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SATIRA
“Discorso di Papa Oltrancesco”


      
Un immaginario pontefice si appalesa come sempre alla finestra vaticana ed incomincia la sua domenicale omelia. Ma quello che dice e predica non è esattamente quello che i fedeli sono abituati ad ascoltare… Anzi, è pressocché l’opposto.
      



      


(di Bruno Romano)

 

 

Si affaccia alla finestra, come ogni domenica. Consueta moltitudine in attesa con narcotizzato sorriso. Non c’è in cielo un segno di corrugamento minaccioso, strana nuvola oscura nel  sereno azzurro. Non è un giorno fatidico da far coincidere con una profezia di Nostradamus.

È un giorno qualunque, in cui il papa appare nel riquadro della finestra come ci si aspetta, con il convenuto sorriso stampato nel volto cartonato oblungo. Poi la maschera si fa seriosa, sospesa nel dire, per un dilatato minuto. Mentre la moltitudine appunta lo sguardo, e qualcuno socchiude la bocca, in apprensione contro un indefinito sospetto che si annida nell’aria.

“Chiedo perdono.

Per dono.

Cari fratelli e sorelle, è il giorno della verità. Si cancella oggi con una croce questa croce che ci portiamo da tanto tempo. Come pure si induce a cancellare ogni fede che crede in un soccorso divino ultraterreno. La fede, cari fratelli e sorelle, non può essere che in noi. Per quello che possiamo conoscere e giudicare in noi. Così cadono tutte le favole delle religioni.

È vero che la religione è un compenso a cui l’organismo umano stenta a rinunciare. È come un organo, una glandola spirituale di questo organismo. Tuttavia il corpo deve evolvere, deve tendere a modificare, a compensare in altro modo il proprio apparato se questo si dimostra inadatto a una sopraggiunta diversa situazione e visione del mondo, e perciò in pericolo di estinguersi.

Facciamo parte di un mondo in infinita parte sconosciuto, che segue il proprio impulso, il proprio sviluppo e inviluppo, indifferente, tra una catastrofe e l’altra. Neanche il nostro corpo conosciamo, fatto di tanti corpuscoli. Lo stesso nostro corpo ci può tradire, facendoci ammalare. Questo corpo fa parte dell’universo, ed è un piccolo universo. Ma pensate poi quanto è grande l’universo intero, se si può usare la parola intero, fatto di universi, grandezze che non possiamo immaginare, sfuggenti a precipizio. E si può immaginare chi da solo impersoni e sorvegli ogni cosa, tra astri che esplodono, firmamenti che cadono nel baratro, ulteriori mondi che appaiono, e che stia attento ai nostri minutissimi accadimenti dell’esistenza, alle nostre preghiere, ai nostri cosiddetti peccati? No cari fratelli e sorelle, noi, soltanto noi possiamo sorvegliare noi stessi. Ognuno nel proprio miracolo di vita, in questa curiosa, così rara, anomalia animale. Cercando di raggiungere il meglio, per sé e per gli altri. Senza che  il singolo faccia pesare nel suo ruolo la propria capacità. Attenuando il protagonismo. Non si devono sostituire divinità umane alle credute divinità divine. Senza ambire alla ricchezza materiale, tendendo a essere soprattutto ricchi in sé, nel proprio pensiero e quindi nel proprio modo di percepire il mondo. Il merito va incoraggiato e premiato, così l’insufficienza, se è onesta, va compensata nel proprio limite.

Certe proposte, non dico comandamenti, sembrano coincidere con quelle professate dall’antica religione, ma ogni buona intenzione cade nei confronti di un falso fondamento che, per essere fedele, può trovarsi a passare dal giusto all’ingiusto. E anche le proposte di nuova concezione devono essere sempre rinnovate nel segno della realtà.

E devo dire, fa male al cuore, che la popolazione del mondo è troppo numerosa. È una umanità fatta di corpi che formano un grande corpo in espansione, che divora le proprie risorse, che non sono infinite. Questo corpo alimenta in seno tanti dissidi, ogni piccolo male si propaga e diviene difficile da arginare. Così ecco prevalere tante superstizioni, tante illusioni credute vere che si vogliono imporre anche con la violenza. Perciò dovrebbe diminuire la popolazione. In ogni luogo trovare il numero adatto. Con il controllo. (…) Diciamo allora: meno, me no. Ma sempre con amore, con am ore. Non deve più nascere chi ha fame, chi ha sete”.





Habemus Papam di Nanni Moretti (2011)


Una pausa.

Silenzio della piazza. In un gruppo di monache qualche sorriso perplesso. Tra la gente bandiere reclinate, striscioni abbassati verso i piedi.

“Tutto nella tranquillità, nella pace.

Questa parola pace viene invocata come parola, pace, pa ce, ma va conquistata attraverso l’impegno, trovando le strategie necessarie. Non si conquista la pace con la preghiera, con un appello, con la solidarietà dal profondo del cuore. Si deve fare la guerra per conquistare la pace, cercando di aggiungere il meno possibile male al male.

Qualcuno dirà: l’umanità potrà espandersi accrescendo la propria scienza, conquistando nuovi mondi. Ma è illusione. Già il nostro sole con il capriccio di un abbaglio fuori misura può cancellare ogni cosa di cui siamo partecipi. Perché la nostra vita è in un sottile equilibrio entro un cosmo cieco, esplosivo seguendo la forza delle proprie leggi che non risparmiano i dettagli.

Bisogna quindi predicare la realtà, che è sempre da capire, se vogliamo ritrovare, tornando a una favola, se questo spazio resiste, il nostro giardino dell’Eden. Un giardino di cui accontentarsi, a misura dell’agricoltore.

Sono ancora io il papa? Che significa allora essere il papa? Non mi dimetto ancora. Inizia adesso il grande lavoro da fare. Ma non mi affaccio più alla finestra. Niente finestra, niente balcone sulla folla. Lavorare invisibile, dietro la tenda. Anche se è troppo tardi. Ma si deve tentare. Fare marcia indietro.Trovare la strada. Il giardino è diventato un deserto di rovi. Se verità è  uguale a severità.

Sono passati pochi giorni quando un treno con dei devoti, andando verso un santuario, è uscito dai binari provocando un disastro. È uno degli infiniti casi che rivelano l’indifferenza della realtà.

Tentiamo dunque di sognare un futuro Eden a misura umana. Dove ogni animale possa vivere la sua vita secondo il proprio verso nelle regole consentite, almeno nell’ideale delle intenzioni, e l’uomo (che non è anche un animale?) possa regolare l’anomalia della propria intelligenza.

Il pentimento dei misfatti è una merce scaduta che non si può accettare. Il perdono, tante volte accordato superficialmente per ragioni di comodo, non è più possibile.”

Una pausa.

Nel silenzio, in lontananza, si sente abbaiare un cane.

“Andando a casa alcuni troveranno il proprio cane. Fate una carezza a questo cane, come fosse la carezza del papa.”




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