dell’alta finanza londinese. E non bisogna cercare ragioni all’infuori di quelle letterali: si tratta di persone che hanno un passato importante nelle attività mercantili e commerciali soprattutto internazionali. Gente che si è formata nell’ambiente londinese già centro di traffici e scambi internazionali, che ha una spiccata capacità a reperire le informazioni (forse il capitale più importante per chi fa questo genere di lavoro) e gestire e comprendere flussi e cambi di moneta. Per quanto si faccia riferimento alla professione del banker, hanno poco a che vedere con la professione del banchiere e con la gestione del risparmio: si tratta piuttosto di banchieri di investimento. Chi nel mondo ha intenzione di trovare i soldi per finanziare qualche opera, costruire qualcosa, che sia una strada o una ferrovia o fornire i mezzi per lo sviluppo di paesi svantaggiati si rivolgeva a Londra. Anche Mr. Melmotte investe in una fantomatica ferrovia che deve collegare Vera Cruz (Messico) a Salt Lake City (UT) che nel romanzo di Trollope ovviamente acquista le sembianze di una truffa finanziaria.

Nella realtà paesi del Sudamerica e del Nordafrica come l’Egitto si indebitano fortemente con l’Inghilterra. A chi vengono chiesti i soldi? Ai merchant banker, per l’appunto e quindi alle loro issue houses, le case che emettevano titoli a prestito. A Londra, «i rappresentanti di una nazione con l’incarico di negoziare un prestito, andavano a bussare alla porta di Rothschild, Baring, Glyn, Schröder, Stern, Bischoffsheim, Cohen, Frühling & Göschen, Erlanger, Hambro, Raphael, Seligman, Montagu, Murrieta e di tutte le altre case che disponevano del credito e della fama necessari a emettere, far sottoscrivere e quotare in Borsa titoli di stati dei quali i potenziali investitori ignoravano tutto o quasi»[11]. La loro fiducia si basava infatti sul prestigio della casa d’emissione, sul loro credito, sui risultati positivi precedenti e quindi su felici guadagni propri o di altri.

Le issue houses nel tempo hanno acquistato sempre più importanza all’interno di istituzioni statali inglesi come la Bank of England (i merchant bankers arrivano a far parte del comitato di direzione) e lo Stock Exchange (che trattava le emissioni delle issue houses). Se questa potrebbe sembrare una invasione di campo, per molti potrebbe invece rappresentare una garanzia: nel caso di stati esteri insolventi, il governo avrebbe potuto rassicurare gli investitori anche usando le armi. Ciò confermerebbe ancora una visione militarista, imperialista e colonialista della finanza londinese, un «quadro non rispettoso della realtà storica: gli investitori, e talvolta perfino le issue houses, ci avevano provato a richiedere che fossero le cannoniere britanniche a garantire il pagamento degli interessi alle loro scadenze, ma erano sempre rimasti delusi, anche quando a portare la voce del governo erano stati uomini della City come Goschen»[12].

 

Tu e papà non dovete sorprendervi se mi prenderò qualche orrendo individuo della Borsa[13].

Lady Longstaffe al padre e al fratello.

 

Per quanto molto ricco, l’uomo della City ha ben altra natura, come abbiamo visto, rispetto al ricco aristocratico possidente. Inoltre, ha ben poco a che vedere con l’imprenditore industriale, innovativo produttore che la Londra dell’epoca conosceva molto bene. Non è un politico o uomo di stato, per quanto possa avere incarichi di questo tipo e spesso, all’interno delle famiglie dei merchant bankers,  alcuni eredi scelgono ad esempio la carriera diplomatica o militare a servizio della corona inglese. Non son banchieri, abbiamo visto, e non sono dei commercianti.





Di tutte queste figure però hanno i connotati o ambiscono ai loro ambienti. Studiano a Oxford o Cambridge, si riconoscono dal curriculum oltre che dal cognome, interiorizzano il modello del gentleman aristocratico. Più che lo spirito d’impresa dell’industriale borghese, o anche dello spirito innovatore applicato alle procedure di scambio, per il «businessman della City» più di ogni altra cosa contava «l’inserimento in un ordito di relazioni miste, in reticolo mobile e continuo di informazioni»[14]. Dalle altre classi medio-alte – come per l’appunto quella imprenditoriale – si distinguevano per i modi aristocratici e per l’ereditarietà di ricchezza e raffinatezza. L’ethos del gentleman della finanza prevede dedizione e impiego delle proprie forze al business e al perfezionamento di questo nel tempo, nella dinastia, perpetrandolo nella propria eredità. Un’eredità anche culturale che lascia liberi i bankers di dedicarsi anche ad altro oltre che al profitto (per quanto Nathan M. Rothschield sperava che i figli si dedicassero anima e corpo al business per essere felici, ma eravamo solo agli inizi dell’Ottocento)[15], come ad esempio Kaye Knowles. Infatti come precisa Berta «il grande finanziere non era più, o non era più soltanto, un uomo votato all’attività economica: la sua cultura era spesso estesa, al punto che poteva essere un’autorità nella pittura e nelle arti. […] Ma poteva essere altresì lo specialista di una branca delle scienze naturali […] Era sempre un esperto delle questioni del mondo, dell’economia e magari della politica internazionale ed europea, come tale consultato dal governo in carica»[16]. Tanto che Bagehot poteva affermare che «un banchiere di Londra può frequentare la società più intellettuale del mondo».

Walter Bagehot, storico direttore dell’Economist (fondato dal suocero nel 1843), nel 1873 aveva pubblicato Lombard Street[17] un pamphlet che per titolo portava il nome di una delle vie più rappresentative del mondo finanziario londinese (e quindi mondiale). Il libro ebbe all’epoca una fortuna immediata perché coglieva il valore del denaro nella vita moderna ed esaltava la ricchezza e la potenza dell’Inghilterra. Tanto che chiunque volesse tendere a quel modello di ricchezza e civiltà, doveva passare per Londra alla ricerca di credito. Bagehot non può fare a meno di chiedersi quanto l’impronta inglese e il «processo genetico» (ovvero: come sono stati trovati i soldi) sarebbe stata presente e avrebbe influito nello sviluppo di civiltà dall’identità ancora non definita. Domanda che potremmo porci anche riguardo gli Usa e il loro ruolo nel secolo successivo.

 

Persistevano ancora dei dubbi e la consapevolezza che Melmotte, sebbene avesse la potenza di un gigante, era ritenuto da molti un gigante dai piedi d’argilla[18].

 

Romanzi come La vita oggi di Trollope, invece, non riscuotono tanto successo come Lombard Street  o come altri best-seller dell’epoca che spiegano i sistemi di regolazione della moneta. Ciò a testimoniare come ci fosse molto interesse verso il successo economico piuttosto che per i suoi aspetti negativi e le insicurezze che nascondeva, oltre che per la degenerazione morale che la finta ricchezza che veniva dalla Borsa portava nella società londinese. Insomma, un Trollope che faceva fallire miseramente il gigante Melmotte piaceva poco, soprattutto in periodi di fiduciosa prosperità.

In più Trollope era pronto a cogliere quella che per lui era l’essenza delle operazioni finanziarie: l’azzardo. Con la conseguenza che agli occhi del romanziere non ci sia gran differenza tra un giocatore da tavolo e uno da scrivania. Salvo che, socialmente, il primo è meno apprezzato del secondo, soprattutto se squattrinato.

Restano comunque pagine felici quelle de La vita oggi in cui Trollope accosta i sotterfugi del giocatore, Sir Felix Carbury, a quelli di Melmotte e la loro “economia dei bills”. A cosa serve – si chiedono i giocatori e lo chiede Trollope al lettore felice della ricchezza degli investimenti in titoli – spostare così tanta cartaccia da una parte all’altra del tavolo (e quindi da una tasca o da una nazione all’altra). E così i “pagherò” che passano da una mano all’altra di insolventi giocatori di whist, sono come i titoli di borsa. Viene così a crearsi un altro parallelo: Sir Felix Carbury, creditore del tavolo da gioco, finisce i suoi soldi tra debiti non pagati e altre giocate, così come Melmotte fallisce e deve estorcere i soldi dall’eredità della figlia per cercare di risollevarsi. Quella figlia che Sir Carbury  vuole sposare per ottenerne l’eredità.

 

«Sono in molti a dire che Melmotte andrà in malora» [disse Mr. Grendall]

«Non ci credo» disse Lord Alfred «non sanno di che cosa stanno parlando. Sono in troppi a essere nella stessa barca per lasciarlo andare in malora. Andrebbe a rotoli mezza Londra»[19] 

 

D’argilla sono però anche i piedi degli investitori. La fiducia nella ricchezza che viene dal sistema finanziario internazionale tipica del cittadino che vede il benessere attorno a sé, diventa paura quando grandi somme di denaro vengono “bruciate”, termine poco appropriato e molto usato nella stampa contemporanea per parlare della crisi economica dei nostri giorni.

Anche i titoli commerciati nell’Ottocento potevano non rivelarsi un investimento solido, considerata l’alta insolvenza dei vari paesi tra cui la Turchia, il Perù, il Messico, l’Egitto. Anche il Regno d’Italia nasconde le sue insidie cercando di risanare il bilancio statale emettendo titoli che si traducono in quote della proprietà del monopolio nazionale dei tabacchi. E l’Economist metteva in guardia da questo genere di titoli.

Cosa fare allora? Essere informati e consapevoli. Proprio l’Economist vanta l’impegno a operare con prudenza e sapienza nelle scelte da parte degli investitori invitandoli a coltivar un sano interesse verso la politica economica mondiale, oltre che saper consultare gli indici economici. Un’etica anche per gli investitori quindi, valida ancora oggi, che rende consapevoli piuttosto che sentirsi aggirati e manipolati. Il principio più sbagliato da seguire è infatti quello di fidarsi dei precedenti di successo: errore solito che l’uomo commette di basarsi solo su dati che possiede tendenzialmente per confermare le sue tesi. E stupirsi poi della cecità collettiva[20].

 

«Su quelle spiagge dorate bagnate del Pacifico l’uomo è ancora sincero… e la donna ancora dolce»[21]

Mr. Fisker a Marie Melmotte e sua madre invitandole ad andare negli Stati Uniti

 

Così come i giocatori di whist e gli uomini della borsa anche Phileas Fogg fa la sua scommessa: fare il giro del mondo calcolando esattamente quanto impiegherà. Non gli importa di conoscere altri luoghi e popoli, scoprire qualcosa o recuperare cimeli perduti, lui vuole dimostrare che l’uomo è arrivato al punto di poter calcolare esattamente quanto tempo può impiegare nel compiere una impresa immane, rischiosa e piena di imprevisti. Mr. Fogg è il protagonista de Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne: forse non a caso, uno scrittore parigino che ambienta il suo romanzo a Londra. Altrove non potrebbe. Come nota Berta «In nessun altro luogo del mondo si potrebbe situare la vicenda di un uomo – un gentleman, l’incarnazione stessa del tipo umano dell’élite britannica – che decide di compiere il periplo del globo soltanto per scommessa, per la volontà di dimostrare appunto che i mezzi di trasporto rendono ormai possibile ciò che era fino a poco prima impensabile, vale a dire il calcolo esatto del tempo necessario per percorrerlo»[22]. E non a caso, Phileas Fogg è un giocatore di whist, così come i suoi amici, uomini d’affari e banchieri.

Più di un secolo dopo, a New York, Eric Paker è in un ristorante con la sua fidanzata e dopo una chiacchierata riguardo la loro vita sessuale e qualche considerazione sull’infanzia della ragazza, Eric lascia andare un suo ricordo: «quando avevo quattro anni ho calcolato il peso che avrei avuto su ogni pianeta del sistema solare». E la sua ragazza, ridendo, commenta: «La scienza combinata all’ego»[23]. Basta fare un salto sulla luna perché in 130 anni questi due personaggi si trovano a fare calcoli prima su questo e poi su altri mondi? Cosa è successo nel frattempo? Guerre mondiali, la depressione del ’29, Bretton Woods e la sua fine, internet.





Per arrivare a Eric Packer, il protagonista di Cosmopolis[24] di Don DeLillo, bisogna passare attraverso Il falò delle vanità[25] di Tom Wolfe, romanzo del 1987, più vicino a La vita oggi di Trollope per l’impianto narrativo che non a Cosmopolis tra i quali distano una ventina d’anni.

Il protagonista del romanzo di Wolfe è Sherman McCoy, un giovane ricchissimo rampante di buona famiglia newyorkese che lavora alla Pierce & Pierce, “smercia” obbligazioni (facendo difficoltà a spiegare alla figlioletta in poche semplici parole cosa siano) e vive una lussuosa vita. Il suo status è scosso dall’accusa di omicidio di un giovane ragazzo di colore del Bronx. Accusa più o meno fondata, la rispettabilità civile e professionale di McCoy, il giovane invidiabile di Park Avenue, viene distrutta dall’arrivismo di molti personaggi dal presunto valore civile (avvocati, uomini di chiesa, procuratori e poliziotti vari) che come quelli che facevano da contorno ad Auguste Melmotte, girano attorno a McCoy inseguendo le loro rivincite sociali.

I due romanzi – La vita oggi e Il falò delle vanità – sono accumunati da un moralismo di fondo, ma nel romanzo di Wolfe, il finanziere truffatore non crolla sui suoi «piedi d’argilla» come Melmotte, ma per le sue azioni (un tradimento coniugale e la mancanza di vero coraggio, più che il reale omicidio preterintenzionale con aggravante di omissione di soccorso) e per le vanità proprie e degli altri. Melmotte invece è solo la caricatura di sé stesso: nient’altro che un uomo da scrivania per Trollope, da dove smista le proprie carte, che può crollare solo a causa dei suoi raggiri. Cento anni dopo Melmotte, il potere della stampa e dell’opinione pubblica, delle elezioni imminenti supera qualsiasi cosa. E venti anni dopo McCoy il potere informatico della simultaneità e dei dati sembra superare perfino le debolezze di un McCoy potente e piangente. «Dubbio? Cos’è il dubbio?» chiede Eric Packer alla sua amante Didi Fancher «Il dubbio non esiste. Nessuno dubita più»[26].

 

I padroni dell’universo stanno su un piano sociale molto più alto di quelli della buona società[27].

 

Nel frattempo la City è cambiata: non è più la capitale economica del mondo perché ha ceduto il posto a Wall Street. Dove se non negli Stati Uniti poteva affermarsi il lassez faire, proprio laddove «le principali aspirazioni del liberalismo europeo hanno trovato realizzazione nelle istituzioni di quel paese sin dalla sua fondazione»[28]?  Negli Usa non è mai esistito il merchant banking  in stile inglese e nasce quindi una finanza che non ha storia, ma solo fame (come i primi merchant bankers londinesi?), pochi usi consolidati e tanta voglia di affermarsi. Sono quelli che Wolfe attraverso il suo personaggio McCoy, si definiscono i «Padroni del mondo».

Berta usa il romanzo di Wolfe per cogliere gli elementi kitsch che vivono anche nell’arredamento che fa da contorno alle azioni di questa nuova classe finanziaria di New York, con rimandi sfrontati allo stile Old England. A Mr. Melmotte serviva un titolo nobiliare, a McCoy basta una Bmw, un’amante, qualche cocktail party e il rispetto in azienda. Si tratta di soggetti che si sono “fatti da soli”, i cui genitori venivano da altri ambienti (il padre di McCoy è avvocato), che non hanno figure intorno alle quali modellarsi. Per questo, magari, invece che essere «distaccati nei modi, con uno stile di vita che poneva al bando comportamenti esagitati per esaltare piuttosto la freddezza in ogni situazione»[29] così come i merchant bankers della City, i loro pronipoti del Nuovo Mondo possono permettersi di esibire uno stile da rockstar. Ed è così che il padre di McCoy prendeva la Subway, la generazione di suo figlio Sherman il taxi, ed Eric Paker sceglie l’isolamento della sua limousine. Ed è così che Kaye Knowles sosteneva l’arte di De Nittis ed Eric Packer la musica del rapper sufi Brutha Fez.

 

Nonostante i gas e le percosse, lo shock degli esplosivi, nonostante l’assalto alla banca d’affari, Eric pensò che ci fosse qualcosa di teatrale in quella protesta, di suadente, persino, nei paracadute e negli skateboard, nel topo di polistirolo, nella mossa tattica di riprogrammare la teleborsa con i versi di Karl Marx. Pensò che Kinski avesse ragione a definirla un’invenzione del mercato. C’era un’ombra di transazione fra i dimostranti e lo stato. La protesta era una forma di igiene sistematica, depurante e lubrificante. Dimostrava ulteriormente, per la decimillesima volta, la forza innovativa della cultura di mercato, la sua capacità di adattarsi alle estremità flessibili, assorbendo ogni cosa intorno a sé[30].





Con l’istituzione della banca centrale – la Bank of England – come organo di regolazione e centralizzazione della riserva aurea piuttosto che un sistema che vede diverse banche con pari dignità, vengono meno i principi del lassez faire del primo ’800. In Inghilterra si forma un’alta burocrazia direttiva, una classe professionale che governa il mercato monetario mondiale. Al posto di quel liberalismo dei merchant bankers, quindi di una élite chiusa, si afferma un «governo palese del mercato monetario, da affidarsi alle cure e all’azione di filtro di una professionalità burocratica, esecutrice nel nome di un interesse pubblico che non è più la risultante dell’incontro casuale di molteplici interessi particolari»[31].

Certo, per arrivare fino al capitalismo contemporaneo il salto è molto lungo, ma almeno per noi è importante comprendere come i narratori raccontano i protagonisti, la società e le perversioni degli scenari sociali in cui l’alta finanza si muove e contribuisce a plasmare.

Quando Eric Packer interrompe la sua conversazione con la “consulente di teoria” Vija Kinski e guarda fuori dal finestrino legge un messaggio dei manifestanti che scorre sugli schermi della teleborsa : “Uno spettro si aggira per il mondo – lo spettro del capitalismo”. Packer li ammira per la loro ingegnosità ma non può far altro che definirli «confusi e irragionevoli»[32], per via del loro ri-uso della famosa prima frase del Manifesto del partito comunista di Marx e Engels. Confusi perché non si rendono realmente conto cosa sta accadendo nel mondo («Questa è una protesta contro il futuro. Vogliono tenere a distanza il futuro. Vogliono normalizzarlo, impedirgli di sommergere il presente»[33]), e contro chi e cosa rivolgere la loro protesta. Avversi a una forma di capitalismo che non comprendono a fondo, sostituiscono “capitalismo” a “comunismo” laddove vogliono dire che il primo è impercettibile e terrificante e nello stesso tempo morto e fallito, quando il “comunismo” del Manifesto era un appello, un invito all’unione e al manifesto, piuttosto che all’essere spettri. Sempre per confusione, usano i display borsistici della metropoli commerciale per pubblicizzare i loro slogan. Irragionevoli, perché la loro confusione è alla base di atti di protesta e violenza. Manifestanti e forme di protesta che in DeLillo, come spesso nella realtà, acquistano forme pittoresche e ingegnose (nel romanzo abbiamo lanciatori di topi e di torte), e che per Vija Kinski sono «un’invenzione del libero mercato» e fuori di questo non esistono, tanto che sono necessari, in tutto quello che fanno, al «sistema che disprezzano. Gli forniscono energia e definizione»[34].

 

Con quali strumenti possiamo allora evitare tale confusione contemporanea che ci fa perdere il significato visibile e vivibile del nostro tempo e di quello futuro? Quali sono le categorie e il linguaggio più opportuni per poter parlare di questa realtà? Cosa è quello che in Cosmopolis viene definito cybercapitale?  Ancora la letteratura può darci qualche stimolo per comprendere strumenti, rappresentazioni, linguaggi e visioni che hanno preso il posto dei merchant bankers di formazione commerciale come Melmotte.

Eric Packer è nella sua limousine e osserva gli schermi che la popolano all’interno: «In realtà i dati stessi erano pieni di calore e passione, un aspetto dinamico del processo della vita. Quella era l’eloquenza di alfabeti numerici, ora pienamente realizzata in forma elettronica, nel sistema binario del mondo, l’imperativo digitale che definiva ogni respiro dei miliardi di esseri viventi del pianeta. Lì c’era il palpito della biosfera. I nostri corpi e oceani erano lì, integri e conoscibili»[35].

E dovrebbe essere naturale porsi una domanda atavica: quale libertà, quale controllo e quale intervento su questa biosfera “in forma elettronica”? Cosa significa “regolare” e come si mette in relazione con “innovare”, senza che ci sia terrore del futuro?

 

 

 

 

 



[1] Karl Polanyi, La grande trasformazione, Torino, Einaudi, 1974, p. 20. Cit. in Giuseppe Berta, Lascesa della finanza internazionale, Milano, Feltrinelli, p. 185.

[2] John M. Keynes, Le conseguenze economiche della pace, Milano, Adelphi, 2007, pagg. 24-25. Cit. in Giuseppe Berta, Lascesa della finanza internazionale, Milano, Feltrinelli, p. 9.

[3] Giuseppe De Nittis, Taccuino 1870-1884, Bari, Leonardo da Vinci, 1964, p. 126. Cit. in Giuseppe Berta, op. cit., p. 22.

[4] Giuseppe Berta, Lascesa della finanza internazionale, Milano, Feltrinelli, 2013, € 16,00, pp. 256

[5] Le parole di Giuseppe de Nittis sono tratte dalle pagine introduttive del libro di Berta (pp. 20-22) il quale cita il taccuino del pittore: Giuseppe de Nittis, Taccuino 1870-1884, trad. it. e note di E. Mazzoccoli e N. Rettmeyer, prefazione di E. Cecchi, Bari, Leonardo da Vinci, 1964.

[6] Anthony Trollope, La vita oggi, Palermo, Sellerio, 2010, I vol, p. 112.

[7] Anthony Trollope, La vita oggi, Palermo, Sellerio, 2010, 2 voll., 26€, 1182 pp.

[8] Ibidem, p. 101.

[9] Ibidem, p. 60.

[10] Giuseppe Berta, Lascesa della finanza internazionale, Milano, Feltrinelli, p. 32.

[11] Ibidem, p. 55-56.

[12] Ibidem, p. 182. George J. Goschen, autore della Theory of the foreign exchange, pubblicato nel 1861 e riedito molte volte fino al secolo successivo. Best-seller di manualistica (si direbbe oggi), il cui autore ha imparato il mestiere praticandolo insieme al padre negli uffici della  Frühling & Göschen e poi da solo nella Bank of England.

[13] Anthony Trollope, La vita oggi, Palermo, Sellerio, 2010, I vol, p. 226.

[14] Ibidem, p. 80.

[15] Cfr. ibidem, p. 83.

[16] Ibidem, p. 84.

[17] W. Bagehot, Lombard Street. Il mercato monetario inglese, Torino, Cassa di Risparmio di Torino, 1986. Cit. in G. Berta, op. cit., p. 82.

[18] Anthony Trollope, La vita oggi, Palermo, Sellerio, 2010, I vol, p. 122.

[19] Anthony Trollope, La vita oggi, Palermo, Sellerio, 2010, I vol, p. 530.

[20] Sull’argomento e su molto altro si consiglia di leggere il libro di Nassim N. Taleb, Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita, Milano, Il Saggiatore, 2008.

[21] Anthony Trollope, La vita oggi, Palermo, Sellerio, 2010, II vol.

[22] Giuseppe Berta, Lascesa della finanza internazionale, Milano, Feltrinelli, p. 12.

[23] Don DeLillo, Cosmopolis, Torino, Einaudi, 2006, p. 61.

[24] Don DeLillo, Cosmopolis, Torino, Einaudi, 2006, pp. 180, 10€.

[25] Tom Wolfe, Il falò delle vanità, Milano, Mondadori, 2010, 11€.

[26] Ibidem, p. 29. E ancora: «Dubbio? Cos’è il dubbio? Tu non credi nel dubbio. Sei stato tu a dirmelo. I computer eliminano il dubbio. […] » dice a Eric Packer la sua consulente Vija Kinski. Ibidem, pp. 74-75.

[27] Tom Wolfe, Il falò delle vanità, Milano, Mondadori, 2010, p. 112.

[28] Friederich A. Von Hayek, Liberalismo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012, p. 26.

[29] Giuseppe Berta, op. cit., p. 204.

[30] Don DeLillo, Cosmopolis, cit., p. 86.

[31] Giuseppe Berta, op. cit., p. 159.

[32] Don DeLillo, Cosmopolis, cit., p. 83.

[33] Ibidem, p. 78-79.

[34] Ibidem, p. 78.

[35] Ibidem,  p. 23.




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