PRIMO PIANO
TRA SAPERE E POTERE
Le varie identità
dell’intellettuale
e le nemesi
della spada


      
Un raffinato e vertiginoso ragionamento intorno alla questione precipua dell’intellettualità e delle sue molte incarnazioni: quella dell’uomo dialettico, quella dell’uomo teologico, quella dell’uomo ideologico e quella dell’uomo scientifico-tecnico. L’analisi prende in esame le figure di Seneca, di San Paolo, di Cicerone e in particolare quella di Archimede, nostro vero contemporaneo come campione di scientificità che si fa performatività tecnologica al servizio anche dell’arte della guerra. Peraltro c’è da osservare come tutte queste eminenti personalità finiscano per perdere la vita passate a fil di lama. Ma tale destino non risparmia (vedi Nerone) neppure gli uomini preposti al comando politico.
      



      


di Cesare Milanese

                                          

                                                                                               

 Oggetto dell’intellettualità sono i principi e le leggi oggettive della stessa realtà, per quello che essa è in certezza e verità (Giambattista Vico). Pertanto tutto ciò su cui si è indagato e meditato, secondo ragione, dal Perì Physeos, vale a dire dal De rerum natura delle origini, lungo tutta la tradizione del pensiero, secondo ragione, appunto.

Processo di conoscenza, da cui ha sempre preso l’avvio ogni Weltanschauung impostata sulla razionalità, o per lo meno sulla razionabilità. Ha sede qui la questione precipua dell’intellettualità e della sua identità, che trova la sua espressione, quasi esclusiva, nelle grandi individualità, perciò nei pensatori fondamentali.

Detta così, la questione potrebbe apparire un po’ troppo alla Carlyle (Thomas Carlyle nel 1841 sigla il concetto di Eroi; e Ralph Waldo Emerson nel 1850 sigla il concetto di Uomini rappresentativi), ma in antico ci sono Plutarco, con le Vite parallele, e Diogene Laerzio, con Le vite dei filosofi, a darne conferma. Antichità e Modernità, in ciò, sembrano essere in accordo. Atteniamoci a ciò: e prendiamo le mosse rifacendoci proprio all’Antichità.

Allora può venire a proposito, come figura esemplare dell’intellettuale esemplare, la figura di Lucio Anneo Seneca: al tempo stesso antico e al tempo stesso moderno, giacché lo spirito della modernità, Seneca, lo precorre. Le Lettere a Lucilio ne costituiscono la prova; soprattutto perché è con queste lettere che Seneca rivela di essere nostro contemporaneo.

Il quale, inoltre, personaggio esemplare anche per la sua completezza, in opere e in vita, da vero asceta del sapere, qual era, accetta in pieno le conseguenze morali e materiali della sua stessa elaborazione. Peraltro, la Weltanschauung dello stoicismo, da lui propugnato, implica la dedizione ascetica al sapere professato.

Per questo tipo di atteggiamento-comportamento, la Contemporaneità (la nostra) ha formulato un termine da assegnare ai suoi intellettuali impegnati (quelli del cosiddetto engagement, appunto). Impegno di vita, affrontato da Seneca in modo da dover anche perderla, la vita. Il che fa di lui un eroe della sua stessa filosofia. Un esempio, quindi, d’identificazione nell’intellettualità, che si può considerare impeccabilmente eseguita. Se ne può dedurre un principio che sta alla base dell’intellettuale compiuto: colui che redige la vita allo stesso modo con cui redige i testi, ai livelli più alti. Più alti nell’ordine del sapere, ma anche, per completezza e per concretezza, i più alti nell’ordine del potere.

Nel caso di Seneca, proprio il potere nella sua espressione più alta, essendo egli stato il maieuta dell’imperatore, anzi il miglior maieuta, di cui l’imperatore del suo tempo potesse, infatti, disporre.

Il cursus honorum dell’intellettualità in lui può considerarsi completo: filosofo teoretico, filosofo morale e filosofo naturale, perché la sua scientificità fa di lui un precursore dell’analiticità, che sarà propria della psicologia e della psicoanalisi, probabilmente. Inoltre, autore eccelso come trageda e protagonista della tragedia tutta propria in ragione dell’essere stato maieuta del detentore del potere che lo mette a morte. Esempio, pertanto, d’identificazione completa con la missione dell’intellettualità usque ad sanguinis effusionem.

La locuzione, qui in citazione, non sia considerata fuori posto: l’imperatore in contesto, Nerone, è colui che ha dato l’avvio alla prima persecuzione dei cristiani, con la messa a morte dei suoi due principali rappresentanti fondatori, san Pietro e san  Paolo. Quest’ultimo, inoltre, da considerarsi, assieme all’ispirato e sapienziale san Giovanni, l’ideatore dell’intellettualità cristiana, di cui emana anche i precetti indispensabili per conseguirne l’identità.

Si noti la concomitanza, Seneca, l’uomo dialettico; e san Paolo, l’uomo teologico. Del tutto diversi, anzi del tutto contrapposti, in quanto a stigma d’intellettualità, ma accomunati dalla messa a morte per decreto dello stesso detentore del sommo potere d’allora.





Lucio Anneo Seneca (4 a.C. - 65 d.C.)


Il significato di una simile convergenza di fatti, tra loro, di per sé, sostanzialmente divergenti, fa questione su cui occorre “pensatamente” convergere. Prima di tutto sul fatto che entro il breve spazio cronologico dell’era di Nerone, si viene a fissare così la divaricazione identitaria tra l’uomo dialettico e l’uomo teologico: divaricazione destinata a confermarsi in futuro sotto le specie della diatriba millenaria tra ragione e fede. Diatriba, come ben si sa, destinata a permanere senza risoluzione. Sotto quest’aspetto, il periodo neroniano si può considerare il periodo di fondazione di questa questione, prettamente intellettuale.

Certo, altre fratture identitarie con altre figure intellettuali sorgeranno in seguito. Per esempio, nell’era moderna, con la ricomparsa dell’uomo dialettico, già generato nella Classicità, però rimasto occultato durante la Medievalità, accanto al diverso e avverso uomo teologico, ormai diventato permanente, farà la sua comparsa l’uomo ideologico. Costui, un ibrido tra l’uomo teologico e l’uomo dialettico, renderà (sta rendendo tuttora) particolarmente controversa e complessa la condizione dell’identità entro la dimensione dell’intellettualità. Mentre, proprio attualmente, si sta delineando la formazione di una quarta figura d’intellettuale, soprattutto come evoluzione naturale e consequenziale dell’intellettuale dialettico, di classica memoria, signore e padrone, finora, della Modernità, anche se mai in forma esclusiva e completa, con il costituirsi, in termini di realtà, del nesso scienza-tecnica o tecnica-scienza, che dir si voglia. Chiamiamolo pure l’intellettuale o l’uomo della “scientità”. Ovviamente, qui, ci assumiamo la responsabilità dell’uso di un simile neologismo, tra l’altro essendo ben consapevoli che questo tipo d’intellettuale fa da presupposto alla preconizzata era del post-umano, che è, infatti, la questione, non solo intellettuale,  in corso.

E qui conviene, per un istante, far punto fermo d’attenzione: la questione è se la locuzione appropriata da usare per il nesso della “scientità” sia quello di scienza-tecnica o di tecnica-scienza. La domanda è questa: “C’è pariteticità o non c’è pariteticità tra i due termini: la scienza e la tecnica?” Oppure: “Quale dei due termini deve essere posto per primo come determinante dell’altro?” Non è questione da poco, intorno alla quale, infatti, le filosofie odierne non riescono ancora a pronunciarsi, prese, come sono, in proposito, dal “timore e tremore”, forse terrore, della natura della realtà che, su questa elaborazione di priorità terminologica, si sta profilando.

A tal proposito, torna a proposito una considerazione di Carlo Sini, filosofo dei nostri dì, con un suo intervento sul giornale la Repubblica (30 agosto 2013). Dice Sini: “Heidegger aveva intuito una cosa non chiara a Husserl, e cioè la natura tecnologica della vita moderna: aveva compreso che la tecnica non è un’applicazione della scienza, ma che quest’ultima è una conseguenza della tecnica, laddove Husserl era ancora della vecchia idea che prima si fa la teoria e poi si costruisce la pratica.” 

Questione questa, si noti, che, peraltro (in archetipo, in nuce, in incunabolo), troviamo già delineata nell’antichità, dove, duecento anni prima di Seneca, troviamo un altro archeo-moderno, già in campo, nella figura di Archimede. Anche lui, come Seneca, intellettuale dialettico, ovviamente, ma già in via d’essere intellettuale scientifico-tecnico o tecnico-scientifico che dir si voglia. Quindi ancora più moderno di Seneca, pertanto anche più di lui nostro contemporaneo.

Lo scienziato Archimede non si limita a scoprire le leggi di natura, ma in base a esse concepisce, inventa e costruisce macchine performative. Ed è da notare che nel compimento di questa sua forma d’opera, di conoscenza pura e di operazione di trasformazione tecnologica, egli non ha bisogno di appoggiarsi analiticamente a ragioni che coinvolgano la sua esistenzialità e la sua eticità. La performatività è già di per sé, per lui, esistenzialità ed eticità insieme. E mentre Seneca, l’uomo tutto umanistico, ha bisogno di porsi degli interrogativi, per l’appunto umanistici e moralistici (quindi anche molto psicologistici) ai fini della determinazione, anche per se stesso, della propria identità, Archimede, al contrario, l’uomo già extra-umanistico (già post-umano?), non ne ha bisogno quasi per niente.

Detto in poche parole, l’analiticità senechiana della mondanità può portare, come porterà, sia pure con l’andare dei secoli, all’analiticità kierkegardiana della mondanità stessa (situazione quest’ultima, quella Kierkegaard, in cui è l’uomo dialettico che si riconverte in uomo teologico) (esempio di una grande svolta in grembo alla stessa Modernità, che rimanda a Pascal); mentre l’analiticità archimedea della pura fisicalità e della pura matematicità, questa riduzione-deviazione in direzione dell’umano, la ignora.

Dire che la vicenda d’Archimede sia esemplare, è dir poco, giacché essa pone il problema dell’identità dell’uomo scienziato quale si è posto nell’era della Classicità, ma anche per come si pone nell’era della scientificità conclamata, pertanto, press’a poco, la nostra. Nella nostra era, un Albert Einstein manifesta una sua resipiscenza per essersi trovato a essere artefice vettoriale della fissione dell’atomo: e francamente non se ne capisce il perché. Infatti, sulla base del processo del discorso della pura scientificità, non si recepiscono resipiscenze di questo genere in Archimede, suo predecessore: partecipe anche lui, anzi soprattutto lui, nell’escogitazione scientifica delle strumentazioni idonee a dar compimento all’esecutività delle guerre.

Siamo a Siracusa nel 212 ante Christum natum, bello punico secundo infuriante. L’immagine di tradizione ci tramanda la figura di Archimede come quella del dotto asserragliato nel suo studio, dove, seduto al suo scranno, se ne starebbe tutto concentrato su un suo problema teorico in atto. L’immagine è quella dell’uomo meditativo e contemplativo, tutto uomo di studio e perciò, per convenzione, uomo di pace. L’uomo d’intelletto, il dotto, uomo di pace e in pace? Lo si vada a dire al dottor Faust e Goethe ce ne fornirà subito la risposta: di smentita, ovviamente. 

Il fatto è che non c’è pace tra gli eventi di cui si occupa il dotto: né interni, come la vicenda del dottor Faust insegna; né esterni, come la vicenda di Archimede dimostra. A Faust ci pensa l’insorgenza, dall’interno, di quel sobillatore dell’immaginario, cui Goethe assegna il nome da convenzione teatrica di Mefistofele: demone teologico, che quindi ha dei diritti di prelazione su Faust, uomo ancora teologico e non abbastanza dialettico, purtroppo per lui. Ad Archimede ci pensa l’irruzione, dall’esterno, dovuta alla furia del soldato, che, a spada sguainata, irrompe nel suo studio, disfacendogli, oltre ai cerchi geometrici, sui quali il sapiente stava operando, anche la sua stessa vita.





Archimede (287 a.C. - 212 a.C.)


Grande è stato lo scandalo allora, come lo è tuttora, per questa morte malauguratamente indebita, dovuta soprattutto a un malinteso o a un equivoco. Ma è proprio così? La morte di Archimede fu una morte dovuta soltanto all’incresciosa maldestraggine del rozzo soldato romano, che non ha saputo rispettare o capire bene l’ordine che Marcello, il comandante in capo, aveva in precedenza impartito? “Non uccidete Archimede! Questo scienziato della guerra, così utile alla guerra, anche se nostro principale nemico, ci occorre sano e salvo.”

Intelligentissimo e lungimirantissimo, questo Marco Claudio Marcello, ma il contrattempo, dovuto al suo soldato ottuso, ne ha troncato lo schema, che da quel momento ha dovuto attendere secoli e secoli per poter ricomparire in pieno. Sta di fatto che, per quanto stolto o inconsapevole (vale a dire inconscio), il soldato che brandiva quella spada, non ha fatto altro che seguire, come doveva, il corso della battaglia in corso, da quel vero soldato che egli era, portandone a compimento il corso nel suo senso implicito. In quel caso, il sistema d’arma della spada è andato dritto allo scopo: colpire chi e che cosa stava mettendo in atto un sistema d’arma che avrebbe annullato il primato del sistema d’arma della spada stessa. Perché è di questo che si trattava, sul piano del pensiero e dell’ordine di concezione della guerra, dovuti alla geniale elaborazione della mente di Archimede con l’ideazione e l’installazione degli specchi ustori, il cui balenio incendiario aveva investito le navi romane che avevano stretto d’assedio Siracusa.

Col senno dei tempi di poi, cioè facendo punto sul senno, chiamiamolo pure così, dei nostri tempi, noi ora possiamo sapere che Archimede, con gli esperimenti degli specchi ustori, stava mettendo a punto la luce (una questione di fotoni e di atomi come quella di cui dovrà occuparsi, in seguito, anche Einstein) come raggio laser in versione d’arma.

Stando così le cose, la spada del soldato, che lo ha ucciso, non ha fatto altro che intervenire in tempo per sventare il pericolo dell’avvento di un sistema d’arma che avrebbe sostituito il sistema d’arma della spada. E in questo, il soldato incongruo, è stato del tutto congruo con il sistema al quale apparteneva. Coerentemente, infatti, egli ha operato di spada.

Naturalmente, se lo si pone sul piano di un’interpretazione morale, o moralistica che sia, all’episodio della morte di Archimede ci si può riferire trovando perfettamente calzante il proverbio: “Chi di laser ferisce, di spada perisce.” Certo, finché la spada è in tempo per farlo, prima cioè che il laser da dissoluzione compaia perfezionato a dovere. Ebbene, in questo nostro scorcio di tempo, detto della Modernità avanzata, questo perfezionamento c’è stato. E il Damocle odierno, vale a dire l’insieme dell’umanità odierna (e si badi anche qui alla coincidenza, il Damocle dell’apologo era anche lui di Siracusa), vede pendere su di sé lo stesso proverbio, ma commutato: “Chi di spada ferisce, di laser perisce.” Nella situazione di questo secondo Damocle, a forza di dai e dai con le armi convenzionali, ci siamo noi.

Allora, non occorre aggiungere altro per renderci convinti che, ancora più di Seneca, Archimede è nostro contemporaneo. Oggi, ben più che in passato, è la forma della sua intellettualità che s’impone e che si fa sistema di potere che può determinare tutte le altre forme di potere. In conseguenza di tutto ciò, la visione concreta del mondo, e non da semplice Weltanschauung contemplativa, che si prospetta, dirla immane è dir poco. E detto ciò è detto tutto ciò che, perlomeno, come premessa può configurare il quadro su cui operare ai fini di una possibile sistematizzazione dell’intellettualità nelle sue possibili forme d’identità. Si vedrà: o meglio, chi si troverà a trovarsi più in là vedrà.

Intanto, avendo citato il Damocle dell’apologo, viene da sé che ci si possa rapportare a Cicerone (altro grande “intellettuale universale”, che viene a porsi, a proposito, anche cronologicamente, tra Archimede e Seneca), perché è dalle sue Tusculanae Disputationes che veniamo a sapere del supplizio di Damocle. E inoltre, per associazione aggiuntiva, trattandosi di spade, viene anche da sé constatare che è per filo di spada che a Cicerone viene trapassata quella gola, che, in fatto di flusso di parola, era stata così fecondamente eloquente. Quindi, per filo di spada, nell’ordine: Archimede, Cicerone e lo stesso Seneca, che a sua volta morì trafiggendosi con uno strumento affine allo stilo, se non addirittura lo stesso, con il quale avrebbe potuto aver scritto le sue opere, dando in questo modo ragione al detto che la penna ne uccide quanti possono esserne uccisi dalla spada, se non anche di più. E soprattutto, meglio.

Marco Antonio, facendo estinguere Cicerone estingue il concetto guida e d’arrivo della suprema arte della politica, configurabile nella dottrina del Tripolitico, di cui Cicerone era fautore, peraltro di  derivazione aristotelica, secondo la quale lo Stato è quella realtà che si afferma nella sua razionalità e nella sua completezza come sintesi della democraticità (il consulto di tutti, che deve esserci sempre); dell’“aristocraticità” (il consulto dei migliori, che deve esserci sempre); e della “monarchità” (la decisione suprema dovuta al principio, essenziale in politica, della reductio ad unum, che deve esserci sempre, a sua volta). Era la visione integrata e integrante dell’Impero, in ragione del quale, Marco Antonio, in realtà, sapendolo o non sapendolo, operava. 





Marco Tullio Cicerone (106 a.C. - 43 a.C. , busto ai Musei Capitolini)


In questo caso, Marco Antonio, concettualmente, ha agito contro se stesso con la sua stessa specificità di uomo del potere, che difatti ha perduto e che l’ha perduto. Ed anche lui, si noti, per azione di spada: la propria. Ed è allora evidente che in tanto sferragliamento di spade, ci sia una riflessione unica che s’imponga e che accomuni tutti questi protagonisti agonisti del sommo sapere e del sommo potere, anche a proposito delle nemesi della spada, come i casi di Marco Antonio e di Nerone insegnano. Perché se è vero che la logica del potere colpisce gli uomini del sapere, è altrettanto vero che la stessa logica colpisce anche gli uomini del potere.

E qui torna a proposito una riflessione aggiuntiva sull’imperatore Nerone: imperatore e poeta. E in proposito è interessante rilevare ciò che il poeta Andrea Zanzotto, ormai anni fa, in un’occasione pubblica, parlando proprio di Nerone, ebbe a dire che gli si doveva riconoscere, impressa addosso, come suo stigma, la libidine del doppio alloro, la foia e il furore per le due corone, quella d’imperatore e quella di poeta. Come a dire, il desiderio e l’aspirazione a due identità, quella dell’imperialità e quella dell’intellettualità. Ebbene, va detto, che, pur nella tragica incompletezza dell’una e dell’altra, forse l’artifex incendiario ha raggiunto il suo scopo. Imperatore, in effetti, lo fu e intellettuale anche. Sulle sue deviazioni dall’una e dall’altra di queste due facoltà, dal nostro punto di vista, non intendiamo esprimerci. Su tale versante, semmai, ci atteniamo, senza farcene un problema particolare, alla nomea che gli grava addosso da sempre: d’individuo assegnato, perciò, al braccio secolare della psicologia o della psicoanalisi. Fate voi. 

È ovvio, però, che in questo caso si tratterebbe di tutt’altro discorso. Quindi, torniamo al nostro. E il nostro discorso non si appunta tanto sull’individuo Nerone, quanto su ciò che si è compiuto entro lo spazio temporale del suo imperio, in fatto di accadimento nella sfera dell’intellettualità, da esemplificarsi (come già si è detto) con la codificazione dell’uomo dialettico in Seneca e con la codificazione dell’uomo teologico in san Paolo. E qui è indispensabile segnalare come entrambi fossero disposti a essere ciò che hanno deciso d’essere usque ad sanguinis effusionem.

Il secondo dei due, san Paolo, l’intellettuale formulatore dell’identità nella forma della cristianità, senz’altro uomo santo, però anche uomo politico altrettanto. Forse anche di più politico che santo: “Civis romanus sum. È mio diritto morire di spada”. Formidabile. Aveva capito tutto. Aveva già in mente tutto. Aveva già programmato tutto, anche la sua vittoria postuma. Più senechiano che cristiano?

Beh, ce ne sono di enigmi da considerare e risolvere per quanto riguarda la questione dell’identità nell’ambito dell’intellettualità.

 




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