TEATRICA
CLAUDIO REMONDI
(1927-2013)

Un poetico clown
e un ‘soldato’
dell’arte


      
È morto a Roma a quasi 86 anni uno degli autentici pionieri, con Carmelo Bene e Carlo Quartucci, dell’avanguardia teatrale italiana. A partire dal 1968 formò con Riccardo Caporossi un mitico sodalizio che ha incarnato per decenni una rigorosissima geometria umana della scena. Insieme sono stati una coppia di artisti che ha pochi riscontri a livello internazionale e nessuno, per purezza di stile e singolarità di gesto, a livello nazionale. Figura di grande moralità e vigore polemico si è sempre battuto contro le ingiustizie e i mercimoni della politica, dei media e della critica.
      




      

di Pippo Di Marca

 

In memoriam di Claudio Remondi

 

Pochi giorni fa, il 14 febbraio 2013, è morto Claudio Remondi. Aveva 85 anni, ne avrebbe compiuti 86 a fine Aprile. È stato un pioniere dell’avanguardia italiana. Uno dei primi, se non il primo, insieme a Carlo Quartucci e a Carmelo Bene. Ha cominciato nel 1959, che sarebbe come dire la preistoria, come regista e protagonista di un testo del Ruzante, La Moscheta; ha proseguito con Leo de Berardinis, Rino Sudano, Cosimo Cinieri e con Quartucci, con testi di Ionesco e Beckett e poi autonomamente al Teatro del Leopardo, coinvolgendo tra gli altri, Valentino Orfeo, Gianfranco Mazzoni, Tonino Campanelli, prima di far coppia e sodalizio definitivo con Riccardo Caporossi a partire dal 1968. Con i loro primi grandi spettacoli storici Térote, Sacco, Richiamo, al Club Teatro tra il ’71 e il ’75. E poi Rotobolo, Pozzo, Teatro, Spera, Rem&Cap ecc...





Claudio Remondi


Il resto è ‘storia’ (e ora, per Claudio, anche ‘silenzio’): di una straordinaria, poetica, all’apparenza stralunata, in realtà portatrice di una rigorosissima geometria umana della scena di una coppia di artisti che ha pochi riscontri a livello internazionale e nessuno, per purezza di stile e singolarità di gesto, a livello nazionale. Claudio Remondi, con la tenacia e la forza di un bergamasco (per nascita) e la saggezza disincantata di un romano (per elezione) ha lottato per tutta la vita in nome della sua arte e della ‘poesia’ che ‘incarnava’: nel senso letterale che ‘passava’, si esprimeva attraverso il suo corpo, la sua fisicità di impareggiabile clown. È stato per molti aspetti un ‘soldato’ dell’arte: se l’arte, come io penso, si configura, soprattutto nella modernità, alla stregua di un ‘atto di guerra’, più o meno ‘solitario’. Spiritualmente ed esistenzialmente parlando.

 

Contro la volgarità dilagante, gli accomodamenti, le ingiustizie, il materialismo imperanti; contro le dittature democratiche, i mercimoni della politica, dei media, di una critica teatrale spesso scientemente cieca o sorda, Claudio ha lottato, non si è mai tirato indietro, ha difeso le sue verità, i suoi spettacoli. E naturalmente questo lo ha portato qualche volta coraggiosamente a ‘dissentire’ in maniera più o meno aperta da alcuni critici a suo tempo intoccabili. (Penso a come sia stato apprezzato di gran lunga meno di quanto meritasse da Franco Quadri e da Beppe Bartolucci).

 

È stato in definitiva un uomo e un artista integerrimo, di assoluta trasparenza. Con lui scompare un altro pezzo importante, un’altra colonna, una delle ultime, di quelli che costituirono la genesi del teatro italiano di ricerca degli esordi, agli inizi degli anni ’60. Il teatro delle nostre giovinezze e delle nostre certezze, che il tempo inesorabile si è incaricato un po’ alla volta di incrinare, di ‘cancellare’, anche brutalmente, senza ritegno alcuno. La morte di Claudio, l’ultima di quella generazione, mi riporta indietro di 35 anni, alla morte di un altro Claudio, Previtera, la prima di quella generazione, la prima, in assoluto, dell’ancora ‘giovane’ avanguardia.

In questo nome si saldano casualmente – e ad ogni buon conto, se le coincidenze hanno un significato, significativamente – i due estremi di una parabola dei destini e delle dipartite che ci riguarda e ricomprende tutti e che negli ultimi anni ha avuto accelerazioni impressionanti. Su cui non mi soffermo perché sono note a tutti coloro che hanno seguito e seguono le vicende di quel teatro che si chiamò ‘nuovo’, d’avanguardia, di ricerca e sperimentazione, ecc… e che ora non ha più nome, né può averlo: ché siamo indubbiamente passati da qualcosa che poteva definirsi e identificarsi come ‘storia’ a una sorta di ‘dopostoria’.





Remondi e Caporossi: Rem&Cap (1988)


Tornando alla storia, dicevo di essere tornato indietro di diversi decenni, per l’esattezza al 1978, quando Claudio Previtera aprì la stura delle dipartite togliendosi la vita, con un gesto che ci lasciò annichiliti e scoperti, perché ancora ci credevamo inattaccabili e scoprimmo all’improvviso di essere in realtà senza difese, ‘alla mercè di una brutale corrente’ (per dirla con Shakespeare) che aveva rotto gli argini... Per la prima volta, in quell’occasione, in forza proprio di quel ‘primo’ lutto, ci ritrovammo e ci ‘riconoscemmo’, ci togliemmo le maschere di incomprensioni, dissapori, personalismi, meschinerie e capimmo che eravamo tutti nella stessa barca, stavamo giocando tutti, se non la stessa partita, nello stesso campionato. C’eravamo tutti, io, Leo, Perla, Ricci, Nanni, Natoli, Orfeo, Carella, Garrone, Margio, Romano, Quartucci, Mambor, Monachesi, credo anche Remondi ecc...

 

Sono passati gli anni, i decenni, e tanti di questi nomi sono ‘memoria’: che ci portiamo dentro e che va preservata. Chi è rimasto e, da un ‘dopo’, si guarda intorno sente come un dovere di testimonianza, di custodia, di trasmissione; mentre, da un ‘prima’, si predispone a uno stato di vigilanza, di allerta piena di attenzioni verso chi rischia di essere colpito dalla ‘brutale corrente’. Tra i più sensibili e più delicati in queste incombenze mi pare meriti un posto di rilievo Lillo Monachesi. È lui che ha seguito amorevolmente il progressivo decadimento qualche anno fa di Mario Ricci, più recentemente di Renato Nicolini, ultimamente proprio di Claudio Remondi. Lui – che è stato nei lunghi decenni della nostra ‘storia’ prima sodale, amico e stretto collaboratore di Ricci e di Previtera e successivamente sodale, amico e stretto collaboratore di Remondi e Caporossi – è il filo rosso che collega tutti questi anni, il principale ‘testimone’ della parabola che ‘unisce’ i destini di Claudio Previtera e di Claudio Remondi.

 

 

 

Roma, febbraio 2013

 




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