INTERVISTE
ERMANNO CATALANO
Sì, ho avuto
attenzione per
le cose vecchie


  
A colloquio con il 91enne poeta dialettale molisano e storico locale, istradato alla letteratura da Giovanni Cerri, capostipite di una tradizione vernacolare in Molise. Il suo debutto come autore in versi è stato, comunque, tardivo, ben oltre i sessant’anni con il volume “I tiémpe càgnene” (I tempi cambiano) del 1986. Dai rapporti non cordiali con Giose Rimanelli alla considerazione che i poeti che non si stimano tanto tra loro.
  



  

di Domenico Donatone

 

 

Diversi anni fa mi è capitato di scrivere un articolo sui poeti che risiedono in provincia, di ricostruire una vera e propria ambientazione legata ai luoghi e agli umori degli uomini che li abitano. Sono partito dalla mia provincia, perché è quella che conosco meglio. Sono partito da Ermanno Catalano, l’ultimo esponente di una generazione di scrittori dialettali molisani ancora in vita. Ho approfittato della sua disponibilità per recarmi da lui e rivolgergli alcune domande. Catalano è nato nel 1922 a Trieste, ha frequentato Giovanni Cerri, poeta capostipite di una tradizione vernacolare, colui che ha gettato il seme della poesia in dialetto in Giose Rimanelli, in Catalano e poi in Elena Caticchio. Poeti che è difficile riunire sotto un’unica voce, perché sono scrittori “in contumacia”, come ebbe a scrivere su Le reti di Dedalus Mario M. Gabriele, professore e preside a Campobasso. Scrittori che parlano da lontano. L’unico modo per sentire più vicina la poesia è recarsi nei luoghi che la emanano, quasi abitarli poeticamente per costruire una precisa impalcatura di senso. Inseguito dal tempo, dal suo scadere, mi sono recato a Casacalenda per intervistare Ermanno Catalano. Con la difficoltà che comporta rivolgere domande ad una persona allettata, è scaturito comunque un dialogo-intervista che potrà, un giorno, valere come testimonianza di un cammino umano e poetico. A breve verrà ripubblicata in formato e-book, da Reti di Dedalus-Onyx edizioni, l’opera dialettale più importante di Ermanno Catalano, dal titolo I tiémpe càgnene (Lampo, 1986), ovvero I tempi cambiano. Una riflessione tra passato e presente che segna un solco di identità culturale ormai smarrito.

 

Ermanno Catalano, lei è un poeta, volevo chiederle come si è avvicinato alla poesia, come ha iniziato a scrivere i primi versi?

 

Mi sono avvicinato alla poesia perché ero amico del poeta Giovanni Cerri [1900-1970, autore dell’opera dialettale I guàie (I guai), Marinelli 1978 nda]. Spesso passeggiando insieme, lui mi parlava delle sue poesie, e quindi con delle letture del dialetto.

 

Quindi è stato Giovanni Cerri che l’ha...

 

Che mi ha… “instradato”… (detto con forza nda) alla poesia.

 

E che anno era quando ha iniziato a scrivere, si ricorda? Era ragazzo?

 

No, no, non ero ragazzo… se prende uno dei miei libri lo può sapere meglio… se non mi sbaglio era il 1983.

 

Quindi lei è stato amico di Giovanni Cerri, poi ha conosciuto tanti scrittori dialettali anche…

 

Ci incontravamo a viva voce, ma a parte la conoscenza, c’erano delle occasioni per scambiarsi delle riflessioni.

 

E scrivere in dialetto da cosa è scaturito, da cosa è derivato?

 

Proprio per questo la frequentazione di Cerri mi ha portato a considerare la poesia dialettale come una colonna portante della cultura locale… e quindi ho pensato anche di scrivere in dialetto. Tanto è vero, poi, che il primo volume pubblicato, I tiémpe càgnene (I tempi cambiano, Lampo, 1986) [che sarà ripubblicato in formato e-book da Reti di Dedalus-Onyx editore, nda] porta in appendice una nota di pronuncia… un dizionario di fonetica.

 

Lei ha scritto anche di personaggi storici locali… ha sempre avuto un’attenzione per la storia locale, per l’antropologia…

 

(il poeta sorride e mi interrompe, nda) Diciamo che ho avuto attenzione per le cose vecchie…





Ermanno Catalano


Per le cose vecchie? (si ride insieme nda). E tra i personaggi storici di cui ha scritto… ha scritto di Giambattista Masciotta, ha scritto di Francesco Nardacchione che è stato un medico importante…

 

Su Cerri

 

Su Cerri anche, ma quale personaggio della storia locale le piace di più? Tra Masciotta, Nardacchione.

 

Dipende dai punti di vista… perché se dev’essere per il contenuto, direi Nardacchione… se invece per il formalismo, quello è Cerri…

 

Per contenuto Nardacchione, per spessore umano più che altro!

 

A parte questo, Francesco Nardacchione porta con sé anche delle importanti notizie storiche oltre che umane… la sua tomba, ad esempio, è custodita nel convento di Sant’Onofrio… convento storico, del XIV secolo, purtroppo chiuso.

 

Ma le poesie le scrive ancora oppure ha smesso? Riesce ancora a scrivere?

 

In questa posizione non facilmente (Catalano fa una battuta, essendo allettato da mesi nda)

 

E vorrebbe ancora scrivere poesie?

 

Eccome…

 

Di cosa le piacerebbe scrivere, perché lei ha affrontato diversi temi, ha fatto riflessioni sul passato, come diceva prima in riferimento all’opera I tiémpe càgnene, quindi ha scritto di memoria, di ricordi. Ma adesso, se dovesse scrivere, di cosa scriverebbe?

 

Non è affatto facile scrivere! A volte si parte con un tema e si riesce nel suo opposto. Ultimamente non ho scritto poesie, ma una canzone dialettale, intitolata Ieri so calate ’na cantina (il poeta fa molta fatica a parlare nda).

 

Ieri so calate ’na cantina? Che tradotto significa “Ieri sono sceso in cantina”, nei ricordi!

 

Un testo che non ancora consegno alle stampe. Il titolo però poi si modifica se non va bene.

 

E di Casacalenda che ha avuto tanti scrittori, oltre a lei e prima di lei, ha avuto Cerri, e poi i contemporanei come Giose Rimanelli e Pietro Corsi… si sente di dire qualcosa su questi scrittori, qualche ricordo che ha di loro?

 

Mi ricordo vicende “scostanti” (sorride nda). No, io ricordo che Rimanelli ha fatto sempre lo scostante, perché mentre lui è stato mio allievo all’epoca fascista, si è poi dato delle arie che non ho compreso. Lui, l’anno scorso, di questi tempi, è pure ritornato a Casacalenda, io ho partecipato all’incontro, ma non ci siamo più sentiti.

 

Se lei dovesse fare una riflessione sulla vita, come poeta, sull’esistenza, anche su altre cose se crede di farle, cosa si sentirebbe di dire?

 

Che fa schifo la vita di oggi! Sono venuti meno i cardini della serietà, dell’impegno, del rispetto… e adesso questo è sicuro.





Una scultura di Alberto Giacometti (1901-1966)


E dei giovani cosa pensa?

 

I giovani?

 

Si, pensa siano una speranza, una risorsa, oppure stanno fregando pure i giovani?

 

No, coi giovani è colpa nostra, di noi anziani, perché a un giovane se tu gli dai una poesia di ieri, che sia chiara, non può gettarla via! Non si può cancellare una memoria e metterla là, «dove il sol tace!». Questo è sicuro, la colpa è nostra.

 

Sostiene, dunque, che sia colpa delle persone più mature, di una generazione che ha preceduto i giovani, se loro adesso hanno delle mancanze?

 

Sì.

 

E ha un ricordo particolare di una persona? Se potesse incontrarla, non solo tra i poeti…

 

Diciamo che ho diversi ricordi, ma direi Aldo Villani. È stato mio compagno di scuola alle elementari, poi allievo sottoufficiale, un semplice amico, più che i poeti che non si stimano tanto tra loro.

 

E del Molise qual è lo scrittore più importante, quello più rappresentativo? Esclusi i presenti, ovviamente! (si ride insieme nda)

 

Non è facile. Del Molise dice? (Catalano prende tempo per rispondere nda). Così mi tiri in un ginepraio!

 

Però la sua esperienza è tanta, un nome potrebbe farlo per determinare una posizione di confronto.

 

Mi hai messo di fronte al Molise che… non ha… se devo fare un nome, dico Sebastiano Martelli, che è ingambissimo, e anche altri, ma…

 

Indica Sebastiano Martelli che è un critico-scrittore!

 

Indico una persona capace, che è rappresentante degli altri.

 

Grazie mille.

 

Vienimi sempre a trovare, che mi fa tanto piacere.

 

 




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