LUOGO COMUNE
PIETRO CORSI
Ritornando
al piccolo mondo
antico


      
“Neruda il corvo bianco il gatto nero” è l’ultimo libro dello scrittore molisano in cui s’intrecciano i temi dell’emigrazione e della superstizione, quelli della morte e delle radici natali. Per l’autore di Casacalenda, anche sulla scorta della personale esperienza, l’emigrante è l’uomo tradito per eccellenza, è un’anima perduta che solo ripercorrendo il cammino verso la propria origine può ritrovare una identità e ridare un senso morale alla propria esistenza.
      



      

di Domenico Donatone

 

«In una delle incantevoli leggende Haida, quell’uccellaccio con ali larghe e possenti era vissuto nella terra degli spiriti prima ancora della creazione del mondo, prima ancora della luce. Non era un corvo comune, nero. Era bianco e aveva un portamento fiero e reale; rappresentava la purezza. Un bel giorno volò via dalla terra degli spiriti portandosi nel becco un macigno, un pezzo di quella sua terra incantata. Quando decise di disfarsene, il macigno cadde nel bel mezzo dell’immenso oceano e si fece grande, sempre più grande: nacque così il mondo come noi oggi lo conosciamo.»

(Neruda il corvo bianco il gatto nero, di P. Corsi, ed. Seneca, p. 27, Torino, 2013)

 

 

Emigrazione, superstizione, morte, radici. Sono questi i temi dell’ultimo libro di Pietro Corsi dal titolo Neruda il corvo bianco il gatto nero, edito per i tipi Seneca edizioni (pp. 127, € 13,50; Torino, 2013).

Sin dal titolo è evidente l’attenzione di Corsi verso l’ancestrale, verso ciò che è misterico e doloroso, verso una realtà semantica che ha una ragione narrativa che spinge il lettore in una direzione fantasmagorica di genere, verso fronti di analisi ataviche che sprigionano procedimenti di scrittura del subconscio e di riattivazione di una mitologia popolare. Il libro di Corsi è, in sintesi, un agglomerato di specchi ancestrali. A parte la trama, che torna nuovamente ad essere quella già affrontata nei numerosi libri precedenti (Figli sterili, 1969; Sweet Banana, 1984; Ritorno a Palenche, 1985; Un certo giro di luna, 1987; fino a testi più sognanti ed esaustivi come Lo sposo messicano, 1989; Amori tropicali di un naufrago, 1990; Il morbo dell’ozio, 1994), in cui lo scrittore è protagonista con un nome fittizio, in questo caso si chiama Alberto Bennato, (italiano emigrato negli anni Cinquanta del secolo scorso a Montreal, con parenti da parte della suocera residenti in Canada nella British Columbia), ciò che vorrebbe essere la novità di questo testo è tornare, coi passi della memoria e del corpo, al luogo di nascita, al paese d’origine. Tornare a calpestare e a vivere con i ricordi il luogo da cui tutto prende vita. Compiere un viaggio di ritorno, abusato nella letteratura di Corsi, non per ribadire quanto siano importanti le radici culturali, concetto espresso già ampiamente altrove, ma per evidenziare un assunto di cui Pablo Neruda si fa portavoce. Il più importante poeta cileno, confinato in Italia per motivi politici, affermava: «Penso che l’uomo debba vivere | nella sua patria | e credo che lo sradicamento | degli esseri umani | sia una frustrazione | che (…) offusca | la chiarezza dell’anima» (P. Neruda, Confesso che ho vissuto). Questo concetto si ripete lungo tutto l’arco della narrazione, e Corsi vi ubbidisce perché questo assunto rappresenta un tormento morale. Lo scrittore è convinto che emigrare porti ad uno sradicamento che offusca la chiarezza dell’anima, la serenità della vita. Lo ripete più volte in molti punti del libro. Scrive all’inizio della storia: «Neruda ha ragione quando dice che l’uomo dovrebbe poter morire nel grembo materno, sempre pronto ad accoglierlo per conservarne la sacralità della memoria. Me lo diceva anche mio padre. Non avendo altro da fare, durante gli ultimi anni della sua breve vita si era trastullato trascorrendo la giornata coi vecchi senza età del paese» (cit. op. p. 37). E lo scrive nuovamente alla fine del racconto: «Le note della musica nascoste sono cadenzate dal ricordo delle parole di Neruda: lo sradicamento degli esseri umani è una frustrazione che offusca la chiarezza dell’anima. Mi porto addosso, e dentro, le superstizioni ancora vive tra la gente del mio paese, il gatto nero, le ombre del bosco maledetto, le parole sconsolate del figlio del cacciatore emigrante. E mi accompagna il ricordo del corvo bianco delle leggende del popolo Haida.» (cit. op. p. 126)

È fuori di dubbio che quanto affermato sul piano esistenziale è vero e drammatico. L’emigrazione corrisponde ad uno sradicamento. In quanto tale, la perdita delle radici porta ad un indebolimento dell’albero, quindi dell’uomo costretto a emigrare. Gli uomini dovrebbero poter vivere nei luoghi dove sono nati, perché storia e radici, cultura e memoria, si fondono inesorabilmente. Emigrare significa interrompere tutto questo, significa sdoppiarsi, diventare un multiplo di se stessi, perdere confidenza, diventare, secondo Corsi, «vittime incoscienti di un inutile vagabondare[1]».

È un Corsi decisamente afflitto che narra la storia di un emigrante del suo paese, da tutti conosciuto come il cacciatore, il quale, dopo anni passati all’estero, anch’egli a Montreal come lo scrittore, vivendo in uno scantinato e facendo altrove quello che nel suo paese sarebbe stato da tutti giudicato come folle, cioè cacciando selvaggina nei boschi del Canada, torna in Italia, precisamente nel suo paese natale, e vende la casa di campagna per risollevare la condizione economica della famiglia. Tutto ciò però non basta. Mutato profondamente nell’animo, segnato dallo sradicamento culturale che asserisce Neruda, il cacciatore verrà trovato morto proprio nel bosco di sua vecchia proprietà, dopo il sogno premonitore della suocera. Omicidio oppure suicidio sarà il dilemma offerto dai carabinieri alla famiglia, per evitare che una piccola comunità si tormenti per un gesto così fortemente autodistruttivo. Il sogno premonitore della morte del cacciatore servirà a Corsi per introdurre il lettore nella tematica del libro che è data dal ruolo della superstizione, dei simboli ancestrali, della magia e della cabala, nei paesi del meridione d’Italia come nel resto del mondo. Un sostrato culturale che nel testo di Corsi si configura in quanto elemento primitivo della storia umana. Un aspetto del racconto che vuole legarsi al concetto di sradicamento culturale, perché la superstizione giunge come dato non di cornice ma di definizione di un preciso ambiente sociale. Quando tutto è perduto, arrivano il corvo bianco e il gatto nero. Lo sradicamento porta con sé l’influenza nefasta dei sogni, dei presagi funesti, simboleggiati dagli animali (il corvo e il gatto): un procedimento di analisi che parte dal reale per confondere il circostante oggettivo. L’emigrazione conduce ad una perdita di identità che si conferma nel credo delle superstizioni popolari. Le sciagure accadono perché ci sono sogni che le annunciano!





Questo di Corsi è un libro con un impianto narrativo fortemente demo-antropologico-culturale. Peccato che dalle maglie della narrazione sfugga allo scrittore l’imperativo di stringere maggiormente la cintura semantica nei confronti della stessa concezione della morte e dei sogni premonitori. Nei confronti non del fatto di cronaca di per sé realmente accaduto (il libro è dedicato alla memoria di Peppino Tozzi, suicidatosi realmente), ma nei confronti del caso, del destino e dei suoi connotati pieni di inemendabile sacralità, il libro è carente. È la storia bellissima già raccontata in Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, dove tutto il sud Italia vive e respira dentro i battiti ancestrali e atavici della propria superstizione. Corsi preferisce agire per immagini, preferisce adoperarle con un tono leggero (il corvo bianco, il gatto nero), senza per questo dover essere minore, ma nella sostanza troppo descrittivo, troppo distante dal centro, troppo indeciso nel fare. Pietro Corsi apre solo in parte le porte del linguaggio. Sa restituire al lettore il senso dell’ambientazione grazie alla descrizione dei luoghi, sa confermare le modulazioni semantiche e narrative grazie all’uso del dialetto, ma dentro il tessuto della trama gli strappi sono evidenti laddove ci si aspetterebbe che della scaramanzia popolare, del senso del mito e dell’occulto, si faccia non un contorno per sprovveduti lettori, ma un rapporto di differenza e di contenuto che soddisfi logiche indipendenti. Corsi si sofferma molto a narrare ciò che fa il protagonista-scrittore, quali sono le sue abitudini quando torna al paese. Abitudini che vengono sconvolte dal funerale del cacciatore e che non rendono il quadro narrativo esauriente. Pietro Corsi si accontenta di poco, studia la superficie e non arriva in profondità. Lambisce, ma non investe sul cuore del tema, che potrebbe ancorare il lettore a logiche di narrazione più dinamiche e soddisfacenti. Il suono delle campane del paese, il rumore del bastone dell’anziana donna, i ricordi del bufù e del capodanno, sono tutte azioni di una scrittura che si perde e diluisce ciò che dovrebbe invece utilizzare per attaccare il nucleo fondamentale della storia: superstizione e morte, emigrazione e cultura. Pietro Corsi preferisce ribadire il concetto elementare secondo cui emigrare riduce l’individuo ad uno scarto sociale, ad una parte di eccedenza di uno specifico storico che deve essere espulso altrove: «Quelli che erano partiti per le Americhe morivano nelle Americhe. Nessuno mai tornava. Neanche per morire[2]».

Lo scrittore sceglie il continuo ed eterno sistema di riflessione tra passato e presente, per scavare un solco nella memoria collettiva che in questo caso stona con l’insieme narrativo e rende il testo raffazzonato. Al lettore non rimane che osservare, che stare quasi in disparte, rispetto al super-io di Corsi. Così, controllata e rallentata da motivi subconsci, di letteratura contumaciale, la scrittura di Pietro Corsi in questo ultimo lavoro, altrettanto definibile micro-romanzo come lo fu La giobba (Enne, 1982), che maggiormente lo ha inserito nel cerchio degli scrittori dell’emigrazione, è di essere piena di similitudini, a tratti aforistica, composta da un italiano ordinario, misto a frasi dialettali, a vere e proprie espressioni proverbiali e idiomatiche, la più importante delle quali è la seguente: «A fine è segnate d’u prencìpie[3]», che tradotto significa che la morte incomincia quando si nasce. L’ordito della trama stenta a distendersi con spessore, perché Corsi ritiene sufficiente indicare i simboli della morte e della reincarnazione, che sono il “corvo bianco”, presso la popolazione indigena di Haida, e il “gatto nero”, l’animale che si accompagna all’uomo quale simbolo di solitudine, di morte e di sfortuna. Elementi di contorno nella chiarezza del ritorno verso casa. Emigrazione viene a coincidere con “sradicamento”, addirittura con un atto di cambiamento mortale, e non con rilancio delle propria vita. Sradicamento che significa dispersione di energia. Esattamente quello che accade al protagonista silente del libro, il cacciatore, personaggio sottaciuto che subisce tutto l’inganno di un tradimento insito in precise ragioni sociali e politiche. Fuori casa s’impara a stare al mondo, ma s’impara a starci perché tutto diventa definitivo e fatalistico. Ingabbiato in una logica culturale di estromissione dal proprio destino, l’uomo-emigrante per Corsi vive la continua scissione tra passato e presente, tra ciò che è e ciò che si diventa, tra ciò che s’immagina bello e ciò che si realizza concretamente. L’emigrante è l’uomo tradito per eccellenza! È questo il concetto che tiene a ribadire Pietro Corsi in questo racconto. È l’uomo che sogna ma che ottiene ben poco di ciò che desidera ardentemente. La frattura dalle proprie radici spinge ancora una volta a credere in ciò di cui si farebbe volentieri a meno: un circuito preciso e cogente di superstizioni, di accanimenti che non si staccano di dosso dal viandante, dall’emigrante, vittima incosciente di un inutile vagabondare. Scrive l’autore: «“La vita di ogni singolo emigrante” dissi, ma era come se stessi parlando a me stesso “è un po’ come la vita di tutti gli emigranti. Andiamo via, perdiamo le nostre radici, ci trasformiamo, prima o poi, in un modo o nell’altro, in vittime incoscienti del nostro inutile vagabondare.[4]»





Pietro Corsi


Per Corsi tutto torna all’origine, tutto ritorna sui passi dell’esodo, anche se sembra negarlo misurando l’esistenza in termini di assoluta inutilità. L’esistenza si manifesta in una lunga sfilata di azioni che maturano a stento. Sono i miti del proprio tempo, i simboli e le figure di racconti ancestrali che, come lunghe ombre distese dinanzi alla porta del viandante, frenano il riscatto dell’uomo comune e tornano per colpirlo con la loro ineludibile presenza. Ciò in cui crede Pietro Corsi, suggerito ardentemente da Neruda, è che si dovrebbe morire là dove si nasce, per essere riaccolti nel grembo della madre terra. In questo modo non si recupera solo l’esistenza, si evita di spezzare il flusso vitale dei rapporti. Il senso di questo imperativo morale, che suona come una provocazione in un tempo storico in cui gli uomini si muovono in massa, in cui i giovani emigrano a migliaia, è di ristabilire un contatto originario e proficuo con la propria identità. Corsi non ce la fa a contrapporsi all’ostracismo storico e culturale che perseguita l’uomo che lascia la sua terra, perché ovunque è troppo forte il giudizio e ingannevole il presagio. Da emigrante, lo scrittore impara ad assimilare tutto daccapo, a sorseggiare a ritroso il veleno della sorte.

 

«Le superstizioni ancora vive nella credenza della gente del paese mi rimanevano dentro, mischiandosi con le leggende Haida sempre vive tra le mura della mia casa canadese, e nel mondo di mia suocera che era anche il mondo di mia moglie e dei miei figli.

I sogni, le interpretazioni che ognuno dava ai sogni; il gatto nero che ti taglia la strada e cambia il tuo destino causando disgrazie in famiglia; “frushtellà” la vecchia aveva gridato sotto la finestra di casa, e aveva fatto le corna non una volta ma tre, tre volte e tre volte si era fatta il segno della croce; gli uomini che si toccano i genitali quando passa un morto, quando si parla della morte, e fanno le corna anch’essi non una volta ma tre, tre volte; le streghe che nelle notti di luna piena si trasformano in gatti per entrare in casa a rubarti la pace domestica; le vecchie con un neo sulla fronte o sul viso, proprio lì, vicino al naso, che causano il malocchio nei bimbi e bisogna portarli da un’altra vecchia per incantare il malocchio facendo cadere tre gocce d’olio in una ciotola con acqua fin quando, con l’aiuto di tre paternoster e tre avemaria le gocce restano intatte e i malèfici effetti del malocchio sono scomparsi. Tre gocce d’olio, tre paternoster, tre avemaria. Le tre corna fatte al passaggio del corteo funebre. Tre. Il numero tre. Tre come la santissima trinità: Padre, Figlio, Spirito Santo. Tre: il numero perfetto, anche nelle superstizioni.

La catena delle superstizioni vagolava ancora per le strade del paese. Entrava nelle case, si insediava nella mente della gente, avvicinava la gente alla divinità. C’erano poi anche superstizioni che venivano inventate al momento, al presentarsene l’occasione propizia. Come il bosco. Il bosco maledetto, lo aveva chiamato il giovane. E sua madre aveva gridato, sulla tomba del marito: “quill’u vosche, quill’u vosche è meleditte”, quel bosco è maledetto.» (p. 121)

 

La procedura narrativa di Corsi è una procedura senza soluzione: non si vede un cammino progressivo della scrittura e del linguaggio, ma un continuo tornare su se stesso attraverso figure e concetti della cultura popolare. Il mondo antico rimane antico per questo, e prevale sulla possibilità che si faccia moderno un volto che simula la felicità. Il malocchio, i gesti scaramantici, le superstizioni in tutte le loro forme entrano nelle case, le derubano di tranquillità e di amore. È un racconto, questo di Corsi, che si vuole radicare totalmente su di una coscienza di popolo, su fatti che non ammettono confutazione, dove la religione si mischia al profano e dove le voci interiori picchiano ben più forte di qualsiasi altra agnizione del mondo esterno. Neruda il corvo bianco il gatto nero è un racconto di genere che si auto-emenda dall’obbligo di creare sempre storie nuove, perché in questo caso, in un mondo che torna indietro, culturalmente ed economicamente, libri simili rafforzano la possibilità di poter vivere con slanci di più serena verità, di più pacata conferma, il patrimonio comune di esperienze e di cultura dal quale è difficile staccarsi. È un racconto limitrofo, contiguo alle radici culturali che ogni uomo porta con sé: un racconto che si circostanzia dentro una psicologia di analisi derivante da continue ripetizioni. La cosa sorprendente del libro di Pietro Corsi è che non ha nulla di sorprendente, è un giacere su di una storia che già si conosce grazie all’antropologia culturale, la scienza più moderna del Novecento. È un racconto la cui farina è stata utilizzata per impastare storie simili, altrove decisamente migliori (con Calvino, Levi, Vittorini, Alvaro, Sciascia). Lo scrittore sa benissimo che è difficile centrare un obiettivo narrativo con ingredienti poco miscelati oppure poco distesi sul tavolo della lavorazione; lo sa lo scrittore e da adesso lo sa bene anche il lettore!

 

 

 



[1] Neruda. Il corvo bianco il gatto nero, di P. Corsi, p. 94, Seneca, Torino, 2013.

[2] Cit. op. p. 61

[3] La fine è determinata dall’inizio.

[4] Neruda. Il corvo bianco il gatto nero, di P. Corsi, p. 94, Seneca, Torino, 2013.




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