LETTURE
RENATO FASCETTI
      

Mosaico villiano

 

Fermenti, Roma 2012, pp. 94, 12,00

    

      


di Luca Succhiarelli

 

 

 

Come conoscere un nome se la grandezza sta nel silenzio?

Roberto Bazlen

 

 

 

Testo dell’artista Renato Fascetti adatto a chi non sopporta più la «stupidità verbosa che imperversa»[1], il Mosaico villiano addolcisce certamente l’imbarazzante e pressoché ininterrotto silenzio che sta caratterizzando il decennale della morte di Emilio Villa (1914-2003). È un bellissimo volumetto che vive tra le mani, essendo stato composto con un umore che rende giustizia al «primo poeta extracomunitario nazionale», ovverosia ad una pantagruelica, incoercibile ed ante rem voce oracolare che è stata percepita dai maggiori artisti del Novecento. Sostengo ciò perché mi sembra che l’autore, come immagino sia avvenuto in passato dalla presenza villiana, ricavi sotto gli occhi del lettore stimoli dagli aneddoti che racconta, mentre questi abbracciano un’esistenza (dal 1959, anno del primo incontro avvenuto nello studio di Mario Schifano, alla morte di Villadrome, come lo ha ribattezzato Duchamp), si impongono – più sincronicamente che diacronicamente – e tornano attraverso colori e profumi, ardore e malumore, odore di vita e sentore di morte, tutte cose che si alzano miscidate dalla pagina facendo vivere ai sensi emozioni rare spesso riconducibili agli anni Cinquanta e Sessanta, ovvero ad uno dei periodi culturalmente più vitali dell'Italia, paese che non c'è più. Sullo sfondo, come un presagio, si vede una «leggera coltre di nevischio» che copre il corpo di Piero Manzoni, mentre dalle righe partono itinerari spesso imprevedibili che terminano quasi sempre a Roma, città che sparisce di continuo.

Fascetti, libero dalla camicia di forza professorale, quintessenziando non trascura nulla, neppure l’aspetto sacro e quello profano, i quali, avendo convissuto in e con Villa come in una sua Idrologia, hanno ristabilito il Caos: «Quante cose ho scritto firmandole con uno pseudonimo! Quella serie di mostre sulla cultura e la religione degli antichi popoli del Medio Oriente chi credi le abbia scritte?».

Il poeta che ho frequentato con questa lettura (lo stesso che un giorno ha detto ad Alfonso Filieri: «Io non vivo nel presente, non ho nulla da dire oggi in italiano»[2]), oltre ad essere un nobilissimo aedo, un rapsodo che non recitava ma riviveva e faceva liberamente rivivere – nella bocca e negli otricoli – cose e parole antichissime, è per me un evo, un individuo-periodo capace di inaugurare e imporre un tempo diverso – più della natura, medievale forse, in ogni caso non del mercato – in grado di rappresentare un’alternativa a quello sociale, di restringersi fino ad implodere per aprire «ad ottiche inattese e sorprendenti», di dilatare e dilaniare continuamente il proprio idioma (non necessariamente quello tricolore, quindi sempre nuovo e suo) per esplodere e riconfermarsi nel mutismo (etico prima, poi anche fisico), linguaggio atto ad un’altra dimensione nella quale la lingua offesa (tanto letterariamente quanto anatomicamente) non ha più importanza, come avviene infine nel dialogo con il contadino Giovanni, «fauno depositario simbolico di valori originari non alterati né corrotti».

Villa, con la sua deiscente indeiscenza, con il suo silenzio attivo e labirintèo che ha gettato comunque semi, attraverso i ricordi di Renato Fascetti offre ancora, immediatamente, tanti differenti modi di – e per – non parlare dicendo. Il mistero che – corrisposto – lo ha sempre difeso (da non confondere con le imprecisioni che sovente hanno alterato i suoi dati biobibliografici: ad esempio, ho notato che in Burri. Una vita di Piero Palumbo il suo decesso viene anticipato di dieci anni) e che potrebbe far pensare ai «soli generi letterarii» che Jacobbi scelse per sé, quindi all’inedito e al postumo, ha, mi sembra, punti di intesa con il pensiero e con il modo di stare nel mondo di Roberto Bazlen, soprattutto se si pensa – come quest’ultimo ha scritto – a «quante opere possono essere state distrutte senza che se ne sappia nulla», a «quanti tipi umani si possono essere realizzati nella solitudine»[3]. Buttando «via il meglio che ha fatto», superando la  «pagina bianca» con quella «annientata» (così ha lasciato scritto), Villa ha tracciato, percorrendola, una strada che – avendo stranamente seguito chi l’ha calpestata – sembrava essersi cancellata. Per lui (negli ultimi anni), così come per Mario Sironi, non c’è stato che «lavorare in silenzio, come un forzato»[4].

Tuttavia il grande poeta, a differenza del pittore, non ha dovuto sentire sopra di sé «la sferza bestiale della prepotenza e della stupidità»[5]. Egli infatti, avendo abbandonato giovanissimo certo ambiente letterario e culturale, essendosi spostato a tempo debito in un altrove tutto suo, con un incedere in egual misura nuovo e antico ha salvato la propria Sibilla da ratti e rattoppi e se stesso da qualsivoglia possibilità oggettiva di fallimento. Mi piace pensare che per lui valga quanto pronunciato un giorno da Einstein: «Se una persona cade liberamente, non avverte il proprio peso».

Il Mosaico apprestato da Fascetti – che si apre con Sobillazioni sibilline, bellissimo omaggio poetico di Mario Lunetta (forza stimolatrice, sensibile motore culturale che con Villadrome ha curato, nel 1984, la mostra “Il beato creatore collettivo e multimediale”), e si chiude con il testo villiano Ancienne géométrie sabine – restituisce un grande patrimonio (il vero corpo dell’Assunta ripescato in cielo, una fiducia rinnovata) fondamentale anche perché, che «poi, in un’economia cosmica e non immediatamente sociale, nulla vada perduto, è ovvio»[6]. Bazlen docet.

 

 

 



[1]             Emilio Villa, Attributi dell’arte odierna, Milano, Feltrinelli, 1970, p. 112.

[2]             Cfr. Quasi pagine. Libro d’artista libro oggetto libro ambiente, a cura di Paolo Tesi, Pistoia, Settegiorni                Editore, 2007, p. 92.

[3]             Roberto Bazlen, Scritti, Milano, Adelphi, 1984, p. 263.

[4]             Mario Sironi, Lettere, a cura di Elena Pontiggia, Milano, Abscondita, 2007, p. 48.

[5]             Ibidem.

[6]             Roberto Bazlen, Scritti, ed. cit., p. 263.




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