PRIMO PIANO
SAGGIO LETTERARIO-SCIENTIFICO
“Finnegans Wake”:
se il grafico
proteiforme
è un poliedro
della scrittura


      
Una sofisticata e agguerrita lettura dell’ultima ‘illeggibile’ opera di James Joyce affrontata in chiave di teoria della complessità e di struttura plurilinguistica e pluriconoscitiva di tipo ologrammatico. Ossia che necessita di una sinergia di approcci di decodificazione, di una cooperazione moltitudinaria di saperi e di linee analitiche. La composizione iperstratificata del capitale esperimento joyciano vista allora come inattingibile macchina del caos che si rispecchia nelle teorie del ‘rumore bianco’ e in quella degli ‘oggetti frattali’ elaborata da Mandelbrot. E il cui funzionamento arriva dalle parti degli ‘strani attrattori’ individuati dal matematico e meteorologo Edward Norton Lorenz.
      



      


di Simone Rebora

 

 

INTRODUZIONE SEMISERIA

 

Certi autori sembrano scrivere apposta per non essere compresi. E mentre il piacere della lettura risiede nell’arricchimento, nella comunione dei saperi, alcuni libri si richiudono come ricci su se stessi: e sono i peggiori, senza ombra di dubbio.

Quando per la prima volta tentai di leggere Finnegans Wake, l’ultima grande opera di James Joyce, dovetti ben presto abbandonare l’impresa: ogni singola pagina era come una montagna, una barriera insuperabile. Sembrava di essersi perduti nel caos, e soprattutto di aver sprecato per intero il proprio tempo, quando, dopo una fatica immane, con la mente ingarbugliata di suoni e di parole, ci si trovava con nulla tra le mani. Eppure, mi chiedevo, perché l’Everest affascina tanti scalatori? Quale follia li porta ad affrontare un’impresa tanto assurda, che al rischio della morte contrappone il breve orgoglio di uno sguardo in cima al mondo? Ma ancor di più: per quale motivo una mente umana tra le più geniali dovrebbe scegliere d’impiegare gli ultimi diciassette anni della sua vita per creare un Everest di parole, di fronte al quale tutti i lettori «ratto d’intorno intorno» fuggiranno?

Per anni Finnegans Wake era rimasto nella fila impolverata dei libri quasi mai toccati. Nemmeno la geniale traduzione di Luigi Schenoni, o gli illuminanti saggi di Umberto Eco e Giorgio Melchiori erano riusciti a farmi ravvedere. Il dubbio permaneva, e il desiderio pur cresceva, ma l’esperienza già provata era ancora troppo viva: bruciato già una volta, lungi dal fuoco!

Scelsi così l’approccio più comodo – e forse un po’ codardo – sul principio: lasciare ad altri l’avanguardia. Leggevo con piacere scritti e saggi su quel testo – opere geniali e deliranti, capaci di rivelare universi interi sotto la superficie di un foglio o due sole parole. E mentre mi angustiavo per non esser stato io lo scopritore di quei mondi, compresi pian piano una delle più affascinanti verità sul Finnegans Wake: che questo non è libro da leggere soli in una stanza, con due occhi e una mente sotto mano; perché solo essendo legione, solo facendo mille i propri occhi e molteplice il pensiero, il dialogo potrà finalmente avere inizio, limpido e fruttuoso.

Sognavo, certo: ma capivo al contempo che un senso profondo a quel pensiero doveva pur essere trovato, in un cantuccio remoto della conoscenza. E dieci anni passati a studiare prima ingegneria e poi la letteratura, dovevano pur condurmi a qualche risultato! Un primo lume in questa fitta nebbia sorse il giorno in cui, consultando online la sterminata bibliografia joyciana, scoprii un libro che parlava di scienza: l’autore era Thomas Jackson Rice, e il titolo Joyce, Chaos and Complexity. Nessun editore italiano si era curato di farne traduzione: ma questa, certo, era montagna ben più bassa da scalare. In breve me lo procurai, ansioso di sapere quant’egli avesse a dire su un argomento tanto stimolante quanto oscuro: Finnegans Wake e la teoria della complessità.

Dovrei forse a questo punto aprire una non piccola parentesi per spiegarvi cosa sia “la complessità”: ma ci arriveremo, con il suo tempo… Quel che conta adesso è soffermarsi su un concetto che mi colpì di primo acchito. Facendo riferimento agli studi di Daniel Dennett e di Paul Churchland, Rice sviluppava una teoria tanto semplice quanto innovativa, che individuava nel sistema, nel «chaosmos» di Finnegans Wake una rappresentazione linguistica dei processi della cognizione umana. In sostanza, quel libro dalle mille lingue, scritto dal «myriadminded man» James Joyce, ci avrebbe offerto una simulazione di quanto accade nella mente di una singola persona. Ma perché, allora, io non ero sufficiente per comprenderlo? Perché necessitavo comunque del confronto con altri – e troppi, e troppo altri – per scalfirne un minimo la superficie? Il nodo di giunzione tra singolo e molteplice era racchiuso in una corrispondenza forse insostenibile, ma che inesorabile mi conduceva ancora verso la complessità. E se alla radice di un sistema complesso vi era la capacità d’innumerevoli e distinte parti di agire come un tutt’uno, così anche nel Finnegans Wake sarebbe stata inscritta la stessa legge, che dalla piatta superficie del foglio lascia emergere un volume, come agli occhi poco avvezzi fa il gioco illusorio dell’ologramma.

 

“Complessità” e “ologramma”, due termini ancora in parte oscuri (e non solo per chi scrive), ma che divennero ben presto guide per la mia lettura. E mentre “la storia” raccontata da James Joyce si perdeva sempre più nei meandri del linguaggio, un nuovo messaggio cresceva parallelo, alimentandosi proprio di quelle intime contraddizioni. Questo saggio ne ripercorre in breve l’evoluzione, scegliendo come guida proprio un brano del Finnegans Wake. Mio obiettivo principale sarà dimostrare come lo studio della letteratura, anche quella all’apparenza più autoreferenziale, possa infine stimolare un proficuo dialogo tra le culture, in vista di una più ricca concezione del “letterario”, non solo oggetto di studio per discipline specialistiche, ma anche luogo in cui le molteplici forme della conoscenza s’incontrano e comprendono.

Per iniziare questo percorso tra complessità, letteratura e neuroscienze, seguiamo quindi attentamente i passi di… un intelligente pennuto!

 

Il quinto capitolo del primo libro di Finnegans Wake si apre con il lunghissimo elenco (quasi tre pagine in tutto) dei possibili titoli per il «mamafesta» di Anna Livia Plurabelle, il misterioso memoriale ritrovato dalla gallina Biddy Doran sopra un mucchio di letame, all’interno del quale, oltre a una lode in onore della protagonista femminile del libro, sarà possibile riconoscere l’immagine ologrammatica (completa e sintetizzata) del Finnegans Wake stesso. Questo «untitled mamafesta […] has gone by many names at disjointed times» [FW, 104.4-5] (è «passato sotto tanti nomi in tempi fuor di sesto», traduce Luigi Schenoni), assumendo una natura già in principio aleatoria e indefinibile – al di là di una stabile individuazione e localizzazione, ma anche contraria al regolare scorrere del tempo. Nel momento in cui la voce narrante si dedica ad una specifica analisi “filologica” del testo, la disseminazione, invece di trovare un freno nell’azione strutturante della razionalità, ne risulta ulteriormente potenziata:

 

The proteiform graph itself is a polyhedron of scripture. There was a time when naif alphabetters would have written it down the tracing of a purely deliquescent recidivist, possibly ambidextrous, snubnosed probably and presenting a strangely profound rainbowl in his (or her) occiput. To the hardily curiosing entomophilust then it has shown a very sexmosaic of nymphosis in which the eternal chimerahunter Oriolopos, now frond of sugars, then lief of saults, the sensory crowd in his belly coupled with an eye for the goods trooth bewilderblissed by their night effluvia with guns like drums and fondlers like forceps persequestellates his vanessas from flore to flore. Somehows this sounds like the purest kidooleyoon wherein our madernacerution of lour lore is rich. All's so herou from us him in a kitchernott darkness, by hasard and worn rolls arered, we must grope on till Zerogh hour like pou owl giaours as we are would we salve aught of moments for our aysore today. Amousin though not but. Closer inspection of the bordereau would reveal a multiplicity of personalities inflicted on the documents or document and some prevision of virtual crime or crimes might be made by anyone unwary enough before any suitable occasion for it or them had so far managed to happen along. In fact, under the closed eyes of the inspectors the traits featuring the chiaroscuro coalesce, their contrarieties eliminated, in one stable somebody similarly as by the providential warring of heartshaker with housebreaker and of dramdrinker against freethinker our social something bowls along bumpily, experiencing a jolting series of prearranged disappointments, down the long lane of (it’s as semper as oxhousehumper!) generations, more generations and still more generations [FW, 107.8-35].

 

Nessuno si vergogni se giunto a metà, o forse già alle prime righe del presente brano, abbia lasciato scivolare gli occhi ansiosi in questo punto: nelle prossime pagine lo rileggeremo attentamente, parola per parola, tentando il più possibile di farlo nostro.





«THE PROTEIFORM GRAPH

ITSELF

IS A POLYHEDRON OF SCRIPTURE»

 

Il rinvio a Proteo è, per i lettori di Joyce, il segno evidente di una presa di posizione tanto decisa quanto sorprendente. Il terzo episodio dello Ulysses, che traeva il suo titolo proprio dal nome della leggendaria divinità marina, oltre a costituire il primo vero incontro-scontro con lo stream of consciousness joyciano, era anche il capitolo in cui la presunta stabilità e distinzione delle percezioni umane veniva per la prima volta contraddetta sistematicamente: attraverso lo scorrere delle divagazioni analogiche di Stephen Dedalus sulla spiaggia di Sandymount, era la loro proteiformità a trionfare finalmente. Ma, giunti a questo momento dell’elaborazione letteraria joyciana, proteiforme non è più soltanto la percezione della realtà, ma la sua stessa rielaborazione attraverso il linguaggio: la scrittura, espressione limpida e “geometrica” del pensiero umano, diviene inopinatamente un «proteiform graph», un grafico incapace di trovare forma definita – e quindi implicitamente contraddittorio. Il percorso che da Sandymount conduce al “Mamafesta” di Anna Livia Plurabelle sembrerebbe decretare la definitiva sconfitta del pensiero razionale.

Eppure, l’esercizio fantafilologico su questo memoriale che non può avere un nome definito, rivela in sintesi il substrato teorico che sostanzia Finnegans Wake. Il Mamafesta è un «polyhedron of scripture», un ologramma che come l’Aleph borgesiano racchiude in sé ogni possibile forma di scrittura – inclusa, ovviamente, anche quella che sta tentando di descriverlo. Ma la ricorsività dell’operazione joyciana, applicandosi su un insieme che la racchiude, costringe il linguaggio a uno scavo in profondità dentro se stesso: scavo che al contempo gli fa prefigurare un’immagine della totalità, inscritta dentro i propri stessi geni.

Questo processo di auto-riconoscimento, per quanto privo di un valore immediato e funzionale, può essere avvicinato per molti versi ad alcuni concetti emersi dalla più recente indagine scientifica. Fu il premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine, analizzando sistemi termodinamici lontani dall’equilibrio, il primo a constatare come le loro parti più lontane e irrelate riuscissero a sviluppare un atteggiamento simile e concorde, quasi che fra loro fosse in atto una qualche forma di comunicazione istantanea. Questa scoperta, che rappresentò una delle precondizioni determinanti per la formulazione del “contro-paradigma” della complessità, implicava necessariamente il richiamo all’altro concetto da me scelto come guida nell’indagine del brano joyciano: l’ologramma.

Il sogno della conquista dell’Ολος è stato da sempre una delle più alte ambizioni della ricerca scientifica, attraverso secoli di continue rivoluzioni paradigmatiche e rielaborazioni teoriche. Ma nel secolo scorso, con il definitivo affermarsi dei principi della meccanica quantistica, quest’ambizione ha rivelato tutta la propria illusorietà. Solo in seguito a una trasformazione radicale, e con l’affacciarsi della sfida della complessità, essa ha riacquistato in parte la propria centralità: da fine, è divenuta così strumento di conoscenza.

Il “principio ologrammmatico” scoperto da Prigogine non si è quindi limitato ad un’applicazione nei sistemi termodinamici, ma con il Metodo di Edgar Morin (sociologo di formazione, ma ben presto filosofo e teorico della complessità) è giunto a toccare tutte le forme di organizzazione presenti in natura, dall’ambito sociale a quello biologico, dal linguaggio al DNA umano. Da semplice fenomeno ottico, l’ologramma si è così tramutato in un principio metodologico di straordinaria ricchezza e flessibilità, capace di espandere la conoscenza umana oltre quelle barriere che troppo spesso la nostra mente si è autoimposta. Non che un pensiero onesto e rigoroso debba per principio essere dannoso, ma occorre riflettere sulle conseguenze che la creazione di ogni barriera può portare con sé. Limitare il campo della propria indagine è dovere etico di ogni ricercatore, per mantenere l’indagine scientifica lontana da paludamenti metafisici o teologici. Ma allo stesso tempo, una ricerca che si richiuda entro uno spazio ristretto senza più guardare all’esterno, rischia di perdere il contatto non solo con l’Ολος, ma anche con se stessa. Come l’ologramma si realizza tanto nella parte quanto nel tutto, così anche il processo della conoscenza umana risulta immerso in un sistema complesso, che lo determina e ne è al contempo determinato. È per questo motivo che Morin si scaglia con tanta insistenza contro il fenomeno dell’iperspecializzazione: alla base di una Testa ben fatta non può esservi un universo suddiviso in compartimenti stagni e dominato dall’incomunicabilità. A partire dalla scoperta del quanto nella fisica subatomica, anche lo sviluppo del nostro sapere si è sempre più quantizzato, ridotto gradualmente in piccole unità discrete. Questa “quantizzazione della conoscenza” ha comportato i più significativi sviluppi della scienza e tecnologia, dando anche luogo a una più attenta etica della ricerca. Ma tutti questi progressi si accompagnano a un rischio molto più sottile, raffigurato dall’immagine emblematica di una conoscenza intenta a tagliare quelle stesse interconnessioni da cui è generata: non sono pochi infatti i neuroscienziati (o filosofi delle neuroscienze) che hanno colto nell’intelligenza un fenomeno emergente dalla complessità del sistema-cervello – e l’etimo stesso della parola non rimanda solo all’atto del “leggere dentro” (intus legere), ma ancor più a un “leggere attraverso” (inter legere), tra i molteplici nodi intessuti sui fili della conoscenza, da cui emerge finalmente il groviglio dell’intelligenza umana.

Tornando al brano joyciano, nel «proteiform graph» del «Mamafesta» sarà sempre più facile riconoscere una mappatura di questo groviglio, con tutti i suoi splendori e le sue contraddizioni; mentre dall’impegno filologico dei «naif alphabetters» su questo testo inarrivabile, nascerà quel percorso ricorsivo che guida la conoscenza nel suo viaggio attraverso il cosmo – un viaggio che poi, finalmente, la condurrà ancora a ritrovare se stessa. Il carattere ologrammatico del testo – e parlo qui del Mamafesta, ma anche di Finnegans Wake – comporta la necessità di un approccio interdisciplinare: per scoprire il tutto che si nasconde in ogni sua parte, il lettore è chiamato a mettere in campo tutte le proprie conoscenze, riguardanti i più disparati campi del sapere. Ma nemmeno questo è sufficiente. L’azione del singolo, infatti, risulta inefficace di fronte al tessuto complesso su cui si regge il testo: la sua cultura, la sua stessa lingua, più che strumenti di conoscenza, divengono freni inibitori per il suo sviluppo ologrammatico. Lo sforzo di Joyce si impegnò principalmente a sfondare questi limiti: la moltiplicazione dei linguaggi, l’inserimento di allusioni criptiche e oscure, piuttosto che le conseguenze della vocazione esoterica di uno scrittore-alchimista chiuso nel proprio laboratorio linguistico, devono essere interpretati come le prove del suo impegno per un’amplificazione degli orizzonti della mente umana. Impedendo al singolo lettore di trovare nella propria cultura tutti gli elementi necessari per un’interpretazione esauriente del testo, Joyce lo costrinse a rivolgersi alla molteplicità, richiedendogli un lavoro di collaborazione interdisciplinare e intraculturale, trasformando insomma il singolo in un everybody. Il fatto, quindi, che quest’opera fosse del tutto incomprensibile per il comune lettore, fu piuttosto un invito ad un approccio collettivo, basato sulla condivisione e compenetrazione dei saperi.

 

La forte caratterizzazione metaletteraria di questo brano, permette al lettore di “tagliare” la superficie del testo, individuando in profondità una serie innumerabile di rimandi e corrispondenze, la proverbiale “buccia di cipolla” cui non si trova inizio né fine: un’ispezione più ravvicinata del «bordereau», infatti, «would reveal a multiplicity of personalities inflicted on the documents or document». La molteplicità (delle personalità e dei documenti) viene riportata all’unità (del singolo documento) tramite un processo di «afflissione» (infliction – sapientemente tradotto da Schenoni con una neoformazione in cui si fondono le azioni dell’affiggere e affliggere): la scrittura condensa le infinite e proteiformi sfaccettature della psiche umana in un insieme di simboli e documenti – convogliati infine entro una singola immagine olografica. Nello spazio della finzione, si realizza così un molteplice gioco a incastro, in cui un fictional Joyce guida un “Joyce moltiplicato” attraverso l’interpretazione di un testo che altro non è altro se non quello che egli, in quel preciso momento, sta componendo. Questo perché la matrice primaria dell’ologramma risiede appunto nel segno linguistico (*gramma deriva dal tema greco di γράφω, “scrivere”), e questa “scrittura del tutto” si realizza tanto nel «polyhedron of scripture», quanto in ogni singola parola che tenta di descriverlo. “Poliedrico” sarà quindi il linguaggio tutto, nel momento in cui perderà la sua referenza immediata, stimolando al contempo un’apertura dei confini della conoscenza. Che Finnegans Wake

riesca o meno in questa impresa ai limiti della significazione non è possibile dirlo, anche perché il suo successo coinciderebbe con la completa afasia, con la perdita della capacità di dire.

 

Somehows this sounds like the purest kidooleyoon wherein our madernacerution of lour lore is rich.

 

È quanto il commentatore/lettore/scrittore del «proteiform graph» ci dice in proposito. Schenoni rende la frase come: «Sotto certi aspetti ciò appare come il più puro dei kidooleyoni di cui è ricco il folklore della nostra madernapatria ancerosa»; e forse questo non basta ancora per chiarirne il significato: tramite il suo Glossario veniamo quindi a conoscenza del fatto che le due espressioni «kidooleyoon» e «madernacerution» sono calchi dalla lingua araba, e significano rispettivamente “scienza” e “letteratura”. L’oscuro vaticinio si fa ancora più interessante e, seguendo questa traccia araba, apprendiamo inoltre che l’espressione «lore» significa “notizie”. Riunendo tutti questi elementi – non esaurienti, ma sufficienti per disegnare una mappa semantica complessiva – l’intreccio tra scienza e letteratura sembra stringersi in modo sempre più compatto, come in un ologramma fatto di sole parole. E a perfezionare ancor meglio la corrispondenza, giunge un ulteriore significato per il termine «lore», tradotto da Schenoni come «folklore», ma anche usato per indicare, nell’antico irlandese, la “scienza”, la “sapienza”. Il gioco di specchi potrebbe procedere ancora molto a lungo ma, fatto sorprendente, ogni nuovo sdoppiamento comporta un ulteriore rafforzarsi delle corrispondenze. La complessità “artificiale” creata da James Joyce – in questo breve passo, davvero di pregevole fattura – ripercorre istantaneamente il cammino che scienza, filosofia e letteratura hanno compiuto nel corso di secoli di ricerche e sperimentazioni: e il tutto attraverso il linguaggio, il tutto in una singola frase.





Un grafico illustra i molteplici livelli e vettori narrativi di Finnegans Wake


«THE SENSORY CROWD IN HIS BELLY

COUPLED WITH

AN EYE FOR THE GOODS TROOTH»

 

L’interprete (o scrittore?) del «Mamafesta» è descritto come una persona con «the sensory crowd in his belly coupled with an eye for the goods trooth». Schenoni traduce: «con la folla sensoriale della pancia fusa con l’occhio per l’interra verità», cogliendo appieno la profonda visceralità di questo approccio ermeneutico, che passa attraverso l’apparato digerente per giungere alla finale visione della «verità». L’interpretazione del testo è immaginata da Joyce come un’azione della più viscerale animalità, con riferimento alle funzione primarie e “brute” dell’uomo: la consumazione del cibo e la sessualità (che emerge in diversi misspelling precedenti, come «entomophilust» o «sexmosaic»), ma il tutto «with an eye for the goods» – quasi un ironico consiglio di economia domestica, che rimanda però anche al terzo occhio della conoscenza intellettiva, o all’unico sguardo di Dio (e il misspelling tra god’s e goods è illuminante). Schenoni, per mantenere una certa eleganza nella traduzione, rende «goods trooth» con «interra verità»: ma, seguendo tutte le suggestioni del testo originale, sarà possibile individuarvi anche un’allusione al processo della masticazione (fisiologicamente, la prima parte della digestione). L’espressione «trooth», infatti, include sia truth che tooth, sia la “verità” che il “dente”, e potrebbe essere resa in italiano come “verdente”, “veridentà”, o altre creazioni simili. Insomma, la visceralità dell’espressione è ancora più forte di quanto non risulti dalla traduzione italiana – che pure ne mette in luce l’intensa matericità, interpretando «goods» (i “beni materiali”, la “merce”) come in-terra, suggerendo così come nessuna verità possa essere considerata assoluta o soprannaturale. Ma con questo non voglio entrare in polemica con le scelte di Luigi Schenoni, la cui traduzione già s’inserisce in un complesso dibattito, che ha visto da sempre opporsi due linee di pensiero, impegnate da un lato a liberare la creatività verbale del traduttore, dall’altro ad agevolare la comprensione del testo da parte del lettore meno preparato. Al suo interno, la posizione di Schenoni resta sostanzialmente equilibrata, pur se particolarmente votata a rendere il testo nella sua interezza di potenzialità, rendendone a tratti assai ardua l’interpretazione.

 

Questa profonda visceralità dei processi del pensiero umano non giunge come una novità all’interno della produzione joyciana: basti pensare al celebre monologo di Molly Bloom, tutto giocato sui ritmi fisiologici della grande deuteragonista di Ulysses; o al tuono vichiano che apre Finnegans Wake, ideale momento di avvio per il pensiero e la storia umana, ma anche irrisorio peto di Humpthrey Chimpden Earwicker, disteso ubriaco sul suo letto: «The fall (bababadalgharaghtakamminarronnkonnbronntonnerronntuonnthunntrovarrhounawnskawntoohooh

oordenenthurnuk!)» [FW, 3.15-17], pachidermica parola (di 100 lettere in tutto) la cui solennità sconfina presto nella parodia.

Questa particolare concezione dell’intelligenza, riassunta anche dalla massima: «Think in your stomach. Import through the nose» [FW, 579.22-23], rappresenta una curiosa anticipazione di teorie e ipotesi sviluppatesi prima nel campo della riflessione filosofica (basti citare la Fenomenologia della percezione [1945] di Maurice Merleau-Ponty, o un libro mai tradotto in italiano: The body in the mind [1987] di Mark Johnson), e giunte con oltre mezzo secolo di ritardo fin dentro i complessi territori delle neuroscienze. Particolarmente significativo è il volume di Antonio R. Damasio, L’errore di Cartesio (pubblicato per la prima volta nel 1994), che opponendosi a un’opinione affermatasi attraverso i secoli, giunge a proporre una concezione della mente intesa come «organismo integrato», come prodotto dall’azione parallela di corpo e cervello. Questa tesi, presentata da Damasio come una vera rivoluzione nel campo delle neuroscienze, ha effettivamente aperto un nuovo filone di indagini, in netto contrasto con una pratica affermatasi nei decenni precedenti, con il crescente successo della cibernetica. L’attenzione dei neuroscienziati si era infatti sempre più concentrata sul cervello, inteso come l’hardware su cui circola il software mentale – ipotesi peraltro non esente da critiche –, riducendo così l’apporto del corpo a un semplice sistema di input e output. Per Damasio, invece, la mente è prodotto di un organismo intero, di cui il cervello è parte determinante ma non sufficiente. Per sostenere la sua tesi, egli cita l’esperimento immaginario del «cervello in una vasca»: se mai fosse possibile estrarre un cervello dal suo corpo e mantenerlo in vita artificialmente, l’identità della mente che lo abiterebbe ne risulterebbe irreparabilmente compromessa. Tagliate le terminazioni nervose, il suo “circuito aperto” perderebbe la capacità di comunicare con l’esterno, rischiando un pericoloso “corto circuito” dentro se stesso.

 

Nel testo joyciano, questa intuizione si accompagna a un’altra ancor più stimolante, che chiama nuovamente in causa la cibernetica, con l’improbabile tramite di Giambattista Vico. Fu il grande filosofo napoletano, infatti, il primo a riconoscere l’importanza cardinale delle componenti fisiologiche nella definizione del linguaggio. E come i primi uomini ad articolare la parola vissero in un rapporto fisico immediato con il mondo che presero a nominare, così il filosofo, studiando il linguaggio, avrà la possibilità di stabilire un dialogo con le radici più profonde della natura umana. La critica moderna non ha mancato di sottolineare come spesso la riflessione sulle origini di una parola divenisse in Vico la preziosa occasione per “raccontare una storia”, per ricostruire un passato altrimenti cancellato dai documenti. Storia, natura e umanità si fondono nel linguaggio, che annulla le distanze attraverso la metafora: è tramite il procedimento metaforico, infatti, che l’uomo “antropomorfizza” il mondo che lo circonda, rendendolo finalmente dicibile.

 

Quello è degno d’osservazione: che ‘n tutte le lingue la maggior parte dell’espressioni d’intorno a cose inanimate sono fatte con trasporti del corpo umano e delle sue parti e degli umani sensi e dell’umane passioni. Come ‘capo’, per cima o principio; ‘fronte’, ‘spalle’, avanti e dietro; […] ‘bocca’, ogni apertura; ‘labro’, orlo di vaso o altro; ‘dente’ d’aratro, di rastrello, di serra, di pettine; […]. Lo che tutto va di séguito a quella degnità: che ‘l’uomo ignorante si fa regola dell’universo’, siccome negli esempi riportati egli di se stesso ha fatto un intiero mondo (G. Vico, La scienza nuova [1744], Libro Secondo, II.2).

 

La conoscenza che ne emergerà, sarà quindi per nulla asettica e separatrice, ma corposa, vitale e assimilatrice. Dentro l’etimo di una parola sarà racchiusa una storia che racconta non solo la sua origine funzionale, ma il senso stesso dell’essere uomo.

L’etimologia che compare e agisce nelle pagine di Finnegans Wake, non è una semplice ricerca delle radici del linguaggio (il «root language» [FW, p. 424]), ma è una “messa in circolo” dell’intero processo di mutazione dell’etimo – artificialmente simulato, s’intenda. Il lettore, sdipanando il groviglio del testo joyciano, ha l’opportunità di confrontarsi direttamente con il linguaggio nel suo stesso costituirsi, decomporsi e multiplo intrecciarsi. Quel processo che le ricerche vichiane avevano mostrato solo in maniera indiretta, è immediatamente raffigurato in Finnegans Wake, libro babelico, involuto, ma soprattutto sospeso in una indeterminatezza spaziotemporale che permette la coesistenza dei più disparati codici linguistici, non più collocabili in un luogo o tempo precisi. L’etimo esplode nella sua implosione: la lingua diviene iperlinguaggio, ma anche sub-linguaggio. E nel mezzo di questo caos magmatico l’uomo riscopre se stesso, la propria natura più riposta, nel semplice divertissement di un girotondo linguistico.

 

Le tesi di Vico, riconsiderate alla luce delle conoscenze di oggi, possono apparire come pure costruzioni poetiche, prive di alcuna applicabilità nel campo dell’indagine scientifica. Ma la loro traccia si è mantenuta viva attraverso i secoli: non sono poche, infatti, le loro derivazioni anche all’interno delle moderne scienze del linguaggio.

Nel campo dell’intelligenza artificiale, questa linea di pensiero ha sperimentato negli ultimi decenni un’affascinante quanto sorprendente rivalutazione. Considerato il fatto che la simulazione al calcolatore si basa necessariamente su strutture linguistiche (il celebre test di Turing, per esempio, valutava l’intelligenza dell’automa tramite una serie di domande-risposte), una via alternativa all’ipotesi riduzionista derivava dall’applicazione dei principi della complessità alla cibernetica. Se l’originale approccio per riduzione, infatti, tendeva a considerare i processi cerebrali come una particolare forma di elaborazione digitale (il già citato software attivo nell’hardware neurale), un percorso opposto per giungere allo stesso risultato sarebbe stato possibile qualora nel codice linguistico – parlato dall’uomo, ma anche elaborato dal computer – si fosse reso riconoscibile un esempio di sistema vivente. Questa teoria, per quanto all’apparenza gratuita, priva di riscontri immediati e quasi del tutto assurda, trovò alla fine del secolo scorso un buon numero di sostenitori. Tra questi spicca Douglas R. Hofstadter, che nel fondamentale Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante (prima edizione 1979) propose una prima teorizzazione linguistica complessa sull’intelligenza artificiale: giunti all’ultimo capitolo, il libro stesso si rivelava essere un sistema cosciente, entro cui s’intrecciavano i pensieri di un matematico, un illustratore e un musicista, fusi assieme in «un’eterna ghirlanda brillante». Hofstadter fu anche coautore con Daniel Dennett de L’io della mente (prima edizione 1985), libro anch’esso spiccatamente letterario, che commentando una serie di brevi saggi e racconti (da Borges a Touring, dalla filosofia alla fantascienza), propone molteplici spunti di riflessione sul problema dell’identità. Ma è nel 1992, che Dennett portò a termine l’ormai classico Consciousness explained (pubblicato in Italia con il titolo Coscienza: che cosa è), opera indubbiamente pretenziosa e sotto molti aspetti ancora riduzionista, ma nella quale il riferimento a Joyce si fa ancora più esplicito. La «macchina (virtuale) joyceana» descritta da Dennett, è infatti il train of thought entro cui si realizza la coscienza umana. Lasciando da parte il grande dibattito e le forti opposizioni che questa teoria suscitò anche tra i teorici della complessità, il suo nucleo cardinale resta sostanzialmente lo stesso: un’incrollabile fiducia nella possibilità di descrivere il fenomeno dell’intelligenza tramite un codice linguistico. Questa fiducia richiama da vicino quella che animò la produzione letteraria di James Joyce, distanziandosene però al contempo per alcuni tratti determinanti. Sembrerebbe infatti contraddittorio, ma l’iperlinguaggio di Finnegans Wake non riduce il suo gioco alla sola dimensione linguistica. Perché «[i]n the beginning was the gest» [FW, 468.5], all’inizio ci fu “il gesto”, e la joyciana “scrittura del corpo” non è semplice tatuaggio sulla pelle, ma viscerale scaturigine della parola – come nella perturbante sequenza in cui Shem the Penman, alter ego letterario dello scrittore, utilizza una mistura dei suoi escrementi e del suo sangue per scrivere sul suo stesso corpo (FW, 185.29 - 186.2). L’intelligenza – sembra suggerire questa immagine – non sorge per partenogenesi dall’intrecciarsi di molteplici strutture linguistiche, ma è frutto di un tessuto ancora più complesso, che si radica nelle profondità dell’organismo umano.





Joseph Badalov, Sonnet CXIX, 2012


Altra linea teorica di fondamentale importanza nel campo delle scienze della cognizione, è quella inaugurata da Lev S. Vygotskij con Pensiero e linguaggio, pubblicato per la prima volta in Russia nel 1934, ma liberatosi definitivamente dai paludamenti della censura solo negli ultimi decenni del secolo. Questo libro influenzò autori del calibro di Noam Chomsky, spostando l’attenzione dei linguisti sul problema della “nascita” del linguaggio nella mente dell’uomo. Confrontata con le proposte di Dennett e Hofstadter, la teoria di Vygotskij sembra opporvi un veto inconfutabile: pensiero e parola deriverebbero da due linee evolutive separate (la prima naturale, la seconda storico-sociale), che in un preciso stadio della crescita del bambino entrano in contatto e s’intrecciano in maniera indissolubile. Da quel momento in poi l’intelligenza non potrà più esprimersi senza il linguaggio, pur non riducendosi a esso. Per raffigurare questa condizione, Vygotskij utilizza la suggestiva immagine della «nube del pensiero», da cui scaturisce la pioggia delle parole.

Questa teoria s’inserisce in una diatriba secolare, scontrandosi da un lato con la scuola lacaniana, che vedeva nel linguaggio la radice prima di ogni attività psichica, e dall’altro con quegli stessi “allievi” (primo fra tutti Chomsky) che rifiutarono questa riduzione del linguaggio alla sola matrice sociale, proponendo in contrasto il principio dell’innatismo. Non è mia intenzione dilungarmi qui nella descrizione di queste teorie, né tantomeno indicare quale debba essere considerata la migliore, se non proprio “quella giusta”. Qualunque opinione volessi sostenere, è messa in crisi dall’eccessiva immediatezza della risposta cercata: questo problema ci tocca così a fondo da risultare a tratti inattingibile, come l’occhio che tenta di guardare dentro se stesso. Ma la guida del testo joyciano ci permette in parte di superare questa impasse, sfruttando proprio le contraddizioni come stimoli ulteriori per la ricerca e l’esercizio teorico.

 

Un ultimo balzo nelle neuroscienze ci porta quindi a considerare il sistema dei “neuroni specchio” (quei particolari gruppi di neuroni che, situati nella corteccia premotoria, si attivano non solo quando stiamo per compiere un’azione, ma anche quando la vediamo compiuta da altri). È stato proprio uno dei suoi scopritori, Vittorio Gallese, a proporre negli ultimi anni un’interpretazione “allargata” delle loro funzioni, che tocca da vicino anche problematiche inerenti al linguaggio. Descrivendo casi in cui il sistema dei neuroni specchio si attiva al semplice ascolto di frasi riferite ad azioni, Gallese è giunto a parlare di «incarnazione della comprensione linguistica», un fenomeno capace, in linea di principio, di strutturare anche il pensiero astratto. Ci troviamo di fronte, è inutile dirlo, a un notevole azzardo teorico, che ha finora lasciato piuttosto fredda la comunità scientifica e che manca ancora delle necessarie verifiche sperimentali. Ma al di là della giustezza o meno della proposta, ciò che sorprende è ancora una volta la sua forte affinità con gli scenari disegnati oltre settant’anni prima da James Joyce – e la danse macabre tra feci e sangue di Shem the Penman sembra riproporsi identica nelle reti degli impulsi neurali, analizzate dalle sempre più sofisticate strumentazioni della scienza sperimentale.

 

 

«(IT’S AS SEMPER AS OXHOUSEHUMPER!)»

 

Alla stregua di una conclusione per questo breve percorso interdisciplinare propongo un piccolo gioco metaforico. Le frustrazioni che toccano ogni interprete del testo joyciano, non sono infatti così diverse da quelle affrontate dagli studiosi della mente e del cervello umano. Il “grafico” con cui si devono entrambi confrontare è proteiforme, non riducibile a chiarezza: siano esse i risultati di una risonanza magnetica o di un’analisi linguistica, queste immagini risultano di una complessità tale da eccedere le limitate capacità di computazione del pensiero razionale. Ironicamente, la mente umana appare troppo complessa per poter comprendere se stessa.

 

Partiamo con un piccolo esercizio percettivo. Prendiamo un libro (il Finnegans Wake, o qualunque altro), apriamolo su una pagina piuttosto fitta di caratteri e allontaniamoci gradualmente da esso. A una certa distanza – e con l’aiuto di un buon grado di miopia – ciò che distingueremo non sarà più un insieme di caratteri, ma un confuso amalgamarsi di bianchi e neri, la stessa immagine che sugli schermi televisivi di qualche decennio fa, prima dell’avvento del satellite e delle trasmissioni digitali, compariva alla ricezione di un segnale di “rumore bianco”. Quando tutte le frequenze dello spettro sono occupate da un’ampiezza uniforme, ciò che percepiamo sarà solo un indistinto rumore di fondo, in tutto paragonabile al silenzio assoluto, perché incapace di comunicarci messaggio alcuno. Ma l’indagine non può fermarsi a questo punto. Proseguendo nello slittamento metaforico, il rumore bianco può tornare a parlarci se analizzato alla luce di una geometria diversa, affermatasi a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso.

 

Pubblicato per la prima volta nel 1975, Gli oggetti frattali di Benoît Mandelbrot rappresentò una vera rivoluzione nel campo della geometria. E quando le prime immagini del Mandelbrot set furono elaborate al computer, fecero ben presto il giro del mondo, avvincendo con la loro indiscutibile bellezza anche il pubblico meno esperto. Questi ricchi e complessi paesaggi digitali, realizzati servendosi di funzioni matematiche semplicissime, erano animati da un’inesauribile creatività intrinseca: più aumentava l’ingrandimento, più si scoprivano emergere nuove e imprevedibili formazioni, in un processo capace di procedere all’infinito senza mai esaurirsi. Il fatto più straordinario è che queste geografie immaginarie erano tutte già da subito racchiuse nella funzione che le determinava, e manifestavano la loro inesauribile creatività solo nel momento in cui il nostro sguardo (supportato dal computer) si addentrava nell’analisi. Il principio che determina questo fenomeno è tanto semplice quanto controintuitivo: tra due punti non coincidenti, dovrà essere sempre presente un terzo punto. Diviene ovvio, quindi, che l’individuazione di un disegno definito sarà un obiettivo impossibile, perché al suo interno saranno inclusi infiniti altri disegni.

Una delle caratteristiche fondamentali degli oggetti frattali, che determina il loro stesso nome, è il fatto di avere una “dimensione frattale”. Ma cosa può significare, per un oggetto geometrico, avere dimensione 1,5? Sembrerebbe improbabile, ma l’utilizzo delle dimensioni frazionarie nacque come espediente “di comodo” per venire a capo di un problema altrimenti irrisolvibile. Quanto è lunga la costa della Gran Bretagna?, si chiese Mandelbrot nel celebre articolo pubblicato su “Science” nel 1967. La risposta è… infinito! Parrebbe anche questo un controsenso, ma la motivazione è magnificamente rappresentata dallo stesso Mandelbrot set. Se dovessimo misurare la lunghezza di una linea perfettamente diritta (in pratica, il segmento di una retta ideale) non avremmo problemi di sorta: potremo comodamente appoggiarvi il nostro righello e procedere alla misurazione; ma quando la linea diviene frastagliata, il nostro ideale righello inizierà a seguirne le inesauribili circonvoluzioni, senza riuscire in alcun modo a portare a termine la misurazione. Determinare che la “curva di Koch quadratica” ha dimensione 1,5 non sarà dunque un modo per complicare ancor più la nostra già difficile esistenza, ma sarà l’unico accorgimento valido per individuarne una lunghezza finita – anche se, a rigor di logica, il termine “lunghezza” non sarebbe più adeguato per definirla. Proseguendo lungo questa linea di ragionamento, si scoprirà così che la dimensione frattale del Mandelbrot set, anche sui bordi più esterni, sarà uguale a 2.

 

Ma fino a che punto tutti questi concetti potranno essere applicati allo studio del «proteiform graph» del rumore bianco? Per quanto il gioco finora impostato permetta notevoli slittamenti metaforici, occorrerà muoversi con molta cautela: un numero illimitato di collegamenti tra ambiti diversi e molteplici (per l’appunto: un sistema complesso) dovrà comunque presentare i suoi limiti. Il rischio maggiore, dopo averli persi di vista, sarà quello di trasformare il nostro stesso ragionamento in un rumore privo di significato.





Immagine di un frattale


Occorre chiarirlo da subito: il rumore bianco non è un frattale. La sua rappresentazione su schermo piatto non ha nulla a che vedere con la geometria delle dimensioni frazionarie. Questa stessa rappresentazione risulta oltretutto fuorviante, perché il rumore resta un fenomeno principalmente sonoro, che può essere raffigurato da uno spettro di frequenze o – per approssimarsi meglio alle immagini su monitor finora descritte – da uno spettrogramma in scala di grigi. Ma per quanto errata, l’analogia offre una possibile soluzione al problema da cui eravamo partiti. Ciò che accomuna rumore bianco e frattali, è infatti la loro natura caotica: anche conoscendo un numero elevatissimo di punti (o valori istantanei) di entrambi, non sarà possibile determinare il punto (o il valore) immediatamente successivo. Questo sia che si voglia esplorare “a occhio nudo” un frammento del bordo esterno del Mandelbrot set, sia che si voglia disegnare una sezione dello spettrogramma del white noise. Ma fu proprio l’invenzione dei frattali a dimostrare che questa impasse è tutt’altro che definitiva. La non riducibilità in termini univoci di una funzione pur sempre definibile, da scoglio insuperabile diviene chiave di volta per una soluzione del problema.

 

Una possibile spiegazione per questo fenomeno fu prospettata nel 1963 dal matematico e meteorologo Edward Norton Lorenz, che per la prima volta descrisse il comportamento di un “attrattore strano”. Questa figura geometrica, determinata da un’equazione semplicissima, descriveva la traiettoria di un punto in uno spazio a tre dimensioni. Ma la sua “stranezza” risiedeva nel fatto che la traiettoria, pur rimanendo limitata in una regione molto ristretta (racchiusa «dentro una scatola»), era aperiodica: il punto, insomma, non ritornava mai alle coordinate già occupate in precedenza. La figura che veniva così a delinearsi era all’apparenza semplice e regolare – ma infinitamente stratificata. Nel doppio anello di quello che ben presto divenne celebre come “l’attrattore di Lorenz”, trovava realizzazione uno dei principi cardine della geometria frattale: tra due punti, non importa quanto vicini, sarà sempre possibile individuarne un terzo. Tagliando la traiettoria dell’attrattore con una superficie piana, si poteva ottenere un insieme di punti in tutto confrontabile con quelli del white noise e del Mandelbrot set: al definirsi di due, dieci o un milione di coordinate diverse, nulla avrebbe potuto indicarci quale sarebbe stata la successiva. Eppure, il fatto che questo fenomeno puramente stocastico fosse determinato da “una semplicissima equazione”, costrinse gli scienziati a un sostanziale ripensamento sulla natura stessa del caos. L’attrattore di Lorenz (come tutti i frattali, d’altronde) resta una simulazione sviluppata in ambiente teorico, ma se studiato senza possederne la “chiave risolutiva”, non è più distinguibile da qualsiasi fenomeno caotico osservabile in natura.

La condanna della teoria, diviene così un’opportunità per la conoscenza. Perché l’esperienza vissuta dall’indagatore degli attrattori strani, del rumore bianco e degli oggetti frattali, sarà la stessa provata dai commentatori del «Mamafesta» joyciano, sospesi attraverso “una sobbalzante catena di delusioni predisposte” («a jolting series of prearranged disappointments»). Al limite del nonsense e

con il consueto gusto per il pun linguistico, il bardo cantore di Finnegans Wake illumina ancora una volta la strada lungo cui dirigere il nostro percorso. E se l’impossibilità di ridurre il libero dispiegarsi del mondo fenomenico entro una formula univoca segna l’inutilità della ricerca scientifica, il fatto che quella stessa formula possa divenire ragione del suo fallimento, ci suggerisce che la strada inversa è comunque percorribile. La geometria dei frattali, per quanto astratta e controintuitiva, dimostra che una soluzione allo scacco dell’indefinito è possibile, nel momento in cui adottiamo degli strumenti capaci di realizzare quella stessa indefinitezza. È nel passaggio dal rassicurante mondo a tre dimensioni all’esplosione delle infinite dimensioni frazionarie, che la nostra presa sui fenomeni complessi può tornare a rinsaldarsi.

Perché la figura dell’attrattore di Lorenz rappresenta qualcosa di più di un semplice fenomeno caotico: la sua struttura geometrica rimanda infine all’immagine dell’anello complesso, che ritorna continuamente su se stesso rinnovandosi a ogni nuovo passaggio. Il suo percorso si ripeterà all’infinito, senza mai raggiungere il principio. Nell’ambito della linguistica e delle neuroscienze, questa figura c’insegna come una connessione intrinseca possa esistere anche tra gli elementi più avulsi – una correlazione che nell’esercizio teorico più spinto può essere condotta fino all’assoluta coincidenza. Ma alla domanda di quale sia la chiave per ridurne la complessità, la gallina joyciana avrebbe finalmente risposto: «è sèmprice come il buecasacammello!»:

 

generations, more generations and still more generations.

 

 

 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

James Joyce, Finnegans Wake [1939], London, Faber and Faber, 1975

Tutte le citazioni sono tratte dalla presente edizione: l’indicazione tra parentesi quadre riporta il numero di pagina seguito dalla riga. Traduzione di riferimento è quella di Luigi Schenoni: Finnegans Wake. Libro Primo V-VIII, a cura di Luigi Schenoni, Milano, Mondadori, 2001)

 

INTRODUZIONE SEMISERIA

 

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«THE PROTEIFORM GRAPH ITSELF IS A POLYHEDRON OF SCRIPTURE»

 

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«THE SENSORY CROWD IN HIS BELLY COUPLED WITH AN EYE FOR THE GOODS TROOTH»

 

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